QH k2Azz MEMORIE DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI VOLUME I - PARTE PRIMA Supplemento al Volume LXXVIII (1969) NAPOLI Stabilimento Tipografico G. Genovese Pallonetto S. Chiara, 22 1970 SfcP 319/1 MEMORIE DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI VOLUME I - PARTE PRIMA Supplemento al Volume LXXVIII (1969) del « Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli » NAPOLI Stabilimento Tipografico G. Genovese Pallonetto S. Chiara, 22 1970 Hanno contribuito alla stampa del presente volume: il BANCO DI NAPOLI la PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI il MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE il CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE 1' UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI la SOCIETÀ MERIDIONALE FINANZIARIA T A.G.I.P. MINERARIA PRESENTAZIONE Il volume che ho l’onore di presentare all’attenzione degli studiosi costituisce il degno omaggio che discepoli , colleghi ed amici hanno voluto rendere al socio Francesco Scarsella in occasione del Suo collocamento fuori ruolo per raggiunti limiti di età. Le perspicue doti del Maestro che , alla preparazione scientifica e didattica unisce una grande bontà d’animo, attrassero, nel decennio del Suo insegnamento nell’Università di Napoli, una larga schiera di giovani geologi molti dei quali avviati ad un promettente avvenire. La carriera di geologo del Prof. Scarsella ebbe inizio nell’Istituto di Geologia ap¬ plicata di Perugia ove fu assistente. Successivamente, la Sua attività si perfezionò presso il Servizio Geologico d’Italia del quale fu apprezzato Geologo capo. Quale esperto geologo, prese parte alle spedizioni in Africa nella regione di Harar e poi in Somalia ( Ogaden e Obbia). Numerosi furono i rilevamenti effettuati in Sardegna per la carta geologica d’Italia e notevoli ricerche realizzò nei giacimenti minerari della Barbagia. Ricerche minerarie fu¬ rono altresì da Lui compiute in Albania nella regione dell’alto Shkumbini. I Suoi lavori sulla geologia dell’ Appennino riguardano: i monti Sibillini, dei quali mise in evidenza la struttura; il nucleo principale del Gran Sasso d’Italia; nonché il rile¬ vamento in alcuni fogli delle regioni umbro-marchigiana ed abruzzese. Estese, inoltre, le ricerche ai monti della Tolfa, alla media valle del Tevere ed ancora alle regioni campa¬ na e lucana. Per incarico dell’Ente autonomo per l’Acquedotto Pugliese, lo Scarsella effettuò uno studio per l’esame comparativo di due progetti per l’integrazione della portata del¬ l’Acquedotto Pugliese e, successivamente, partecipò ai lavori della Commissione per lo studio dei progetti per l'allacciamento delle sorgenti di Cassano Irpino all’ Acquedotto Pugliese. Per l’intensa e profìcua attività di studioso, il Prof. Scarsella fu chiamato a far parte di numerose Società culturali fra le quali ricordiamo: la Società di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli; l’Accademia Pontaniana; l’Accademia di Scienze di Torino; la Società Geologica della quale fu anche Presidente; la Società Toscana di Scienze naturali; la So¬ cietà Mineralogica Italiana; la Società Paleontologica Italiana; la Società dei Naturalisti in Napoli che l’annovera fra i soci più assidui ed affezionati. Del Comitato Geologico è Vice Presidente. L' insegnamento universitario di Geologia impegnò lo Scarsella per circa 20 anni: prima, nell’Università di Bari e, successivamente, in quella di Napoli, presso la Facoltà di Scienze nella quale dette vita ad una fiorente Scuola di giovani geologi che, assieme ad alcuni colleghi della Facoltà, soci della Società dei Naturalisti in Napoli, si resero promotori di questa iniziativa alla quale la Presidenza della Società non ha mancato di dare il suo più fattivo contributo. Nel licenziare alle stampe il primo volume delle MEMORIE (Supplemento al Voi. LX XVIII del BOLLETTINO della Società ), auguro a questa nuova serie di pubblicazioni non solo continuità nel tempo, ma anche e soprattutto, densità di contenuti e ricchezza di bril¬ lanti risultati. Napoli, dicembre 1970 IL PRESIDENTE ARTURO PALOMBI Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania (Appennino Meridionale) Studio paleontologico e bìostratigrafico ^ Nota del socio PAOLA DE CAPOA BONARDI (1) (Tornata del 9 giugno 1969) RIASSUNTO Biostratigrafia. Lo studio biostratigrafìco delle Halobiidae della serie calcareo-silico-marnosa lucana ha permesso di individuare due livelli a Daonella nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito, Daonelle nel membro organogeno (scogliere algali) della stessa formazione, e numerosi livelli ad Halobia nei calcari con liste e noduli di selce; tali livelli sono bio- e cronostratigraficamente differenti. I livelli a Daonella risultano essere l’uno di età ladinica inferiore (Fassanico), l'altro di età ladinica superiore (Longobardico); ladiniche sono anche le Daonelle contenute nelle scogliere. I soprastanti livelli ad Halobia si rinvengono a varie altezze stratigrafiche e corrispondono ad età diverse, comprese tra il Carnico inferiore (Cordevolico) ed il Norico inferiore-medio. Paleontologia. Vengono descritte e discusse le seguenti specie: Daonella ( Enteropleura ) boeckhi Mojs., 1874. Halobia austriaca Mojs., 1874. » (Daonella) bassanii De Lor., 1894. » charlyana Mojs., 1874. » » lommeli (Wissm.), 1841. » halorica Mojs., 1874. » » taramellii Mojs., 1874. » lineata (Munst.), 1838. y> tommasii Phil., 1904. » norica Mojs., 1874. yy udvariensis Kittl, 1912. » styriaca (Mojs.), 1874. » » cfr. badiotica Mojs., 1874 . * superba Mojs., 1874. cfr. cassiana (Mojs.), 1874, emend. Krumb., » » cfr. lenticularis Gemm., 1882. 1924. » » cfr. tyrolensis Mojs., 1874. » sp. 1. » » sp. » sp. 2. In particolare, vengono considerate sinonime di Halobia norica: H. plicosa Mojs., H. amoena Mojs., H. sicula Gemm., lì. parasicula Kittl; di Halobia halorica : H. insignis Gemm., H. dilatata Kittl, H. simo- nyi Kittl; di H. lineata : H. lucana De Lor.. Lo studio paleontologico comprende anche la revisione delle Halobiidae della Lucania della colle¬ zione De Lorenzo. ABSTRACT Generals. The Lagonegro sequence or calcareous-siliceous-marly sequence ( serie calcareo-silico-marnosa ) in Lucania (Southern Apennines), whose geology has been studied by Scandqne (1961-1969), contains a fauna rich in Halobiidae. The present work throws Jight on thè sequence from thè palaeontological and biostratigraphical points of view. Proceeding from thè lowest to thè highest formations, thè Lagonegro Sequence is formed of: 1) M. Facito Formation: alternation of siltstones, sandstones,-marls, clays, fìne-grained breccias, con- glomerates and calcarenites (terrigenous member). Massive reef limestones (organogenie member) are em- bedded at different levels in thè sequence. The age is Middle Trias (Upper Anisian and Ladinian), thè thickness is around 200 meters. 2) Lucanian cherty limestones Formation (calcari con liste e noduli di selce): calcilutites, dolomitic limestones, dolomites and subordinate intraformational breccias with chert nodules. The age is Upper Trias (Carnian and Norian), thè thickeness ranges from 150 meters (minimum observed values) to 500 meters (maximum observed values). (*) (*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R. (1) Istituto di Paleontologia dell'Università di Napoli. — 2 — 3) Lucania jaspers Formation (scisti silicei): radiolarites, marls and siliciferous claystones, and subordinate fine-grained graded calcareous breccias. The age goes from thè Upper Trias to thè Upper Jurassic (Malm). The thickness is around 500 mt. In thè previously described units proximal and distai facies have been distinguished as far as thè originai situation in thè sedimentary basin is concerned. The following have been identifìed as proximal facies: S. Fele, Pignola-Abriola, Armizzone ; distai characters are on thè contrary recognizable in thè Lagonegro - Sasso di Castalda facies. There are Daonella and Halobia in thè fìrst two formations, where they are contained in strati- graphically distinct levels. The present work divides into two parts: 1) Stratigraphy (from Scandone, 1967 b) of thè calcareous-sijiceous-marly sequence and biostrati- graphy of thè triassic portion of thè sequence. 2) A palaeontological study, with a discussion of thè species collected. Bxostratigraphy. 1. M. F acito Formation. 1.1. Terrigenous member. a) Daonella taramellii and D. udvariensis level, containing also Daonella boeckhi, D. cfr. badiotica, D. cfr. tyrolensis, and Daonella sp. The level is about 70 meters above yellow clays with brachiopods, whose age is Upper Anisian (Taddei Ruggiero E., 1968). The species present in it indicate a Lower Ladinian age (Fassan substage). In particular, Daonella taramellii is considered an index species in this substage. Daonella udva- riensis hitherto has been found only by Kittl (1912)in «thè Buchenstein beds » of thè Hungary. The other species have been recorded by several authors in thè Anisian, on thè boundary between thè Anisian and thè Ladinian, and in thè European Ladinian. b) Daonella lommeli level. This species is universally recognized as an index species of thè Longobard (Upper Ladinian, « Wengen beds »). The position of thè level, about 60 meters stratigraphically above thè level containing Daonella tara¬ mellii and D. udvariensis seems to confimi thè same age for Lucania too. \. 2. Organogenie member. The two species of Daonella reported by De Lorenzo, Daonella bassanii and D. cfr. lenticularis, do not provide any chronostratigraphic indication. The rich associated fauna of thè Lagonegro reefs studied by De Lorenzo, however, indicates a Ladinian age for these reefs. Daonella tommasii, which is present in thè Murge del Principe reefs, conforms to thè Longobard according to Philipp. If this species, closely relatedto Daonella moussoni, were to coincide with thè latter as Kittl (1912) has proposed, its stratigraphic distribution would tura out to be fairly wide, as Daonella moussoni has been recorded in thè Upper Anisian as well as in thè whole Ladinian. 2. Lue anian eh er t y limestones F or ma t io n. 2. 1. S. Fele facies. No fossils have been found in thè cherty limestones of S. Fele facies, which have been completely dolomitized. 2. 2. Pignola-Abriola facies. a) Halobia cfr. cassiana and Halobia sp. 1 level. It lies about 5 meters stratigraphically above thè transition between thè M. Facito Formation and cherty limestones. Its denomination as Halobia cfr. cassiana level is rather inaccurate, because thè specimens belonging to this species are somewhat uncommon. There are more numerous frag- mentary specimens of Halobia sp. 1, in fact. The later is also found in thè Halobia styriaca level of thè cherty limestones in thè Armizzone facies. The shell-impressions are not concentrated, but are fairly scattered throughout thè rock and in an unsatisfactory state of preservation. The level is referable to thè Cordevolic (Lower Carnian) because of its closeness to thè Daonella lommeli level (Longobard), and thè presence of Halobia austriaca (Tuvalic, Upper Carnian) about 70 meters stratigraphically above it, rather than for thè occurrence of Halobia cfr. cassiana in thè level. In fact Halobia cassiana was discovered by Mojsisovics (1874 b), both near Hallstatt where it was associated with Halobia styriaca, and, in fragmentary examples, in thè S. Cassiano beds of type-locality of thè formation. In thè first case thè Author attributed it and Halobia styriaca to thè Trachyceras aonoides zone (Julic); in thè second, to thè Trachyceras aon (Cordevolic). The contradiction in his description of thè two species, H. styriaca and H. cassiana, and thè illustra- tions relating to them led following authors (Bittner, 1899 b; Kittl, 1912) to consider as thè only valid specimen of Halobia cassiana thè fragmentary one coming from S. Cassiano. So thè age of thè specimen automatically carne to be restricted to thè Cordevolic. Krumbeck (1924) at last made an emendation to 3 — Halobia cassiana : he considered thè only valid representative of it to he one of thè Hallstatt speci- mens attributed by Mojsisovics and thè subseyuent writers to Halobia styriaca; he further held that it was impossible to classif thè fragmentary specimen from S. Cassiano attributed by Mojsisovics .to H. cassiana and considered by thè other writers as thè only specimen of thè reai H. cassiana. The specimens comiig from S. Cassiano which thè latter writers had attributed to Halobia cassiana were assigned by Krumbeck to a new species, Daonella kittli. After his emendment, H. cassiana would thus have an exclusively Middle Carnian age (Julic), contrary to thè earlier position. Thejjresence of H. cassiana emend. Krumb. in thè Cordevolic beds remains an open question in my opinion (1); its presence in Lucania in thè previously mentioned stratigraphic position would seem to confìrm a Lower Carnian age for this species (without excluding, naturally, its presence elsewhere in thè Julic). b) Halobia austriaca level. It is 70 meters above thè preceding level. The age of Halobia austriaca, which has a wide geo- graphic distribution (having been found in thè Trias of North America and Japan, too), is generally held to be Upper Carnian ( Tropites subbullatus zone, Tuvalic). The position of thè level in Lucania does notgo against thè chronostratigraphical attribution of this species. c) Halobia superba level. This level lies immediately above thè previ ous one. As with Halobia austriaca, H. superba has been universally recognized as having an Upper Carnian age ( Tropites subbullatus zone, Tuvalic). This is confirmed by thè juxta position here of thè two levels. On thè other hand, elsewhere, in Lucania and also in Southern Dalmatia, this species seems to be lower stratigraphically than has been generally allowed by thè writers, as will be pointed out later (p. ). d) The grey calcilutites which lie immediately above thè Halobia superba level contain im- pressions of young stages of Halobia sp. 2 and a juvenile specimen of H. charlyana? Young forms of Halobia sp. 2 and an adult specimen are found in thè H. charlyana level of thè cherty limestone of thè Lagonegro - Sasso di Castalda facies. Halobia sp. 2 presumably ought to be Upper Carnian here, to judige by thè chronostratigraphic indications supplied by thè species in thè previous levels. The specimens of thè Halobia or Daonella sp., which are present 30 meters stratigraphically higher along with Posidonia, would seem to belong to Norian forms with an extremely reduced radiai orna- mentation, of thè types Halobia disperseinsecta Kittl or Daonella gosaviensis Kittl. Their state of preservation, however, does not allow us to go further in identifying them. 2. 3. Armizzone facies. a) Halobia styriaca and Halobia sp. 1 level. It lies immediately above thè stratigraphical transition from thè M. Facito Formation to thè cherty limestones. The denomination of this level too is inaccurate, because Halobia styriaca is scantily represented in it. Instead, thè imprints of Halobia sp. l’s shells are much more abundant; thè latter could corre- spond to Halobia mojsisovicsi Gemm. which exists in level a) of thè cherty limestones of thè Pignola - Abriola facies. The stratigraphical position of this level, less than ten meters distant from thè Daonella lommeli level, favours a Lower Carnian age (Cordevolic) in this case too. But H. styriaca is less significane as it is represented by few individuals and its presence in thè Cordevolic has not been clarifìed enough (2). b) Halobia austriaca level. It lies about 16 meters stratigraphically above thè previous level. As in thè corresponding level b) in thè cherty limestones in thè Pignola - Abriola facies, its age can be taken to be Upper Carnian (Tuvalic). It provides fewer specimens. c) Halobia superba level. It lies immediately above thè previous level, and has thickness of 1.50 meters. (1) One of those specimens from S. Cassiano of Halobia cassiana which were later attributed by Krumbeck to Daonella kittli (thè same specimen reproduced by Bittner, 1895 a, p. 78, piate 9 fig. 26), would seem to correspond in fact to thè cbaracteristics of Mojsisovics’ species, even after Krumbeck ’s emendation (1924). (2) Many writers record thè species in thè Trachyceras aonoides zone (Julic). Others instead refer it generically to thè Lower Carnian. In thè latter case it is not always possible to make out whether thè writer is referring to thè Lower Carnian in Mojsisovics’ sense (Cordevolic) or Bittner's sense (Julic). — 4 — The closeness of Halobia superba to H. austriaca in this case too confirms thè normally recognized Upper Carnian age (Tuvalic) of H. superba. A comparison of thè distances between these levels and thè distances between levels a), b) and c) of thè cherty limestones in thè Pignola - Abriola facies, to which they can be held to correspond, shows that thè levels are much closer to each other in thè Armizzone facies. 2.4. Lagonegro - Sasso di Castalda facies. a) Halobia styriaca level. It lies about 30 meters above thè outcropping base of thè formation. We know of no lower chro- nostratigraphically significant levels. It is about 20 meters distant from thè succeeding Halobia superba level above it. It is very rich in internai and external molds of Halobia styriaca and of forms with a longer outline and more ribs which recali Halobia cassiana and Halobia richthofeni; thè specimens are com- pletely flattened. Apart from Lucania, this level recurs in a lithologically and palaentologically iden- tical manner in Jugoslavia (Southern Dalmatia) and Greece (Pindos), where it seems to have thè same stratigraphic position. It belongs to thè Cordevolic or Julic, but noihing more definite than this can be stated. In fact thè presence of Halobia styriaca should indicate a Middle Carnian age (Julic), but thè Cordevolic should not be ruled out for thè reasons given about Halobia styriaca in thè cherty limestones of thè Armizzone facies. b) Halobia superba level. It lies about 20 meters above thè previous level and about 60 meters below thè succeeding Halobia charlyana level. Very numerous impressions of H. superba are found in thè shales. The interbedded limestones contain many young examples of Halobia cfr. cassiana and H. styriaca. The problem caused by thè association of H. superba (Tuvalic, Upper Carnian) with H. styriaca and H. cfr. cassiana (Middle or Lower Carnian) (3) admits of two Solutions: 1) H. cassiana and H. styriaca extend strati graphically upwards as far as thè Tuvalic. 2) H. superba extends stratigraphically downwards to thè Julic or Cordevolic. I favour thè second solution for thè following reasons: — The H. superba level is 60 meters lower than thè level containing H. charlyana, a species unanimously attributed to thè Middle Carnian (Julic) or, at thè most, to thè Middle -Upper Carnian. — In Jugoslavia (thè Becici sequence in Southern Dalmatia) I have found H. superba, strati¬ graphically, immediately above a level containing Daonella indica and Daonella pichleri, whose strati¬ graphic extension seems to include all thè Ladinian and Cordevolic. Hence it can be presumed that H. superba was already present in thè Cordevolic or, at thè outside, in thè Julic. — Whilst no forms closely related to H. styriaca or to H. cassiana are well-known in thè Tuvalic (4), Kittl (1912) found a form, which he called Halobia? praesuperba, in Julic layers at Feuerkogel. This form is closely related to H. superba and in my opinion could be fall in thè variability of thè latter species. To conclude from thè above, there turns out to be no chronostratigraphical correspondence bet¬ ween thè H. superba level in thè cherty limestones of thè Lagonegro - Sasso di Castalda facies and thè H. superba levels in thè cherty limestones of thè Pignola- Abriola and Armizzone facies. The former level is older than thè latter and belongs to thè Cordevolic or thè Julic. c) Halobia charlyana level. Lithologically undifferentiated, it lies aboul 60 meters, stratigraphically, above thè Halobia su¬ perba level and about 240 meters below thè succeeding Halobia halorica level. The age attributed by thè authors to H. charlyana is usually Middle-Carnian (Julic); Kittl (1912) ailots it to thè same substage, but holds it is present in thè Upper Carnian (Tuvalic) too. This level, therefore, ought not to be older than thè Julic and not more recent than thè Tuvalic. Also present with H. charlyana is Halobia sp. 2, which is also present above thè level c) in thè Pignola - Abriola facies. d) Halobia halorica level. It corresponds to thè one identified as thè Halobia insignis level in Scandone & de Capoa (1966) and in Scandone (1967 b). (3) In Southern Dalmatia I have found H. superba in a green clayey level, underlymg, indeed, thè H. styriaca level which corresponds to level a)described here. (4) It is true that Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica, p. 454) reports H. styriaca along with H. norica in thè Dalmatian Norian. However this goes against all that is known todate about it from thè literature, and thè Author does not produce any elucidations on thè subject. In Southern Dalmatia (Bijela-Sv. Nikola sequence) I have found H. norica stratigraphically above a level con¬ taining H. halorica and H. cfr. partschi in thè top part of thè sequence. The H. styriaca level, on thè other hand, is about 100 meters lower stratigraphically, at thè outcropping base of thè sequence. — 5 — It lies 240 meters above thè preceding level and 8 meters below thè overlying Halobia norica level. In Scandone & de Capoa (1966), I had indicated a Carnian age for this level on thè basis of thè dating attributed by Gemmellaro (1882) to thè cherty limestones in Sicily containing Halobia insignis and other species. In Scandone (1967b) I proposed a Norian age for this species. Now I am able to confimi that thè H. halorica and succeeding levels belong to thè Norian, for thè following reasons: — I have examined Mojsisovics’ and Kittl's originals of H. halorica, H. dilatata, and H. simonyì, all species of thè Alpine Norian. From this examination, and a variability study of H. insignis, it turns out that thè latter species is synonymous with H. halorica, as are H. dilatata and H. simonyi. So thè Lucanian H. insignis = H. halorica level would also have a Norian age. — Mojsisovics (1896 a) and Gemmellaro (1904) recognized thè existence of thè Norian (Middle Norian, Alaunic, according to Mojsisovics) in thè Sicilian Halobia limestones within thè beds containing H. insignis amongst other species. — Both in Lucania and at Madonna del Balzo in Sicily, thè H. halorica level is less than 10 meters below thè H. norica level, which is an Alpine Norian form. H. lineata too, found in Lucania along with H. norica, is a Norian species. — In Jugoslavia (Southern Dalmatia) and Greece (thè Pindos zone) there is a H. halorica level (in Jugoslavia H. cfr. partschi in also found in this level), lithologically and palaeontologically identical to thè Lucanian level. H. norica is found a few meters stratigraphically above this level in Jugoslavia as in Lucania and Sicily. In Greece (Kriakura sequence), higly siliciferous red limestones lie about 13 meters above thè level; these limestones contain Monotis sp. The Monotis genus is well-known to be eclusively Norian. It is difficult to establish a more precise dating for thè level. The detailed chronostratigraphy of thè Norian Halobia in fact is even less well - know than thè Carnian Halobia. To judge from knowledge todate, is should be a Lower Norian, or, at most, a Middle Norian level, according to thè zonal subdivisions suggested by Mojsisovics (in Mojsisovics, Waagen & Diener, 1895) and confirmed by Kummel (in Moore, 1957) (5). Halobia halorica in fact was assigned by Mojsi- sovics to thè Cyrtopleurites bicrenatus zone (Alaunic, Middle Norian), and Kittl found it in thè same zone. H. dilatata and H. simonyi, thè other two species of Kittl which I have considered synonyms of H. halorica, like H. insignis, have respectively an Upper Norian, and a Lower Norian, provenance, according to thè table on p. 215 of Kittl’s work (6). Mojsisovics (1896 a) further indicated a Middle Norian (Alaunic) age for thè Sicilian limestones containing H. insignis, H. sicula, and other species, on thè basis of ammonites found there at thè same stratigraphical height. At Madonna del Balzo (N. W. Sicily), thè level containing H. insignis - H. halorica is stratigra¬ phically located about 80 meters above a level containing a species not discovered by Gemmellaro (1882), which is probably Halobia salinarum Bronn. The former level is 10 meters below a H. norica level. H. salinarum was attributed by Mojsisovics to thè transitional beds between Carnian and Norian. Kittl however considers it Norian (Upper Norian in thè table on p. 215, op. cit.). e) Halobia norica level. This corresponds to thè H. sicula level in Scandone & de Capoa (1966) and Scandone (1967 b). Stratigraphically it is 8 meters above thè H. halorica level, and, along with H. norica, contains H. lineata (Mùnst.), already indicated by De Lorenzo and thè above-mentioned authors to be Halobia lucana De Lor. I had earlier indicated (Scandone & de Capoa, 1966) a Carnian age this level too, following Gem- mellaro’s dating (1882) for thè Sicilian Halobia limestones, whilst in Scandone (1967 b) I had attributed it hypothetically to thè Norian. Apart from its stratigraphical position overlying thè H. halorica level (which has proved to be Norian for thè reasons cited above) its Norian age seems to be confirmed by thè following points: — The species referred to, so far, as Halobia sicula turns out to be a synonym of H. norica Mojs., H. plicosa Mojs., H. amoena Mojs., and H. parasicula Kittl, all Norian species. — H. lucana, thè species found with it, turns out to be a synonym of H. lineata, which is also Norian. Mojsisovics (1896 a) and Gemmellaro (1904) recognized as Norian (Middle Norian, Alaunic, accor¬ ding to Mojsisovics) thè Sicilian Halobia limestonebeds, which contain H. sicula and other species, on thè basis of thè cephalopods which exist at thè same stratigraphical height. — At Madonna del Balzo in Sicily I have found thè level containing H. sicula = H. norica at a stratigraphical distance from thè level with H. insignis = H. halorica, which is thè same as that seen in thè Lucanian cherty limestones. So in this locality, too, thè H. norica level turns out to be necessarily Norian, once thè Norian dating for thè underlying level is admitted. In Jugoslavia H. norica is found in several localities of Southern Dalmatia, about 10 meters stratigraphically above thè level containing H. halorica and H. cfr. partschi which is lithologically (5) With regard to thè zonal subdivisions of thè Norie indicated by Mojsisovics, Kummel adds only thè Discophyllites patens zone at thè bottom of thè stage. (6) Kittl subdivides thè Norie into Lower and Upper; thè Lower includes thè Cyrtopleurites bicrenatus zone, too, which Mojsisovics attributed to thè Middle Norie. — 6 — identical to thè Lucanian level just described. Here too it is to be concluded that thè species lies above a Norian level stratigraphically. With this level too, it is impossible to determine its age more exactly, except in hypothetical terms. In fact thè various authors disagree considerably over a dating of H. norica (and thè species which I consider synonymous) and for H. lineata. However, if we take account of: a) thè proposed Middle Norian age of thè underlying H. halorica level; b) Mojsisovics’ attribution of thè layers of thè Sicilian Halohia limestones, which contain H. insignis = H. halorica and H. sicula = H. norica, to thè Middle Norian (Alaunic) on thè basis of thè cephalopods associated with them; c) thè similarity between thè Lucanian and thè Sicilian H. norica levels, and their equidi- stance from thè H. halorica level, perhaps we can hypothetically attribute this level too to thè Middle Norian. To sum up, thè sequences of cherty limestones of thè Pignola- Abriola and Armizzone facies can be easily correlated with regard to all three biostratigraphical levels distinguishable in them. On thè other hand, it is more difficult to correlate thè cherty limestones sequence of thè Lagonegro-Sasso di Castalda facies with thè first two: thè H. superba levels of these two in fact do not correspond chronostratigraphically with that of thè third facies, for thè reasons given above. Perhaps thè cherty limestone sequence of thè third facies can be correlated with thè first two at thè hight of level a); on thè other hand, whilst thè H. cfr. cassiana level of thè cherty lime¬ stones of thè Pignola - Abriola facies and H. styriacalevel of thè cherty limestones of thè Armizzone facies can be attributed to thè Cordevolic (Lower Carnian) fairly securely, because of their slight stra- tigraphical distance from thè Daonella lommeli level of thè Longobard (Upper Ladinian), it is impos¬ sible to establish whether thè H. styriaca level of thè cherty limestones of thè Lagonegro-Sasso di Castalda facies is of Lower, or Middle, Carnian age, because no chronostratigraphically significant levels are known below it. In Piate I, I have therefore assigned it a doubt fui correlation with thè first two. A point of correlation between thè cherty limestones of thè Pignola- Abriola facies and of thè Lagonegro-Sasso di Castalda facies might consist in thè existence of Halobia sp. 2 in both; in thè cherty limestones of thè former facies a young specimen of H. charlyana? is also found. In this case thè H. austriaca and H. superba levels of thè cherty limestones of thè Pignola - Abriola facies would cor¬ respond chronostratigraphically to, or would be very slightly older than, thè H. charlyana level of thè cherty limestones of thè Lagonegro-Sasso di Castalda facies. Presumably an Upper Carnian (Tuvalic) age would thus be confirmed for it. Present knowledge, however, does not allow me to make more of this than a hypothesis which can be confirmed or destroyed in thè future by thè palaentological- stratigraphical data. Paleontology. The following species are described and discussed: Daonella ( Enteropleura ) boeckhi Mojs. (p. 43, piate III figs. 5-6). » ( Daonella ) bassanii De Lor. (p. 44, pi. VII figs. 1-9). » » lommeli (Wissm.) (p. 46, pi. V figs. 1-18). » » taramellii Mojs. (p. 49, pi. II figs. 1-7; pi. Ili figs. .9-10) * » tommasii Phil. (p. 53, pi. VI figs. 3-14). » » udvariensis Kittl (p. 56, pi. IV figs. 1-10). » » cfr. badiotica Mojs. (p. 58, pi. Ili fig. 4). » » cfr. lenticularis Gemm. (p. 60, pi. Vili figs. 1-5). » » cfr. tyrolensis Mojs. (p. 62, pi. Ili figs. 1-3). » » sp. (p. 63, pi. Ili figs. 7-8). Halobia austriaca Mojs. (p. 64, pi. XII figs 1-12; pi. XIII figs. 1-13). » » charlyana Mojs. (p. 69, pi. XVI figs. 1-21). » » halorica Mojs. (p. 73, pi. XVII figs. 1-22). » » lineata (Munst.) (p. 83, pi. XIX figs. 1-11). » » norica Mojs. (p. 87, pi. XVIII figs. 1-13, 1544). » » styriaca (Mojs.) (p. 95, pi. IX figs. 1-10; pi. X figs. 1-8). » » superba Mojs. (p. 104, pi. XIV figs. 1-12; pi. XV figs. 1-20). » » cfr. cassiana (Mojs.) emend. Krumb. (p. Ili, pi. XI figs. 1-12). » » sp. 1 114, pi. XI figs. 13-21). » » sp. 2 116, pi. XVI figs. 22-29). In particular, thè following are considered to be synonyms of Halobia norica : H. amoena Mojs., H. plicosa Mojs., H. sicula Gemm., H. para sicula Kittl; synonyms of Halobia halorica: H. insignis Gemm., H. dilatata Kittl, H. simonyi Kittl; synonym of Halobia lineata : H. lucana De Lor. The palaeontological study also includes thè review of thè lucanian Halobiidae in thè De Lorenzo collection. 1. INTRODUZIONE. 1.1. PREMESSA. Nella situazione attuale, lo studio delle Halobiidae esige una revisione critica sia del gran numero di specie finora conosciute sia della loro posizione stratigrafica. Troppo spesso infatti si sono istituite nuove specie su pochi esemplari insoddisfacentemente con¬ servati, trascurando del tutto la variabilità intraspecifica e dandone descrizioni ed illu¬ strazioni insufficienti al loro riconoscimento. Si è inoltre spesso voluto forzare il valore stratigrafico delle specie di Halobia e Deco¬ rnila, limitandole strettamente ad un unico piano; è accaduto così che a forme estrema- mente simili a quelle già conosciute sono stati attribuiti nomi specifici nuovi solo perché la loro posizione stratigrafica era ritenuta, a torto o a ragione, differente. Se a ciò si ag¬ giunge l'insufficiente cura e l'approssimazione con cui sono state spesso eseguite le serie stratigrafiche contenenti Daonelle ed Halobie si capisce come si possa essere giunti all’at¬ tuale frammentazione delle specie ed all’estre¬ ma confusione di carattere sistematico e stratigrafico che ha portato studiosi come Cari Renz, che pure aveva per lunghi anni basato la stratigrafia delle serie pelagiche della Grecia sulle Halobiidae, a rinnegare il valore di diagnosi fondate principalmente sui caratteri dell’ornamentazione radiale e ad in¬ validare quindi gran parte delle specie prece¬ dentemente da lui stesso riconosciute in Gre¬ cia (Renz C., 1955, pp. 303-307). Che lo studioso di Halobiidae incontri no¬ tevoli difficoltà nel ricondurre le forme rac¬ colte sul terreno alle specie descritte e raffi¬ gurate dagli Autori è un fatto indubbiamente innegabile, già messo in evidenza da Diener (1912, pp. 283-284) (1); se però si tiene pre¬ sente che nella maggioranza dei casi Daonelle ed Halobie costituiscono nelle serie pelagiche l'unico dato paleontologico stratigraficamente significativo, ci si rende conto dell'importanza che una revisione critica dei due generi ri¬ veste. Il presente lavoro non pretende assoluta- mente di dire una parola definitiva sui pro¬ blemi enunciati: una revisione critica delle Halobiidae presuppone ben altre esperienze e conoscenze di quelle di chi scrive. Tuttavia si è cercato di impostare il lavoro in modo da eseguire il maggior numero di confronti pos¬ sibile sia con gli olotipi o con i topotipi delle specie istituite dagli Autori, sia con le serie stratigrafiche più vicine, da un punto di vista litologico e faunistico, a quelle lucane (Sicilia, Jugoslavia, Grecia) (2); si è inoltre cercato di condurre lo studio delle singole specie sul maggior numero di individui possibile, tenen¬ do conto non solo delle caratteristiche della ornamentazione radiale, che si è rivelata su¬ scettibile di una fortissima variabilità indivi¬ duale, ma complessivamente di tutti i carat¬ teri specifici rilevabili. (1) « .... .Il fatto che in seguito alla monografia di un genere il maggior numero degli esemplari apparte¬ nenti alla stessa località fossilifera a cui fino ad allora si era senza esitazione attribuito uno dei pochi nomi specifici in uso, viene reso specificamente indetermi¬ nabile, sfiora il paradosso, ma corrisponde perfetta¬ mente al fatto che mentre un piccolo numero selezio¬ nato degli esemplari meglio conservati di un mate¬ riale naturale molto piu numeroso va a costituire le basi effettive di quella monografia paleontologica, i caratteri distintivi ai fini della separazione della spe¬ cie sono molto spesso evidenti proprio solo in quegli esemplari scelti . ». (2) Le Halobiidae della Sicilia, Jugoslavia e Grecia saranno oggetto di un prossimo lavoro. — 8 — 1.2. NOTIZIE STORICHE. 1.2. 1. Sulla sistematica dei generi Daonella ed Halobia. L’istituzione del genere Halobia si deve a Bronn (1830), che ne diede la seguente dia¬ gnosi: Halobia : « Testa bivalvis, inaequilatera, obli¬ que ovata, radiata, ambone parum protube- rante, excentrico; appendice auricolare angu¬ sto, longitudinaliter convexo, intus concavo, in breviore marginis cardinalis latere. Dentes nulli. Fovea cardinalis nulla ? Impressiones musculares incognitae. Partes internae acces¬ sorie nullae », basandosi sull’unica specie al¬ lora nota, Halobia salinarum Bronn. Gli Autori successivi, fino alla fondamentale monografia del Mojsisovics del 1874, attribui¬ rono specie appartenenti a questo genere o al genere vicino Daonella, allora non ancora di¬ stinto, era ad Halobia, ora e più frequente¬ mente, a generi più o meno affini (Muen- ster in Goldfuss, 1833; Wissmann in Graf Muenster, 1841; Catullo, 1948; Mérian, 1853; Hoernes, 1855; Stoppani, 1858; Guembel, 1861; Schafhautl, 1863; Benecke, 1868, per le Alpi; Zittel, 1863; Gabb, 1864; Lindstròm, 1865; Salter, 1865; Seebach, 1866; Peters, 1867, per regioni extralpine). Nel 1874 Mojsisovics pubblicò la sua mono¬ grafia sui lamellibranchi triassici Daonella ed Halobia, d’importanza fondamentale non solo per la conoscenza del Trias alpino ma anche per la stratigrafia delle serie pelagiche di tutto il mondo, malgrado gli errori di carattere stra¬ tigrafico in cui egli incorse e la confusione che ne derivò e di cui si risentono ancora oggi le conseguenze. In essa l'Autore riconosce resi¬ stenza di « un particolare genere, intermedio tra Posidonomya ed Halobia » (3), cui dà il nome di Daonella dal nome della Val Daone, <- un eccellente località di rinvenimento di Dao- (3) Nel citare frasi di Autori stranieri ho preferito darne la traduzione italiana per conferire al testo una maggiore scorrevolezza e facilitarne una più imme¬ diata comprensione. Le frasi contenute tra virgolette ed in corsivo sono quindi la traduzione italiana, più letteraria possibile, di quelle originali dei diversi Au¬ tori citati. nella lommeli »; mette inoltre in evidenza i probabili rapporti di discendenza diretta tra i generi Posidonomya, Daonella ed Halobia, ed istituisce un gran numero di specie apparte¬ nenti ai due ultimi generi, definendole rigoro¬ samente e collocandole in orizzonti stratigra¬ fici precisi in base alla loro associazione con Ammoniti. I due generi vengono così caratterizzati: Daonella v. Mojsisovics: « Conchiglia bival¬ ve della famiglia delle Aviculaceae, senza aper¬ tura bissale, inequilaterale, arrotondata ante¬ riormente e posteriormente, equivalve ; umbo- ne quasi centrale, non sovrastante il margine cardinale molto lungo e diritto; senza orec¬ chietta; guscio interamente solcato da strie re¬ golari a tipo coste accrescentisi verso l’esterno ed irraggiantisi radialmente. Mancano fossette ligamentari e denti. Impronte muscolari non visibili. Deriva da Posidonomya, compare nel Mu- schelkalk inferiore ed arriva fino alla base del Carnico ». Halobia Bronn: « Conchiglia bivalve della famiglia delle Aviculaceae senza apertura bis¬ sale, inequilaterale, arrotondata anteriormente e posteriormente, equivalve; umbone pressoc- chè centrale, non o appena sovrastante il mar¬ gine cardinale molto lungo e diritto ; con una piccola orecchietta anteriore emisferica per tutta la lunghezza, più o meno concava inter¬ namente: guscio interamente solcato da strie re¬ golari a tipo coste accrescentisi verso l’esterno ed irraggiantisi radialmente. Mancano fossette ligamentari e denti. Impronte muscolari non visibili. Deriva da Daonella, comincia nel Norico ed arriva fino agli strati superiori del Carnico ». Mojsisovics distingue inoltre, all'interno dei due generi, gruppi di specie morfologicamente simili, ipotizzando anche le relazioni filogene¬ tiche all’interno dei gruppi stessi e fra di essi. L’interpretazione filogenetica risulta però vi¬ ziata alla base dal fatto che le specie delle Alpi orientali (« provincia juvavica ») da Mojsiso- vics ritenute più antiche, cioè quelle del « Mo- risch » di questo Autore, ( = Ladinico p. p.), ri¬ sultarono in seguito essere le più giovani (appartenenti cioè al Norico sec. Bittner e gli Autori successivi) (4). (4) V. nota 17 a p. 18. — 9 — Nel 1892 Rothpletz, in un lavoro sul Per¬ miano, Trias e Giurassico delle isole di Timor e Rotti, ritiene ingiustificata la separazione del genere Daonella da Halobia, e porta a soste¬ gno di ciò la presenza, in alcune specie di Daonella (tra cui alcune più tardi riconosciute da altri Autori come effettivamente apparte¬ nenti ad Halobia), di una regione subcardinale anteriore auricoliforme, che egli ritiene equi¬ valente all’orecchietta di Halobia. Invalida per¬ ciò il genere Daonella, e così si esprime a pro¬ posito di Halobia: « Caratterizziamo il genere Halobia per il margine cardinale lungo, privo di denti e di fossetta ligamentare, per lo stretto e lungo legamento interno, per l’ orecchietta anteriore più o meno sviluppata, stretta e mai incisa, per i solchi radiali del guscio e per il guscio equivalve, cosicché tutte le specie di Halobia e Daonella finora descritte si possono riunire in questo genere ...... De Lorenzo, nel suo lavoro sui fossili del Trias medio di Lagonegro (1896 c), rifacendosi alle vedute di Rothpletz, attribuisce tutte le specie di Halobiidae presenti nel Lagonegrese al genere Halobia, comprendendovi anche quelle da lui stesso precedentemente classifi¬ cate come Daonella: « Spinto dalle osservazio¬ ni .... recentemente fatte da Rothpletz sulla possibile fusione dei due generi, ho voluto non solo esaminare di nuovo il materiale da me raccolto a Lagonegro, ma anche osservare al¬ cuni esemplari della tipica Daonella lommeli del Puflatsch am Schlern .... Tanto gli esem¬ plari di Halobia lommeli del Puflatsch, quanto le da me supposte Daonelle di Lagonegro han¬ no tutte nelle due valve un orecchietta imbu¬ tiforme, più o meno sviluppata .... Per le su esposte ragioni abolisco, seguendo l’esempio di Rothpletz, il genere Daonella e tutte le forme qui appresso descritte riferisco indistin¬ tamente al genere Halobia, caratterizzato da conchiglia equivalve a valve inequilaterali, per¬ corse da numerosi solchi radiali, con una sot¬ tile orecchietta anteriore, più o meno distinta, area liscia posteriore e margine cardinale lungo e diritto, senza cerniera e con probabile solco ligamentare ». Parecchi altri Autori (Salomon, 1895; Sca- lia, 1910, ed altri) si rifanno alle vedute di Rothpletz. Bittner (1899 b) contraddicendo l'opinione di Rothpletz, riconosce la validità del genere Daonella, e definisce correttamente, differen¬ ziandole tra loro, l’area auricoliforme anteriore presente in alcune Daonelle e la vera orec¬ chietta di tipo Halobia. Egli modifica le dia¬ gnosi di Mojsjsovics come segue: « Per Daonella, la caratteristica, piuttosto che l’assenza di orecchietta, potrebbe essere: senza orecchietta distintamente definita, con orecchietta molto incompletamente sviluppata o meglio, con piccola area auricoliforme, non prominente rispetto alla circostante regione del guscio, non suddivisa, sprovvista di area marginale e di solco bissale; e la caratteristica di Halobia; con orecchietta anteriore netta¬ mente distinta, prominente sulla superficie del guscio, di forma semiconica, suddivisa da sol¬ chi radiali, spesso provvista di un vero solco bissale ». Nel 1903 Boehm avanza l'ipotesi che Halobia derivi da Aviculopecten, Daonella da Posido- nia, rigettando l’ipotesi di derivazione filoge¬ netica diretta di Halobia da Daonella ammessa dal Mojsisovics. Con la monografia di Kittl (1912) sulle Ha¬ lobiidae e Monotidae del Trias, il genere Dao¬ nella entra definitivamente a far parte della letteratura paleontologica. Questo Autore isti¬ tuisce, senza diagnosi, la famiglia delle Halo¬ biidae, comprensiva dei generi Halobia, Dao¬ nella, Enteropleura e Dipleurites, e precisa i rapporti di discendenza tra i primi due generi e Posidonia già ammessi da Mojsisovics: « . i tre generi Posidonia, Daonella, Halo¬ bia, in manifesta relazione filogenetica, dei quali il primo rappresenta il capostipite lon¬ gevo da cui è derivata nel Trias Daonella, dalla quale — monofil eticamente, o più probabil¬ mente polifìleticamente — si è evoluta Halo¬ bia ». Istituisce inoltre molte nuove specie, e ridescrive quelle fino ad allora istituite, dan¬ done la distribuzione geografica e stratigrafica. L’Autore non dà una nuova diagnosi di Dao¬ nella ed Halobia, ma si rifà a quelle di Bittner, proponendo di aggiungere alla definizione di Daonella: « senza lista interna » e « piuttosto inequilaterale »; e modifica quella di Halobia come segue: « con orecchietta al margine cardinale anteriore di forma generalmente semiconico-piana, ben delimitata inferior¬ mente da un solco; .raramente indivisa, essa appare più frequentemente suddivisa da un solco radiale ». Anche questo Autore suddi¬ vide i due generi in vari gruppi di specie in — 10 — base a criteri di affinità morfologiche. I ge¬ neri di nuova istituzione Enteropleura e Dipleurites vengono distinti in base alla pre¬ senza nel primo di una breve lista interna al guscio, irradiantesi posteriormente a par¬ tire dall’umbone e lunga circa 1/4 dell'altezza del guscio; nel secondo di « rilievi obliqui » ai due lati dell’umbone, che si spingono verso il centro del guscio. Diener (1923) riconosce, nel Fossilium Ca- talogus I, Pars 19: Lamellibranchiata triadica, la famiglia Halobiidae istituita da Kittl. Krumbeck (1924) descrive la fauna del Trias di Timor e Rotti nell'arcipelago india¬ no; in questo lavoro, fondamentale per la revisione critica da lui fatta di alcune specie di Halobia e per alcune osservazioni morfo¬ logiche ed ecologiche sui generi Halobia e Daonella, la diagnosi di questi ultimi suona come segue: Genere Daonella Mojs.: « guscio equivalve, prevalentemente di grandezza da media a pic¬ cola, da ovale-obliquo a tondeggiante, gene¬ ralmente poco convesso, molto sottile, ornato radialmente, con coste bipartite, mai con co¬ ste intercalate, con più o meno rughe concen¬ triche, per lo più inequilaterale. Umbone pic¬ colo, generalmente inflesso e prosogiro. Mar¬ gine cardinale esterno diritto, sotto cui vi sono talvolta aree marginali sottili e lisce. Manca orecchietta bissale. Legamento ester¬ no, posto su un’area ligamentare stretta, lun¬ ga, solcata longitudinalmente, delimitata dal margine cardinale interno diritto. Impronta muscolare unica subcentrale, con due liste- relle tangenziali convergenti verso l’umbo- ne, che compaiono come solchi sulla super¬ ficie del modello interno. Gregario, bentonico. Molte specie hanno distribuzione mondiale ». Genere Halobia Bronn: « guscio molto sot¬ tile, 15-20 micron, di grandezza media o pic¬ cola, trasversalmente ovale o rotondo, equi¬ valve, generalmente solo poco convesso, con più o meno rughe concentriche, generalmente inequilaterale. Coste radiali bipartite e sud¬ divise, mai intercalate, spesso flesse od ondu¬ late. Umbone piccolo, quasi sempre sporgente, fortemente arcuato, prosogiro, liscio, più ra¬ ramente ornato radialmente. Margine cardi¬ nale diritto. Al di sotto di questo, lista liga¬ mentare sporgente all'esterno ed area termi¬ nale piana. Orecchietta bassa, generalmente suddivisa dal basso verso l’alto in lobo (5) o solco bissale, parte terminale piana e lista marginale (= lista ligamentare). Parte poste¬ riore molto spesso dotata di area triangolare (« orecchietta posteriore ») liscia, non rara¬ mente convessa. Legamento debole, probabil¬ mente interno ad un solco molto stretto sotto il margine cardinale. Unica impronta del mu¬ scolo adduttore subcentrale, con due liste tangenziali convergenti verso l’umbone e vi¬ sibili come solchi sul modello interno. Im¬ pronta del muscolo anteriore molto piccola, presso l’umbone. Gregario, probabilmente fis¬ so. Dall’ Anisico superiore fino al Norico infe¬ riore. Molte specie hanno distribuzione mon¬ diale ». L’Autore invalida il genere Enteropleura Kittl, considerando la lista interna di que¬ st’ultimo omologa all’anteriore delle due liste muscolari interne da lui osservate in alcune Daonelle e ritenute presenti in tutte le specie di Daonella. Egli nega inoltre l'ipotesi filoge¬ netica di Boehm (Le.) e si rifà a quella di Kittl. Diener (1925, p. 26) definisce la famiglia Halobiidae, istituita da Kittl senza diagnosi. Nel 1927 Smith pubblica un lavoro sugli invertebrati marini del Trias superiore del¬ l’America settentrionale, in cui così definisce il genere Halobia : « Conchiglia aviculoide, sot¬ tile, compressa, inequilaterale, con umbone an¬ teriore al centro. Margine cardinale lungo e diritto, privo di denti ; equivalve, arrotondata anteriormente e posteriormente; senza fessura bissale; orecchietta anteriore alquanto diffe¬ renziata dal resto del guscio, separata da un solco; superfìcie del guscio ornata da nette coste radiali, generalmente fascicolate ed ac- crescentisi in numero per bipartizione ed in¬ tercalazione. Halobia si distingue da Daonella Mojs. per differenziazione dell’ orecchietta an¬ teriore e senza alcun dubbio si trasforma gra¬ dualmente a partire da questo genere ... ». Dechaseaux in Piveteau (voi. 2, 1952) con¬ sidera Daonella ed Halobia come sottogeneri del genere Monotis, attribuito alla famiglia Pteriidae Meck (= Aviculidae Lamarck). Anche in Mùller (1958) Daonella ed Halobia risultano sottogeneri di Monotis. (5) Ho tradotto con questo termine quello tedesco « wulst » che si riferisce alla porzione convessa del¬ l’orecchietta di Halobia. — 11 — Marwick (1953) attribuisce i due generi alla famiglia Pteriidae, e li definisce come segue: Genere Daonella Mojs.: « Guscio molto sot¬ tile, equivalve, semicircolare, leggermente con¬ vesso; umbone poco sviluppato, in posizione da mediana ad anteriore fino ad 1/3. Ornamen- cazione costituita da sottili coste radiali e da rughe concentriche giovanili, ambedue in ne¬ gativo sul lato interno del guscio. Orecchietta anteriore e solco non definiti ». Genere Halobia Bronn: « Guscio molto sot¬ tile, equivalve, semicircolare, leggermente con¬ vesso; umbone poco sviluppato, all’incirca me¬ diano. Ornamentazione costituita da sottili co¬ ste radiali e da pieghe concentriche giovanili, in negativo sul lato interno del guscio. Orec¬ chietta anteriore e solco bissale definiti ». Nel 1958 Ichikawa, in un lavoro sulla filo¬ genesi e la revisione sistematica della famiglia Pteriidae, emenda la famiglia Halobiidae Die- ner, dandone la seguente diagnosi: « Guscio posidoniiforme o semicircolare, sot¬ tile, equivalve, piano-convesso, più o meno ine- quilaterale e ornato radialmente, con margine cardinale diritto, con umbone centrale o ante¬ riore, più o meno prosogiro, appena sporgente; senza denti cardinali e fossetta ligamentare, senza solco bissale od orecchietta del tipo Pteria o Aviculopecten ». L’Autore individua le differenze tra questa famiglia e quella delle Pteriidae s.s., cui Halo¬ bia e Daonella furono spesso attribuite, nel guscio equivale senza espansioni aliformi, nella mancanza di solco bissale e di orecchietta bissale di tipo Pteria, nella mancanza di fos¬ setta ligamentare e di denti cardinali, nel lega¬ mento mai di tipo alivinculare. Egli riconosce la discendenza diretta, già messa in evidenza da Mojsisovics e Kittl (1. c.), delle Halobiidae dalle Posidoniidae, considerandola polifiletica; divide inoltre la famiglia nelle due sottofami¬ glie Halobiinae ed Aulacomyellinae, la prima comprendente i generi triassici Halobia e Dao¬ nella, la seconda i generi giurassico-cretacici Aulacomyella Furlani, Posidonotis Losacco, « Diotis » Simonelli, Didymotis Gerhardt, Pseudodidymotis Gillet. Il carattere distinti¬ vo tra le due sottofamiglie viene indicato nella differente modalità di moltiplicazione delle co¬ ste, nella prima per suddivisione, nella seconda per intercalazione. Il genere Daonella viene a sua volta suddiviso in tre sottogeneri, Daonella .Mojs., Enteropleura Kittl, Veldidenella Alma. La diagnosi di Daonella data da Ichikawa, modificata da quella di Krumbeck, è la seguen¬ te: « guscio equivalve, di dimensioni general¬ mente da medie a piccole, da obliquamente ovale a rotondo; solitamente poco convesso, molto sottile, con ornamentazione radiale, con coste suddivise, mai con coste intercalate, più o meno percorso da rughe concentriche, per lo più inequilaterale, margine dorsale del guscio diritto. Umbone piccolo, per lo più ricurvo e prosogiro. Manca sia V orecchietta bissale che l’orecchietta caratteristica delle Halobie. Lega¬ mento esterno su un’area ligamentare stretta, lunga, striata longitudinalmente, limitata dal margine cardinale posteriore diritto. Manca la fossetta ligamentare. Unica impronta musco¬ lare subcentrale, con due listerelle tangenziali convergenti verso l’umbone, che appaiono co¬ me solchi nel modello interno ». Per la diagno¬ si di Halobia l’Autore rimanda a Kittl ed a Krumbeck. Il genere Dipleurites Kittl, viene considerato quale sinonimo di Daonella-, il ge¬ nere Enteropleura Kittl, abbassato al rango di sottogenere, è comprensivo secondo Ichi- kawa di tutte le Daonelle con ornamentazione radiale poco sviluppata (gruppo delle Daonelle posidonoidi di Kittl) e probabilmente anche di alcune specie considerate come Posidonia. D’accordo con Krumbeck, l’Autore non rico¬ nosce invece quale carattere diagnostico di En¬ teropleura la presenza della lista obliqua in¬ terna. Veldidenella, istituito da Alma (1926) come genere a sé, viene considerato da Ichi- kawa tutt’al più come sottogenere di Daonella. Nel 1968 Rieber, in un lavoro sulle relazioni filogenetiche interspecifiche nel gruppo di Daonella elongata, fonda la sua diagnosi delle specie non più solo sulle caratteristiche dell'or- namentazione radiale, di cui dimostra la forte variabilità nell'ambito delle specie da lui stu¬ diate, ma sul contorno del guscio nei succes¬ sivi studi di sviluppo e nell'adulto. 1.2.2. Sulla morfologia e l'ecologia di Dao¬ nella ed Halobia. Osservazioni sulla posizione ed il tipo di legamento, sulla presenza di impronte musco¬ lari, sulla funzione dell'orecchietta e sulla pre¬ senza o meno di bisso in Daonella ed Halobia, così come cenni di interpretazioni ecologiche, — li¬ si trovano sparsi qua e là nelle opere dei di¬ versi Autori. Le interpretazioni sono spesso contraddittorie per la scarsezza dei dati a di¬ sposizione; ritengo utile esporle qui breve¬ mente. Nel 1858 Stoppami, nella sua descrizione di Posidonomya moussoni, descrive in questa specie un « margine cardinale lineare, con una fossetta lineare, molto lunga e molto stretta, per il legamento ». Il primo Autore ad avanzare un’ipotesi sul modo di vita di Halobia è Rothpletz (1892), secondo cui la cavità anteriore determinata dall’unione delle orecchiette delle due valve doveva servire al passaggio dei filamenti bis¬ sali, mediante cui « le valve. . . dovevano essere in vita saldamente attaccate come i Mitili ». Ammettendo l’Autore la presenza dell’orec¬ chietta anche nel genere Daonella, da lui per¬ ciò, come si è già detto, invalidato, la sua in¬ terpretazione ecologica si riferisce a tutte le specie di Halobia e di Daonella a quel tempo note. Egli ammette inoltre la presenza di uno « stretto e lungo legamento interno », senza precisarne ulteriormente la posizione, e descri¬ ve la struttura del guscio, di spessore variabile tra 6 e 60 micron, costituito da uno strato esterno prismatico più sottile, facilmente di- struggibile, separato dal sottostante strato lamellare da una linea scura. De Lorenzo (1894 b, p. 33) accenna bre¬ vemente, a proposito della presenza di Daonelle ed Halobie nei calcari di scogliera del Lagonegrese, al fatto che « senza dubbio si sono fossilizzate in situ, non essendo possi¬ bile ammettere il rimaneggiamento di gusci così delicati come quelli delle Daonelle e delle Halobie, quando essi sono perfettamente con¬ servati ». La stesso Autore (1896 b), seguendo le ve¬ dute di Rothpletz, riconosce, come si è detto, la presenza di orecchietta anche in Daonella , e così la descrive: «... un orecchietta imbuti¬ forme, più o meno sviluppata, aprentesi verso l’innanzi, per dar probabilmente passaggio ai fili del bisso, e limitata verso il margine car¬ dinale da un sottile solco marginale interno, in cui forse giaceva il ligamento ». Bittner (1899 b), nel discutere l’opportunità di mantenere separato il genere Daonella da Halobia, definisce le differenze tra l’area auri- coliforme anteriore presente in alcune specie di Daonella e la vera orecchietta di Halobia ; egli descrive la prima come « un’area ristretta, priva di coste e solchi . . . alquanto concava o depressa, contornata lungo il margine cardi¬ nale da un bordo distinto, a partire dal quale il margine esterno del guscio s’incurva forte¬ mente, o forse ciò si verifica durante la fossi¬ lizzazione ». Essa non è suddivisa, non è sa¬ liente sulla superficie del guscio ed è priva di lista marginale; le strie di accrescimento vi decorrono senza flettersi. Al contrario, l'orec¬ chietta di Halobia è, secondo Bittner, « più o meno fortemente saliente rispetto alla adia¬ cente regione del guscio, nettamente distinta da quest’ultimo ed assume la forma di un semicono. Essa è spesso accompagnata da una lista marginale, ed è quasi sempre suddivisa da solchi radiali in almeno due porzioni, di cui la interna corrisponde spesso al solco bissale, come può rilevarsi dalle strie di accrescimento dirette verso l’interno ». Anche questo Autore ritiene probabile la presenza di un legamento interno, allogato nella cavità formata dal cur¬ varsi del margine cardinale di ua valva verso quello dell'altra valva. Tornquist (1899 a) afferma di aver osservato in Daonella paucicostata « posteriormente al- l’umbone. . . una parte del guscio alquanto ispessita e rettilinea che porta il legamento ». Wanner (1907) rileva che l’ammissione della presenza di un legamento interno da parte de¬ gli Autori precedenti si fonda « non sulla reale osservazione dell'area ligamentare, ma sul tipo di ornamentazione della superficie del guscio al margine cardinale ». Egli descrive in due valve di Daonella indica « al margine cardinale al di sotto dell'umbone una stretta lista larga circa 1 mm. perpendicolare alla superficie del guscio. Essa porta solchi ligamentari paralleli al margine cardinale di cui due più profondi ed un gran numero più sottili, visibili solo con la lente d’ ingrandimento ». In base a questo carattere, da lui osservato anche in Posidonia, l’Autore giunge alla conclusione che Daonella e Posidonia « non erano in grado di chiudere le valve », e che la loro posizione naturale do¬ veva essere a valve completamente aperte; egli mette in relazione con questo ipotetico modo di vita il fatto che « i gusci di molte Daonelle si trovano nella roccia l’uno accanto all’altro completamente aperti ». Secondo l’Au¬ tore, le Daonelle dovevano spostarsi col movi- — 13 — mento delle valve, « similmente a Pecten jaco- baeus ». Per il genere Halobia, egli accetta la interpretazione di Rothpletz. Kittl (1912) nella sua descrizione di Baci¬ nella lommeli precisa ancora una volta la dif¬ ferenza tra l’area auricoliforme di Daonella e l’oiecchietta di Halobia, senza aggiungere mol¬ to a quanto già detto da Bittner (1. c.). Nella discussione dei generi egli mette anzi in dub¬ bio la presenza di un vero solco bissale di tipo Pecten in Halobia. A proposito del lega¬ mento scrive: « È sicuro che Daonella posse¬ deva un legamento lineare. In rari casi si tro¬ va un tipo rettangolare di area ligamentare posta al margine cardinale, il che sta ad indi¬ care una posizione esterna del legamento. Rothpletz ha descritto una Daonella lommeli nella cui parte interna si trova un solco liga¬ mentare. È discutibile se questo solco diritto fosse destinato al legamento. Non è molto probabile che Daonella abbia posseduto un legamento lineare esterno ed interno ... ». An¬ che per Halobia egli ammette un tale tipo di legamento, precisando che esso doveva essere molto debole, trovandosi le valve in gran quan¬ tità allo stato fossile, ma sempre singole, le destre separate dalle sinistre. Krumbeck (1924), rifacendosi al lavoro di Wanner (1907), conferma la presenza in Dao¬ nella indica di un’area ligamentare esterna striata logitudinalmente, ma precisa che tale area non è perpendicolare alla superficie del guscio, come affermato da Wanner, bensì obli¬ qua rispetto a questa; ciò gli permette di rite¬ nere non valida l'ipotesi di questo A., secondo cui Daonella sarebbe stata in vita incapace di chiudere le valve. Per la prima volta viene inoltre riconosciuta la presenza sia in Daonella sia in Halobia di un'impronta muscolare: « si tratta di una singola impronta muscolare, ova¬ le in altezza e un po’ obliqua, moderatamente grande, subcentrale, dai cui margini anteriore e posteriore si dipartono due liste tangenziali sottili convergenti all’incirca in direzione del- l’umbone, ma terminanti a metà strada. Di queste la posteriore, più debole, ha decorso radiale, mentre l’anteriore, proporzionalmente più forte, ha decorso obliquo. La lunghezza della lista anteriore ammonta all’incirca alla quarta parte dell’altezza del guscio. Evidente¬ mente queste liste servivano a rinforzo del punto del guscio, già di per se non particolar¬ mente resistente, fortemente sollecitato dalla contrazione del muscolo ». In base alla presen¬ za di queste liste l’Autore invalida, come si è detto, il genere Enteropleura Kittl. In Halobia Krumbeck riconosce, oltre all'impronta musco¬ lare subcentrale, anche l’impronta del muscolo anteriore: « una seconda impronta molto pic¬ cola, ugualmente ovale allungata ed obliqua, si trova nelle vicinanze dell’umbone, presso l’origine della parte convessa dell’ orecchietta. Essa è fornita apparentemente solo di una lista di rinforzo che inizia al margine posteriore e corre obliquamente verso l’alto. Io la conside¬ ro come l’impronta del muscolo del piede e contemporaneamente bissale a causa della sua posizione all’uscita del canale formato dalla parte convessa dell’ orecchietta internamente cava ». L’Autore descrive inoltre l’orecchietta di Halobia, in cui riconosce una evidente suddi¬ visione in tre parti: una parte convessa (« wulst ») relativamente grande, generalmente comprendente almeno la metà inferiore; una parte piana; una lista marginale molto sottile, che considera come lista ligamentare «... poi¬ ché nel suo interno era probabilmente attac¬ cato il legamento, debole ». Egli contraddice l’affermazione di Kittl (1912, p. 30), secondo cui « in Halobia la curvatura (sulla parte con¬ vessa dell'orecchietta) delle strie di accresci¬ mento corrisponde solo in rarissimi casi al solco bissale », attribuendo la mancata osser¬ vazione di tale solco all’imperfetto stato di conservazione. Quanto al legamento in Halo¬ bia, Krumbeck lo considera interno, basandosi sulla presenza all’interno del guscio di « . . . un sottile solco longitudinale, immediatamente al di sotto del margine cardinale anteriore e po¬ steriore, che corrisponde alla lista ligamentare (= lista marginale ) esterna. Probabilmente lo si può considerare come supporto del lega¬ mento, che a valve chiuse era limitato verso l’alto dei margini cardinali accostati, verso il basso posteriormente dalle due aree margina¬ li . . ., anteriormente delle orecchiette anteriori, a queste corrispondenti ». Mentre per Daonella viene ammesso un tipo di vita libero, per Halobia vengono avan¬ zate in questo lavoro tre ipotesi: tipo di vita planctonico; pseudoplanctonico; bentonico. Krumbeck rifiuta la prima per la man¬ canza di qualsiasi traccia di organi che po¬ tessero favorire la sospensione dei gusci in seno alle acque, per l'impossibilità delle valve — 14 — ad aprirsi secondo un piano, ciò che avrebbe facilitato la loro sospensione, e per la presenza dei filamenti bissali, da lui ammessa in con¬ cordanza con Rothpletz (l.c.); scarta anche la seconda ipotesi, in base alla considerazione che non ci è rimasta alcuna traccia degli orga¬ nismi, animali o vegetali, a cui le Halobie sa¬ rebbero state sospese durante la loro vita, facendo notare che anche nel caso di organi¬ smi privi di strutture suscettibili di fossilizza¬ zione nei sedimenti si sarebbero dovute tro¬ vare tracce di trasformazioni chimiche causate dalla loro decomposizione organica. Ritiene invece più probabile che le Halobie avessero habitat bentonico per la presenza di una or¬ namentazione a coste «... che indica inequi¬ vocabilmente. . . una vita sul fondo di mari non molto profondi » e per l'interdipendenza da lui ammessa tra specie di Halobie e roccia madre. A tale proposito egli mette in evidenza come in sedimenti di tipo pelagico siano pre¬ senti un gran numero di specie di Halobia, mentre in sedimenti di tipo costiero (arenarie, argille ecc.) si trovino poche specie ben diffe¬ renziate, spesso fossilizzate a valve unite, il che indicherebbe la presenza di un forte lega¬ mento. L’Autore osserva ancora come, nel pas¬ saggio dalle forme di Daonella libere alle for¬ me di Halobia fisse, si sia dovuta verificare la migrazione del legamento dall’esterno all'inter¬ no del guscio e la contemporanea comparsa dell’organo bissale. Smith (1907, p. 113) nella sua diagnosi di Halobia nega la presenza in questo genere di una fessura bissale. Marwick (1953) dà invece come differenza tra Daonella ed Halobia la presenza, in que- st’ultima, di « orecchietta anteriore e fessura bissale definite ». Ichikawa (1958) afferma che « nelle Halobii- dae il legamento può essere alquanto variabile secondo i generi, ma è in ogni caso non alivin- culare ». Circa la posizione esterna o interna del legamento, accetta le vedute di Krum- beck (1924). Kobayashi & Tokuyama (1959 a) osservano che le valve di Daonella si trovano nella mag¬ gioranza dei casi separate luna dall'altra, ma intere; esse giacciono spesso con la parte con¬ vessa rivolta verso l’alto, ma non è rara la orientazione inversa; spesso i gusci sono iso- rientati. Gli Autori mettono ancora in evidenza come spesso si trovino solo gusci piccoli, che non sono forme nane, ma stadi immaturi, e come, al contrario, quando siano presenti gu¬ sci adulti, manchino frequentemente gli stadi giovanili. Essi avanzano l’ipotesi che tale fatto sia in relazione con il periodo di riproduzione, o che i gusci siano stati selezionati dalle cor¬ renti. Poiché i gusci di Daonella, per quanto sottili, sono integri, essi ne deducono che «... il loro habitat si suppone fosse un fondo tranquillo di moderata profondità, sebbene almeno sporadicamente agitato da correnti o dalle onde, in base all’ osservazione che le due valve sono per lo più separate l’una dall’altra e molti gusci hanno un orientazione preferen¬ ziale ». Jefferies & Minton (1965), dopo accurata analisi delle facies e della morfologia funzio¬ nale di Bositra buchi (Ròmer) e « Posidonia » radiata Goldf., concludono per un tipo di vita nectoplanctonico delle due specie giurassiche, ed estendono le loro deduzioni anche ai generi affini, tra cui Daonella, Halobia e Monotis. Rieber (1968) osserva invece, a proposito delle Daonelle della « Grenzbitumenzone », che i loro gusci, estremamente sottili, sono perfet¬ tamente conservati, per cui si può escludere un loro trasporto dopo la morte da parte delle correnti, il che è confermato anche dalla man¬ canza di una selezione delle dimensioni dei gusci. L’Autore osserva però che, pur mancan¬ do questa selezione, i gusci delle Daonelle si trovano generalmente capovolti ed a valve separate. L'ipotesi di un habitat fossorio e di una rimozione dei gusci dal sedimento dopo la morte da parte delle correnti viene respinta per l'assenza di qualsiasi traccia di correnti di fondo. Anche la possibilità di un modo di vita bentonico viene ritenuta improbabile, oltre che per la mancanza di qualsiasi ti accia di benthos, il che indicherebbe povertà o man¬ canza di ossigeno negli strati d’acqua più pro¬ fondi, anche per il fatto che gli individui fossilizzatisi con ambedue le valve non solo sono molto rari, ma mostrano anche le due valve aperte. L'Autore propende quindi per un modo di vita pseudoplanctonico: « . . . i gu¬ sci erano probabilmente fissati mediante il bisso a piante galleggianti o simili e cadevano poi dopo la morte sul fondo del mare ». Il fatto che le valve si trovino generalmente capovolte e separate sarebbe dovuto all’azione di correnti tanto lievi da non aver lasciato traccia nei sedimenti. — 15 — 1.2.3. Sulle serie ad Halobiidae della Luca¬ nia e della Sicilia settentrionale (6). 1. 2. 3. 1. Lucania (7). 1 primi studi di De Lorenzo (1892 a, b) sulla serie calcareo-silico-marnosa distinguono nel Lagonegrese una serie triassica, rappresentata dal basso verso l'alto da: a) calcari dolomitici con Diplopora annu¬ iate Schafh. e Posidonomya wengensis Wissm.; b) calcari con liste e noduli di selce, con Halobia sicula Gemm. e Posidonomya sp.; c) scisti silicei privi di fossili significativi; d) dolomie bianche farinose con Avicula exilis Stopp. I terreni a) venivano considerati dall'Autore come probabilmente corrispondenti alla zona a Trachyceras archelaus e a Daonella lommeli; i terreni b) come rappresentanti forse nella parte bassa la zona a Trachyceras aon, e per la restante parte sicuramente la zona a Tra¬ chyceras aonoides in base alla loro identità di facies con i calcari ad Halobia della Sicilia, studiati da Gemmellaro (1882). In un lavoro successivo lo stesso Autore (1892 c, p. 37), descrivendo più dettagliata- mente la serie, considera i terreni a) come scogliere organogene, eteropiche della parte inferiore dei calcari con liste e noduli di selce, e li attribuisce quindi alla zona a Trachyceras aon. L’età della parte alta dei calcari con selce rimane invariata, mentre gli scisti silicei ven¬ gono considerati in parte camici, in parte norici (piano Juvavico di Mojsisovics). In studi successivi De Lorenzo (1894 b, 1895 a) modifica ancora le sue vedute circa i rapporti tra i terreni b) e c) e le scogliere; queste ultime vengono interpretate come ete- (6) Poiché in seguito farò ripetutamente riferi¬ mento alla stratigrafia del trias pelagico siciliano, che presenta notevoli affinità faunistiche con quello lucano, ho ritenuto utile fornire sinteticamente cen¬ ni storici anche sui calcari ad Halobie della Sicilia, alla cui storia cronostratigrafica è strettamente con¬ nessa quella dei calcari con selce lucani. (7) Vengono qui presi in considerazione solo i la¬ vori, di carattere paleontologico o stratigrafico, ri¬ guardanti strettamente le formazioni triassiche lucane contenenti Daonelle o Halobie; per informazioni più ampie sulla serie calcareo-silico-marnosa si rimanda a Scandone, 1967 b. Topiche degli scisti silicei (8) (1894 b) e poi ancora come parzialmente eteropiche dei cal¬ cari con selce (1895 a). In base principalmente alla fauna contenuta nelle scogliere, i terreni a) b) e c) vengono attribuiti al gruppo ladi- nico di Bittner, comprendente, come noto, il Ladinico s.s. ed il S. Cassiano. Nel 1894 Baldacci e Viola segnalano la pre¬ senza delle scogliere, dei calcari con liste e noduli di selce e degli scisti silicei in gran parte della Lucania, ed estendono ai nuovi affioramenti le conclusioni di De Lorenzo per il Trias del Lagonegrese. Mojsisovics (1895), basandosi sulla fauna ad ammoniti delle scogliere fornitagli dallo stes¬ so De Lorenzo, attribuisce invece il Trias del Lagonegrese alla zona a Trachyceras archelaus. De Lorenzo (1895 b) risponde con una nota in tedesco, in cui ribadisce la sua attribuzione cronologica. Tra i due Autori si sviluppa una violenta polemica, che non verrà risolta: il Mojsisovics, forte delle indicazioni cronologiche fornitegli dalla fauna ad ammoniti delle scogliere di Lagonegro, sosterrà ancora la loro età ladinica (1896 a) e l’impossibilità di una loro eteropia con i calcari con selce, contenenti una fauna ad Halobie del Carnico-Norico (9); De Loren¬ zo (1896 a), basandosi sulle osservazioni di campagna, continuerà ad affermare l’eteropia tra le scogliere, gli « scisti silicei » e parte dei calcari con selce, e ad indicare per i tre terreni un'età ladinica. Nello stesso anno quest’ultimo Autore pub¬ blica una fondamentale opera di sintesi sul- l’Appennino meridionale (1896 b) e descrive le faune delle scogliere e dei calcari con selce (1896 c). In Lucania le Halobie non saranno più rin¬ venute fino agli studi di Ricchetti e di Scan¬ done (1961). (8) Gli « scisti silicei » di cui De Lorenzo riteneva eteropiche le scogliere sono stati più tardi ricono¬ sciuti da Scandone (1964 a, 1965) come facenti parte di una nuova formazione, stratigraficamente sotto¬ stante ai calcari con selce e comprendente anche le scogliere (Formazione di M. Facito). (9) « Se dunque i calcari ad Halobia della Sicilia corrispondono del tutto, come assicura De Lorenzo, ai calcari ad Halobia di Lagonegro, l’apparente con¬ nessione di questi ultimi con i calcari di scogliera, più antichi, dovrebbe essere spiegata a Lagonegro mediante complicazioni tettoniche, che sarebbe un’o¬ pera meritoria chiarire in dettaglio ». — 16 — Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica), ri¬ mettendo in discussione la contraddizione di carattere paleontologico già rilevata da Moj- sisovics, accetta la successione stratigra¬ fica e la interpretazione di De Lorenzo, ma afferma che « non resta che accettare il fatto che i due complessi calcarei (i calcari ad Ha- lobia della Sicilia e della Lucania) sono di età diversa ». L'Autore mette però in evidenza come, in tal caso, le specie di Halohia comuni alla Sicilia ed alla Lucania dovrebbero essersi estese, immutate, dal Ladinico al Norico in¬ feriore: « Le Halobie non sono certamente strettamente limitate ad un livello, nondimeno costituiscono caratteristici fossili guida . , e perciò è molto difficile che Halobia sicula abbia attraversato immutata almeno tre piani ( Ladinico-Carnico-Norico inferiore). Forse pe¬ rò la forma di Lagonegro è solo una specie vi¬ cina ad Halobia sicula ». Galdieri (1907, 1908) riconosce a Giffoni (Monti Picentini, Salerno) una serie continua ladinico-carnico-norica costituita dal basso ver¬ so l’alto da: a) calcari con liste e noduli di selce, con¬ tenenti una specie di Halobia attribuita dal¬ l'Autore ad Halobia sicula Gemm.; b) calcari scuri siliciferi; c) scisti argilloso-marnoso-silicei; d) dolomia massiccia a Sphaerocodium; e) scisti marnoso-calcarei, contenenti una ricca fauna nana a lamellibranchi, gasteropodi, cefalopodi e costituiti nella parte bassa da cal¬ cari molto marnosi, nella parte alta da calcari scuri spesso reticolati; f) dolomie massicce a Megalodonti; g) dolomia stratificata scura; h) calcari dolomitici ittiolitiferi; i) dolomia stratificata chiara. I termini a), b) e c) della serie vengono dall'Autore attribuiti al Ladinico in base ad affinità di carattere litologico e stratigrafico con i calcari con liste e noduli di selce e con gli scisti silicei della serie calcareo-silico-marnosa lucana (10) ed alla considerazione che essi sot¬ tostanno a terreni con fauna del S. Cassiano, (termine e della serie), con interposizione di (10) Il Ladinico viene però qui considerato non come « gruppo ladinico di Bittner » come l’intendeva De Lorenzo (1895 a), ma come comprensivo dei soli strati di Buchenstein e di Wengen. una potente pila di strati (11). I termini d) ed e) sono considerati come appartenenti al S. Cassiano-Raibl e quelli f)-i) al Norico in base alle faune contenutevi. Kittl (1912, p.201) riaccenna brevemente alla contraddizione circa l'attribuzione cronolo¬ gica tra i calcari della Sicilia e quelli della Lucania, ma non fornisce interpretazioni proprie. Nicosia & Tilia (1960) segnalano a Campa¬ gna in provincia di Salerno un « affioramento di marne color nocciola scuro » (12) contenenti una fauna triassica comprendente, oltre ad aptici e probabili piccole belemniti, Halobia insignis Gemm., H. cfr. sicula Gemm., Dao- nella cfr. kotoi Mojs., Posidonomya sp. Ricchetti nella zona di Pignola e Abriola e Scandone nel Lagonegrese riconoscono con¬ temporaneamente (1961) ed indipendentemente una serie continua costituita da calcari con liste e noduli di selce, scisti silicei e flysch ga¬ lestrino, con età compresa tra il Trias supe¬ riore (documentato paleontologicamente dalla presenza di Halobia) ed un probabile creta¬ cico inferiore o medio. Per la prima volta dai tempi di De Lorenzo i lavori di questi due Autori segnalano nuovamente in Lucania la presenza di Halobie. Nello stesso lavoro Scan¬ done riconosce inoltre la sovrapposizione tet¬ tonica della serie carbonatica, comprendente nella parte inferiore la dolomia a Gervilleia exilis, sulla serie calcareo-silico-marnosa (13). Questo primo lavoro di Scandone apre una nuova fase di studi sulla geologia della Lucania; gli studi di questo Autore, insieme a quelli di molti altri Colleghi, contribuiranno in modo determinante alla conoscenza della geo¬ logia dell'Italia meridionale. (11) Qui come altrove in tutta l’arca di affioramen¬ to della serie calcareo-silico-marnosa verrà in seguito riconosciuta la sovrapposizione tettonica della serie carbonatica (termini d-i della serie di Galdieri) sugli scisti silicei (Signorini, 1939; Scandone 1961 e seguen¬ ti; Ietto 1963). (12) che fanno parte del membro terrigeno della Formazione di M. Facito più tardi definita da Scan¬ done (1964 a, 1965). (13) Analoghe osservazioni circa il sovrascorrimento della serie carbonatica erano già state fatte da Si¬ gnorini (1939) nella zona compresa tra la Valle del Melandro e la Valle dell’Agri; successivamente il sovrascorrimento è stato riconosciuto da Ietto (1963) nei dintorni di Giffoni Valle Piana (Monti Picentini, Salerno). — 17 — Nel 1963 Luperto segnala la presenza nei calcari di scogliera di Abriola, ritenuti per¬ miani da Azzaroli (1962), di un nuovo genere di foraminifero. Lo stesso Autore (1964) descrive la fauna ad Halobie dei calcari con selce e quella degli scisti silicei di Pignola; tra le Halobie vengono riconosciute Halohia styriaca Mojs., di cui vie¬ ne considerata sinonima H. sicula, ed Halohia cassiana Mojs., con cui viene identificata H. lu¬ cana. In base a queste sinonimie l’Autore iden¬ tifica la fauna di Pignola con quella di De Lo¬ renzo di Lago negro. Scandone (1964 a) segnala la presenza nella serie calcareo-silico-marnosa di terreni, conte¬ nenti Daonelle, stratigraficamente sottostanti ai calcari con liste e noduli di selce e prece¬ dentemente confusi con gli scisti silicei o con il flysch; l’anno successivo lo stesso Autore descrive dettagliatamente la stratigrafia di questi terreni, dimostra come sussista tra essi e le scogliere l’eteropia che De Lorenzo aveva attribuito agli scisti silicei, e propone l’istitu¬ zione della Formazione di M. Facito, compren¬ dente un membro terrigeno costituito da are¬ narie, siltiti, marne e argille con Daonella lom- meli, ed uno organogeno rappresentato dalle scogliere a Diplopora e Teutloporella. Sempre nel 1964, Scandone (1964 b) segnala la presenza nelle scogliere di una microfauna, con la stessa composizione di quella ritenuta permiana da Azzaroli (1962) e Luperto (1963), ma di età sicuramente ladinica per i macro¬ fossili presenti. L’anno successivo Luperto (1965 a, b) de¬ scrive nuove microfaune nel « Calcare di Abrio¬ la ». La loro età è ancora considerata per¬ miana. Nel 1966 Scandone & de Capoa descrivono i livelli a Daonelle e ad Halobie nella serie cal¬ careo-silico-marnosa, indicandone la successio¬ ne stratigrafica e l’età; distinguono inoltre nei calcari con selce tre differenti facies. Il livello a Daonella lommeli individuato nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito viene attribuito al Ladinico superiore (Wengen), quelli ad Halohia presenti nei calcari con liste e noduli di selce al Gamico. Viene inoltre se¬ gnalata la presenza nei calcari di scogliera di Daonella moussonì (14) in aggiunta alla fauna ladinica già individuata da De Lorenzo (1896 c). (14) V. nota 31 a p. 25. Scandone (1967 a) riesamina la serie di S. Fele, dandone una interpretazione diversa da quella degli Autori precedenti (Scarsella, 1957; Radina, 1957 a e b, 1958; Selli, 1962; Grandjacquet, 1961, 1962); nello stesso lavoro l’Autore individua in tutta l'area di affiora¬ mento della serie calcareo-silico-marnosa la so¬ vrapposizione delle facies più o meno prossi¬ mali del bacino sulla facies distale, con conse¬ guente raddoppiamento della serie. Ulteriori prove di questo raddoppiamento vengono segnalate lo stesso anno a Campagna in provincia di Salerno (Scandone, Sgrosso & Vallario, 1967). Nello stesso anno Scandone (1967 b) pubbli¬ ca la sintesi dei suoi studi nell’Appennino lu¬ cano, in cui, oltre a fare un esame dettagliato delle successioni srtatigrafiche e delle facies della serie calcareo-silico-marnosa, analizza i rapporti tra quest'ultima e l’Appennino calca¬ reo e propone un nuovo schema interpretativo. 1. 2. 3. 2. Sicilia. In Sicilia i « calcari ad Halobie » (« calcari con liste e noduli di selce »; Formazione Scil- lato, Schmidt di Friedberg, Barbieri & Gian¬ nini, 1960) affiorano nei dintorni di Palermo, nelle Madonie e nei dintorni di M. ludica (Catania). Gli studi paleontologico-stratigrafici ad essi relativi risalgono agli anni a cavallo tra l’ottocento ed il novecento ed ai primi anni di questo secolo; in tutta la seconda metà del novecento mi sono noti solo lavori geologici riguardanti le loro aree di affioramento. I primi studi sui « calcari ad Halohia » della Sicilia sono dovuti a Gemmellaro che nel 1882 descrisse gli affioramenti triassici oc¬ cidentali e la loro fauna, istituendo un cospicuo numero di nuove specie di Halohia e Daonella. L!area di affioramento dei terreni mesozoici studiati da questo Autore interes¬ sava lungo la fascia costiera settentrionale della Sicilia il tratto compreso tra Cefalù e Trapani, ed all'interno una serie di rilievi tra Castronuovo e Bisacquino a N e Sciacca a S. Gemmellaro vi riconosceva una serie triassica continua, costituita dal basso verso l’alto da: a) calcare di S. Elia a Encrini e Cidaridi, del Muschelkalk superiore; b) dolomia inferiore, rappresentante il 2 — - 18 — «Norico» (15) e, a luoghi, probabilmente an¬ che la zona a Trachyceras aon; c) calcare a noduli di selce cornea, conte¬ nenti una ricchissima fauna ad Halobie, Mo- notis ed Ammoniti; l’Autore li attribuiva alla zona a Trachyceras aonoides e a luoghi, là do¬ ve essi si estendevano verso il basso sosti¬ tuendo la sottostante dolomia inferiore, (strati ad Halobia mojsisovicsi), alla zona a T rachyce- ras aon ; d) dolomia a Daonella lepsiusi, assegnata alla zona a Turbo solitarius ; e) dolomia superiore, contenente forme affini alla Rhynchonella pedata ed alla Spin¬ gerà oxycolpos e considerata di età retica (16). Nello stesso lavoro Gemmellaro descriveva le faune ad Halobia, Daonella., Posidonomya e Monotis rinvenute nei calcari a noduli di selce cornea. L’unica specie già nota nelle Alpi rico¬ nosciuta dall’ Autore era Daonella styriaca Mojs.; tutte le altre specie appartenenti ai ge¬ neri suddetti erano invece di nuova istituzione. L’attribuzione dei calcari a noduli di selce cornea alla zona a Trachyceras aonoides era fondata sulla presenza del genere Halobia (17) (15) Il « Norico » cui si riferisce l’Autore è il « Norisch » istituito da Mojsisovics per i terreni sot¬ tostanti al Carnico ed attualmente corrispondente al Ladinico s.s. (strati di Buchenstein e di Wengen; Fassanico e Longobardico di Mojsisovics). (16) I termini d) ed e) distinti da Gemmellaro cor¬ rispondono alla Formazione Fanusi della zona di Piana degli Albanesi (Caflisch, 1966). Questa forma¬ zione è stata definita da Schmidt di Friedberg, Bar¬ bieri & Giannini (1960) nelle Madonie occidentali ed interpretata come una facies di scogliera del Trias superiore-Lias inferiore (?). Secondo Radoicic & Scandone (1970) invece le dolomie Fanusi sono co¬ stituite da brecce di fianco di geosinclinale e rappre¬ sentano quindi un deposito di mare relativamente profondo, da considerarsi come membro della For¬ mazione Crisanti (« scisti silicei » Auct.); esse si esten¬ dono dal Norico o dal Retico fino al Lias, e forse a parte del Dogger. (17) Secondo l’allora vigente opinione di Mojsiso- vics (1874 a), basata su un errore di carattere strati¬ grafico e più tardi (1892) da lui stesso corretta, nel * Norico » (= Ladinico in senso moderno) i mari della v provincia juvavica » e della « provincia mediterra¬ nea » erano indipendenti e privi di comunicazioni, cosicché mentre nella prima prosperavano già nume¬ rose specie di Halobia, nella seconda erano presenti soltanto Daonelle; solo nel Carnico, stabilitesi le co¬ municazioni tra i mari delle due provincie, le Halobie sarebbero migrate anche nella « provincia mediter¬ ranea ». L’errata convinzione di Mojsisovics era cau¬ sata dall'inesatta ricostruzione della successione stra¬ e, in particolare, sul rinvenimento di Daonella styriaca (18) e di Pinacoceras cfr. perauc- tum (19). Pochi anni dopo Mojsisovics (1896 a ), in una nota polemica in risposta a quella di De Lo¬ renzo (1895 b) circa l’attribuzione cronologica del Trias lucano e la sua contemporaneità o meno con quello siciliano, riesamina la crono¬ logia indicata da Gemmellaro e, sulla base di alcune ammoniti inviategli da quest’ultimo, attribuisce i calcari ad Halobia siciliani ad un intervallo cronologico compreso tra la zona a Trachyceras aonoides e quella a Cyrtopleurites bicrenatus (« Alaunisch », Norico medio) (20); a quest’ultima appartengono Halobia sicula, H. subreticulata, H. insignis, H. beneckei. L’Autore non ritiene invece sufficientemente documentata da un punto di vista paleontolo¬ gico la presenza, ammessa da Gemmellaro, della zona a Trachyceras aon. Marinelli (1899) descrive i terreni triassici di M. Judica (Catania), e Nelli (1899 a e b) ne illustra la fauna. Il primo dei due Autori rico¬ nosce a M. Judica i seguenti terreni: a) calcari con liste e noduli di selce, contenenti numerose impronte di Halobia sicula ed H. lucana, che «... corrispondono nel modo più perfetto a quelli tanto sviluppati nella Sicilia occidenta¬ le ... »; b) marne argillose con straterelli di calcite fibrosa, con Halobia sicula ed H. luca- tigrafica dei terreni della « provincia juvavica », rico¬ struzione che poneva stratigraficamente al di sotto degli strati camici strati appartenenti al Norico in¬ teso in senso moderno. Il « Norico » della « provincia mediterranea » corrispondeva invece al nostro Ladi¬ nico. La presenza quindi di Halobie nei calcari sici¬ liani indicava, secondo le vedute del tempo, un’età sicuramente più giovane del « Norico ». (18) Nell’ambito dei « calcari a noduli di selce cornea » Gemmellaro non eseguì una stratigrafia di dettaglio relativa ai diversi livelli ad Halobia e Mo¬ notis, dando solo in alcune località una grossolana distinzione tra strati inferiori e superiori. Le asso¬ ciazioni di Halobie da lui citate risultano quindi al¬ quanto eterogenee, come p. e. l’associazione di Dao¬ nella styriaca con Halobia sicula. (19) Questa forma venne più tardi riconosciuta da Moisisovics (1896 a) come dubitativamente apparte¬ nente a Placites oxyphillus, una specie alpina del Norico. (20) La presenza del Norico viene però solo ipotiz¬ zata dall’Autore per la scarsezza di dati paleontolo¬ gici sicuri e perchè le zone comprese tra quella a Trachyceras aonoides e quella a Cyrtopleurites bicre¬ natus non erano state individuate paleontologica¬ mente. — 19 na; c) argille arenacee con brecciole fossilifere, contenenti una ricca fauna ad Avicula gea, Myophoria vestita ecc.; d) scisti silicei e dia¬ spri; e) scisti marnosi con fucoidi. Tutti questi terreni vengono considerati tra loro eteropi- ci (21), ed attribuiti al Raibl in base alla fauna contenuta nelle argille arenacee e studiata da Nelli. Gemmellaro (1904) nella sua monografia sui cefalopodi triassici della Sicilia nord-occiden¬ tale, rimasta incompiuta per la morte dell'Au¬ tore, conferma le deduzioni stratigrafiche di Mojsisovics (1896 a), riconoscendo nei calcari ad Halobie siciliani il Gamico (dalla zona a T rachyceras aonoides fino a quella a Tropites subbullatus ) e tutto il Norico (22), in base ai cefalopodi contenutivi. In risposta a De Loren¬ zo che, come si è detto, aveva riferito non solo le scogliere, i calcari con liste e noduli di selce e gli scisti silicei della Lucania, ma anche, per analogie litologiche e paleontologiche, i calcari ad Halobie della Sicilia al « gruppo ladinico di Bittner », l’Autore scrive (p. 17 delTintrodu- zione): « Tra le specie (di cefalopodi) cono¬ sciute nessuna appartiene alla zona con T ra¬ chyceras aon o a quella con Protrachvceras archelaus, né ad altre più basse; esse nelle re¬ gioni alpine si trovano o nella parte superiore dei calcari inferiori di Hallstatt ( Gamico , Moj¬ sisovics), o in quelli superiori { Norico , Mojsi¬ sovics, 1869; Juvavico, Mojsisovics, 1892). Come si vede, V appartenenza dei calcari con noduli di selce del lato occidentale di Sicilia al Ladi¬ nico, Bittner, non è dimostrabile ». Pur elencando una gran quantità di specie di cefalopodi, per la massima parte nuove, l'Autore precisa che « queste specie sono però nei vari giacimenti siciliani associate in modo da rendere impossibile una distinzione in zo¬ ne », né mette in relazione le specie di Halobie precedentemente (1882) individuate con i cefa¬ lopodi. A proposito però della parte superiore dei calcari ad Halobie di Madonna del Balzo e (21) Ad eccezione degli ultimi due, che vengono considerati « coevi od appena superiori » rispetto agli altri. (22) A p. 18 dell'introduzione Gemmellaro scrive: « . . . . nei calcari con nodali di selce e nelle dolomie del Trias della regione occidentale dell’isola il gruppo degli strati che il Mojsisovics ha compreso sotto il nome di Norico nel 1869 e di Juvavico nel 1892 vi è rappresentato fino alla parte superiore. » di quelli della regione Pirrello (di quei calcari cioè contenenti a Madonna del Balzo, tra le altre specie, H. insignis, e nella regione Pir¬ rello H. sicula ) e di altre località, precisa che i cefalopodi rinvenutivi « si trovano tutti nei calcari tipici di Hallstatt che sono i superiori {Norico; Juvavico) ». Modificando poi le sue vedute circa la successione stratigrafica indi¬ cata nel 1882, l’Autore considera la dolomia superiore, comprensiva della dolomia a Dao- nella lepsiusi (termini d ed e della serie del 1882), come eteropica dei calcari con liste e noduli di selce (termine c della serie del 1882), e quindi di età nerica. L’esistenza del Retico, cui precedentemente aveva attribuito la dolo¬ mia superiore, non è, secondo l’Autore, pro¬ vata, e viene ipoteticamente ammessa solo per gli strati superiori di quest’ultima. Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica), nel dare un quadro riassuntivo del Trias siciliano sulla base dei lavori di Gemmellaro (1882, 1904), Nelli (1899) ed altri, considera tutte le specie non solo di Daonella e di Halobia, ma anche di Monotis, riconosciute da Gemmella¬ ro, come estendentisi attraverso tutto il Car- nico medio-superiore fino al Norico (23), pro¬ babilmente equivocando una frase di Gemmel¬ laro (1904, p. 17 dell’introduzione), che scrive: « Tutte le specie noriche (di cefalopodi) dei calcari siciliani con Halobie appartengono ai calcari camici e norici di Hallstatt, salvo l’Or- thoceras dubium Hauer, che si presenta nel Raibliano della Carinzia e dalla Lombardia ». Non sembra però essere stato nelle intenzioni di Gemmellaro indicare con questa frase che tutte le specie di Halobie da lui riconosciute in Sicilia fossero insieme carniche e noriche, ma semplicemente che « La massima parte, non tutti, dei generi (di cefalopodi) noti che si tro¬ vano in questa fauna compare in Europa nella zona con T rachyceras aonoides e si estende fino al gruppo superiore dei calcari di Hallstatt {Norico, Mojsisovics, 1869; Juvavico, Mojsi- (23) « Questi calcari ad Halobia, del Norico inferiore per i fossili contenuti, presentano le stesse specie di Halobia, Posidonia e Monotis che caratterizzavano già il calcare carnico, ad eccezione di Halobia mojsi- sovicsi. Le forme ad ampia distribuzione; Daonella styriaca Mojs., Halobia sicula Gemm., Posidonia gib¬ bosa Gemm. hanno perciò età carnica. e norica infe¬ riore e sono fossili-guida della facies dei calcari con selce ad Halobia ». — 20 — sovics, 1892) ». Come si è già detto, Gemmella- ro non correla i dati ottenuti dallo studio della fauna a Cefalopodi (1904) con quelli derivanti dallo studio della fauna ad Halobie (1882), né dà una suddivisione in zone del Trias dei cal¬ cari ad Halobie siciliani. Scalia (1908-1910), riesaminando il Trias di M. Judica da un punto di vista sia stratigrafìco che paleontologico, vi riconosce « marne calca- reo-arenaceo-argillose » e calcari compatti a li¬ ste e noduli di selce; questi terreni vengono ritenuti eteropici. Al di sopra di essi l'Autore indica la presenza di scisti siliceo-marnosi, rife¬ riti dubitativamente al Lias. La fauna conte¬ nuta nelle marne calcareo-arenaceo-argillose viene attribuita al S. Cassiano-Raibl, e questa età viene estesa anche alla ricca fauna ad Ha¬ lobie contenuta nei calcari in base alla suppo¬ sta eteropia tra le due formazioni (24). L’Au¬ tore riconosce nei calcari con selce quasi tutte le specie di Halobia istituite da Gemmellaro (1882) per il Trias della Sicilia occidentale. Kittl (1912, pp. 199-201) riesamina breve¬ mente, sulla base dei lavori precedenti, la cronostratigrafia siciliana; aggiunge alle forme istituite da Gemmellaro (1882) una nuova spe¬ cie, Halobia siciliana, e considera come stadi embrionali di Halobia le Estherie riconosciute (24) « La massima parte dei fossili che formano oggetto di questo studio provengono dalle marne calcareo-aranaceo-argillose. . . Anche i calcari selciferi sono molto fossiliferi, però alla loro uniformità lito¬ logica corrisponde anche una grande uniformità di fauna, quasi essenzialmente costituita da Halobia e Posidonomya. . . Solo dove tra i calcari si intercalano delle brecciole marnose si ritrovano qua e là delle faunule con vari elementi del S. Cassiano-Raibl, ciò che ne dimostra l’equivalenza con le marne calcareo- arenaceo-argillose, le quali rappresentano una facies di flysch del Carnico ». da Gemmellaro (1882) e Salinas (1897) nel Trias della Sicilia; rileva inoltre come un gran numero di specie di Halobia istituite da Gem¬ mellaro trovino forme corrispondenti nei ter¬ reni norici delle Alpi (25). Circa la ricostru¬ zione stratigrafìca di Scalia (1910) a M. Ju¬ dica, l’Autore mette in dubbio la totale ete¬ ropia tra le marne ed i calcari con selce, ed esprime l’opinione che una parte dei calcari possa appartenere al Norico. Nel 1930 Butrico in una nota preliminare segnala negli affioramenti triassici di S. Nicola presso Termini Imerese e di Modanesi presso Castronuovo (Sicilia nord-occidentale) una ric¬ chissima fauna ad Halobie e cefalopodi, che viene assegnata al Carnico-Norico in base alla presenza di specie già note nelle Alpi. In questo ultimo decennio sono stati pub¬ blicati una serie di importanti lavori geologici riguardanti le aree di affioramento dei terreni siciliani contenenti Halobie; cito, tra gli altri, i lavori di Ogniben (1960) per la Sicilia nord- orientale; di SCHMIDT DI FRIEDBERG, BARBIERI & Giannini (1960) per le Madonie (Sicilia cen¬ tro-settentrionale); di SCHMIDT DI FRIEDBERG & Trovò (1962) per la zona del M. Judica (Cata¬ nia); di Caflisch (1966) per i Monti di Pa¬ lermo. A Schmidt di Friedberg (1965) si deve la descrizione sistematica delle unità litostrati- grafiche siciliane. Radoicic & Scandone (1970) infine descri¬ vono i terreni di tipo « Pindos » delle Ma¬ donie occidentali (« complesso basale » di fa¬ cies imerese, Ogniben 1960), correlandoli con quelli della Lucania, della Jugoslavia e della Grecia. (25) « A queste appartengono specialmente Halobia insignis e la maggior parte delle forme provviste di orecchietta ben differenziata ». 2. BIO E CRQNQSTRATIGRAFIA. 2.1. STRATIGRAFIA (26). La serie calcareo-silico-marnosa affiora in Lucania estesamente, soprattutto nella Lucania occidentale. Gli affioramenti maggiori sono compresi nei fogli 199 Potenza e 210 Lauria. Affioramenti di minori proporzioni sono nei fogli 211 S. Arcan¬ gelo, 200 Tricarico e 187 Melfi. Fuori della Lucania, sempre nell’Appennino meridionale, la serie calcareo-silico-marnosa riaffiora nei Monti Picentini (Fogli 185 Salerno e 186 S. Angelo dei Lombardi), e presso Frigen- to (Fogli 174 Ariano Irpino). Dal basso verso l’alto si distinguono le se¬ guenti unità: 1) Formazione di M. F acito: alternanza di siltiti, marne, arenarie, argille e brecciole, e scogliere algali del tipo delle patch reefs; 2) calcari con Uste e noduli di selce : cal¬ cari, calcari dolomitici e dolomie grige e bian¬ castre con selce; 3) scisti silicei: diaspri radiolaritici mar¬ ne e argilliti molto silicifere, subordinatamente brecciole calcaree; 4) flysch galestrino: alternanza di marne e argilliti grigio piombo, brune e giallastre e di calcari siliciferi con fessurazione latente del tipo della pietra paesina. (26) Ho ritenuto utile riportare in questo lavoro il capitolo riguardante la stratigrafia contenuto in Scandone (1967 b), piuttosto che rimandare al lavoro citato, di cui vengono qui quasi interamente ripor¬ tate le pp. 14-16. Le modifiche apportate sono quasi esclusivamente modifiche di forma, che si sono rese necessarie laddove l’Autore parla in prima persona. La paternità di questo capitolo spetta quindi intera¬ mente al Prof. P. Scandone. La serie è continua e si estende dall’Anisico superiore al Giurassico superiore, paleontolo¬ gicamente documentati, e forse fino al Cre¬ tacico inferiore. L'intera serie calcareo-silico-marnosa costi¬ tuisce un gruppo ( gruppo lucano ). Le unità in esso distinte hanno i requisiti di formazioni, e la loro istituzione formale, corredata da una ampia documentazione, è stata proposta da Scandone (1967 b). L’Autore ha preferito dare un nome nuovo soltanto all'unità più antica, che è stata da qualche anno da lui introdotta in letteratura; per le altre ha lasciato il nome tradizionale, allo scopo di evitare nuove deno¬ minazioni che potrebbero prestarsi a perico¬ lose confusioni. Non è stato possibile attenersi completamente alle regole di nomenclatura stratigrafica che nel caso in questione non è sembrato offrissero una gamma adeguata di termini. Scandone ha introdotto perciò nell’am¬ bito di alcune formazioni il termine facies che non trova riscontro in altro termine stratigra¬ fico codificato, giacché il termine membro non risponde al significato che egli ha inteso attri¬ buire. L’Autore ha distinto pertanto nei calcari con liste e noduli di selce e negli scisti silicei una facies S. Fele, una facies Pignola-Ahriola, una facies- Armizzone e una facies Lagonegro- Sasso di Castalda. I terreni della facies Lagonegro-Sasso di Castalda hanno caratteri di depositi distali di geosinclinale. La Formazione dei calcari con liste e noduli di selce è interamente costituita da calcilutiti selcifere ben stratificate, con in- terstrati e livelli di argilliti. Lo spessore è di circa 500 metri. La Formazione degli scisti silicei è costituita da diaspri radiolaritici vari¬ colori e in misura minore da marne e argilliti estremamente silicifere; lo spessore varia da un minimo di 60-70 metri (Lagonegro) ad un massimo di 80-90 metri (Sasso di Castalda). Gli scisti silicei rappresentano una serie com¬ prensiva di quasi tutto il Lias e il Giura, carat- — 22 — terizzata da una lentissima velocità di sedi¬ mentazione in ambiente profondo. La facies S. Fele ha caratteri prossimali. La Formazione dei calcari con liste e noduli di selce è rappresentata da dolomie con selce stratificate e subordinatamente da brecce do¬ lomitiche intraformazionali con selce in fram¬ menti angolosi; lo spessore affiorante è di circa 200 metri a M. Pierno. Gli scisti silicei sono costituiti da radiolariti, marne e argilliti silicifere con numerosi livelli di brecciole gra¬ date aventi il significato di « brecce di fianco » di geosinclinale; lo spessore è di oltre 200 metri. La facies Pignola - Abriola ha caratteri me¬ no decisamente prossimali. La Formazione dei calcari con liste e noduli di selce è costituita da calcilutiti e calcisiltiti grige, dolomie bian¬ castre e ben stratificate e subordinatamente da brecce dolomitiche con selce in frammenti an¬ golosi; lo spessore è di circa 230 metri. Gli scisti silicei sono costituiti da radiolariti nella parte alta, e da radiolariti, marne e argilliti silicifere nella parte bassa. Sono frequenti le brecciole gradate, ma in quantità minore che a S. Fele. Lo spessore è di circa 240 m. La facies Armizzone ha caratteri simili a quelli della facies Pignola-Abriola per gli scisti silicei, intermedi tra quelli della facies Pignola- Abriola e quelli della facies Lagonegro - Sasso di Castalda per i calcari con selce. I calcari con selce sono costituiti da calcilutiti grige selcifere, ben stratificate, e da conglomerati intraformazionali. Negli affioramenti più set¬ tentrionali compaiono calcari dolomitici e do¬ lomie che preludono alla facies Pignola-Abrio¬ la. Lo spessore varia da un minimo di 165 metri all’Armizzone, a circa 250 metri nell’alta valle deH’Agri. Gli scisti silicei hanno caratteri abbastanza simili a quelli della facies Pignola- Abriola, ma le brecciole gradate sono presenti in misura di gran lunga minore. Lo spessore è di 150-200 metri. La facies Pignola-Abriola fa passaggio verso N (Vietri di Potenza) alla facies S. Fele e verso S (alta valle dell’Agri) alla facies Ar¬ mizzone. Per i calcari con liste e noduli di selce que¬ sto passaggio consiste, spostandosi da N a S, in una graduale riduzione dello spessore della formazione e della frequenza dei termini dolo¬ mitici, mentre compaiono, e sono abbondanti soprattutto nella parte alta dei calcari con selce della facies Armizzone, termini conglo¬ meratici (conglomerati intraformazionali). Per gli scisti silicei il passaggio graduale consiste, sempre spostandosi da N a S, in una progressiva riduzione delle brecciole gradate ed in un progressivo aumento della frequenza dei termini diasprigni su quelli argillitici. La facies Lagonegro-Sasso di Castalda affio¬ ra estesamente nel Lagonegrese (Serra dell’ Al¬ to-M. Milego, Gianni Griecu-M. Castagnereto, gruppo del M. Sirino) e nell'alta valle dell’Agri (gruppo del M. Vulturino), in finestra tettonica sotto i terreni delle facies Pignola-Abriola ed Armizzone. Questi, assieme alla facies S. Fele, occupavano originariamente una parte margi¬ nale, occidentale, deH’originario bacino; la fa¬ cies Lagonegro - Sasso di Castalda occupava invece una parte distale. La Formazione di M. Facito costituisce il letto dei calcari con liste e noduli di selce delle facies Pignola-Abriola ed Armizzone. Nella facies S. Fele e nella facies Lagonegro- Sasso di Castalda la base dei calcari con liste e noduli di selce non affiora. 2. 2. BIOSTRATIGRAFIA E CONSIDERAZIONI CRO- NOSTRATIGRAFICHE. 2. 2. 1. Premessa. Per quanto riguarda le suddivisioni del Gamico, ho preferito usare al posto dei ter¬ mini di S. Cassiano e Raibl, originariamente introdotti in letteratura come termini riferen- tisi a formazioni e solo in un secondo tempo usati con significato cronostratigrafico, i sot¬ topiani proposti da Mojsisovics (in MojsisO' vics, Waagen & Diener, 1895): Tuvalico, Julico e Cordevolico, secondo quanto suggerito da Allasinaz (1964). Il Tuvalico (Gamico supe¬ riore) comprende, com'è noto, la « Zona a Tropites subbullatus »; lo Julico (Gamico me¬ dio) la « Zona a Trachyceras aonoides »; il Cor- — 23 — devolico (Gamico inferiore) la « Zona a Tra- chyceras aon » (27). Per le stesse ragioni ho ritenuto preferibile suddividere il Ladinico in Longobardico (Ladi- nico superiore) e Fassanico (Ladinico inferio¬ re) (28) anziché rifarmi ai termini di « strati di Wengen » e « strati di Buchenstein » rife- rentisi alle note formazioni alpine. 2. 2. 2. Biostratigrafia (29). In Lucania le Halobiidae sono presenti nei due termini inferiori della serie calcareo-silico- marnosa. Tanto nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito quanto nei calcari con liste e noduli di selce esse si rinvengono in livelli nettamente distinti da un punto di vista paleontologico -stratigrafico, ma non tutti ben differenziati litologicamente. Le impronte dei gusci di Daonella o di Halobia vi si tro¬ vano generalmente in gran quantità, addossate le une alle altre o sovrapposte, limitatamente a pochi strati per ogni livello; generalmente sono isorientate e parallele alla stratificazione. La presenza di parti di guscio rappresenta un fatto eccezionale. Due livelli a Daonella sono presenti nel membro terrigeno della Formazione di M. Fa¬ cito; Daonelìe sono state rinvenute anche nelle (27) I pareri degli Autori circa l’attribuzione del Cordevolico al Gamico inferiore o al Ladinico su¬ periore sono notevolmente discordi (si veda Allasi- naz, 1964; Silberling & Tozer, 1968). Recentemente Jacobshagen (1961) ha sostenuto che le affinità fau¬ nistiche tra Cordevolico e Julico sono, in base allo studio delle ammoniti, maggiori di quelle tra Cor¬ devolico e Longobardico e si è dichiarato favorevole all’inclusione del Cordevolico nel Gamico. Le sue conclusioni vengono accettate da Allasinaz (1964). Silberling & Tozer (1968) ritengono il problema an¬ cora aperto. Io ho qui seguito le conclusioni di Jacobshagen e di Allasinaz, ed ho considerato il Cordevolico come facente parte del Gamico infe¬ riore. (28) Questi due sottopiani furono introdotti in letteratura da Mojsisovics, Waagen & Diener (1895), rispettivamente il Fassanico per il « Norico » (Ladi¬ nico di Bittner) inferiore ed il Longobardico per il superiore. (29) Le successioni litostratigrafiche e le descri¬ zioni litologiche qui riportate sono interamente trat¬ te da Scandone (1967 b). scogliere (membro organogeno) della Valle del Chiotto (Lagonegro) e di Murge del Principe. Nei calcari con selce le Halobie si rinven¬ gono in 11 livelli a varie altezze stratigrafìche, distribuiti tra le varie facies in questa forma¬ zione. 2. 2. 2. 1 . Formazione di M. Facito. Vi si distinguono due membri: — membro terrigeno, costituito da argille, siltiti, arenarie, marne, brecciole, ecc. (spessore 200 m. circa); — membro organogeno, costituito da sco¬ gliere algali del tipo delle patch reefs, interca¬ late a varie altezze stratigrafiche nel membro terrigeno. A) Membro terrigeno. Al M. Facito dal basso in alto si distin¬ guono: 1) marne e marne argillose più o meno scagliose grige; argille e argille siltose gialla¬ stre, alternate nella parte alta ad arenarie quarzoso-micacee a grana fine o finissima, più o meno ricche di frustoli carboniosi, in strati di 20-30 cm. Nel versante meridionale ed occidentale del M. Facito sulle facce di strato delle arenarie si notano magnifiche, regolari increspature di fondo ( ripple marks da onda). Nel versante nord-occidentale del rilievo in questione le ripple marks da onda, nello stesso livello, so¬ no sostituite da ripple marks da corrente. Le argille, di colore giallastro, prevalgono quantitativamente sugli altri litotipi. Al lavag¬ gio si sono mostrate abbastanza ricche di mi¬ crofauna in discreto stato di conservazione. Questa microfauna è in corso di studio. In località Pietra Maura a N di Marsico Nuovo, nelle argille è contenuta una fauna a brachiopodi (Scandone, 1965). L'associazio¬ ne, ricchissima di individui, che si raccolgono isolati ed in perfetto stato di conservazione, ma povera di generi e specie, è chiaramente oligotipica. I generi e le specie rappresentati (Taddei Ruggiero, 1968) in oltre un migliaio di individui sciolti sono: — 24 — Anisactinella maurensis Taddei Ruggiero Pentactinella scandonei Taddei Ruggiero Spiriferina fragilis Schlotheim Retzia cfr. schwageri Bittner Retzia sp. Oltre ai brachiopodi si raccolgono piccoli coralli individuali, articoli di crinoidi, rari gu¬ sci di Daonella (?), Avicula sp. e Myophoria sp., frammenti di Pecten (?) costati. Nelle arenarie intercalate Scandone ha trovato un solo esemplare molto ben conservato di Pecten discites Schloth. Lo spessore del livello descritto si aggira intorno ai 50 metri. 2) alternanza di siltiti e arenarie a grana fine rosse e verdi, marne e argilliti rosso vi¬ naccia e verdognole, brecciole, conglomerati poligenici in strati e banchi, calcareniti e cal- careniti oolitiche grige. Le siltiti e le arenarie a grana fine presen¬ tano frequentemente fogliettatura (lamination) parallela e obliqua, subordinatamente convo¬ luta. Alla base degli strati sono frequenti calchi di docce di erosione ( finte casts). In misura molto limitata si possono trovare an¬ che strati silicei di 5-15 centimetri di spessore, che simulano diaspri. Si tratta invece di siltiti completamente silicizzate, ma che ancora con¬ servano la fogliettatura obliqua e parallela e talvolta, sulla faccia inferiore dello strato, calchi di docce di erosione. I conglomerati, in strati e banchi lentiformi, sono sempre poligenici, con clasti delle dimen¬ sioni variabili da un centimetro a una ventina di centimetri di diametro. La matrice è siltoso- arenacea, il cemento calcareo. I clasti sono rappresentati da tutti i litotipi della forma¬ zione, vale a dire da siltiti, arenarie, calcare¬ niti, calcareniti oolitiche. La forma è variabile da spigolosa, a subsferica, a piastrella. Le brecciole sono poligeniche, a cemento calcareo. In taluni luoghi, come luogo la mu¬ lattiera che da Marsico Nuovo conduce alla Pietra Maura, si vede chiaramente che riem¬ piono canali di erosione profondi fino a 70-80 centimetri, larghi due o tre metri, e sono perfettamente gradate. Le calcareniti e le calcareniti oolitiche, che presentano sempre fogliettatura parallela e più spesso obliqua, sono presenti soprattutto in vicinanza delle scogliere. Lo spessore di questa parte della formazione si aggira sui 120 m. A circa 70 metri dalle argille a brachiopodi è presente un livello di argilliti e siltiti rosse e verdognole, dello spessore di 3 metri circa, contenente, oltre a Posidonie, le seguenti specie: Daonella taramellii Mojs. » udvariensis Kittl, molto ben rappresentate; in associazione sono presenti pochi esemplari di: Daonella boeckhi Mojs. » cfr. badiotica Mojs. » sp. e qualche esemplare mal conservato di Daonella cfr. tyrolensis Mojs. 3) alternanza di marne, siltiti e argilliti verdi e vinaccia (m. 10); 4) argille e marne argillose fogliettate rosse, in misura molto minore verdi, con ra¬ rissimi strati intercalati di calcilutiti rosate e rosso mattone (m. 4 circa). Questo livello è ricchissimo di gusci di Po¬ sidonie e di Daonella lommeli (Wissm.) (30), e contiene anche rare ammoniti. 5) alternanza di strati e straterelli di cal- cisiltiti, calcilutiti silicifere, marne e argilliti rosse e verdastre (6-7 metri). Con gradualità si passa quindi ai calcari con liste e noduli di selce. (30) In Scandone & de Capoa (1966) e in Scandone (1967 b) le specie presenti nel primo livello ora de¬ scritto vengono segnalate in associazione con Dao¬ nella lommeli. A quell’epoca infatti non avevamo ancora individuato il livello inferiore, e ritenevamo che gli esemplari raccolti in località diverse nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito provenissero tutti dal livello a D. lommeli, il solo che ci fosse allora noto. La discordanza cronologica risultante dalla presunta associazione di D. lommeli con specie più antiche ci ha spinto al riesame della serie, che ha portato all’individuazione del livello inferiore. — 25 — Gli intervalli 4) e 5) non compaiono nella sezione tipo, ma sono molto ben visibili al vicino valico della Petrara, presso la mulat¬ tiera che da Quagliarella conduce al M. Facito. B) Membro organogeno. Le scogliere algali sono costituite da calcari e calcari dolomitici di colore chiaro, non stra¬ tificati. Nella parte periferica della biolitite sono frequenti brecce con clasti calcarei e ma¬ trice marnosa , a volte silicifera, rossa e ver¬ dastra. Si tratta sempre di scogliere di piccole di¬ mensioni ( patch reefs), con area di base va¬ riabile da poche centinaia di metri quadrati a qualche chilometro quadrato, e con uno spes¬ sore non superiore a 150 metri. Le scogliere si estendono verticalmente sino al termine 3) del membro terrigeno; al di so¬ pra di esso scompaiono. Nelle scogliere di Murge del Principe (210 II NE Monte Sirino, 210 I SE Moliterno) è stata rinvenuta Daonella tommasii Philipp (31), che si aggiunge alle due specie: Daonella bassanii De Lor. » cfr. lenticularis Gemm. (32) raccolte da De Lorenzo (1896 c) nelle scogliere di Lagonegro, insieme ad una ricca fauna di cefalopodi, altri lamellibranchi, gasteropodi e brachiopodi. Nelle facies di periscogliera sono spesso presenti impronte di gusci di Daonella non isolabili, di cui si intravedono frammenti sulle superfici di frattura della roccia. (31) Precedentemente (Scandone & de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b) avevo attribuito questa specie a quella strettamente affine Daonella moussoni ; le ra¬ gioni per cui ho ora preferito considerarla apparte¬ nente a D. tommasii vengono esposte nella descri¬ zione di quest’ultima (p. 53). (32) Le ragioni per cui ho preferito attribuire solo dubitativamente gli esemplari lucani, da De Lorenzo considerati come Daonella lenticularis, a quest'ulti- ma specie, sono esposte a p. 60. 2. 2. 2. 2. Calcari con liste e noduli di selce. A) Facies S. Fele (33). La successione più lunga e meglio esposta dei calcari con liste e noduli di selce di facies S. Fele si ha nella parete occidentale del M. Pierno, dove la sezione misura circa 200 me¬ tri. È costituita da una monotona successione di dolomie biancastre, ben stratificate, con liste e noduli di selce. Nella parte più alta, per uno spessore di 50-60 metri, si osserva una forte riduzione della selce che è invece frequente nella restante parte affiorante della formazione. A S. Fele i calcari con liste e noduli di selce, completamente dolomitizzati come a M. Pier¬ no, affiorano ai due lati dell’incisione del Bra- dano, subito a W del paese. Le dolomie hanno qui un aspetto massiccio, ma l’osservazione di dettaglio consente di riconoscere in alcune zo¬ ne e/o porzioni di serie una perfetta stratifi¬ cazione. È possibile che laddove non si rico¬ nosce stratificazione, l’obliterazione dei giunti sia conseguenza dello stato di tettonizzazione della dolomia, ma è anche possibile che si tratti di una obliterazione dovuta alla forma¬ zione di ammassi di brecce intraformazionali connesse con fenomeni tettonici sinsedimen- tari, nelle quali la successiva dolomitizzazione avrebbe cancellato ogni vestigia della origina¬ ria tessitura ruditica. Un dato a favore di questa ipotesi è la presenza, nella dolomia non stratificata, di grossi frammenti angolosi di selce che potrebbero rappresentare gli unici elementi intraclastici sfuggiti alla dolomitiz¬ zazione. Alla Rupe del Cane si riconosce la seguente successione stratigrafica dal basso in alto: 1) dolomie biancastre cristalline, con liste e noduli di selce laddove è evidente la strati¬ ficazione, prive di selce o con grossi frammenti angolosi di selce dove la stratificazione non è riconoscibile. Lo spessore apprezzato è di cir¬ ca 80 metri; 2) dolomie stratificate e straterellate con intercalati straterelli di marne giallastre (m. 7). Il passaggio tra questo intervallo e il prece- (33) Nei calcari dolomitizzati di facies S. Fele non si rinvengono fossili. — 26 — dente è segnato da una cengia più o meno marcata corrispondente al tetto dell’interval¬ lo 1 e da un prato erboso corrispondente alla parte bassa deH’intervallo 2. Seguono gli scisti silicei costituiti, nella parte bassa, da brecce gradate con liste e no¬ duli di selce alternate a sottili livelli di diaspri. B) Facies Pignola-Abriola. La sezione-tipo dei calcari con liste e noduli di selce di facies Pignola-Abriola è stata rile¬ vata lungo il fianco meridionale ed occidentale del M. Crocetta. La prima parte della sezione è stata rilevata lungo il percorso della ferrovia Calabro-Lucana, dal ponte sul fosso che passa in corrispondenza del Km. 12 della strada Pignola-Abriola, fino al livello argilloso ad Halobia superba che affiora poco a monte della ferrovia, a 500-600 metri dal ponte suddetto. La seconda parte del livello ad H. superba alla base degli scisti silicei, lungo la strada Pignola- Abriola dal Km. 11,600 al Km. 10,800 circa. Lo spessore complessivo misurato della for¬ mazione è di circa 230 metri. Dal basso verso l'alto si distinguono: 1) calcilutiti e calcilutiti silicifere nodulari e lastroidi, con intercalazioni di argilliti verdi e vinaccia (m. 4). Questo livello costituisce il termine di passaggio tra la Formazione di M. Facito e i calcari con liste e noduli di selce. Affiora in cattiva esposizione, nella sezione tipo, sul lato sinistro orografico del valloncello che incontra la strada Pignola-Abriola poco oltre il Km. 12, in corrispondenza della spalla sinistra dal ponte della ferrovia Calabro- Lucana; 2) calcilutiti grige in strati e straterelli, con intercalati livelli di calcari lastroidi e no¬ dulari, con rare liste di selce (m. 5,40). Alla base è presente uno strato dolomitico giallo. Nella parte alta del pacco, in uno strato calcareo di 15-20 centimetri di spessore sono contenute numerose impronte di gusci di: Halobia cfr. cassiana (Mojs.) (34); (34) In Scandone (1967 b) ho attribuito questa spe¬ cie ad Halobia cassiana ; dopo avere esaminato gli originali di Motsisovics e di Kittl riferiti a questa specie da Krumbeck, mi sono però convinta che la forma di Picco dell’Armizzone non è attribuibile con sicurezza ad H. cassiana (Mojs.) emend. Krumbeck. Halobia sp. 1 (35); 3) calcilutiti e calcisiltiti con fogliettatura parallela, più ricche di selce delle precedenti, con sottili interstrati argillosi verdi (m. 11). Si rinvengono in tutto l'intervallo numerosi mo¬ delli di Posidonia sp.; 4) calcilutiti e calcisiltiti simili alle prece¬ denti, senza intercalazioni argillose (m. 3); 5) fitta alternanza di strati e straterelli calcarei e di letti di selce, con sottilissimi in¬ terstrati di argille verdi (m. 7); 6) calcilutiti e calcisiltiti con fogliettatura parallela, con liste e noduli di selce, conte¬ nenti interstrati argillosi verdognoli più fre¬ quenti nella parte alta (m. 47). Lo spessore medio degli strati varia da 10 a 35 centimetri. Nella parte media del pacco la stratificazione è meno regolare. Nella parte alta (da 5 a 10 metri sotto il livello successivo) sono presenti dolomie gialle e calcilutiti grigio-giallastre ric¬ chissime di Posidonia sp. senza alcun orienta¬ mento dei gusci e calcareniti costituite esclusi¬ vamente da gusci di Posidonie perfettamente orientati, prive di matrice e con cemento spa- tico; 7) calcilutiti grige con selce (m. 1), presen¬ tanti sulle vecchie superfici una tinta legger¬ mente rosata, in strati di 10-15 centimetri di spessore, contenenti numerosi modelli di Halobia austriaca Mojs.; 8) livello argilloso verde (m. 5,30) con Halobia superba Mojs. Nella sezione tipo, all’altezza di questo li¬ vello si è abbandonata la serie lungo la ferro¬ via e la si è ripresa lungo la strada Pignola- Abriola al Km. 11,600 circa; 9) calcilutiti grige ben stratificate con liste e noduli di selce, ricchissime di Posidonia sp., contenenti rare impronte di Halobia sp. 2 (36) (35) Rimando alle considerazioni cronostratigrail- che ed alla descrizione paleontologica di Halobia sp. 1 per chiarire la mia opinione circa questa forma. (36) In Scandone (1967 b) ho attribuito questa forma ad Halobia cfr. mojsisovicsi; le ragioni per cui ho preferito ora riferirla semplicemente ad Halobia sp. 2 sono esposte nella sua descrizione. 27 — ed un solo esemplare giovane, probabilmente attribuibile ad H. charlyana Mojs. (m. 8). I calcari del livello 7 e dell’intervallo 9 sono stati riconosciuti come livello fossilifero ad Halobiae da Ricchetti (1961). Luperto (1964) ha identificato questo livello con quello ad Halobia siculo. (37) del Lagonegrese, ponendo Halobia siculo Gemm. in sinonimia con H. sty- riaca (Mojs.); 10) alternanza di calcari e dolomie con liste e noduli di selce, con passaggi verticali e laterali dall'uno all'altro litotipo (m. 15); 11) calcilutiti grige in strati di 5-35 centi- metri di spessore, con rare liste, letti e raris¬ simi noduli di selce bianca (m. 17). Negli ultimi sei metri della sezione esami¬ nata gli strati calcarei passano lateralmente a strati dolomitici. Il passaggio tra un tipo lito¬ logico e l'altro è graduale anche se avviene in breve spazio (10-15 cm. al massimo). Negli ultimi strati non dolomitizzati si rin¬ vengono rare impronte di Posidoma sp. e di Halobia o Daonella sp.; 12) dolomie con liste e noduli di selce, in strati di 10-40 cm. di spessore, con qualche interstrato di marne argillose verdognole (m. 21). I primi strati sono attraversati da nu¬ merose fratture riempite da dolomie parallele tra loro e parallele alla stratificazione oppure parallele tra loro e oblique rispetto alla stra¬ tificazione. Queste caratteristiche fratture han¬ no consentito la correlazione tra gli strati del Km. 11 e quelli del Km. 11,400 (immediata¬ mente dopo la cava) che sono ripetuti per effetto di una faglia di modesto rigetto; 13) banco di breccia dolomitica intrafor- mazionaie, con selce bianca in noduli e più fre¬ quentemente in frammenti angolosi (m. 4); 14) dolomie grigio chiare, ben stratificate, con liste e noduli di selce bianca (m. 25); 15) dolomie mal stratificate con liste e noduli di selce, e brecce dolomitiche simili a quelle del livello 13 (m. 15). Gli spessori di questo intervallo e del pre¬ cedente sono approssimativi per la cattiva esposizione; 16) alternanza di dolomie stratificate, stra- terellate e lastroidi con liste e noduli di selce grigia e bianca, e di argilliti, marne e marne (37) Halobia sicula viene da me qui identificata con H. norica Mojs. dolomitizzate verdastre e subordinatamente rosso vinate (m. 25); 17) alternanza di calcilutiti grige con sel¬ ce, calcari siliciferi lastroidi, letti di selce, marne e argilliti verdi e nere (m. 7,60); 18) calcari e calcari siliciferi (sempre più siliciferi procedendo verso l’alto) con liste e noduli di selce prevalentemente nera, con in¬ tercalazioni di marne e argilliti verdastre (m. 5,40). Segue un banco di brecciola, di facile iden¬ tificazione, che è stato scelto quale limite su¬ periore della formazione dei calcari con liste c noduli di selce nella sezione tipo della facies Pignola- Abriola. C) Facies Armizzone. La migliore sezione è esposta al Picco del- l'Armizzone (211 -III NO Latronico), dove l'intera formazione misura 165 metri. I calcari con liste e noduli di selce sono qui regolar¬ mente compresi tra la Formazione di M. Facito e gli scisti silicei. La prima parte della sezione, dalla sommità della Formazione di M. Facito al livello ad H. superba, è stata rilevata nel versante setten¬ trionale del Picco dell'Armizzone, la seconda parte lungo lo spigolo sud-occidentale. Dal basso in alto si succedono: 1) calcilutiti grige ben stratificate con sot¬ tili intercalazioni di marne e argilliti rosse a verdognole (m. 18). Alla base sono presenti alcuni strati di calcari dolomitici rossastri. I primi strati calcarei contengono: Halobia sp. 1 (38), e rari modelli di Halobia styriaca (Mojs.). Le Halobie non si presentano in ammasso, ma sono più o meno sparse nella roccia e la loro estrazione è alquanto difficoltosa. In tutto il pacco si rinvengono rare impronte di Posi- donia sp.; 2) calcilutiti grige con selce (m. 1) in strati (38) V. nota 35 a p. 26. — 28 — di 10-15 cm. di spessore, contenenti rare im¬ pronte di gusci di Halobia austriaca Mojs.; 3) marne e argilliti verdi molto silicifere, un po' siltose (m. 1,50), contenenti Halobia superba Mojs.; 4) calcari grigi ben stratificati con liste e noduli di selce, con rari livelli di conglomerati intraformazionali (m. 1,20); 5) calcari grigio chiari ben stratificati con liste e noduli di selce e subordinatamente con¬ glomerati intraformazionali, con intercalati li¬ velli di argilliti durissime giallastre, aventi sin¬ golarmente uno spessore massimo di circa due metri (m. 15); 6) alternanza di argilliti e di diaspri ver¬ dognoli e giallastri, con rari strati di calcilu- titi e calcisiltiti con liste e noduli di selce (m. 4). Questo livello costituisce il termine di passaggio ai soprastanti scisti silicei. D) Facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Le migliori esposizioni sono nel Lagonegrese (M. Sirino, Serra dell’Alto, Gianni Griecu) e nell’alta valle dell’Agn (M. Vulturino, Serra di Calvello, M. Lama). La formazione presenta uno spessore di circa 500 metri e non è rilevabile per intero in una sola sezione. È perciò impossibile dare una sola località, ma bisogna riferirsi ad al¬ meno due sezioni. Scandone ha scelto per le condizioni di esposizione la zona di Sorgente Acero (199-11 NO Marsico Nuovo) per la par¬ te più bassa della serie e M. Lama per il resto. Dal basso verso l’alto si succedono: 1) calcilutiti grige ben stratificate con liste e noduli di selce (m. 50), passanti superior¬ mente ad un livello marnoso-argilloso dello spessore di circa 80 metri. Una ventina di me¬ tri sotto le prime marne è presente un livello dello spessore di due metri costituito da stra- terelli lastroidi completamente silicizzati, con¬ tenenti numerosi modelli di Halobia styriaca (Mojs.). Al livello ad H. styriaca succedono dieci me¬ tri di calcilutiti grige con selce le quali diven¬ tano via via più marnose ed acquistano, so¬ prattutto nella parte alta di ogni singolo stra¬ to, un colore giallo-verdognolo. Sulla faccia superiore degli strati, inoltre, compaiono e di¬ ventano presto abbondantissime delle caratte¬ ristiche impronte problematiche; 2) per graduale aumento del tenore in argilla si passa ad una alternanza di marne, marne argillose e argilliti fogliettate giallastre, grige e bruno-rossastre con intercalati strati di calcilutiti grige (m. 80). Nelle argilliti, che si presentano fogliettate, sono contenuti nume¬ rosi modelli di Halobia superba Mojs. In alcuni strati dei calcari intercalati sono contenute numerose impronte di esemplari giovanili di Halobia cfr. c assiana (Mojs.), » styriaca (Mojs.); e modelli di Posidonia sp.; 3) per rapida riduzione dell'apporto terri¬ geno si passa nuovamente a calcari grigi con liste e noduli di selce (m. 300). Circa sessanta metri sopra il livello argilloso è presente un livello fossilifero ad Halobia charlyana Mojs., » sp. 2 (39). Le Halobie sono contenute in alcuni strati calcarei non evidenziabili litologicamente da quelli sopra e sottostanti. Unici indizi per il reperimento di questo livello sono la distanza dal livello argilloso ad Halobia superba e la presenza di alcuni strati di calcari dolomitici, giallastri sulle vecchie superfici, che qui si as¬ sociano alle calcilutiti grige con selce. Al li¬ vello ad Halobia charlyana segue per trecento metri circa una monotona successione di cal¬ cilutiti grige, in strati mediamente di 30-60 cm. di spessore e banchi dello spessore massimo di due metri, con rari interstrati di argilliti giallo-verdognole. In questo intervallo di serie è impossibile operare alcuna suddivisione. Uni¬ ca variazione riscontrata è nella percentuale di (39) Vedi nota 36 a p. 26. — 29 — liste e noduli di selce che aumenta progressiva¬ mente verso l’alto. Non sono stati rinvenuti particolari livelli fossiliferi, ma solo rari mo¬ delli di Halobia sp. e Posidonia sp. in tutto il pacco, e ammoniti ind. nella parte medio-in¬ feriore di esso; 4) per un improvviso apporto terrigeno si passa ad un pacco di calcari marnosi, marne ed argille gialle che costituiscono un livello fa¬ cilmente identificabile (m. 3 circa). Sulla faccia superiore di alcuni straterelli calcarei, siliciz¬ zati e non, sono presenti numerose impronte di Halobia halorica Mojs. (40) che conservano talora parti di guscio; 5) calcari grigi con selce (m. 8). Alla som¬ mità compaiono sottili intercalazioni di marne e argilliti giallo-verdastre e rossastre. A questa altezza stratigrafica è presente un livello fos¬ silifero ad Halobia norica Mojs. (41). Le Halobie sono contenute nella metà infe¬ riore di uno strato di 25-35 cm. di spessore. È facile ottenere lastre ricchissime di individui colpendo in modo tale da favorire la frattura secondo potenziali piani di fissilità paralleli alla stratificazione. Questo livello si identifica con i « nidi » ad Halobia sicula rinvenuti dal De Lorenzo (1892 c) al Burrone Cararuncedde. Nello stesso livello e nei calcari immediata¬ mente sopra e sottostanti sono presenti anche Halobia lineata (Mùnst.) (42) e varie specie di Posidonia ; 6) calcilutiti grige ‘con liste e noduli di selce, progressivamente sempre più silicifere, con interstrati e intercalazioni più frequenti verso l'alto di marne, argilliti silicifere e selci varicolori (m. 40). Si passa quindi con gradua¬ lità alla Formazione degli scisti silicei. È stato scelto come limite formazionale l’ultimo strato di calcare con liste e noduli di selce. (40) Le specie finora distinte come Halobia sicula, H. insignis ed H. lucana (Scandone & de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b) vengono da me identificate in questo lavoro rispettivamente con H. norica Mojs., H. halorica Mojs. ed H. lineata (Munster). (41) Vedi nota precedente. (42) Vedi nota 40. 2. 2. 3. Considerazioni cronostratigrafiche. Desidero qui premettere che se la distribu¬ zione stratigrafica delle Halobiidae, almeno di quelle più conosciute, è abbastanza nota e at¬ tendibile a livello di piano, non lo è altrettanto a livello di suddivisioni cronostratigrafiche più ristrette. L'unico Autore che per il Trias alpino abbia indicato con precisione la posizione stratigra¬ fica di Daonelle ed Halobie, basandosi sui dati stratigrafici forniti dai cefalopodi associati, è stato Mojsisovics (1874 b); gli Autori succes¬ sivi si sono generalmente limitati a rifarsi alle indicazioni fornite da quest'ultimo. Troppe cose sono però cambiate dai tempi della mo¬ nografia di Mojsisovics perchè ci si possa an¬ cor oggi rifare alla successione bio- e crono- stratigrafica da lui indicata senza dubbi di sorta; numerose contraddizioni di carattere stratigrafico e paleontologico sono venute alla luce e sono state risolte (alcune dallo stesso Mojsisovics), ma la soluzione di alcuni pro¬ blemi ne ha contemporaneamente aperto altri, che restano ancora insoluti. Se è vero che per alcune specie di Halobiidae si sono avute suc¬ cessive conferme circa la posizione stratigra¬ fica indicata da Mojsisovics, è anche vero che queste conferme sono spesso solo apparenti, perchè basate appunto unicamente su quanto indicato da questo Autore. Inoltre il problema offerto dalla presenza di una specie già nota in livelli stratigrafici diversi, o ritenuti tali, sembra talora essere stato aggirato con l'istitu¬ zione di una nuova specie. Le considerazioni cronostratigrafiche che vengono qui di seguito esposte vanno perciò viste nei limiti che la situazione attuale consente; la mancanza di qualsiasi altro fos¬ sile cronostratigraficamente significativo nei li¬ velli a Daonella e ad Halobia lucani non mi permette di andare oltre quanto verrà esposto. Esaminerò qui livello per livello, nell'ordine in cui sono stati precedentemente elencati (43). (43) I numeri tra parentesi quadra contrasse¬ gnanti i livelli sono relativi alla successione nume¬ rica usata da Scandone (1967 b) nelle descrizioni delle serie-tipo (v. le pp. 23-29 del presente lavoro). Quanto esposto in questo capitolo è sintetizzato nelle colonne stratigrafiche in Tav. I. — 30 — 2.2.3. \. F orinazione di M. Facito. A) Membro terrigeno. a) [2] livello a Daonella taramellii e D. udvariensis ; in associazione, Daonella boeckhi, D. cfr. badiotica, D. cfr. tyrolensis, Daonel¬ la sp.. Il livello si trova circa 70 metri al di sopra delle argille gialle a brachiopodi, la cui età è Anisico superiore (Taddei Ruggiero, 1968). L’associazione delle specie in esso presenti in¬ dica un'età ladinica inferiore (Fassanico); in particolare, Daonella taramellii è considerata una specie-guida di questo sottopiano; an¬ che Daonella udvariensis proviene dagli « stra¬ ti di Buchenstein » delFUngheria (Kittl, 1912). Le altre specie sono segnalate dai diversi Auto¬ ri nell’Anisico, al limite tra Anisico e Ladinico o nel Ladinico di Europa. b) [4] livello a Daonella lommeli (44). Questa specie è universalmente riconosciuta come specie guida del Longobardico (Ladinico superiore, « strati di Wengen »). La posizione del livello, circa 60 m. strati- graficamente al di sopra di quello a Daonella taramellii e D. udvariensis sembra confermare anche per la Lucania tale età. B) Membro organogeno. Le due specie di Daonella individuate da De Lorenzo, Daonella bassanii e D. cfr. lenticula- ris (45), non forniscono di per sé alcuna indica¬ zione cronostratigrafica; la ricca fauna asso¬ ciata, studiata dallo stesso De Lorenzo (1896 c), indica però per le scogliere di Lagonegro che la contengono un'età ladinica. Daonella tommasii (46), presente nelle sco¬ gliere di Murge del Principe, corrisponde se¬ condo Philipp (1904) al Longobardico; se que¬ sta specie, strettamente affine a Daonella mous- soni, dovesse coincidere con quest’ultima, come ha ipotizzato Kittl (1912), la sua distribuzione stratigrafica risulterebbe alquanto più ampia, essendo stata D. moussoni segnalata tanto nel- l'Anisico superiore quanto in tutto il Ladi¬ nico. (44) Vedi noia 30 a p. 24. (45) Vedi nota 32 a p. 25. (46) Vedi nota 31 a p. 25. 2. 2. 3. 2. Calcari con liste e noduli di selce. A) Facies S. Fele. Nei calcari di facies S. Fele, interamente do- lomitizzati, non si sono rinvenuti fossili. B) Facies Pignola- Ab riola. a) [2] livello ad Halobia cfr. cassiana ed Halobia sp. 1. Questo livello si trova 5 metri circa strati- graficamente al di sopra del passaggio tra For¬ mazione di M. Facito e calcari con liste e no¬ duli di selce. La sua denominazione come li¬ vello ad H. cfr. cassiana è alquanto impropria, perchè gli esemplari appartenenti a questa specie sono piuttosto rari; più numerosi sono invece esemplari frammentari di Halobia sp. 1, la stessa che si trova nel livello ad Halobia styriaca dei calcari con selce di facies Armiz- zone. Le impronte dei gusci non sono in am¬ masso, ma piuttosto sparse nella roccia, ed in- soddisfacentemente conservate. Il livello è da attribuire al Cordevolico (Car- nico inferiore) più che per la presenza di Ha¬ lobia cfr. cassiana per la sua scarsa distanza dal livello a Daonella lommeli (Longobardico) e per la presenza di Halobia austriaca (Tuva- lico, Carnico superiore) circa 70 metri strati- grafìcamente al di sopra. Halobia cassiana venne infatti rinvenuta da Mojsisovics (1874 b) sia presso Hallstatt, asso¬ ciata ad H. styriaca, sia, frammentaria, negli strati di S. Cassiano della località tipo. Nel primo caso l’Autore la attribuì, insieme ad H. styriaca, alla zona a Trachyceras aonoides (Julico); nel secondo caso alla zona a Trachy¬ ceras aon (Cordevolico). La contraddizione tra le descrizioni da lui date delle due specie H. styriaca ed H. cassiana e le illustrazioni ad esse relative (47) portarono però gli Autori successivi a considerare quale unico esemplare valido di H. cassiana quello, frammentario, proveniente da S. Cassiano; l’età della specie veniva così automaticamente ristretta al Cor- (47) Vedi Discussione della specie in Halobia sty¬ riaca, p. 99 e segg. — 31 — devolico. Krumbeck (1924) emendò infine H el¬ lobio. cassiana (Mojs.), considerandone quale rappresentante valido uno degli esemplari di Hallstatt attribuito dallo stesso Mojsisovics e dagli Autori successivi ad H. styriaca, e rite¬ nendo non classificabile l'esemplare frammen¬ tario di S. Cassiano attribuito ad H. cassiana da Mojsisovics e considerato quale unico esemplare della vera H. cassiana dagli altri Autori. Gli esemplari provenienti da S. Cassia¬ no che questi ultimi avevano attribuito ad H. cassiana vennero da Krumbeck assegnati ad una nuova specie, Daonella kittli. Dopo l’emen¬ damento di Krumbeck H. cassiana si trovereb¬ be quindi ad avere, al contrario di quanto era avvenuto prima, un’età esclusivamente medio- carnica (Julico). Il problema della presenza o meno di H. cas¬ siana emend. Krumb. negli strati del Corde- volico resta a mio parere aperto (48); la sua presenza in Lucania nella posizione stratigra¬ fica di cui si è detto sembrerebbe confermare per questa specie un’età del Gamico inferiore (senza escludere, naturalmente, la sua presen¬ za altrove nello Julico). b) [7] livello ad Halobia austriaca. Questo livello dista circa 70 metri dal pre¬ cedente. L’età di Halobia austriaca, specie ad ampia distribuzione geografica (è stata rinvenuta an¬ che nel Trias dell'America settentrionale e del Giappone), è generalmente ritenuta carnica superiore (zona a Tropites subbullatus, Tu va¬ lico) (49). (48) Uno degli esemplari di S. Cassiano di Halo¬ bia cassiana successivamente attribuiti a Daonella kittli da Krumbeck, quello raffigurato da Bittner (1895 a, p. 78, tav. 9 fig. 26), sembrerebbe corrispon¬ dere realmente alle caratteristiche della specie di Mojsisovics anche dopo l’emendamento di Krum¬ beck. (49) L’unica segnalazione di H. austriaca nella zona a Trachyceras aonoides (Julico) dei calcari di Hallstatt si deve ad Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica, p. 372); stando a quanto finora noto in letteratura, appare però almeno inconsueta l’asso¬ ciazione da lui indicata di H. austriaca con H. styria¬ ca, H. salinarum ed H. lineata, la prima delle quali è finora nota come una specie del Cordevolico?- Julico, mentre le altre due sono considerate nori- che. Una Halobia aff. austriaca, che io ho conside- xato quale vero rappresentante di H. austriaca, vie¬ ne segnalata in Giappone da Ichikawa (1954) e du¬ bitativamente attribuita al Sakawano, corrispon¬ dente all'incirca al Gamico medio. La posizione del livello in Lucania non con¬ traddice l’attribuzione cronostratigrahca di questa specie. c) [8] livello ad Halobia superba. Questo livello è immediatamente soprastante il precedente. Come ad Halobia austriaca, anche ad H. su¬ perba è universalmente riconosciuta un'età carnica superiore (zona a Tropites subbulla¬ tus, Tuvalico), che è qui confermata dall’im¬ mediato contatto di questo livello con quello ad H. austriaca. Altrove, sia in Lucania che in Dalmazia meridionale, questa specie sembra invece essere stratigrafìcamente più bassa di quanto generalmente ammesso dagli Autori, come verrà esposto in seguito (p. 32). d) [9] Le calcilutiti grigie immediatamen¬ te soprastanti il livello ad H. superba conten¬ gono impronte di stadi giovanili di Halobia sp. 2 (50) ed un esemplare giovanile di Halobia charlyana ? La stessa Halobia sp. 2, rappresentata da forme giovanili, insieme ad un esemplare adulto, si trova nel livello ad H. charlyana dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. La sua età dovrebbe qui essere presumibil¬ mente carnica superiore, stando alle indica¬ zioni cronostratigrafiche fornite dalle specie dei livelli precedenti. Gli esemplari di Halobia o Daonella sp. pre¬ senti, insieme a Posidonie, una trentina di me¬ tri stratigrafìcamente più in alto (termine [11] della serie-tipo), sembrerebbero appartenere a forme noriche con ornamentazione radiale estremamente ridotta, del tipo di Halobia di- sperseinsecta Kittl o di Daonella gosaviensis Kittl; il loro stato di conservazione è però tale che non è possibile andare oltre nella dia¬ gnosi. C) Facies Armizzone. a) [ 1 ] livello ad Halobia styriaca ed Ha¬ lobia sp. 1. (50) Vedi nota 36. a p. 26. — 32 — Si trova immediatamente al di sopra del passaggio stratigrafico tra Formazione di M. Facito e calcari con liste e noduli di selce. Anche la denominazione di questo livello è impropria, poiché Halobia styriaca vi è scar¬ samente rappresentata; molto più abbondanti sono invece le impronte dei gusci di una Ha¬ lobia, che potrebbe forse corrispondere alla Halobia mojsisovicsi Gemm. (51), la stessa presente nel livello a) dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola. La posizione stratigrafica di questo livello, a meno di 10 metri di distanza dal livello a Daonella lommeli, fa propendere anche in que¬ sto caso per un’età carnica inferiore (Cordevo- lico); meno indicativa è invece H. styriaca, sia perchè rappresentata da pochi individui, sia perchè la sua presenza nel Cordevolico non è sufficientemente chiarita (52). b) [2] livello ad Halobia austriaca. Circa 16 metri stratigraficamente al di sopra del precedente. Come l'analogo livello b) dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola, rispetto al qua¬ le è meno ricco di esemplari, la sua età può ritenersi carnica superiore (Tuvalico). c) [3] livello ad Halobia superba. Immediatamente soprastante il precedente, ha la potenza di m. 1,50 (contro i 5,30 metri dell’analogo livello c) in facies Pignola-Abriola). Anche in questo caso l'immediata vicinanza di H. superba con H. austriaca conferma per H. superba l'età carnica superiore (Tuvalico) che le viene comunemente riconosciuta. Confrontando la distanza reciproca di que¬ sti livelli con quella dei livelli a), b) e c) dei calcari con selce in facies Pignola-Abriola, di cui possono ritenersi analoghi, si nota come in facies Armizzone essi siano molto più ravvi¬ cinati. (51) Rimando alla descrizione di Halobia sp. 1 a p. 114 per ulteriori chiarimenti. (52) Molti Autori segnalano la specie nella zona a Trachyceras aonoides (Julico); altri invece la rife¬ riscono genericamente al Carnico inferiore. In que¬ st’ultimo caso non è sempre possibile capire se l’Autore si riferisce al Carnico inferiore nel senso inteso da Mojsisovics (Cordevolico) o nel senso in¬ teso da Bittner (Julico). D) Facies Lagonegro - Sasso di Castalda. a) [1] livello ad Halobia styriaca. A circa 30 metri dalla base affiorante della formazione; non si conoscono termini più bas¬ si cronostratigraficamente significativi. Verso l'alto dista dal successivo livello ad Halobia superba circa 20 metri. Questo livello è ricchissimo di modelli inter¬ ni ed esterni di Halobia styriaca e di forme a contorno più lungo e maggior numero di coste che richiamano la Halobia cassiana e la Ha¬ lobia richthofenv, gli esemplari sono comple¬ tamente appiattiti. Oltre che in Lucania questo livello si rinviene, litologicamente e paleonto¬ logicamente identico, in Jugoslavia (Dalmazia meridionale) ed in Grecia (Pindos), dove sem¬ bra avere la stessa posizione stratigrafica. La sua età è del Cordevolico o dello Julico, ma non è ulteriormente definibile con sicurezza. La presenza di Halobia styriaca dovrebbe in¬ fatti indicare un'età medio-carnica (Julico), ma per le ragioni esposte a proposito della Halobia styriaca dei calcari con selce di facies Armizzone non è da escludere il Cordevolico. b) [2] livello ad Halobia superba. Si trova a circa 20 metri dal precedente ed a circa 60 metri dal successivo livello ad Halobia charlyana. Le impronte di H. superba, numerosissime, si rinvengono nelle argilliti fogliettate; nei cal¬ cari intercalati sono contenuti numerosi indi¬ vidui giovani di Halobia cfr. cassiana e di H. styriaca. Il problema posto dall'associazione di H. su¬ perba (Tuvalico, Carnico superiore) con H. sty¬ riaca ed H. cfr. cassiana (Carnico medio o in¬ feriore) (53) ammette due soluzioni: 1) che H. cassiana ed H. styriaca si esten¬ dano stratigraficamente verso l'alto fino al Tu¬ valico; 2) che H. superba si estenda stratigrafica¬ mente verso il basso fino allo Julico o al Cordevolico. Io propendo per la seconda soluzione per le seguenti ragioni: — il livello ad H. superba dista 60 metri dal soprastante livello ad H. charlyana, specie (53) In Dalmazia meridionale ho rinvenuto H. su¬ perba in un livello argillitico verde addirittura sot¬ tostante al livello ad H. styriaca analogo a quello a) ora descritto. — 33 — concordemente attribuita al Gamico medio (Julico) o tutt’al più al medio-superiore; — in Jugoslavia (serie di Beffici, Dalmazia meridionale) ho rinvenuto H. superba strati- graficamente subito al di sopra di un livello a Daonella indica e Daonella pichleri, la cui estensione stratigrafica sembra comprendere tutto il Ladinico ed il Cordevolico; presumi¬ bilmente quindi H. superba era presente già nel Cordevolico, o al massimo nello Julico; — mentre non sono note forme stretta- mente affini ad H. styriaca o ad H. cassiana nel Tuvalico (54), Kittl (1912) ha rinvenuto al Feurkogel, in strati dello Julico, una forma che ha chiamato Halobia? praesuperba, stret¬ tamente affine ad H. superba e che a mio giu¬ dizio potrebbe rientrare nella variabilità di quest'ultima specie (v. p. 109). In base a quanto esposto, il livello ad Ha¬ lobia superba dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda risulta crono- stratigraficamente non corrispondente al li¬ vello ad H. superba dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone, ma più antico, del Cordevolico o dello Julico. c) [3] livello ad Halobia charlyana. Litologicamente indifferenziato, si trova cir¬ ca 60 metri stratigraficamente al di sopra del livello ad Halobia superba e circa 240 metri al di sotto dal successivo livello ad Halobia halorica. L’età attribuita dagli Autori ad H. charlyana è generalmente medio-carnica (Julico); Kittl (1912) la riferisce allo stesso sottopiano, ma ne riconosce la presenza anche nel Gamico supe¬ riore (Tuvalico). Questo livello dovrebbe quindi avere età non più antica dello Julico e non più recente del Tuvalico. Associata ad H. charlyana è presente Halobia (54) È vero che Artiiaber (in Frech, Lethaea meso¬ zoica, p. 454) segnala nel Norico della Dalmazia H. styriaca in associazione con H. norica. Ciò con¬ trasta però con quanto finora noto in letteratura, né l’Autore fornisce chiarimenti in proposito. In Dalmazia meridionale (serie di Bijela-Sv. Nikola) ho rinvenuto H. norica stratigraficamente al di so¬ pra di un livello ad H. halorica ed H. cfr. partschi nella parte alta della serie; il livello ad H. styriaca si trova invece alla base affiorante della serie, cir¬ ca 100 metri stratigraficamente più in basso. sp. 2 (55), la stessa presente al di sopra de] livello c) in facies Pignola-Abriola. d) [4] livello ad Halobia halorica. Corrisponde a quello identificato come li¬ vello ad Halobia insignis in Scandone & de Capoa (1966) e in Scandone (1967 b). Si trova a 240 metri dal precedente ed a 8 dal soprastante livello ad Halobia norica. In Scandone & de Capoa (1966) avevo indi¬ cato per questo livello un’età carnica in base all'età attribuita da Gemmellaro (1882) ai cal¬ cari con selce contenenti, tra le altre, Halobia insignis, della Sicilia; in Scandone (1967 b) ho invece ipotizzato per questa specie un'età no¬ rica. Sono ora in grado di confermare, per il li¬ vello ad H. halorica ed il successivo, l'appar¬ tenenza al Norico per le seguenti ragioni: — dall’esame degli originali di Mojsisovics e di Kittl di H. halorica, H. dilatata, H. simonyi, specie tutte del Norico delle Alpi, e dallo studio della variabilità di H. insignis è risultato che quest’ultima specie è sinonima di H. halorica insieme ad H. dilatata e ad H. simonyi. Anche il livello lucano ad H. insignis = H. halorica verrebbe quindi ad avere un’età norica; — Mojsisovics (1896 a) e Gemmellaro (1904) hanno riconosciuto la presenza del Norico (Norico medio, Alaunico, per Mojsisovics) nei calcari ad Halobia siciliani in corrispondenza degli strati contenenti H. insignis tra le altre specie; — il livello ad H. halorica dista, tanto in Lucania quanto a Madonna del Balzo (Sicilia), meno di 10 metri dal livello ad H. norica, che è una forma del Norico delle Alpi. Anche H. li¬ neata, che in Lucania si trova associata ad H. norica, è una specie norica; — in Jugoslavia (Dalmazia meridionale) ed in Grecia (Pindos) è presente un livello ad H. halorica (in Jugoslavia associata ad H. cfr. partschi ) litologicamente e paleontologicamen¬ te identico a quello lucano; in Jugoslavia, pochi metri stratigraficamente al di sopra di questo livello è presente, come in Lucania ed in Sicilia, H. norica; in Grecia (serie del Kria- kura) esso è sovrastato, a circa 13 metri, da calcari molto siliciferi rossi, contenenti Mo- notis sp. Il genere Monotis è, come noto, esclusivamente norico. (55) Vedi nota 36 a p. 26. 3 — 34 — Una più precisa età del livello è difficile da stabilire; la cronostratigrafia di dettaglio delle Halobie noriche è infatti ancor meno cono¬ sciuta di quelle carniche. Stando alle conoscenze attuali, dovrebbe trattarsi di un livello del Norico inferiore o al massimo medio secondo la suddivisione in zone indicata da Mojsisovics (in Mojsisovics, Waagen & Diener, 1895) e confermata da Kum¬ mel (in Mqore, 1957) (56). Halobia halorica è infatti stata assegnata da Mojsisovics alla zo¬ na a Cyrtopleurites bicrenatus (Alaunico, No¬ rico medio); anche Kittl (1912) la ha rinve¬ nuta nella stessa zona. Le altre due specie di Kittl che io ho considerato sinonime, insieme ad H. insignis, di H. halorica : H. dilatata ed H. simonyi, provengono rispettivamente dal Norico superiore e dal Norico inferiore, se¬ condo quanto indica la tabella a p. 215 del lavoro di Kittl (57). Mojsisovics (1896 a) ha inoltre indicato peri calcari siciliani contenenti H. insignis, H. si- cula ed altre un’età medio-norica (Alaunico) in base alle ammoniti ivi rinvenute alla stessa altezza stratigrafica. A Madonna del Balzo (Sicilia nord-occiden¬ tale) il livello ad H. insignis = H. halorica si trova stratigraficamente circa 80 metri al di sopra di un livello contenente una specie, non rinvenuta da Gemmellaro (1882), che è pro¬ babilmente la Halobia salinarum Bronn, e circa 10 metri al di sotto di un livello ad H. norica. H. salinarum è stata attribuita da Mojsisovics agli strati di passaggio tra Car- nico e Norico, mentre Kittl la considera no¬ rica (Norico superiore in tabella a p. 215). e) [5] livello ad Halobia norica. Corrisponde al livello ad H. sicula di Scan- done & de Capoa (1966) e di Scandone (1957 b). Si trova 8 metri stratigraficamente al di sopra del livello ad H. halorica e contiene, in associazione con H. norica , H. lineata (Mùnst.), già indicata da De Lorenzo e dagli Autori sud¬ detti come Halobia lucana De Lor. Anche per questo livello avevo precedente- (56) Kummel aggiunge soltanto, rispetto alla sud- divisione in zone indicata da Mojsisovics per il No¬ rico, la zona a Discophyllites patens alla base del piano. (57) Kittl suddivide il Norico in inferiore e su¬ periore; l’inferiore comprende anche la zona a Cyrto¬ pleurites bicrenatus, attribuita da Mojsisovics al Norico medio. mente (Scandone & de Capoa, 1966) indicato un’età carnica rifacendomi alla datazione di Gemmellaro (1882) per i calcari ad Halobia della Sicilia, mentre in Scandone (1957 b) lo avevo ipoteticamente attribuito al Norico. La sua età norica resta ora confermata oltre che dalla sua sovrapposizione stratigrafica al livello ad H. halorica, norico per le ragioni sopra esposte, dai seguenti fatti: — la specie finora individuata come Halobia sicula è risultata sinonima di H. norica Mojs., H. plicosa Mojs., H. amoena Mojs., H. para- sicula Kittl, tutte specie noriche; — la specie in associazione, H. lucana, è ri¬ sultata sinonima di H. lineata, anch’essa no¬ rica; — Mojsisovics (1896 a) e Gemmellaro (1904) hanno riconosciuto un’età norica (Norico me¬ dio, Alaunico, per Mojsisovics) per gli strati dei calcari ad Halobia siciliani contenenti, tra le altre, H. sicula, in base ai cefalopodi ivi presenti alla stessa altezza stratigrafica; — in Sicilia (Madonna del Balzo) ho rinve¬ nuto il livello ad H. sicula = H. norica alla stessa distanza stratigrafica dal livello ad H. insignis = H. halorica dei calcari con selce lucani. Anche in questa località quindi, am¬ messa l'età norica del livello sottostante, il livello ad H. norica risulta necessariamente norico; — in Jugoslavia H. norica si rinviene in diverse località della Dalmazia meridionale circa 10 metri stratigraficamente al di sopra del livello ad H. halorica ed H. cfr. partschi litologicamente identico a quello lucano ora descritto. Anche in questo caso quindi la specie è stratigraficamente soprastante ad un livello norico. Anche a proposito di questo livello l’età non è ulteriormente precisabile se non sotto forma di ipotesi; i vari Autori sono infatti alquanto discordi nell’indicare l'età di H. norica (e delle specie da me considerate sinonime) e di H. li¬ neata. Tenendo però conto: a) della supposta età medio-norica del sottostante livello ad H. halorica ; b) dell'attribuzione da parte di Mojsiso- vics di quella parte dei calcari ad Halobia siciliani contenenti H. insignis — H. halorica ed H. sicula = H. norica al Norico medio (Alaunico) in base ai cefalopodi associati; — 35 — c) della somiglianza tra il livello ad H. norica lucano e quello siciliano e della loro equidistanza dal livello ad H. halorica ; si può forse ipoteticamente attribuire anche questo livello al Norico medio. 2. 2. 3. 3. Conclusioni. Le serie dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola e di facies Arminone risul¬ tano facilmente correlabili in corrisponden¬ za di tutti e tre i livelli biostratigrafici in esse distinti. Più difficilmente correiabile con le prime due appare invece la serie dei calcari con selce di facies Lagonegro- Sasso di Ca¬ stalda : i livelli ad H. superba delle prime due serie non corrispondono infatti cronostrati- grafìcamente a quello della terza per le ragioni precedentemente esposte. La serie dei calcari con selce di facies Lago- negro - Sasso di Castalda è forse correiabile con le prime due all'altezza del livello a) delle tre serie; mentre però i livelli ad H. cfr. cas- siana dei calcari con selce di facies Pignola- Abriola e ad H. styriaca dei calcari con selce di facies Armizzone sono attribuibili al Corde- volico (Gamico inferiore) con una certa sicu¬ rezza in base alla loro scarsa distanza strati¬ grafica dal livello a Daonella lommeli del Lon¬ gobardico (Ladinico superiore), per il livello ad H. styriaca dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda non è possibile stabilire se si tratti di un'età carnica inferiore o medio-carnica, non conoscendosi livelli cro- nostratigraficamente significativi al di sotto di esso. In tav. I ho perciò correlato dubitativa¬ mente questo livello con i pomi uuc. Un elemento di correlazione tra i calcari con selce di facies Pignola-Abriola e Lagone¬ gro -Sasso di Castalda potrebbe essere costi¬ tuito dalla presenza in entrambi (rispettiva¬ mente nell’intervallo [9] e nel livello [3]) di Halobia sp. 2, cui si associa nei primi un esem¬ plare giovanile di Halobia charlyana ?. In tal caso i livelli ad H. austriaca e ad IL. superba dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola risulterebbero cronostratigraficamente corri¬ spondenti o appena più antichi del livello ad H. charlyana dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda, cui verrebbe presumibilmente ad essere confermata un’età carnica superiore (Tuvalico). Le conoscenze attuali non mi permettono però di andare al di là di un’ipotesi che potrà essere confermata o smentita dai dati paleontologico-stratigrafici. 3. OSSERVAZIONI ECOLOGICHE. Non è stato condotto in particolare uno studio sulla ecologia delle Halobiidae lucane; tuttavia sono possibili alcune osservazioni sulla scorta dei dati raccolti. Daonelle ed Halobie si trovano in Lucania allo stato di impronte, di solito parallele alla stratificazione e generalmente isorientate; allo stato attuale delle conoscenze non mi è pos¬ sibile definire se l’isorientazione stia ad indi¬ care una azione in posto dopo la morte da parte delle correnti oppure un trasporto; è però da osservare che, tranne qualche ecce¬ zione di cui verrà fatto cenno più avanti, gene¬ ralmente si trovano associati nello stesso li¬ vello esemplari di dimensioni variabili, il che esclude una selezione da parte delle correnti. Frammenti di guscio si trovano solo in ra¬ rissimi casi. Le valve sono generalmente disu¬ nite; nei casi, non rari nei livelli molto ricchi, in cui le due valve sono rimaste unite, esse sono completamente aperte; ciò starebbe ad indicare, secondo Jefferies & Minton (1965), l’attitudine al nuoto in tutti quei lamellibran- chi, tra cui sono presumibilmente comprese le Halobiidae, privi di connessioni muscolari ventrali: in tal caso, l’angolo di apertura delle valve è determinato, nel vivente come dopo la morte, esclusivamente dal legamento, e la pos¬ sibilità di un'ampia apertura delle valve faci¬ lita il nuoto in quanto aumenta il volume di acqua espulsa ad ogni contrazione del mu¬ scolo adduttore. Le Halobiidae sono concordemente ricono¬ sciute come fossili pelagici: la loro ampia distribuzione geografica; la loro frequenza ed abbondanza nei depositi di acque profonde, associate quasi esclusivamente a plancton e necton anche quando le condizioni del fondo marino sembrano essere state sfavorevoli alla vita; la loro presenza, anche se meno fre¬ quente, in depositi di acque basse con ricche faune bentoniche, costituiscono secondo Jef¬ feries & Minton (1965) altrettante prove a favore di ciò. In Lucania le specie di Halobia (Carnico-Norico) si trovano in sedimenti di acque profonde, associate esclusivamente a Posidonia Bronn e radiolari; le Daonelle (La- dinico) si rinvengono invece in depositi terri¬ geni formatisi a profondità modesta, e nelle scogliere algali, nel primo caso talora associate a lamellibranchi avvicinabili al genere Cuspi- daria Nardo, nel secondo accompagnate, oltre che da ammoniti, da alghe e da una ricca fauna bentonica a brachiopodi, lamellibranchi, gasteropodi e foraminiferi (Bittner, 1894; De Lorenzo, 1896 c; Luperto, 1963, 1965 a, b; Scan- done, 1946 b; Taddei Ruggiero, 1968). Ciò non corrisponde certamente, come è ampiamente verificabile in letteratura, ad una differenza di habitat tra i due generi, ma è piuttosto da met¬ tere in relazione con il progressivo approfondi¬ mento deH'originario bacino in cui questi la¬ mellibranchi vivevano (Scandone, 1967 b); in altre parole, nel Ladinico, in cui il genere Dao- nella è particolarmente ben rappresentato, il bacino era in via di individuazione e l’apporto terrigeno vi era notevole; nel Carnico-Norico, intervallo di tempo in cui il genere Halobia è specialmente prospero, il bacino era invece già individuato e vi si deponevano sedimenti di mare via via più profondo. Le dimensioni degli esemplari lucani sono inferiori a quelle dei corrispondenti esemplari alpini: generalmente le loro valve raggiun¬ gono un’altezza media che è circa la metà o un terzo di quella degli individui rinvenuti nelle località-tipo delle Alpi. Questa condizione è verificabile nelle Halobiidae lucane in tutti i livelli a Daonella e ad Halobia ladino-carnici; solo le Halobie del Norico ( Halobia halorica, H. norica, H. lineata ) presentano uno sviluppo del guscio normale rispetto a quello dei corri¬ spondenti esemplari alpini. È difficile dire se nel caso delle Halobiidae lucane ladino-carni- che si tratti di un fenomeno di nanismo (58) o di individui che non avevano ancora raggiunto lo stadio adulto. Secondo Hallam (1965) gli individui nani di lamellibranchi presentano strie di accrescimento più fitte e ravvicinate (58) Si tratterebbe in questo caso di un « nanismo non accentuato » (Boni, 1942), poiché le dimensioni degli esemplari lucani non sono tanto fortemente ridotte quanto quelle delle « faune nane pure ». — 37 — di quelle degli individui di dimensioni normali; ciò non è tuttavia facilmente verificabile in popolazioni rimaste allo stato fossile solo co¬ me impronte interne o esterne del guscio non sempre perfettamente conservate, come è il caso delle Halobiidae lucane. Nel primo caso (forme nane) il fenomeno potrebbe essere le¬ gato a condizioni ambientali sfavorevoli (Hal- lam, 1965), nel secondo (forme a sviluppo non ultimato) a trasporto selettivo da parte delle correnti. È da aggiungere che i fenomeni di nanismo sono stati studiati su faune bento- niche, per cui risulta abbastanza difficile e probabilmente non del tutto attendibile appli¬ care i risultati di tali studi a forme general¬ mente considerate come pseudoplanctoniche o nectoplanctoniche. È interessante notare che nel caso dell’unica specie lucana in cui gli stadi « giovanili » sono facilmente distinguibili da quelli « adulti », Halobia superba, gli esemplari « adulti » si sono rivelati per la maggior parte di dimen¬ sioni inferiori rispetto a quelli noti in lette¬ ratura. La presenza in H. superba di un solco, distante dall’apice circa 16 mm. negli individui di dimensioni normali, in corrispondenza del quale le coste si flettono, permette infatti di dividere gli individui di questa specie in: 1) in¬ dividui in cui non si è ancora verificata la flessione delle coste (vedi tav. XV fìgg. 12-20); 2) individui in cui tale flessione si è verificata (vedi tav. XIV figg. 1-12; tav. XV figg. 1-11). Naturalmente niente prova che gli esemplari che rientrano nel gruppo 2) avessero raggiun¬ to la maturità sessuale, per cui i termini di individui « giovani » ed « adulti » sono usati qui in senso improprio; si sono comunque con¬ siderati come individui « adulti » quelli in cui il margine ventrale del guscio distasse dal solco di flessione di almeno 5 mm. Il dato più interessante emerso dallo studio dei valori bio¬ metrici di Halobia superba è che nella gran¬ dissima maggioranza degli esemplari lucani considerati « adulti » il solco di flessione dista dall’apice meno di quanto non si verifichi negli esemplari della stessa specie descritti dagli Autori (59) il che, seguendo le vedute di (59) Dalla letteratura non risulta però su quanti esemplari sia stata verificata la distanza del solco di flessione delle coste dall’apice; non si può quindi considerare con sicurezza la distanza indicata dagli Hallam (1965), sarebbe una prova a favore di un certo grado di nanismo delle forme lucane ladino-carniche. Nelle argilliti fogliettate ad H. superba dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda alcuni straterelli contengono esclusi¬ vamente forme « giovani », in cui non è pre¬ sente il solco di flessione delle coste; in altri si rinvengono invece esclusivamente esemplari « adulti ». Una circostanza analoga è stata osservata da Kqbayashi & Tokuyama (1959 a) per le Daonelle del Giappone; gli Autori avan¬ zano l'ipotesi che il fatto sia in relazione con il periodo di riproduzione, o che i gusci siano stati selezionati dalle correnti. Craig (1967) ha messo in evidenza l’interrelazione esistente in popolazioni viventi di lamellibranchi tra indi¬ ce di accrescimento e indice di mortalità, di¬ mostrando che non sempre le dimensioni degli individui morti di una specie rispecchiano quelle della popolazione vivente nel suo com¬ plesso, ma piuttosto di una parte della popo¬ lazione soltanto. Jefferies & Minton (1965) si sono pronun¬ ciati a favore di un tipo di vita necto-plancto- nico per Bositra buchi (Ròmer) e « Posidonia » radiata Goldf., dopo un'attenta analisi del- Yhabitat e della morfologia funzionale delle due specie giurassiche; essi estendono le loro conclusioni anche ai generi Daonella, Halobia e Monotis. Se per Daonella, come per Posido¬ nia, l'ipotesi di un tipo di vita necto-plancto- nico risulta accettabile, più difficile è a mio giudizio ammetterlo per Halobia, in cui dalla maggior parte degli Autori (Rothpletz, 1892; Bittner, 1899 b; De Lorenzo, 1896 c; Krumbeck, 1924; Marwick, 1953) è ammessa la presenza del bisso. Solo Kittl (1912) e Smith (1927) hanno messo in dubbio o negato la presenza di fessura bissale in Halobia. Le osservazioni di Ichikawa (1958, pp. 183-185) relative al mo¬ do di vita del genere Monotis sono probabil¬ mente estendibili anche al genere Halobia. Il problema è a mio giudizio ancora largamente aperto, nè i dati emersi dallo studio delle Halobiidae lucane contribuiscono, allo stato attuale delle conoscenze, a chiarirlo. Autori come carattere costante in seno alla specie. I due originali di Mojsisovics (1874 b) da me esami¬ nati presentano tale solco ad una distanza di 16 mm. dall’apice. 4. CONCLUSIONI. La serie calcareo-silico-marnosa della Luca¬ nia, costituita dal basso verso l’alto da: a) Formazione di M. Facito, distinta in un membro terrigeno ed uno organogeno (scoglie¬ re algali); b) calcari con liste e noduli di selce; c) scisti silicei; d) flysch galestrino, contiene nelle formazioni a) e b) una ricca fauna rispettivamente a Daonelle e ad Halobie. In seno a tale serie Scandone (1967 b; pp. 21-22 del presente lavoro) ha distinto, in base ai caratteri litologici ed al loro significato paleo¬ geografico, quattro facies, di cui tre: facies 5. Fele, facies Pignola-Abriola e facies Armiz- zone hanno caratteri prossimali, mentre la facies Lagonegro - Sasso di Castalda ha caratteri di depositi distali di geosinclinale. Si è impostato lo studio delle Halobiidae lu¬ cane da un punto di vista sia strettamente paleontologico, con revisione critica delle spe¬ cie, sia bio- e cronostratigrafico. Lo studio paleontologico ha portato alle se¬ guenti conclusioni: 1 - È necessario, per l’identificazione di una specie di Daonella o di Halobia, studiare una popolazione nel suo complesso, e definirne i limiti di variabilità intraspecifica. 2 - Le specie di Halobiidae non possono ve¬ nir distinte solo in base alle caratteristiche dell'ornamentazione radiale, soggetta a forte variabilità individuale, ma ad un complesso di caratteri, che comprende il contorno del guscio e la sua variazione ontogenetica, le aree anteriori e posteriori, se presenti, e, per il ge¬ nere Halobia, la morfologia dell’orecchietta anteriore. Tutti questi caratteri devono essere esaminati, al fine di una corretta identifica¬ zione della specie, alla luce della conoscenza della loro variabilità intraspecifica. 3 - Poiché i criteri su elencati non sono sempre stati seguiti dai paleontologi, spesso per difficoltà obbiettive quali la non disponi¬ bilità di un numero sufficiente di individui, la non perfetta conservazione del materiale, ecc., esiste attualmente una estrema frammenta¬ zione delle specie di Halobiidae, che porta a grandi difficoltà nella loro individuazione ed a conseguenti possibili confusioni di carattere cronostratigrafico. È necessario quindi che le specie esistenti vengano sottoposte a revisione, e che vengano confrontate tra loro quelle specie cronostratigraficamente corrispondenti ma geograficamente distanti, che mostrano indub¬ bi caratteri di affinità, onde accertarne o esclu¬ derne la sinonimia. Occorre inoltre che esse vengano rigorosamente definite di nuovo nei limiti della loro variabilità. Chi scrive ha potu¬ to rilevare, sia pure in base al limitato numero di confronti con gli originali delle specie studia¬ te che è stato possibile fare, l’identità di una specie della Lucania e Sicilia, Halobia sicula Gemm., con ben quattro specie delle Alpi: Halobia norica, H. plicosa, H. amoena, H. pa- rasicula; sinonime di Halobia halorica sono risultate una specie della Sicilia e Lucania, H. insignis, e due specie alpine, H. dilatata ed H. simonyi; infine sinonima di H. lineata delle Alpi H. lucana. L’individuazione di queste sino¬ nimie è stata resa possibile dallo studio del gran numero di esemplari a disposizione e della loro variabilità, nonché dal confronto diretto con gli originali alpini. Da un punto di vista biostratigrafico si è giunti alle seguenti conclusioni: 1 - Daonelle ed Halobie sono presenti in Lucania in livelli stratigraficamente distinti nella Formazione di M. Facito e nei calcari con liste e noduli di selce. Nella prima delle due formazioni sono state rinvenute 10 specie appartenenti al genere Daonella, di cui 7 di- — 39 — stribuite in due livelli nel membro terrigeno, 3 presenti nelle scogliere algali; nella seconda sono stati individuati 7 livelli, contenenti com¬ plessivamente 10 specie di Halobia. Tali livelli, spesso litologicamente indifferenziati, si rin¬ vengono ad altezza stratigrafica costante in tutta l’area di affioramento dei calcari con selce. 2 - I livelli ad Halobia dei calcari con selce delle facies prossimali ( facies Pignola-Abriola ed Armizzone ) mostrano una pressocchè totale corrispondenza di specie e sono perfettamente correiabili tra loro; quelli della facies Lagone- gro- Sasso di Castalda (distale) contengono invece in gran parte specie diverse, cosicché la serie dei calcari con selce di quest'ultima fa¬ cies risulta per il momento correiabile solo in via ipotetica con le prime due. Nei calcari con selce di facies S. Fele, interamente dolomitiz- zati, non è stata rinvenuta fauna. Premesso che la cronostratigrafia delle Ha- lobiidae deve essere interamente riveduta alla luce delle attuali conoscenze; che la loro collo¬ cazione stratigrafica sembra potersi ritenere abbastanza sicura al livello di piano, ma più difficilmente al livello di sottopiano; che la estensione stratigrafica di alcune specie è pro¬ babilmente in taluni casi più ampia di quanto ammesso finora, poiché si sono talora tenute specificamente distinte forme strettamente affini ma con differente posizione stratigrafica, sono possibili le seguenti considerazioni cro- nostratigrafiche : 1 - Nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito sono presenti, nei due livelli indi¬ viduati, specie che permettono di attribuire con una certa sicurezza l'uno al Ladimco infe¬ riore (Fassanico): Daonella tarantella, D. udvariensis ; l’altro al Ladinico superiore (Lon¬ gobardico): D. lommeli. Un'età ladinica indica anche l’unica Daonella cronostratigraficamente significativa contenuta nei calcari di scogliera, D. tommasii. Nei calcari con selce delle due facies pros¬ simali i livelli ad Halobia indicano un'età com¬ presa tra il Gamico inferiore (Cordevolico) ed il superiore (Tuvalico); in quelli di facies Lago- negro - Sasso di Castalda sono invece presenti, oltre ai livelli camici, anche livelli del Norico inferiore o medio. 2 - Il più basso livello affiorante dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castal¬ da, il livello ad H. styriaca, non può conside¬ rarsi con sicurezza cronostratigraficamente corrispondente ai livelli ad Halobia cfr. cassia - na ed Halobia sp. 1 e ad Halobia styriaca ed Halobia sp. 1 rispettivamente dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone. In queste ultime due infatti i livelli su citati si trovano a meno di 10 metri stratigrafica- mente al di sopra del livello a Daonella lom¬ meli del Longobardico, e possono quindi attri¬ buirsi con una certa sicurezza al Gamico infe¬ riore (Cordevolico); in facies Lagonegro - Sasso di Castalda invece non affiora la Formazione di M. Facito, e la base dei calcari con selce non è nota. Il livello ad H. styriaca di que¬ st'ultima facies potrebbe perciò corrispondere tanto al Cordevolico quanto allo Julico, cui questa specie è frequentemente attribuita in letteratura. 3 - Il livello ad Halobia superba dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Ca¬ stalda non è probabilmente cronostratigrafica¬ mente corrispondente a quelli ad H. superba dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone. In queste ultime due esso si trova infatti immediatamente al di sopra del livello ad Halobia austriaca, che data con una certa sicurezza il Gamico superiore (Tuvalico). In facies Lagonegro - Sasso di Castalda si tro¬ va invece circa 20 metri stratigraficamente al di sopra del livello ad H. styriaca (Cordevolico o Julico) e circa 60 metri al di sotto del livello ad Halobia charlyana, del Carnico medio (Ju- lico) o tutt'al più medio-superiore; nelle stesse argilliti ad H. superba sono intercalati calcari contenenti H. styriaca ed H. cfr. cassiana. Il livello ad H. superba dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda dovrebbe quindi essere più antico di quelli delle facies prossimali. La presenza di H. superba in strati più antichi del Tuvalico, cui era stata finora esclusivamente attribuita, trova conferma nel fatto che in Dalmazia meridionale chi scrive ha rinvenuto questa specie in strati immedia¬ tamente soprastanti un livello a Daonella indica e Daonella pichleri, che si estendono, stando ai dati noti in letteratura, al massimo fino al Cordevolico; in strati dello Julico è nota inoltre una forma, Halobia ? praesuperba, che sembra essere tanto strettamente affine ad H. superba da potere probabilmente concidere specificamente con quest’ultima. — 40 — 4 - Un probabile elemento di correlazio¬ ne tra le due facies prossimali e la distale è dato dalla presenza in quest'ultima ed in facies Pignola - Abriola di Halobia sp. 2. In facies Lagonegro - Sasso di Castalda que¬ sta specie è stata rinvenuta nel livello ad Halobia charlyana-, in facies Pignola-Abriola negli strati immediatamente soprastanti il li¬ vello ad H. superba, insieme ad un solo esem¬ plare giovanile probabilmente riferibile ad H. charlyana. La correlazione cronostratigra- fica tra facies prossimali e facies distale po¬ trebbe quindi essere possibile tra il livello ad H. superba delle prime due e quello ad H. charlyana dell’ultima. 5 - Che i calcari con selce di facies Lagone¬ gro - Sasso di Castalda si estendano verso l’al¬ to fino al Nerico è testimoniato dal fatto che le specie lucane dei livelli stratigraficamente più alti: H. insignis, H. sicula, H. lucana, fi¬ nora ritenute carniche, sono risultate sino- nime rispettivamente di H. halorica, H. norica, H. lineata del Norico delle Alpi. Ciò è confer¬ mato dalla presenza in Grecia (Pindos), in una serie litologicamente e paleontologicamente molto simile a quella dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda, di Mo- notis, genere esclusivamente norico, pochi metri al di sopra di un livello ad H. halorica litologicamente identico a quello lucano. L’assenza di una fauna associata cronostra- tigraficamente significativa non permette di andare oltre le ipotesi suddette. Quanto ora esposto è sintetizzato nelle co¬ lonne stratigrafiche in Tav. I. 5. PALEONTOLOGIA. 5. 1. COMPOSIZIONE DELLA FAUNA. Se si prescinde dal più basso termine (For¬ mazione di M. Facito) (60), la serie calcareo- silico-marnosa lucana contiene per la sua por¬ zione triassica esclusivamente Halobiidae, Po- sidonie e radiolari. Delle specie di Halobiidae determinate 8, appartenenti al genere Daonella, sono di età ladinica inferiore (Fassanico) o superiore (Longobardico): Daonella ( Enteropleura ) boeckhi Mojs., 1874 Daonella ( Daonella ) lommeli (Wissm.), 1841 Daonella ( Daonella ) tarantella Mojs., 1874 Daonella ( Daonella ) tommasii Phil., 1904 Daonella ( Daonella ) udvariensis Kittl, 1912 Daonella ( Daonella ) cfr. badiotica Mojs., 1874 Daonella ( Daonella ) cfr. tyrolensis Mojs., 1874 Daonella ( Daonella ) sp., e si aggiungono alle due specie di Daonella già rinvenute da De Lorenzo (1892 c, 1894 b, 1896 c) nelle scogliere di Lago negro: Daonella ( Daonella ) bassanii De Lor., 1894 Daonella ( Daonella ) cfr. lenticularis Gemm., 1882. Le altre 10 specie individuate appartengono al genere Halobia; provengono da strati car- nici: (60) Questa formazione contiene, oltre alla Dao- nelle, brachiopodi nella parte inferiore del mem¬ bro terrigeno (Taddei Ruggiero, 1968), associati a qualche lamellibranco ( Avicula sp. e Myophoria sp.) e ad articoli di crinoidi; nel membro organogeno alghe (Diplopore e Teutloporelle), cefalopodi, lamelli- branchi, gasteropodi e brachiopodi (De Lorenzo, 1896 c; Bittner, 1894), nonché ricche microfaune (Luperto, 1963, 1965 a e b; Scandone, 1964 b). Halobia austriaca Mojs., 1874 Halobia charlyana Mojs., 1874 Halobia styriaca (Mojs.), 1874 Halobia superba Mojs., 1874 Halobia cfr. cassiana (Mojs.), 1874, emend. Krumb., 1924 Halobia sp. 1 Halobia sp. 2. Di età nerica sono invece: Halobia halorica Mojs.. 1874 Halobia lineata (Munst.), 1838 Halobia norica Mojs., 1874. 5. 2. CRITERI E METODI SEGUITI NELLO STUDIO PALEONTOLOGICO. Le Halobiidae si trovano generalmente a costituire in Lucania delle vere e proprie « lumachelle » formate da un gran numero di modelli interni ed esterni di gusci, disposti parallelamente alla stratificazione e general¬ mente isorientati. L’abbondanza degli indivi¬ dui è nella maggioranza dei casi tale che le impronte dei gusci si trovano sovrapposte l'un l’altra; accade inoltre molto frequente mente che gli esemplari siano solo parzial¬ mente scoperti, e che per poterli studiare sia necessario liberare dalla roccia le parti nascoste. Ottimi risultati a questo pro¬ posito ha dato un piccolo trapano a vibra¬ zione, il Vibro-Graver (Burgess Vibro-crafters Ine., Illinois), con il quale si riesce spesso, lavorando con cautela, a mettere compieta- mente allo scoperto esemplari ottimamente conservati. Per lo studio paleontologico delle Halobii¬ dae, ho cercato di avere a disposizione la mag¬ gior quantità di materiale di confronto pos¬ sibile, e soprattutto gli olotipi o i topotipi delle specie presenti in Lucania e di quelle — 42 — affini; devo alla cortesia e premura del Dr. Heinz Kollmann, nel Naturhistorisches Mu- seum di Vienna, del Dr. Reinhart Kraatz, del Geologisch-Palàontologische Institut dell'Uni- versità di Heidelberg, e del Prof. Dr. Rudolf Sieber, del Geologische Bundesanstalt di Vien¬ na, la fortuna di aver potuto esaminare per¬ sonalmente molti originali o calchi di originali di Mojsisovics e di Kittl, nonché esemplari di Halobia styriaca e di H. plicosa delle Alpi, facenti parte della collezione Plòchinger con¬ servata nel Geologische Bundesanstalt di Vien¬ na. Il Dr. Hans Rieber, del Palaontologisches Institut deirUniversità di Zurigo mi ha inoltre donato calchi degli originali di Mérian di Dao- nella moussoni e topotipi di Daonella tarantel¬ la, nonché numerosi esemplari delle Daonelle da lui stesso studiate (61). Per ciascuna delle specie individuate ho studiato il maggior numero di individui pos¬ sibile per cercare di stabilirne i limiti di variabilità intraspecifica. Poiché ho constatato aH’interno delle specie di Halobiidae una forte variabilità individuale relativa ai caratteri del¬ l’ornamentazione, ho cercato di individuare all'interno di ciascuna specie dei caratteri co¬ stanti, o di cui si riuscisse a definire i limiti di variabilità. Si sono rivelati costanti per le specie di Halobia le caratteristiche dell'orec¬ chietta e per quelle di Daonella e di Halobia insieme il contorno del guscio nei diversi stadi di sviluppo (o la sua graduale variazione all'in¬ terno della specie), la lunghezza relativa dei margini cardinali anteriore e posteriore e, an¬ che se in misura minore, le caratteristiche del¬ le aree subcardinali, se presenti. Di questi ca¬ ratteri ho tenuto conto, insieme a quelli dell’or¬ namentazione radiale, per la diagnosi della specie lucane. Malgrado il rilevantissimo numero di esem¬ plari esaminati per la maggior parte delle specie, uno studio statistico delle popolazioni non è stato purtroppo possibile a causa della conservazione spesso solo parziale dei gusci e della loro frequentissima deformazione, che (61) Non mi è stato invece possibile esaminare gli originali di Gemmellaro, conservati nel Museo del¬ l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Palermo, attualmente in rifacimento. Ho però eseguito una serie stratigrafìca a Madonna del Balzo (Bisacquino), una delle località della Sicilia nord- occidentale studiate da Gemmellaro, raccogliendo ricchissimo materiale ad Halobie. altera i dati biometrici in misura spesso no¬ tevole. I limiti di variabilità dei dati biome¬ trici ottenuti per ogni specie vengono riportati nelle singole descrizioni; le misure sono state rilevate secondo i seguenti criteri: — per lunghezza della valva ho inteso la lunghezza del segmento di parallela al margine cardinale compresa tra le due tangenti ai punti di massima convessità dei margini anteriore e posteriore; — altezza è il segmento di retta perpendi¬ colare al margine cardinale passante per il punto di massima convessità del margine ven¬ trale del guscio; — la lunghezza del margine cardinale ante¬ riore è stata misurata a partire dal centro dell’umbone fino all'estremo limite anteriore del margine cardinale, dove questo si curva trasformandosi in margine paileale anteriore; analogamente si è proceduto per la misura della lunghezza del margine cardinale poste¬ riore. Per quanto riguarda la morfologia dell’orec¬ chietta anteriore caratteristica di Halobia, mi sono trovata di fronte al problema di dover in¬ trodurre in letteratura nuovi termini corrispon¬ denti a quelli tedeschi relativi alle varie parti riconosciutevi da Bittner (1899 b) e Krum- beck (1924). Con il termine di « lobo aurico¬ lare » o semplicemente « lobo » ho indicato la parte inferiore convessa della orecchietta, cui corrisponde il termine tedesco « wulst »; con quello di « parte piana » o « regione piana » la parte superiore non convessa presente nelle orecchiette suddivise; con quello di « lista marginale » (« marginai Leiste ») la zona lunga e stretta che borda l’orecchietta verso l'alto e che secondo gli Autori corrisponde ad un’area ligamentare. Poiché esiste in letteratura una certa con¬ fusione riguardo alla terminologia usata per indicare le modalità di suddivisione delle coste, ritengo utile precisare che per coste primarie (o di 1° ordine) ho inteso indi¬ care quelle che si originano per prime a par¬ tire dalla regione umbonale liscia, e per solchi primari (o di 1° ordine) i solchi che le deli¬ mitano; per coste secondarie (o di 2° ordine) quelle che derivano dalla suddivisione delle coste primarie in seguito alla comparsa sulla loro superficie di uno, due, tre, ecc. solchi secondari contemporanei che le bi-, tri-, qua¬ dripartiscono ecc., e così via. — 43 — Per inquadrare sistematicamente i generi Daonella ad Halohia mi sono avvalsa dei re¬ centi lavori di Newell (1965) e di Ichikawa (1958). Ho preferito invece non riunire le spe¬ cie in gruppi secondo quanto indicato da Kittl (1912), poiché a mio parere questi gruppi sono nella maggioranza dei casi poco omogenei e mettono insieme artificiosamente specie anche molto diverse non sempre in base a criteri di effettiva parentela tra di esse; mi sono perciò limitata ad ordinarle, aH’interno dei due gene¬ ri, in ordine alfabetico. 5. 3. DESCRIZIONI PALEONTOLOGICHE E DISCUS¬ SIONE CRITICA DELLE SPECIE. Classe BIVALVIA Sottoclasse PTERIOMORPHIA Ordine PTERIOIDA Sottordine PTERIINA Superfamiglia PECTINACEA Famiglia Halobiidae Diener, 1925. emend. Ichikawa, 1958. Sottofamiglia Halobiinae Ichikawa, 1958. Genere Daonella Mojsisovics, 1874. Sottogenere Enteropleura Kittl, 1912, emend. Ichikawa, 1958 Daonella (Enteropleura) boeckhi Mojs., 1874 Tav. Ili figg. 5-6 Daonella boeckhi Mojsisovics, 1874 b, p. 8, tav. 3 fig. 15. Daonella boeckhi, Kittl, 1912, p. 32, tav. 1 figg. 3-5. Daonella boeckhi, Stefanov, 1963, p. 90, tav. 1 fig. 1. Daonella obsoleta Mojsisovics, 1874 b, p. 9, tav. 3 figg. 14, 16, 17. Materiale esaminato. — Tre soli esemplari completi ed uno frammentario, in buono stato di conservazione. Descrizione . — Forma allungata, molto ine- quilaterale; margine antero-ventrale obliquo, margine posteriore subverticale-arrotondato (fig. in testo 1). Lunghezza massima poco al di sotto del margine cardinale, massima altezza nella parte posteriore del guscio. Apice piccolo ed acuto, poco sporgente oltre il margine cardinale. Regione umbonale relati- Fig. 1. — Daonella ( Enteropleura ) boeckhi Mojs.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. Ili figg. 5 e 6. vamente convessa, con deciso aspetto posido- noide (tav. Ili fig. 5). Ornamentazione radiale costituita da inci¬ sioni sottilissime e superficiali, a stento visibili sulla superficie del guscio che a prima vista appare del tutto liscia. Le strie radiali comin¬ ciano a circa 7 mm. di distanza dall'umbone, e sembrano essere limitate alla regione medio¬ posteriore del guscio. Nella regione posteriore esse si arrestano a breve distanza dal margine cardinale, delimitando un’area stretta e lunga; in uno degli esemplari le ultime coste si spin¬ gono, infittendosi, sulla parte inferiore di que¬ st’area. Area posteriore delimitata inferiormente da un debole solco che corre dall’umbone al mar¬ gine posteriore della valva, leggermente obli¬ quo rispetto al margine cardinale. Ornamentazione concentrica abbastanza re¬ golare e pronunciata, attenuata nella parte adulta del guscio. Discussione della specie. — Secondo Ichika- wa (1958) le specie di Daonella con debole or¬ namentazione radiale (« gruppo delle forme posidonoidi » di Kittl, 1912, p. 31) apparten¬ gono al sottogenere Enteropleura Kittl emend. Ichikawa (v. p. 9 e p. 11), al quale va quindi attribuita anche Daonella boeckhi. La specie presenta indubbi caratteri di pri¬ mitività ed è poco conosciuta. Kittl (1912) ha considerato come sua sinonima Daonella obso¬ leta Mojs., ad essa associata nella località tipo; le due specie sono effettivamente tanto somi¬ glianti, che la loro sinonimia appare giustifi¬ cata. — 44 — Dimensioni. — Gli esemplari lucani sono sensibilmente più piccoli di quelli raffigurati da Mojsisovics (1874 b) e Kittl (1912); la mas¬ sima altezza rilevata è di 10,8 mm., contro i 21,5 mm. e 21 mm. degli esemplari di Mojsi- sovics rispettivamente di Daonella boeckhi e D. obsoleta. Il rapporto lunghezza/ altezza ha fornito nei tre esemplari studiati i valori di 1,36, 1,57, 1,88 per altezze rispettivamente di 9, 10,8, 9,3 mm. Margine cardinale posteriore ed anteriore stanno nei tre esemplari in rapporto di 1:2 circa. Distribuzione geografica e stratigrafica. — D. boeckhi venne rinvenuta da Mojsisovics (1874 b) e da Kittl (1912) in Ungheria; il pri¬ mo la ha considerata stratigrafìcamente al li¬ mite tra Anisico e Ladinico, il secondo le ha attribuito un’età anisica. Senn (1924) la segnala in Lombardia al li¬ mite tra Anisico e Ladinico. La specie è stata ancora rinvenuta da Ste- fanov (1963) nel Ladinico della Bulgaria. Una Daonella affi boeckhi viene citata da Frech ( Lethaea mesozoica ) nella parte inferio¬ re del Trias medio della California. In Lucania si trova associata a Daonella taramellii e ad altre specie del Ladinico infe¬ riore (Fassanico) (v. p. 30). Provenienza. — Membro terrigeno della Formazione di M. Facito, nel livello circa 60 m. stratigrafìcamente al di sotto di quello a Daonella lommeli. Località di rinvenimento: regione della Cer- chiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico (Ladinico inferiore). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell’Università di Napoli. Colle¬ zione Scandone - de Capoa Bonardi. Sottogenere Daonella s.s. Daonella (Daonella) bassanii De Lor., 1894 Tav. VII figg. 1-9 Daonella bassanii De Lorenzo, 1894 b, p. 43. Halobia bassanii De Lorenzo, 1896 c, p. 137, tav. 19 figg. 1-6. Halobia bassanii, Kittl, 1912, p. 112. Materiale esaminato. — Materiale originale di De Lorenzo, costituito da 6 esemplari più o meno completi, mostranti la regione cardi¬ nale, e numerosi altri esemplari molto fram¬ mentami . Diversi individui incompleti, rinvenuti nei calcari di periscogliera della regione della Cer¬ chiara - Schiena Rasa. Descrizione. — Forma molto più lunga che alta, fortemente inequilaterale. Margine ante- ro-ventrale del guscio obliquo, margine poste¬ riore arrotondato subverticale. Lunghezza Fig. 2. — Daonella ( Daonella ) bassanii De Lor.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli originali di De Lorenzo in tav. VII figg. 3 e 6. massima nella metà superiore del guscio; mas¬ sima altezza nella regione posteriore (fig. in testo 2). Valve mediamente convesse. Umbone alquanto arrotondato, poco spor¬ gente oltre il margine cardinale, fortemente — 45 — anteriore. Regione umbonale discretamente convessa. Coste radiali alquanto larghe, piane, forte¬ mente ricurve con concavità anteriore. Solchi intercostali stretti, acuti e mediamente pro¬ fondi. L’ornamentazione radiale ha inizio a circa 6 mm. di distanza dall'apice. Nella regio¬ ne anteriore le coste sono molto ampie e per lo più indivise; per quanto gli esemplari esamina¬ ti manchino della regione anteriore o siano mal conservati, le coste sembrerebbero arrestarsi, o attenuarsi fortemente, ad una certa distanza dal margine cardinale anteriore. Le coste me¬ dio-anteriori sono molto ampie e generalmente indivise; quelle mediane e posteriori sono di solito bipartite nella metà superiore del gu¬ scio, e vanno assottigliandosi ed attenuandosi gradualmente verso il margine cardinale po¬ steriore. Anche al di sotto di quest'ultimo sembrerebbe esistere in alcuni esemplari una stretta regione priva di coste, ma forse ciò è dovuto al non buono stato di conserva¬ zione poiché in altri individui le coste, sot¬ tilissime e superficiali, sembrano spingersi fino a brevissima distanza (circa 2 mm.) dal mar¬ gine cardinale posteriore. Un’area alquanto ampia, con coste forte¬ mente attenuate o assenti, sembra essere pre¬ sente nella regione anteriore del guscio. Ornamentazione concentrica talora alquan¬ to pronunciata negli stadi giovanili, general¬ mente poco sviluppata o indistinta nella parte adulta del guscio. Discussione della specie. — De Lorenzo la raccolse nei calcari di scogliera del Lagone- grese, e la attribuì al genere Daonella (1894 b). In base però al lavoro drRoTHPLETZ (1892) che, come si è detto, sostenne l'esistenza dell'orec¬ chietta anteriore in tutte le specie di Daonella e di Halobia conosciute e quindi la non vali¬ dità del genere Daonella, De Lorenzo modificò successivamente (1896 c) la diagnosi della sua specie, attribuendola al genere Halobia, ed af¬ fermò di avervi potuto « ...constatare l’esisten¬ za di una strettissima e delicatissima orec¬ chietta, molto convessa, che corre lungo il margine cardinale anteriore... ». Per quanto accuratamente si possano esaminare gli esem¬ plari originali della specie, non vi è niente che possa far pensare alla presenza di una orecchietta anteriore, sia pure poco sviluppata. In tre esemplari (tav. VII, figg. 3, 4, 9) ho potuto mettere completamente allo scoperto la re¬ gione cardinale anteriore: essa appare del tutto piana, o addirittura leggermente conca¬ va, e non mostra assolutamente traccia di formazioni auricolari. Considero perciò la spe¬ cie come appartenente al genere Daonella Mojs., secondo l'originaria formulazione di De Lorenzo. Daonella bassanii concorda fortemente tan¬ to con la descrizione quanto con la illustra¬ zione di Daonella marmolatae Kittl (1912, p. 66, tav. 2 fig. 9) (62) del « calcare della Marmolada ». Le due specie, somiglianti sia per contorno (benché per la forma di Kittl non siano noti i rapporti dimensionali) sia per ornamentazione, sono probabilmente sino- nime; tuttavia la scarsa conoscenza della specie di Kittl, di cui non ho avuto modo di esami¬ nare gli esemplari originali, e l'imperfetto stato di conservazione degli esemplari di De Lorenzo di D. bassanii, di cui tra l'altro non sono stati rinvenuti finora individui completi, non per¬ mettono per ora di andare oltre l'ipotesi. Di¬ vergente dalla diagnosi di Kittl di D. marmo¬ latae mi sembra l’esemplare raffigurato da De Toni (1913), più equilaterale e meno allungato, nonché con coste radiali più suddivise; quello illustrato da Leonardi (1967) sembra coinci¬ dere invece con la specie di Kittl per contor¬ no del guscio, ma presenta coste molto più sottili ed arrotondate, il che potrebbe però forse rientrare nell’ambito della variabilità dell’ornamentazione radiale di D. marmolatae. Dimensioni. — Riporto qui i pochi dati ottenuti dagli esemplari di De Lorenzo. Nel più grande dei suoi esemplari (1896 c, tav. 19 fig. ; tav. VII fig. 1 del presente lavoro), molto frammentario, la massima altezza misu¬ rabile è di 43 mm., la massima lunghezza di 55 mm. L’unico esemplare adulto (?) con mar¬ gine paileale abbastanza completo raggiunge un’altezza di 20,2 mm. ed una lunghezza di 33? mm. (rapporto lunghezza/altezza = 1,60?). (62) A proposito di D. bassanii, Kittl scrive: « Se si tratta di una Daonella, mi sembra che forme del calcare della Marmolada abbiano una straordinaria somiglianza; se invece, come afferma De Lorenzo, si tratta di una Halobia, mi sembrano esistere rap¬ porti con Halobia charlyana ». — 46 — Margine cardinale anteriore e posteriore stan¬ no in rapporto di circa 1:3. Negli stadi giovanili la lunghezza è circa il doppio dell’altezza; le misure sono state rica¬ vate dalle strie di accrescimento. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella bassanii è finora nota solo in Luca¬ nia. De Lorenzo (1894 b; 1895 a; 1896 a) attri¬ buì, come si è detto (v. p. 15), i calcari di scogliera di Lagonegro, contenenti, tra le altre forme, D. bassanii, al « gruppo ladinico di Bittner », comprensivo del Carnico inferiore (S. Cassiano); secondo Scandone (1967 b, p. 27; p. 25 del presente lavoro) invece le scogliere si estendono verticalmente fino al termine [3] del membro terrigeno della Formazione di M. Fa- cito, immediatamente sottostante al livello a Daonella lommeli del Longobardico, con il che viene ad essere escluso che la fauna delle scogliere possa essere più recente del Ladinico superiore s.s. Daonella bassanii risulta quindi essere una specie di età ladinica; non è per il momento precisabile più in dettaglio se corrisponda al Fassanico o al Longobardico. Anche nel caso che venisse provata la sua sinonimia con Dao¬ nella marmolatae Kittl la sua età non verreb¬ be ulteriormente definita, allo stato attuale delle conoscenze, poiché il « calcare della Mar- molada », da cui questa specie proviene, è, come è noto, una formazione ladino-carni- ca (Leonardi P., in Dal Piaz & Trevisan, 1956; Baccelle Scudeler e altri, 1969) (63). Provenienza. — Membro organogeno della Formazione di M. Facito. De Lorenzo (1896 c) ha raccolto la specie nel calcare di scogliera della Valle del Chiot¬ to e dell'Alzo del Castello (210 II NO Lago- negro) e delle Murge del Principe (210 II NE M. Sirino). Io ne ho rinvenuto alcuni esem¬ plari, frammentari ma determinabili con una certa sicurezza, nei calcari di periscogliera della regione della Cerchiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). (63) Kittl (1912, tabella a p. 213) considera il calcare di Esino e della Marmolada come stratigra- ficamente interposto tra gli strati di Buchenstein e quelli di Wengen. Età. — Ladinico. Collocazione. — Museo di Paleontologia del¬ l’Università di Napoli; collezione De Lorenzo. Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Uni¬ versità di Napoli; collezione Scandone - de Ca- poa Bonardi. Daonella (Daonella) lommeli (Wissm.), 1841. Tav. V figg. 1-18 Halobia lommeli Wissmann, in Mùnster, 1841, p. 22, tav. 16 fig. 11. Posidonomya lommeli, Stoppane 1858, p. 93, tav. 19 fig. 6. Daonella lommeli, Mojsisovics, 1874 b, p. 19, tav. 2 figg. 13-14. Halobia lommeli, Lepsius, 1878, p. 356, tav. 2 fig. 4 a, b. Halobia lommeli, Rothpletz, 1892, p. 93, tav. 14 figg. 11-12 (non 6), figg. in testo 14. Daonella lommeli, Mariani, 1893, p. 19, tav. 2 fig. 5. Halobia lommeli, Salomon, 1895, pp. 83, 114, 154, tav. 5 figg. 2-3. Daonella cfr. lommeli, Bittner, 1899 b, p. 33, tav. 7 figg. 1-2. Daonella lommeli, Arthaber, in Frech, Lethaea meso¬ zoica, tav. 38 fig. 4. Daonella lommeli, Diener, 1908 b, p. 9, tav. 3 figg. 1-5. Daonella lommeli, Kittl, 1912, p. 69, tav. 4 figg. 15-16. Daonella lommeli, Arthaber, 1914, p. 192, tav. 18 fig. 4. Daonella lommeli, Simionescu, 1925, p. 9, tav. 1 fig. 3. Monotis ( Daonella ) lommeli, Dechaseaux in Piveteau, 1952, p. 277 fig. in testo 64. Monotis ( Daonella ) lommeli, Muller, 1958, p. 458 fig. 544 (esemplare di Mojsisovics, 1874 b, tav. 2 fig. 13). Daonella lommeli, Kajmakovic, 1961, tav. 4 figg. 1-2. Daonella lommeli, Kobayashi, 1963 a, p. 109, tav. 5 fig. 6. Daonella lommeli, Stefanov, 1963, p. 91, tav. 2 figg. 1-2. Daonella lommeli, Leonardi G., 1964, tav. 6 fig. 5. Daonella lommeli, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 3 fig. 1. Daonella lommeli, Leonardi P., 1967, tav. 24 figg. 5-6; tav. 29 fig. 3. Daonella lommeli, Scandone, 1967 b, tav. 3 figg. 1-2. Daonella ( Daonella ) lommeli, Speciale, 1967, p. 1100, tav. 81 fig. 5. Materiale esaminato. — Oltre 200 esemplari di piccole dimensioni, provenienti dal membro terrigeno della Formazione di M. Facito. — 47 — Fig. 3. - Daonella ( Daonella ) lommeli (Wissm.); x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. V figg. 1 (originale di Mojsisovics, 1874b, tav. 2 fig. 13), 4, 16, 10, 8, 12 e 13. La linea punteggiata segna il limite inferiore dell’area anteriore priva di coste. Esemplari originali di Mojsisovics (1874 b, tav. 2 figg. 13 e 7-8) di Daonella lommeli e di Daonella sturi. Descrizione. — Questa specie è ormai tanto conosciuta che una sua descrizione particola¬ reggiata risulterebbe superflua. Gli esem¬ plari lucani, pur avendo dimensioni molto ridotte rispetto a quelli raffigurati dagli Au¬ tori, concordano con Daonella lommeli tanto per il contorno più lungo che alto e mediamen¬ te inequilaterale (fig. in testo 3) quanto per i caratteri deH’ornamentazione radiale, inconfon¬ dibile per la ripetuta suddivisione, generalmen¬ te dicotoma, delle coste, che porta alla indi¬ viduazione di « fasci » di coste, convergenti ciascuno verso l’umbone in una singola costa — 48 — principale, separati da solchi di 1° ordine più o meno ampi e profondi. Nelle regioni ante¬ riore e posteriore del guscio le coste diven¬ tano via via più sottili e fitte, e va spesso per¬ duta la loro separazione in « fasci ». Nei po¬ chi esemplari con margine cardinale anteriore conservato è visibile la zona subcardinale pri¬ va di coste, stretta ed allungata. Discussione della specie. — • Daonella lom- meli non è facilmente confondibile con nes¬ suna altra specie alpina, ad eccezione di Daonella esinensis Salomon. Tuttavia i piccoli esemplari lucani rivelano ad un primo esame una certa somiglianza con Daonella sturi; il loro confronto diretto con gli originali di Mojsisovics (1874 b, tav. 2 figg. 7-8 ed altri) di quest’ultima specie ed uno studio più ap¬ profondito dei loro caratteri mi hanno portato ad escludere la loro appartenenza a Daonella sturi e ad attribuirli a Daonella lommeli, stando alle attuali conoscenze circa queste due specie, in base alle seguenti osservazioni: a) la presenza pressocché costante, negli individui che abbiano superato i 10-12 mm. di altezza, di 4-8 costicine subeguali di vario ordine riunite in « fasci » che si ripetono con regolarità su tutta la regione centrale del guscio; per valori inferiori dell’altezza il gra¬ do di suddivisione delle coste primarie non è invece sufficiente all’individuazione dei « fa¬ sci ». In Daonella sturi, per quanto mi risulta dall’esame diretto degli originali di Mojosi- sovics e dalle descrizioni degli Autori, i sin¬ goli « fasci » sono costituiti da un numero minore di coste di ampiezza e robustezza differente, per cui l'ornamentazione radiale ha nel suo insieme un aspetto molto meno regolare, e la suddivisione in « fasci » delle coste non è nettamente individuabile; b) il contorno del guscio che, per quanto gli esemplari lucani siano incompleti, si av¬ vicina senz'altro maggiormente a quello di D. lommeli, il cui rapporto, lunghezza/altezza 5 inferiore a 2:1, che a quello di D. sturi, in cui la lunghezza è generalmente da 2 a 3 volte maggiore dell’altezza; c) la presenza di un’area liscia, triango¬ lare, stretta ed allungata al margine cardi¬ nale anteriore. Quest’area, visibile negli esem¬ plari meglio conservati, è limitata nei giovani ad una stretta fascia marginale, mentre negli adulti si allarga a triangolo verso il basso, interessando però sempre solo una zona sub¬ cardinale molto limitata; osservata da molti Autori ed interpretata erroneamente da Roth- pletz (1892) come orecchietta, essa sembra essere una caratteristica pressocché costante di D. lommeli ; d) la presenza nelle regioni anteriore e posteriore del guscio di coste più sottili e meno distintamente riunite in « fasci », ma ben individuate e dotate della stessa evidenza di quelle mediane. Manca quindi la diversità di ornamentazione radiale tra regione cen¬ trale del guscio e regioni laterali che è stata descritta da diversi Autori in D. sturi e che io stessa ho riscontrato in tutti gli originali di Mojsisovics di questa specie da me osser¬ vati. Questo carattere potrebbe però non es¬ sere costante in D. sturi. Daonella esinensis, istituita da Salomon (1895, p. 114, tav. 4 figg. 47-49; tav. 5 fig. 1) su materiale proveniente dalla « dolomia di Esino » dell'Alpe di Prada, e rinvenuta da Kittl (1912, p. 67, tav. 2 figg. 10-12) anche nel Ladinico dell’Ungheria, sembra differire da D. lommeli solo per alcuni caratteri del¬ l’ornamentazione radiale che potrebbero es¬ sere legati a variazioni individuali o essere caratteristici di una varietà di D. lommeli. Anche Daonella dubia (Gabb) dell’America settentrionale e Daonella lindstròmi Mojs. del¬ lo Spitzberg e del Nevada differiscono da D. lommeli solo per il contorno più allungato e per alcune particolarità dell’ornamentazione radiale. La loro età è però più antica di quella di D. lommeli : la prima specie è considerata anisica (64), la seconda proviene dalla zona a Ceratites trinodosus (65). Altra specie poco conosciuta e probabil¬ mente strettamente affine a D. lommeli è Dao¬ nella franconica Tornquist (1903, p. 84, tav. 1 figg. 1-2) del Muschelkalk (?) della Germania, di cui è noto un solo esemplare frammentario e che secondo il suo Autore si distingue da D. lommeli per piccole differenze nell'orna¬ mentazione radiale che potrebbero non esse¬ re significative. Gli esemplari figurati e descritti da Bittner (1899 b) nel Trias di Spiti (Himalaya) come (64) Gabb, 1864; Smith, 1914; Silberling, 1962; To zer, 1967. (65) Smitii, 1914. — 49 — Daonella cfr. lommeli sembrano corrispon¬ dere in tutto alla D. lommeli delle Alpi, per cui li ho considerati come appartenenti a que¬ sta specie. Anche l’esemplare del Ladinico di Spiti, attribuito da Diener (1908 b, p. 10, tav. 3 fig. 8) a Daonella sp. ind. aff. lommeli sembra corrispondere a D. lommeli; trattandosi però di un unico esemplare frammentario non è possibile affermarlo con sicurezza. Dimensioni. — La maggior parte degli esem¬ plari lucani è costituita da forme giovani (?) le cui dimensioni sono circa 1/4 dei grandi esemplari alpini. Rispetto a questi ultimi an¬ che gli individui lucani adulti (?) sono grandi circa la metà; un solo esemplare, frammenta¬ rio (tav. V, fig. 3), doveva in origine superare le dimensioni dell’originale di Mojsisovics in tav. 2 fig. 13 (tav. V fig. 1 di questo lavoro). Per la loro frammentarietà gli esemplari in studio non si prestano a misure; riporto qui i dati ottenuti dall’originale di Mojsisovics: lun¬ ghezza mm. 53,5; altezza mm. 29,2; rapporto lunghezza/altezza = 1,48; margine cardinale posteriore mm. 24,5; margine cardinale ante¬ riore mm. 16,00; rapporto margine cardinale posteriore/anteriore = 1,53. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella lommeli è forse la specie più cono¬ sciuta tra le Halobiidae; è stata rinvenuta nelle Alpi settentrionali e meridionali (Stop- pani, 1858; Mojsisovics, 1874 b; Lepsius, 1878; Mariani, 1893, 1899, 1901, 1904, 1908; Salomon, 1895; Tommasi, 1901; Arthaber in Frech, Lethaea mesozoica; Kittl, 1912; De Toni, 1912, 1913; Leonardi G., 1964; Asse- reto & Casati, 1965; Leonardi P., 1967; Spe¬ ciale, 1967, ed altri), in Spagna (Virgili, 1963) e nelle Baleari (Nolan, 1893), in Jugo¬ slavia (Kaimakovic, 1961; Herak, 1963), in Grecia (Frech & Renz, 1906; Renz, 1906 c, d, 1909, 1955; Renz & Frech in Frech, Lethaea mesozoica; Mitzopoulos & Renz, 1938), in Un¬ gheria (Mojsisovics, 1874 b; Bittner, 1901; Kittl, 1912; Balogh, Vegh S. & M.me Vegh, 1963), in Romania (Simionescu, 1925; Mutihac, 1968), in Bulgaria (Stefanov, At., 1932; Stefa- nqv S. A. 1963; Ganev & Stefano^ 1965), in Ana¬ tolia (Arthaber, 1914, 1915), in Indonesia (Roth- pletz, 1892), nell’Himalaya (Bittner, 1899 b, Diener, 1908 b), nella Penisola di Malacca (Ko- bayashi, 1963 a), in America settentrionale (Sil- berling & Tozer, 1968). La sua giacitura è qua¬ si esclusivamente in strati del Ladinico supe¬ riore («strati di Wengen », Lonbogardico), ma è stata rinvenuta anche nel Ladinico inferiore (Speciale, 1967). In Lucania D. lommeli è stata segnalata da Scandone & de Capoa (1966) e da Scandone (1967 b); la sua età è Ladinico superiore (v. p. 30). Provenienza. — Membro terrigeno della For¬ mazione di Monte Facito. Località di rinvenimento: Picco dell’Armiz- zone (211 III NO Latronico); Valle del fiume Maglia a S di Moliterno (210 I SE Moliterno); Valle dell’Orso a SE di Tramutola (210 I NO Tramutola; 210 I NE Grumento Nova); Manca di Vespe a NNO di Marsico Nuovo, M. Facito, M. Arioso, località S. Michele a NE di Sasso di Castalda (199 II NO Marsico Nuovo); Abrio- la (199 I SE Pignola); La Cerchiara (199 IV SE Tito). Al di fuori della Lucania, negli affioramenti più settentrionali della serie calcareo-silico- marnosa, il livello a Daonella lommeli si rin¬ viene a Campagna (Monti Picentini, Salerno; 186 II SO Montecorvino Rovella; 186 II SE Senerchia). Età. — Ladinico superiore (Longobardico). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Università di Napoli. Col¬ lezione Scandone - de Capoa Bonardi. Daonella (Daonella) taramellii Mqjs., 1874 Tav. II figg. Ì-7; tav. Ili figg. 9-10 Daonella taramellii Mojsisovics, 1874 b, p. 18, tav. 2 figg. 10-12. ? Halobia taramellii, Lepsius, 1878, tav. 2 fig. 3. ? Daonella taramellii, Tornquist, 1899 a, p. 674, tav. 23 figg. 5-6. Daonella taramellii, Arthaber, in Frech, Lethaea mesozoica, tav. 37 fig. 16. 4 — 50 — Daonella taramellii, Kittl, 1912, p. 53, fig. in te¬ sto 11. ? Daonella taramellii, Arthaber, 1914, p. 191, tav. 18 fig. 3. Daonella taramellii, Desio, 1927, p. 11, tav. 1 figg. 1-3. ? Daonella taramellii, Stefanov, 1963, p. 93, tav. 3 figg. 5-6. Daonella ( Daonella ) taramellii, Speciale, 1967, p. 1103, tav. 81 fig. 7. Materiale esaminato. — Circa 45 esemplari, in massima parte frammentari, provenienti da un livello stratigrafìcamente sottostante di circa 60 metri al livello a Daonella lommeli, nel membro terrigeno della Formazione di M. Facito. I gusci sono quasi completamente appiattiti. Esemplari della specie provenienti da una delle località (Pufelser Schlucht, Tiralo meri¬ dionale) in cui Mojsisovics raccolse gli esem¬ plari originali di D. taramellii. Descrizione. — La specie è stata esaurien¬ temente descritta, anche per quanto riguarda la variabilità, da Desio (1927). Forma di dimensioni considerevoli, inequi- laterale, poco più lunga che alta. Contor¬ no del guscio con margini anteriore, ventrale e posteriore arrotondati, l’anteriore alquanto obliquo (fig. in testo 4). Massima altezza del gu¬ scio posteriore rispetto alla posizione dell’um- bone; lunghezza massima a circa metà dell’al¬ tezza Umbone fortemente anteriore, generalmen¬ te a circa 1/3 della lunghezza totale del margine cardinale, non molto appuntito, qua¬ si per nulla sporgente oltre il margine car¬ dinale. Coste radiali diritte e più strette nella re¬ gione posteriore, leggermente curve e gene¬ ralmente larghe in quella medio-anteriore; la loro origine è a scarsissima distanza (di so¬ lito inferiore a 2 mm.) dall’apice. Superficie delle coste arrotondata. Le coste primarie sono generalmente bipartite ad altezza molto va¬ riabile, o poco dopo la loro origine o a circa metà dell’altezza o ancora presso il margine ventrale; quelle secondarie possono avere o non la stessa ampiezza. Alcune delle coste di 1° or¬ dine possono non suddividersi. L'ampiezza delle coste sembra essere alquanto variabile. Ne risulta un aspetto d’insieme dell’ornamen¬ tazione radiale piuttosto irregolare. Le coste coprono quasi interamente il guscio; solo nelle immediate vicinanze dei margini cardinali an¬ teriore e posteriore lasciano generalmente li¬ bere due strette zone, la cui ampiezza è di solito esigua. Negli esemplari lucani, in cui l’ornamentazione ha perso gran parte della sua evidenza, le coste sottili e spesso poco incise della regione posteriore nella maggio¬ ranza dei casi non si sono conservate, per cui l’area posteriore liscia appare notevolmente più ampia di quanto forse non fosse originaria¬ mente. I solchi intercostali sono stretti e pro¬ fondi, i primari più dei secondari, e con fondo arrotondato. Né negli esemplari lucani né in quelli di confronto del Tiralo meridio¬ nale ho potuto osservare il forte allargarsi dei solchi di 1° ordine al margine ventrale descritto da Mojsisovics in questa specie; l’aumento in ampiezza dei solchi avviene nei limiti in cui si verifica in tutte le altre specie di Daonella e di Halobia. Si tratta probabil¬ mente di un carattere saltuariamente presen¬ te in questa specie, poiché anche Desio (1927) afferma che i solchi primari possono rag¬ giungere, al margine centrale del guscio, l'am¬ piezza delle coste secondarie. Due strettissime zone prive di coste, a mio parere non definibili come vere e proprie aree, sono presenti -ai margini cardinali ante¬ riore e posteriore; negli esemplari mal con¬ servati, in cui la delicata ornamentazione radiale della regione posteriore non è con¬ servata o lo è indistintamente, l’area poste¬ riore appare più ampia di quanto non fosse probabilmente in origine. L’ornamentazione concentrica è difficilmen¬ te conservata negli esemplari lucani; in taluni di essi la regione umbonale mostra strie concentriche e rughe poco rilevate. Discussione della specie. — L'insoddisfa- cente e frammentario stato di conservazione degli esemplari in mio possesso non mi ha permesso di studiarne la variabilità, per la quale rimando alla descrizione di Desio (1927, pp. 11-14). Gli esemplari di Daonella ( Daonella ) tara¬ mellii raffigurati da Lepsius (1878) e Torn- quist (1898 a) sono stati considerati con riserva da Kittl (1912, p. 54), che ha anzi ravvicinato quelli del primo Autore a Daonella tyrolensìs — 51 — Fig. 4. — Daonella ( Daonella ) taramellii Mojs.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. Ili fig. 9, tav. II figg. 3, 5, 2, 7, 1. — 52 — per la posizione poco eccentrica dell'umbone, mentre ha considerato insufficienti per una de¬ terminazione sicura quelli di Tornquist. Anche l'esemplare raffigurato da Arthaber (1914) co¬ me D. taramellii sembra discostarsi da questa specie per la posizione solo leggermente eccen¬ trica dell'umbone; la descrizione data dall’Au¬ tore è d’altra parte insufficiente a riconoscere la specie, mentre conferma la presenza di un umbone sub-mediano; nelle sinonimie ho per¬ ciò considerato con riserva anche questo esem¬ plare, nonché quelli di Stefanov (1963), poi¬ ché le loro illustrazioni e descrizione sono in¬ sufficienti al sicuro riconoscimento di D. tara¬ mellii. In questa specie rientrano gli esemplari frammentari da me precedentemente attribuiti a Daonella cfr. indica (Scandone & de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b). Dimensioni. — L'imperfetto stato di conser¬ vazione del materiale esaminato non ha pur¬ troppo permesso di rilevare un sufficiente nu¬ mero di dati biometrici; si è potuto tuttavia riscontrare che gli esemplari lucani di D. (Dao¬ nella) taramellii presentano tutti dimensioni inferiori rispetto a quelle degli esemplari di confronto del Tirolo meridionale: la massima altezza riscontrata nei primi è di 22 mm., con¬ tro i 45-42 mm. raggiunti dai secondi. Il valore del rapporto lunghezza/altezza tende a dimi¬ nuire sia negli uni che negli altri con il cre¬ scere delle dimensioni: ad un'altezza di 7,5 mm. il valore di tale rapporto è compreso tra 1,60 ed 1,86, mentre tra 16 e 28 mm. di altezza si ottiene un valore compreso tra 1,37 ed 1,26. Oltre i 40 mm. di altezza il rapporto lunghezza/ altezza fornisce negli esemplari di confronto valori compresi tra 1,20 ed 1,31. Il rapporto delle lunghezze dei margini car¬ dinali posteriore ed anteriore rivela un pro¬ gressivo allungamento del margine cardinale posteriore rispetto all’anteriore, e quindi un aumento dell’inequilateralità del guscio, con il crescere delle dimensioni. Tale rapporto, che negli stadi giovanili si aggira intorno a valori di 1,30-1,40, raggiunge infatti negli stadi adulti il valore di circa 3,00. Distribuzione geografica e stratigrafica. — La specie fu rinvenuta da Mojsisovics (1874 b) negli strati di Buchenstein (Fassanico) del Ti¬ rolo meridionale, dove venne successivamente segnalata anche da Arthaber (in Frech, Le- thaea mesozoica). Desio (1927) ne ha esau¬ rientemente descritto esemplari provenienti dagli strati di Buchenstein delle Alpi Giulie occidentali. Speciale (1967) ha rinvenuto la specie nel calcare di Buchenstein e nella For¬ mazione di Wengen delle valli Trompia e Sab¬ bia (Lombardia). Secondo Assereto (1969) nelle Alpi meridio¬ nali Daonella taramellii è caratteristica della zona a Protrachyceras curionii del Fassanico. Oltre che nelle Alpi Kittl (1912) ha segna¬ lato e descritto D. taramellii nei Monti Bi- har; anche questo Autore attribuisce la specie al Ladinico inferiore (tabella a p. 213), ma la segnala anche, associata ad Halobia vixaurita, nel « Reiflinger Kalk » che secondo Kuehn (1962, pp. 381-383) corrisponde all’Ani- sico superiore - Ladinico; l'esemplare da lui raffigurato, inoltre, proviene, secondo la dida¬ scalia della figura, dagli « scisti di Wengen » dell’Alpe di Siusi. Gli esemplari di D. taramellii figurati e de¬ scritti da Lepsius (1878) negli strati di Bu¬ chenstein del Tirolo meridionale, da Tornquist (1899 a) negli strati a subnodosus di San Ulde- rigo, da Arthaber (1914) nel Ladinico dell'A- natolia sono da considerare, come si è detto, non sicuramente rappresentativi della specie. Stefanov (1963) segnala la specie nel Ladi¬ nico della Bulgaria. In Lucania la specie, che viene descritta qui per la prima volta, può ritenersi con una certa sicurezza rappresentativa del Ladinico inferio¬ re (Fassanico) sia per la presenza delle specie ad essa associate, sia per le considerazioni di carattere stratigrafico esposte a p. 30. Provenienza. — Membro terrigeno della Formazione di M. Facito, in un livello circa 60 m. stratigraficamente al di sotto di quello a Daonella lommeli. Località di rinvenimento: regione della Cer- chiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico (Ladinico inferiore). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia dell'Università di Napoli. Collezio¬ ne Scandone - de Capoa Bonardi. — 53 — Daonella (Daonella) tommasii Philipp, 1904 Tav. VI figg. 3-13 Daonella tommasii Philipp, 1904, p. 61, tav. 3 figg. 16-20. Daonella tommasii, Kittl, 1912, p. 37 fig. in testo 5. Halobia n. form. indet. Tommasi, 1895, p. 6, tav. 1 fig. 5. Materiale esaminato. — 10 esemplari più o meno completi e numerosissimi frammenti. Esemplari originali di Philipp di Daonella tommasii (1904, tav. 3 figg. 16-20) e di Daonella cfr. tommasii. Calchi degli originali di Mérian (in Escher, 1853, tav. 5 figg. 46-48) di Daonella moussoni. Descrizione. — Forma discretamente inequi- laterale, da molto a leggermente più lunga che alta, con margini anteriore, ventrale e poste¬ riore arrotondati, il posteriore subverticale e talora tronco negli stadi adulti (fig. in testo 5). Negli stadi giovanili il margine antero-ven- trale è talora abbastanza pronunciatamente obliquo, ma tale obliquità sembra attenuarsi negli stadi adulti. Massima lunghezza a circa metà dell’altezza del guscio, altezza massima da nettamente posteriore rispetto alla posi¬ zione dell'umbone a subcentrale. Umbone piccolo, saliente, acuto, discreta¬ mente sporgente oltre il margine cardinale. Sulla regione umbonale l’ornamentazione concentrica non è particolarmente sviluppata né addensata. Coste radiali molto sottili e fitte, a super¬ ficie piana o leggermente arrotondata, ini- ziantisi a circa 6 mm. di distanza dall’apice, abbastanza costantemente bipartite poco do¬ po la loro origine o a circa metà dell’altezza; sono però presenti anche coste non suddivise. Solchi intercostali primari e secondari stretti e superficiali. Il decorso delle coste è pres- socché rettilineo; esse si arrestano a breve distanza (circa 4 mm.) dal margine cardinale posteriore senza perdere in evidenza, mentre nella regione medio-anteriore vanno man mano attenuandosi fino a scomparire del tutto per un tratto molto ampio al di sotto del margine cardinale anteriore. Area anteriore molto larga, non netta¬ mente delimitata, determinata dalla graduale scomparsa delle coste per gran parte della regione anteriore del guscio. La sua convessità è in continuità con quella del resto della valva. Area posteriore ben distinta, delimitata in¬ feriormente, sul modello interno, da una de¬ bole depressione radiale e continuantesi supe¬ riormente in una zona marginale piana o leg¬ germente concava, più o meno ampia rispetto alla sottostante parte convessa. L’area appare leggermente più convessa della restante parte del guscio. Ornamentazione concentrica priva di carat¬ teristiche particolari. Discussione della specie. — Philipp (1904) ha istituito Daonella tommasii su materiale proveniente da Forzella presso Predazzo (Ti- rolo meridionale). L’Autore vi include l’esem¬ plare di Halobia n. form. indet. rinvenuta da Tommasi (1895) nel calcare del Latemar in Val di Fiemme; egli descrive esaurientemente la specie e la suddivide in tre varietà in base al contorno del guscio ed alla densità delle coste. Kittl (1912), che ha esaminato il materiale di Philipp e ne ha nuovamente raffigurato uno degli esemplari, mette in evidenza la stretta affinità tra D. tommasii e D. moussoni: « Con¬ torno e tipo di coste sono gli stessi nelle due specie; solo i limiti di variabilità a questo ri¬ guardo sono più ampi in D. tommasii ». Poco più sotto aggiunge: « Non ho potuto indivi¬ duare differenze sostanziali tra le due specie confrontate... Io penso quindi che in una più ampia formulazione della specie D. tommasii sia da considerare sinonima di D. moussoni ». È probabile che quest’ultima affermazione di Kittl corrisponda al vero, poiché le due spe¬ cie sembrano essere realmente molto simili; tuttavia due differenze mi sembrano sussiste¬ re allo stato attuale delle conoscenze: il con¬ torno del guscio, più obliquo ed inequilaterale in D. tommasii, soprattutto negli stadi giova¬ nili (confronta la fig. 5-1 con le figg. 5-2, 5-3, 5-6, 5-7); la presenza costante, tanto negli originali di D. tommasii (66) quanto negli (66) Kittl (1912, p. 38) scrive che neH’originale di Philipp in tav. 3 fig. 16 l’area posteriore («lobo ra¬ diale », « Radialwust » secondo la sua denominazione) è assente; in realtà in questo esemplare tutta la re¬ gione posteriore del guscio è completamente appiat¬ tita e deteriorata, tanto che non vi sono visibili nep¬ pure le coste. — 54 — Fig. 5. _ x2 circa. 5-1: Disegno tratto dall'originale di Mérian (in Escher, 1853) di Daonella moussoni (v. tav. VI fig. 1). 5-2 -5-7: Daonella tommasiì Phil. I disegni 5-2 -5-5 sono tratti dagli originali di Philipp, 1904, di Daonella tommasii (v., nell’ordine, tav. VI figg. 6, 3, 4 e 5). I disegni 5-6 -5-7 sono tratti, nell’ordine, dagli esemplari lucani in tav. VI figg. 7 e 8. — 55 — esemplari lucani, dell’area posteriore convessa delimitata inferiormente da un solco netto. Se, come afferma Kittl, questa zona posteriore rilevata è presente, sia pure saltuariamente, anche in D. moussoni, è possibile che le due specie siano sinonimo, poiché la piccola diffe¬ renza nel contorno del guscio potrebbe non essere significativa, tanto più che due degli ori¬ ginali di Philipp di Daonella tommasii (fìgg. 5-4 e 5-5) possiedono contorno più arrotonda¬ to ed equilaterale. Tuttavia, poiché la presen¬ za dell’area posteriore rilevata in D. moussoni non risulta né dalle descrizioni né dalle illu¬ strazioni degli Autori, né d’altra parte è rileva¬ bile sui calchi degli originali di Mérian di Dao¬ nella moussoni da me esaminati (tav. VI fìgg. 1-2), ho ritenuto opportuno mantenere distinte le due specie fino a che non vengano meglio definite le loro affinità e differenze, ed attri¬ buire gli esemplari lucani a Daonella tommasii Phil., contrariamente a quanto fatto in Scan- done & de Capqa (1966) ed in Scandone (1967 b). Kittl ha rilevato che le illustrazioni di Phi¬ lipp non corrispondono esattamente agli ori¬ ginali. In realtà esse non sono molto fedeli, e soprattutto in alcuni casi sembra essere er¬ rata la ricostruzione del contorno, a giudicare dalle strie di accrescimento. Ho ritenuto perciò utile raffigurare nuovamente, accanto agli esem¬ plari lucani, gli originali Philipp di D. tomma¬ sii. Neanche la nuova illustrazione, ricavata da un calco, data da Kittl (1912, fig. in testo 5) dell’originale di Philipp in tav. 3 fig. 20 (tav. VI fig. 6 di questo lavoro) corrisponde esat¬ tamente all'originale. Come ha giustamente notato Kittl, appa¬ re ingiustificato l’accostamento fatto da Phi¬ lipp tra la sua specie e Daonella paucico- stata Torno., che sembra divergere netta¬ mente dalla prima per molti aspetti. Dimensioni. — Il più grande degli esem¬ plari lucani misura una altezza di 25 mm. ed una lunghezza di 32? mm.; l'esemplare di Philipp in tav. 3 fig. 17 (tav. VI fig. 5 di questo lavoro) è alto 25 mm. e lungo 31,5 mm. L’originale di Philipp in tav. 3 fig. 16 (v. tav. VI fig. 4) ha un’altezza di 34 mm. ed una lun¬ ghezza di 38 mm.; il rapporto lunghezza/altez¬ za sembrerebbe quindi tendere alla unità col crescere delle dimensioni del guscio. Tra i 10 ed i 20 mm. di altezza il rapporto lunghezza/altezza varia tra 1,63 ed 1,33. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella tommasii era finora nota solo nel Tiralo meridionale, dove Philipp la rinvenne (1904) in strati di età ladinica superiore (Wen- gen, Longobardico). La Halobia nov. form. indet. rinvenuta da Tommasi (1895, p. 6, tav. 1 fig. 5) negli strati di Wengen o S. Cassiano della Val di Fiemme è considerata da Philipp come appartenente a D. tommasii. Allo stato attuale delle conoscenze la specie è quindi limitata al Ladinico superiore, o forse si estende fino al Cordevolico; qualora venisse provata la sua sinonimia con D. mous¬ soni la sua distribuzione geografica e strati¬ grafica verrebbe ad ampliarsi notevolmente, poiché quest 'ultima specie è nota nelle Alpi, in Bulgaria, in Nevada, e le viene attribuita un’età variabile tra l'Anisico ed il Ladinico superiore. Nelle Alpi meridionali D. moussoni è caratteristica della zona a reitzi (Assereto, 1969). In Lucania, per le ragioni esposte a pro¬ posito di Daonella bassanii (p. 46), l'età delle scogliere, in cui è contenuta, tra le altre, D. tommasii, risulta essere non più recente del Ladinico. Provenienza. — Calcari di scogliera (mem¬ bro organogeno della Formazione di M. Fa- cito) di Murge del Principe (210 II NE M. Sirino). Età. — Ladinico. Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell’Università di Napoli. Colle¬ zione Scandone - de Capoa Bonardi. — 56 — Daonella (Daonella) udvariensis Kittl, 1912 Tav. IV figg. 1-10 Daonella udvariensis Kittl, 1912, p. 41, tav. 3 fig. 14. Materiale esaminato. — Più di 60 esemplari, molti dei quali interi ed in buono stato di conservazione, ma completamente appiattiti. Descrizione. — Forma da poco a media¬ mente più lunga che alta nello stadio adulto, leggermente inequilaterale. Margini anteriore, ventrale e posteriore del guscio arrotondati. Lunghezza massima nella metà superiore del guscio; massima altezza leggermente posterio¬ re rispetto alla posizione dell’umbone (fig. in testo 6). Umbone arrotondato, da leggermente a di¬ scretamente anteriore ma sempre a meno di 1/3 della lunghezza del margine cardinale. Re¬ gione umbonale convessa, fortemente rugosa, con tipico aspetto posidonoide, priva di orna¬ mentazione radiale per un ampio tratto, fino a circa 7 mm. di altezza. Coste radiali molto strette e fitte, spesso leg¬ germente e regolarmente ondulate, ben distinte solo nella regione medio-posteriore del guscio. Solchi intercostali estremamente sottili e su¬ perficiali. Il decorso delle coste è leggermente curvilineo con concavità anteriore. Le coste primarie si dividono ad altezza variabile e piuttosto irregolarmente di solito in due coste di 2° ordine, più raramente in tre; quelle se¬ condarie possono poi suddividersi a loro volta. La partizione è comunque molto indistinta e difficilmente seguibile, poiché i solchi di or¬ dine successivo al primo sono ancora più su¬ perficiali di quelli primari. In esemplari di dimensioni medie (alti circa 20 mm.) le coste primarie possono apparire semplicemente bipartite verso il margine ventrale del guscio. Posteriormente le coste si arrestano a qual- :he millimetro di distanza dal margine car¬ dinale, delimitando nettamente un’area per¬ corsa solo dall'ornamentazione concentrica; nella regione mediana esse vanno facendosi via via più indistinte, fino a scomparire del tutto già a considerevole distanza dal margi¬ ne cardinale anteriore. Area anteriore determinata dal graduale attenuarsi delle coste fino alla loro totale scomparsa, non nettamente delimitata, ampia sempre più del doppio della posteriore. Area posteriore ben distinta, leggermente più convessa del resto del guscio, stretta ed allun¬ gata, crescente lentamente in altezza; a distan¬ za di 16 mm. dall’umbone la sua ampiezza è di 4 mm. Ornamentazione concentrica estremamente sviluppata sulla regione umbonale, dove le ru¬ ghe concentriche assumono di solito eccezio¬ nale rilievo, più o meno indistinta sul resto del guscio. Discussione della specie. — Daonella udva¬ riensis è stata istituita da Kittl su di un solo esemplare mancante della regione anteriore e deformato; è scarsamente conosciuta, non es¬ sendo stata rinvenuta prima d’ora da nessun al¬ tro Autore. Come lo stesso Kittl ha ricono¬ sciuto, essa ricorda fortemente Daonella mous- soni (Mlr.) per la forma complessiva del guscio, le caratteristiche dell'ornamentazione radiale e delle aree anteriore e posteriore. L'Autore de¬ scrive D. udvariensis come più alta che lunga; circa i caratteri differenziali tra le due specie scrive: « le differenze... consistono oltre che nella diversa altezza, nel fatto che le strie di ac¬ crescimento indicano in prossimità dell’umbo¬ ne un contorno più alto di quello di D. mous so¬ ni nella stessa regione, mentre il contorno più esterno mostra la stessa forma in entrambe le specie », ed aggiunge che questi caratteri si potrebbero considerare come variazioni in¬ dividuali. Nella descrizione di Kittl risultano in con¬ traddizione l’affermazione che D. udvariensis presenta contorno più alto che lungo e pos¬ siede differente altezza rispetto a D. moussoni e quella, immediatamente seguente, che il con¬ torno esterno è uguale in ambedue le specie negli stadi adulti. I dati ottenuti dallo studio degli esemplari lucani confrontati con quelli ricavati da calchi degli originali di Mérian (1853) di Daonella moussoni dimostrano effettivamente un'altez¬ za proporzionalmente maggiore negli stadi giovanili di parecchi esemplari di D. udva¬ riensis rispetto ai corrispondenti stadi di D. moussoni (confronta le figg. 5-1 e 6-1 - 6-4); tali differenze sembrano persistere fino ad un’altezza di 17-18 mm., al di là della quale — 57 — Fig. 6. — Daonella ( Daonella ) udvariensis Kittl; x 2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. IV figg. 4, 2, 10 e 9. i rapporti lunghezza/altezza delle due spe¬ cie sembrerebbero coincidere. È da rilevare però che esistono anche esemplari di D. udva¬ riensis i cui stadi giovanili presentano un con¬ torno che si avvicina a quello dei corrispon¬ denti stadi di sviluppo di D. moussoni, e che d’altra parte uno degli originali di Mérian di Daonella moussoni (tav. VI fig. 2 di questo lavoro) mostra nelle due valve, alte 15,8 mm., contorno sensibilmente più alto non solo degli altri esemplari della specie, ma an¬ che degli stadi giovanili di Daonella udvarien¬ sis. Anche nei casi in cui il contorno del guscio è proporzionalmente alto, comunque, l’altezza non supera mai la lunghezza negli esemplari lucani. D. udvariensis e D. moussoni sembrano quin¬ di essere effettivamente due specie strettamen¬ te affini; io ho però riscontrato pressocché co¬ stantemente negli esemplari lucani le seguenti differenze con gli originali di Mérian di Dao¬ nella moussoni: — le coste radiali che, pur presentando lo stesso tipo di partizione, sono sensibilmente più indistinte e superficiali e compaiono sulla regione umbonaìe a maggiore distanza dall’api¬ ce che in D. moussoni ; nel loro insieme le coste appaiono parecchio più sottili e fitte che nella specie di Mérian, ed inoltre la loro leggeris¬ sima e costante ondulazione conferisce all'or¬ namentazione radiale un aspetto particolare; — la regione umbonaìe, che appare molto più nettamente posidonoide di quella degli originali di D. moussoni per la presenza di forti rughe concentriche e per l’assenza di co¬ ste per un ampio tratto. Per quanto questi caratteri non siano espres¬ samente indicati da Kittl quali differenze con D. moussoni, essi sono riscontrabili sull'esem¬ plare di D. udvariensis da lui raffigurato che, sebbene incompleto, somiglia fortemente agli esemplari lucani. Le differenze sopra indicate potrebbero non essere significative e sono forse in parte attribuibili all'appiattimento subito tanto dagli esemplari lucani quanto dall’origi¬ nale di Kittl ed al loro non perfetto stato di conservazione. Dai pochi dati a mia disposizione circa il contorno del guscio di Daonella moussoni ri¬ sulta inoltre che il rapporto lunghezza/altezza in questa specie è sensibilmente variabile, al¬ meno negli stadi giovanili, da individuo a in¬ dividuo: di due degli originali di Mérian pre- — 58 — senti sullo stesso campione, uno possiede, ad un’altezza di 12,6 mm., una lunghezza di 16 mm. (rapporto lunghezza/altezza = 1,26), l’al¬ tro, alla stessa altezza, una lunghezza di 21 mm. (rapporto lunghezza/altezza = 1,66). Le diffe¬ renze nel contorno citate da Kittl negli stadi giovanili delle due specie sembrerebbero quindi venire a mancare, tanto più che anche gli esemplari lucani di D. udvariensis sem¬ brano presentare negli stadi giovanili la stessa variabilità di D. moussoni. Poiché tuttavia i caratteri differenziali sopra citati, per quanto forse poco significativi, sembrano essere costanti in D. udvariensis, e d’altra par¬ te non mi è sufficientemente nota la variabilità sia nel contorno sia nell'ornamentazione di D. moussoni, ho preferito mantenere distinte le due specie, pur non escludendo la possibilità di una loro sinonimia. Dimensioni. — Il più grande esemplare mi¬ surabile raggiunge un’altezza di 20 mm. ed una lunghezza di 29 mm.; ho rinvenuto però anche esemplari frammentari alti più di 25 mm. e lunghi più di 35 mm. Tra 10 e 20 mm. di altezza il rapporto lun¬ ghezza/altezza è compreso tra 1,23 ed 1,45, e sembra crescere piuttosto regolarmente col crescere delle dimensioni del guscio. Per gli stessi valori dell'altezza il grande esemplare a due valve di Mérian (tav. VI fig. 1 di questo lavoro) fornisce valori del rapporto lunghezza/ altezza compresi tra 1,70 ed 1,50, che sem¬ brano decrescere regolarmente con l’aumen¬ tare delle dimensioni. Questo esemplare ha quindi contorno notevolmente più allungato di quello di D. udvariensis. Un altro originale di Mérian (tav. VI fig. 2 del presente lavoro) mostra invece contorno molto più alto, e forni¬ sce valori del rapporto lunghezza/altezza di 1,26 e 1,13 per altezze rispettivamente di 12,6 e 15,8 mm. Il rapporto tra le lunghezze dei margini car¬ dinali posteriore ed anteriore è in D. udvarien¬ sis sempre inferiore a 2: 1. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella udvariensis era nota finora solo nel Ladinico inferiore (« zona a Trachyceras reitzi o strati di Buchenstein ») dell’Ungheria, dove era stata rinvenuta da Kittl (1912) (67). In Lucania si rinviene associata a D. tara- mellii e ad altre specie. Provenienza. — Livello a D. taramellii e D. udvariensis del membro terrigeno della For¬ mazione di M. Facito. Località di rinvenimento: regione della Cer- chiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico ( Ladinico inferiore ) (v. p. 30). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia dell’Università di Napoli. Collezio¬ ne Scandone - de Capoa Bonardi. Daonella (Daonella) cfr.badiotica Mojs., 1874 Tav. Ili fig. 4 Materiale esaminato. — Un esemplare di piccole dimensioni, abbastanza ben conservato, e qualche frammento. Descrizione. — Forma più lunga che alta, nettamente inequilaterale; margine antero-ven- trale obliquo, posteriore subverticale. Lunghez¬ za massima poco al di sotto del margine cardi¬ nale; massima altezza nella metà posteriore del guscio (fig. in testo 7). Umbone anteriore, piccolo ed acuto, spor¬ gente oltre il margine cardinale. Coste radiali piuttosto sottili e fitte, ini- ziantisi a brevissima distanza dall’apice ed estendentisi su tutta la superficie del guscio fino al margine cardinale; la loro superficie è piana. Partizione delle coste primarie al¬ quanto irregolare: alcune di esse sono bipar- (67) Nella didascalia di Daonella udvariensis in tav. 3 fig. 14 di Kittl la specie viene attribuita al Wengen, ma tanto nel testo (pp. 42 e 194) quanto nella tabella a p. 213 l’Autore la riferisce senza pos¬ sibilità di dubbio agli strati di Buchenstein. — 59 — tite a distanza variabile dalla loro origine, altre sono tripartite; le coste secondarie pos¬ sono suddividersi a loro volta. Nel solo esem¬ plare abbastanza ben conservato in mio pos¬ sesso i solchi intercostali di 1° ordine rag- Fig. 7. — Daonella ( Daonella ) cfr. badiotica Mojs.; x2 circa. Disegno tratto dall'esemplare in tav. Ili fig. 4. giungono nella regione anteriore del guscio circa metà dell’ampiezza delle coste primarie. Il decorso delle coste è rettilineo. Mancano totalmente le aree anteriore e po¬ steriore. Ornamentazione concentrica priva di parti¬ colari caratteristiche. Discussione della specie. — Daonella had io- tic a fu rinvenuta da Mojsisovics (1874 b, p. 15, tav. 1 fig. 9) associata a D. tyrolensis; quale carattere differenziale tra le due specie l’Autore indicò il differente contorno del guscio. Kittl (1912, pp. 46 e 47), pur mantenendo distinte le due specie, ha messo in dubbio la loro indipendenza specifica in base alla per¬ fetta coincidenza dell’ornamentazione radiale. La concordanza nelle due specie di quest’ul¬ timo carattere potrebbe essere a mio parere poco significativo; viceversa, la sensibile dif¬ ferenza nel contorno del guscio giustifica la loro separazione specifica, a meno che non si rinvengano le forme di passaggio tra i due differenti tipi di contorno. Di dubbia appartenenza mi sembra esse¬ re l’esemplare di Daonella badiotica illustrato da Simionescu (1925, p. 8, tav. 1 fig. 1) e da Simionescu & Barbu (senza data, p. 41, fig. in lesto 10), la cui ricostruzione del contorno è probabilmente inesatta. Dato lo scarsissimo numero di esemplari a mia disposizione, le loro piccole dimensioni e lo stato di conservazione non soddisfacente, ho preferito riferirli con riserva a D. badiotica, contrariamente a quanto fatto precedente- mente (SCANDONE & DE CaPOA, 1966; SCANDONE. 1967 b). Dimensioni. — L’unico esemplare misurabile possiede una lunghezza di 13,5 mm. per un’al¬ tezza di 10 mm. Il rapporto lunghezza/altezza (1,35) concorda quindi con quello ricavato dalle misure indicate da Mojsisovics, che for¬ niscono un valore del rapporto lunghezza/al¬ tezza di 1,37. A 10 mm. di altezza i margini cardinali ante¬ riore e posteriore dell’esemplare lucano sono lunghi rispettivamente 5 e 8 mm. Distribuzione geografica e stratigrafica. — La specie è finora sicuramente nota solo nelle Alpi meridionali, dove è stata rinvenuta da Mojsisovics (1874 b), che la colloca stratigra- ficamente al limite tra Anisico e Ladinico, e da Kittl (1912), che la attribuisce (tabella a p. 213) al « calcare di Esino e della Marmo- lada », che considera stratigraficamente inter¬ posto tra Buchenstein e Wengen. L’esemplare, a mio parere dubbio, di D. badiotica rinvenuto da Simionescu (1925) in Dobrogea (Romania), è attribuito al Ladinico superiore (Wengen). Per le specie di Daonella cui si trova asso¬ ciata e per le considerazioni stratigrafiche esposte a p. 30 in Lucania Daonella cfr. badio- lica corrisponde ad un'età fassanica (Ladinico inferiore). Provenienza. — Livello a D. taramellii e D. udvariensis del membro terrigeno della Formazione di M. Facito. Località di rinvenimento: regione della Cer- chiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico (Ladinico inferiore). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia dell’Università di Napoli. Collezio¬ ne Scandone - de Capoa Bonardi. — 60 — Daonella (Daonella) cfr. lenticuìaris Gemm., 1882 Tav. Vili figg. 1-5 Daonella moussoni, De Lorenzo, 1892 c, p. 8, fìg. in testo 3. Daonella lenticuìaris, De Lorenzo, 1894 b, p. 33. Halobia lenticuìaris, De Lorenzo, 1896 c, p. 138, tav. 19 fig. 7. Materiale esaminato. — 6 esemplari origi¬ nali di De Lorenzo, tutti frammentari, prove¬ nienti dalle scogliere di Lagonegro. Un solo esemplare molto incompleto, rac¬ colto nei calcari di periscogliera di Tempa del Lupo, che per le caratteristiche della or¬ namentazione radiale sembra corrispondere agli originali attribuiti da De Lorenzo ad Ha¬ lobia lenticuìaris. Descrizione. — Lo scarso numero e la frammentarietà degli esemplari non permet¬ tono di individuarne con sicurezza tutti i caratteri. La forma sembra essere non molto più lun¬ ga che alta e solo leggermente inequilaterale, con margine cardinale anteriore poco più breve del posteriore (fig. in testo 8); gli stadi giovanili mostrano invece contorno discreta¬ mente più lungo che alto e più inequilaterale. Coste radiali rettilinee o solo appena cur¬ ve, iniziantisi a 6-7 millimetri di distanza dal¬ l’apice, larghe e del tutto piane, separate da incisioni debolissime e strette, non suddivise per tutto il tratto visibile o bipartite da un solco secondario ugualmente superficialissimo e sottile in due coste spesso disuguali. La bi¬ partizione sembra verificarsi più frequente¬ mente nella regione medio-posteriore; i sol¬ chi di 2° ordine compaiono nella parte supe¬ riore del guscio, ad altezza alquanto variabile. L'orecchietta sembra essere del tutto as¬ sente, poiché la regione cardinale e subcardi¬ nale anteriore, osservabile in un solo esem¬ plare, appare del tutto piana (vedi tav. Vili fig. 5). La regione anteriore del guscio è sicura¬ mente priva di coste per un tratto molto ampio, arrestandosi l’ornamentazione radiale poco oltre il centro del guscio; non è invece possibile stabilire se gli esemplari in esame posseggano coste nella regione posteriore, in tutti non o mal conservata. Ornamentazione concentrica più o meno ben pronunciata negli stadi giovanili, attenua¬ ta o assente nell'adulto. Discussione della specie. — Dopo aver in un primo tempo (1892 c) classificato gli esemplari di Lagonegro come Daonella moussoni, De Lo¬ renzo (1894 b) ne riconobbe giustamente la somiglianza con Daonella lenticuìaris Gemm., a cui li attribuì; successivamente (1896 c), se¬ guendo le vedute di Rothpletz (1892), riferì la specie al genere Halobia. Gli esemplari lucani sembrano concordare con la descrizione di Daonella lenticuìaris data da Gemmellaro (1882, p. 466, tav. 1 figg. 3-5), discostandosene solo per quanto riguarda l’origine delle coste, che negli esemplari di Gemmellaro comparirebbero a minore distan¬ za (3 mm. circa) dall’apice. Tuttavia la loro frammentarietà non permette di stabilire con certezza se tutti i caratteri siano coincidenti con quelli della specie siciliana: il contorno, ad esempio, non è esattamente ricostruibile, né è possibile stabilire se nella regione poste¬ riore del guscio manchino le coste, come av¬ viene in Daonella lenticuìaris Gemm.; è per questa ragione che, nel riesaminare il mate¬ riale originale di De Lorenzo, ho preferito ri¬ ferire con riserva i suoi esemplari di Halobia lenticuìaris a questa specie, tanto più che non ho avuto la possibilità di confrontarli con gli originali di Gemmellaro, che neppure De Lo¬ renzo sembra aver esaminato. Sull'appartenenza degli esemplari lucani al genere Daonella sembrerebbero comunque non sussistere dubbi, poiché nel solo esem¬ plare in cui è conservata la regione cardinale anteriore questa si presenta assolutamente priva di qualsiasi traccia di orecchietta. Kittl (1912, p. 91), nel riprendere breve¬ mente la descrizione di Gemmellaro di Dao¬ nella lenticuìaris, la considera dubitativamente appartenente al genere Halobia, e si dichiara propenso a considerarla come forma giovanile di Halobia styriaca. La maggior differenza tra quest’ultima e Daonella lenticuìaris è data, co¬ me precisato dallo stesso Gemmellaro, dal fatto che i solchi intercostali sono ridotti in D. lenticuìaris a striature superficialissime e — 61 — Fig. 8. — Daonella ( Daonella ) cfr. lenticularis Gemm.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli originali di De Lorenzo in tav. Vili fìgg. 4, 2, 5. sottili, cosicché le coste non acquistano rilievo sulla superficie del guscio; da questo punto di vista la specie ricorda fortemente Halobia disperseìnsecta Kittl. Di scarsa im¬ portanza mi sembrano invece gli altri caratteri differenziali tra H. styriaca e D. lenticularis citati da Gemmellaro, riguardanti l’ampiezza e l'inegualità delle coste, poiché H. styriaca presenta una discreta variabilità nei confronti di questi caratteri. Daonella lenticularis è co¬ munque una specie scarsamente nota di cui sarebbe necessaria una conoscenza più ap¬ profondita. Gli esemplari lucani ricordano anche forte¬ mente Daonella paucicostata Tornquist (1988 a, p. 673, tav. 23 figg. 1-4) ed in particolare l'esem¬ plare frammentario di questa specie illustrato da Kittl (1912) in tav. 3 fig. 4. Anche questa specie è mal conosciuta. Dimensioni. — Data la frammentarietà degli esemplari, non mi è stato possibile rilevare al¬ cuna misura. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella lenticularis è nota solo in Sicilia (Gemmellaro, 1882; Scalia, 1910; Butrico, 1930) ed in Lucania (De Lorenzo, 1892 c, 1894 b, 1896 c). In Sicilia i calcari con selce contenenti, tra le altre, D. lenticularis, sono stati consi¬ derati camici da Scalia (1910), camici (1882) e successivamente (1904) non più antichi della zona a Trachyceras aonoides (Julico) da Gem¬ mellaro, non più antichi del Gamico da Bu- trico (1930). Per quanto riguarda l'età dei calcari di sco¬ gliera lucani, da cui proviene Daonella cfr. lenticularis, si rimanda a quanto già scritto a proposito di D. bassanii (p. 46). Provenienza. — Membro organogeno della Formazione di M. Facito. De Lorenzo ha rinvenuto la specie nei cal¬ cari di scogliera del Timpuni e della Valle del Chiotto (Lagonegro). Io ho raccolto un fram¬ mento che per le caratteristiche deH'ornamen- tazione radiale concorda con gli originali di De Lorenzo, nei calcari di periscogliera di Tempa del Lupo (199 II NO Marsico Nuovo). Età. — Ladinico. Collocazione. — Museo di Paleontologia del¬ l’Università di Napoli, collezione De Lorenzo, Istituti di Geologia e di Paleontologia dell’Uni¬ versità di Napoli; collezione Scandone - de Ca- poa Bonardi. — 62 — Daonella(Daonella)cfr.tyroìensis Mojs., 1874 Tav. Ili figg. 1-3 Materiale esaminato. — Quattro esemplari di dimensioni ridotte discretamente conser¬ vati, e qualche frammento. Descrizione. — Forma proporzionalmente alta, pressocché equilaterale. Margini anterio¬ re e posteriore del guscio subverticali arroton¬ dati, margine ventrale arrotondato. Altezza massima submediana, lunghezza massima nella parte superiore o a circa metà dell’altezza del guscio (fig. in testo 9). Fig. 9. — Daonella ( Daonella ) cfr. tyrolensis Mojs.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esem¬ plari in tav. Ili figg. 2, 3, 1. Umbone subcentrale, piccolo ed appuntito, appena sporgente oltre il margine cardinale. Regione umbonale lievemente convessa. Coste radiali estendentisi sull'intero guscio, le mediane bipartite ad altezza variabile o tri¬ partite, le laterali più frequentemente indivise. Superficie delle coste piana. Solchi intercostali di 1° ordine talora ampi quanto le coste pri¬ marie. Decorso delle coste rettilineo. Aree totalmente assenti. Ornamentazione concentrica poco visibile nella regione umbonale, quasi totalmente as¬ sente sul resto del guscio. Discussione della specie. — Daonella tyro¬ lensis è una forma non ancora completamente nota. Kittl (1912) ed Autori successivi hanno messo in evidenza la sua stretta somiglianza con Daonella indica Birra. Dato l'esiguo numero e l'imperfetta conser¬ vazione degli esemplari lucani ora descritti, ho preferito riferirli con riserva a D. tyrolensis. Di essi fanno parte anche gli esemplari da me precedentemente attribuiti a Daonella marmo- latae (Scandone & de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b) e che, in seguito ai nuovi rinvenimenti, si sono rivelati essere esemplari deformati di D. cfr. tyrolensis. Dimensioni. — La massima altezza raggiun¬ ta dagli esemplari esaminati è di 17 mm., per una lunghezza di 21,9 mm. Il rapporto lunghezza/altezza ha fornito nei quattro esemplari misurabili valori di 1,25; 1,25?; 1,21; 1,28 per altezze rispettivamente di 9,6; 13,5; 14,00; 17,00 mm. Questi dati, per quanto scarsi, sembrano corrispondere ai va¬ lori del rapporto lunghezza/altezza ricavabili dalle misure fornite da Kittl (1912, p. 45) per gli originali di Mojsisovics di D. tyrolensis. Il rapporto tra le lunghezze dei margini car¬ dinali posteriore ed anteriore è vicino all’unità: i valori ottenuti sono di 1,21?; 1,28; 1,32? per altezze rispettivamente di 13,5; 14,00; 17,00 mm. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Daonella tyrolensis è nota quasi esclusivamen¬ te nelle Alpi meridionali, dove è stata rinve¬ nuta da Mojsisovics (1874 b, p. 14, tav. 1 figg. 8, 10), che la pone stratigraficamente al pas¬ saggio Anisico-Ladinico, e da Kittl (1912, p. 45, figg. in testo 6, 7), che la attribuisce al calcare di Esino e della Marmolada, conside¬ rato dall’Autore stratigraficamente interposto tra gli strati di Buchenstein e quelli di Wengen. Nello stesso lavoro l’Autore segnala la specie anche nel Wettersteinkalk (68) di Innsbruck. Arthaber (1916) ha rinvenuto D. tyrolensis nel- l’Anisico dei dintorni di Trento. (68) In Kuehn (1962, p. 516) si legge a proposito del Wettersteinkalk : « Età: secondo Pia solo Ladinico, ma le parti anisiche e carniche sono spesso difficil¬ mente separabili ». — 63 — Simionescu (1925, p. 8, tav. 1 figg. 5-6) de¬ scrive la specie nel Ladinico (Wengen) della Dobrogea. Forme affini a D. tyrolensis sono state inol¬ tre rinvenute da Kittl (1912, p. 46, fig. in te¬ sto 8) nel Biharer Komitat e da Salopek (1917, p. 52, tav. 2 fig. 1) in Croazia. In Lucania il livello contenente, tra le altre specie, D. cfr. tyrolensis ha età ladinica infe¬ riore (Frassanico) per le ragioni esposte a p. 30. Provenienza. — Livello a D. taramellii e D. udvariensis del membro terrigeno della Formazione di M. Facito. Località di rinvenimento: regione della Cer¬ chia ra - Schiena Rasa, a S delle Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico (Ladinico inferiore). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia deH'Università di Napoli. Collezione Scandone - de Capoa Bonardi. Daonella (Oaonella) sp. Tav. Ili figg. 7-8 Materiale esaminato. — 6 esemplari, di cui due completi. Descrizione. — Forma di discrete dimensio¬ ni, più lunga che alta, leggermente inequila- terale. Contorno a margini arrotondati, più alto nella parte posteriore (fig. in testo 10). Altezza massima posteriore rispetto alla posi¬ zione dell’umbone; massima lunghezza nel ter¬ zo superiore del guscio. Umbone mediamente anteriore, a circa 3/4 della lunghezza totale del margine cardinale. Coste radiali con superficie da arrotondata a quasi piana, piuttosto sottili negli stadi giovanili ma larghe nell’adulto. Esse sono quasi tutte bipartite in prossimità della loro origine, che è a circa 2 mm. di distanza dal¬ l’apice, o poco più in basso; alcune delle coste di 2° ordine sono talora a loro volta bipartite. Solchi intercostali di 1° e 2° ordine possono avere o no la stessa incisività; essi sono stretti e mediamente profondi, più pronunciati nella regione posteriore del guscio. In questa regione le coste si arrestano a breve distanza (2-3 mm.) dal margine cardinale; in quella anteriore la¬ sciano invece libera un’area molto ampia, che al margine anteriore del guscio del più grande esemplare in mio possesso raggiunge un'altezza di 17,5 mm. Il decorso delle coste è rettilineo. Le due aree sono abbastanza nettamente delimitate e, per quanto gli esemplari siano appiattiti, non sembrano aver posseduto una convessità differente da quella del resto del guscio. L’ornamentazione concentrica, un po’ più pronunciata nei primi stadi di sviluppo, non sembra possedere caratteristiche particolari. In nessuno degli esemplari esaminati si no¬ tano tracce di orecchietta. I due margini cardinali sembrano formare tra loro una leggera angolazione. Discussione della specie. — Nessuna spe¬ cie di Daonella tra quelle finora note si av¬ vicina a mio parere alla forma ora de¬ scritta. Le uniche due specie che presentano somiglianze abbastanza spiccate con essa appartengono al genere Halohia: H. vixaurita Kittl ed H. cassiana (Mojs.) emend. Krumb. La prima delle due è pochissimo nota e mal definita e sembra essere stata istituita da Kittl su materiale alquanto eterogeneo (69); anche la sua appartenenza al genere Halohia non è sicura, poiché Kittl ha osservato una debole orecchietta anteriore solo negli esem¬ plari più piccoli. Ad essa la forma lucana po¬ trebbe avvicinarsi non tanto per confronto con le illustrazioni di Kittl, che sembrereb¬ bero non concordare con la descrizione da¬ tane dallo stesso Autore, quanto in base a quest’ultima. Anch’essa è però così poco det¬ tagliata, che potrebbe adattarsi a diverse specie di Daonella o di Halohia, compresa H. (69) Il più completo ed indicativo degli esemplari di H. vixaurita raffigurati da Kittl (1912, tav. 7 fig. 13) è stato dubitativamente attribuito da Krum- beck (1924, p. 265) a ? Daonella lilintana Boehm, con la quale sembra effettivamente presentare spiccate somiglianze. — 64 — Fig. 10. — Daonella ( Daonella ) sp.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. Ili figg. 8 e 7. cassiana emend. Krumb. In attesa di una revi¬ sione che confermi la legittimità di H. vixau- rita o la invalidi, ho preferito mantenere distinta da essa la forma lucana. Quest ultima somiglia fortemente nel suo insieme ad H. cassiana (Mojs.) emend. Krumb. soprattutto per le caratteristiche dell'ornamen- tazione radiale e per la presenza delle due aree prive di coste al di sotto dei margini cardinali. Se ne discosta però per i seguenti caratteri: contorno del guscio alquanto diffe¬ rente (confronta la fig. 10 con le figg. 18-1 e 18-2) e, in particolare, con margine antero- inferiore più arrotondato in H. cassiana, più obliquo nella forma in esame; area posteriore sensibilmente più stretta che in H. cassiana ; assenza, in tutti gli esemplari esaminati, di un sia pur minimo accenno di orecchietta. Le differenze tra le due forme potrebbero non essere sostanziali, tranne forse il diverso contorno del guscio; tuttavia la scarsa cono¬ scenza, limitata a pochi esemplari appiattiti, della forma lucana, e la tuttora imperfetta co¬ noscenza della variabilità di H. cassiana non permettono di esprimere un giudizio più pre¬ ciso. Dimensioni. — Il rapporto lunghezza/altez¬ za si aggira intorno ad 1,50 (tra 1,37 ed 1,61), e non sembra subire variazioni nei diversi stadi di accrescimento. La massima lunghezza riscontrata è di 41 rnm., la massima altezza di 27 mm. Il rapporto tra le lunghezze del margine cardinale posteriore ed anteriore è inferiore a 2; per valori dell'altezza da 16 mm. in poi è compreso tra 1,33 ed 1,63. Provenienza. — Membro terrigeno della Formazione di M. Facito, in un livello circa 60 m. stratigraficamente al di sotto del livello a Daonella lommeli, associata a D. taramellii, D. udvariensis ed altre specie. Località di rinvenimento: regione della Cer- chiara - Schiena Rasa, a S della Cerchiara (199 IV SE Tito). Età. — Fassanico (Ladinico inferiore) (v. p. 30). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia deH’Università di Napoli. Colle¬ zione Scandone - de Capoa Bonardi. Genere Halobia Bronn, 1830 Halobia austriaca Mojs., 1874 Tav. XII figg. 1-12; tav. XIII figg. 1-13 Halobia austriaca Mojsisovics, 1874 b, p. 26, tav. 4 figg. 1-3, tav. 5 fig. 14. Halobia sp. Bittner, 1899 b, p. 47, tav. 7 fig. 16. Halobia austriaca, Arthaber, in Frech, Lethaea meso¬ zoica, tav. 45 fig. 2. — 65 — Halobia austriaca, Frech, 1906, p. 331, tav. 1 fig. 1 a, b. non Halobia austriaca, Renz, 1906 a, p. 34. Halobia austriaca, Kittl, 1912, p. 101, tav. 6 figg. 11, 14. Halobia cfr. austriaca, Kittl, 112, p. 101, tav. 6 figg. 12-13. Halobia austriaca, Krumbeck, 1924, p. 285, tav. 187 figg. 13-23. Halobia austriaca, Smith, 1927, p. 113, tav. 99 figg. 10-13. Halobia aff. austriaca, Ichxkawa, 1954, p. 187, tav. 17 fig. 15. Halobia austriaca, Beandone & de Capoa, 1966, tav. 7 fig. 2. Halobia cfr. fascigera, Scandone & De Capoa, 1966, tav. 6 fig. 2. Halobia austriaca, Scandone, 1967 b, tav. 7 fig. 4. Materiale esaminato. — Circa 60 esemplari, in buono stato di conservazione, provenienti dai calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone. Esemplari originali di Mojsisovics di H. au¬ striaca (1874 b, tav. 4 figg. 1-2; tav. 5 fig. 14, e numerosi altri individui frammentari presenti negli stessi campioni). Descrizione. — Forma leggermente più lun¬ ga che alta, con margine anteriore e ventrale del guscio arrotondati, il posteriore da arro¬ tondato a sub rettilineo (fig. in testo 11). Massi¬ ma altezza della valva da submediana a poste¬ riore, massima lunghezza a circa metà dell’al¬ tezza del guscio. Margine cardinale posteriore un po' più lungo dell'anteriore. Valve poco convesse. Umbone alquanto piccolo, aguzzo o arro¬ tondato, discretamente rigonfio, in posizione leggermente anteriore. Orecchietta piuttosto stretta, poco saliente, delimitata inferiormente da un solco distinto. A circa metà della sua altezza, la conves¬ sità viene interrotta da un debole solco, che compare a distanza variabile dall’umbone e la divide in due parti di solito ugualmente con¬ vesse e non particolarmente differenziate tra loro (tav. XII figg. 4, 6). Generalmente quindi non si verifica una netta differenziazione del¬ l’orecchietta in una parte inferiore convessa o lobo ed una superiore piana o leggermente convessa. Al di sopra segue la sottilissima lista marginale, piana o leggermente concava. Il solco che bipartisce la parte convessa dell'orec¬ chietta in taluni casi manca del tutto, come neH’originale di Mojsisovics in tav. 4 fig. 2 (tav. XII fig. 1 del presente lavoro). Quando l’orecchietta è bipartita e ben conservata, si può talora osservare su di essa la flessione ad S delle strie di accrescimento. Coste radiali da subrettilinee a curve; ante¬ riormente si spingono fino alla base dell’orec¬ chietta, mentre posteriormente si arrestano a distanza variabile, ma generalmente considere¬ vole, dal margine cardinale. Ampiezza e grado di suddivisione delle coste costituiscono, qui come in altre specie, un carattere molto varia¬ bile. Accanto ad individui con coste prima¬ rie relativamente ampie e suddivise per la maggior parte solo verso la metà dell'altezza del guscio se ne rinvengono altri a co¬ ste primarie strette e suddivise poco dopo la loro origine. Non mancano individui a coste « fascicolate » (tav. XII fig. 10). I solchi intercostali sono generalmente stretti e pro¬ fondi, quelli di 1° ordine più dei successivi. Le coste mediane appaiono generalmente più ampie perché nella regione centrale del gu¬ scio la suddivisione delle coste primarie è piuttosto irregolare e si verifica ad altezza variabile. Nella regione anteriore invece le coste primarie si suddividono di solito con regolarità e contemporaneamente in 3-4 co- sticine di 2° ordine subito dopo la loro ori¬ gine, cosicché questa parte del guscio ap¬ pare, immediatamente al di sotto dell'orec¬ chietta, sottilmente costata. Nella regione posteriore le coste appaiono ugualmente più sottili e spesso fortemente arcuate; non rara¬ mente presentano increspature ed ondulazio¬ ni (tav. XII figg. 7, 8, 12) nella loro parte termi¬ nale. Le modalità ed il grado di suddivisione variano, come si è detto, individualmente; nella maggior parte dei casi le coste primarie mediane si bi- o tripartiscono ad altezza va¬ riabile ed irregolarmente, e ciascuna delle coste secondarie così originatesi può a sua volta suddividersi alle altezze e nei modi più varii. In taluni esemplari alcune delle coste di 1° e 2° ordine appaiono percorse da sottilissime e fitte striature poco evidenti. Generalmente al margine palleale di individui adulti si contano per ogni costa primaria me¬ diana da 3 a 5 coste di ordine successivo, ma questo numero può anche essere inferiore o superiore. La suddivisione delle coste di 1° or¬ dine è comunque di solito abbastanza spinta. 5 — 66 — Fig. 11. — Halobia austriaca Mojs.; x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XII fig. 1 (originale di Mojsisovics), tav. XII fig. 7 e tav. XIII fig. 9 Le coste primarie mediane si originano a circa 1 mm. dall’apice sulla regione umbonale; quel¬ le laterali iniziano invece via via più in basso verso i margini cardinali. La superficie delle coste è di solito del tutto piana. Area anteriore assente. Area posteriore ben individuata, discreta¬ mente convessa, generalmente molto ampia, talora più ristretta, priva di coste radiali o percorsa da deboli e sottili incisioni molto indistinte. Tra la convessità dell'area e quella del guscio si interpone una regione debolmente depressa. Ornamentazione concentrica generalmente più addensata nella regione umbonale. Le strie di accrescimento sono talora visibili an¬ che sull'orecchietta. Discussione della specie. — Halobia austria¬ ca è una delle specie di Halobia meglio cono¬ sciute; è stata esaurientemente descritta da Kittl (1912) e Krumbeck (1924), che ne han¬ no anche illustrato la variabilità. Mi limito perciò qui a fare alcune osservazioni. La Halobia sp. illustrata da Bittner (1899 b, p. 47, tav. 7 fig. 16) per il Trias superiore del- l’Himalaya è stata attribuita da Krumbeck (1924) ad H . austriaca; anche a mio giudizio l’esemplare, benché frammentario, sembra possedere i caratteri di questa specie. Frech (1906, p. 331, tav. 1 fig. 1 a, b) ha raf¬ figurato e descritto come H. austriaca Mojs.? due esemplari provenienti dal Carnico supe¬ riore di Zacatecas (Messico) che hanno poco in comune con la specie suddetta; Kittl (1912) li ha giustamente riferiti a forme affini ad H. charlyana. Renz (1906 a) ha descritto nel «calcare di Olonos » del Peloponneso H. austriaca ; nella descrizione della specie (p. 34) afferma resi¬ stenza di una stretta affinità tra alcuni esem¬ plari di grandi dimensioni da lui attribuiti ad H. austriaca e la specie di Gemmellaro H. insignis, che differirebbe a suo giudizio dalla prima solo per le maggiori dimensioni e le rughe di accrescimento più marcate, ed ammette la possibilità di una sinonimia tra le due specie. Kittl (1912) afferma invece la indipendenza delle due specie, precisandone le differenze di ornamentazione, e mette in dubbio che Renz abbia avuto a disposizione veri esemplari di H. austriaca. Krumbeck (1924), senza entrare nel merito delle somi¬ glianze e differenze tra H. austriaca ed H. in¬ signis, scrive: « Nel suo complesso H. austria¬ ca è una forma così caratteristica, che si può volentieri credere a Renz, in contrasto con — 67 — Kittl, che vi appartengano la maggior parte dei suoi esemplari del calcare di Olonos ». Quali differenze tra H. austriaca ed H. insi- gnis Kittl ha elencato la presenza in que- st'ultima di coste più strette e più suddivise, l’assenza di « orecchietta posteriore » (70), le coste che si spingono fino al margine cardi¬ nale posteriore e la differente conformazione dell’orecchietta anteriore; ad esse bisogna aggiungere a mio giudizio, quale carattere distintivo fondamentale, cui si accompagnano quelli sopra elencati, il differente contorno del guscio, per il quale rimando al confronto tra le fìgg. in testo 11 e 13. Benché ritenga net¬ tamente distinte le due specie, concordo con Krumbeck nell’ammettere che gli esemplari determinati da Renz nel « calcare di Olonos » possano effettivamente appartenere ad H. au¬ striaca, senza escludere la possibilità che gli esemplari di maggiori dimensioni di Renz possano appartenere al livello ad H. insignis = H. halorica che, come si è detto (p. 33), è presente in Grecia, almeno nel Trias del Pindos. Kittl (1912) ha ampiamente descritto la variabilità di H. austriaca. I suoi esemplari di H. cfr. austriaca in tav. 6 fìgg. 12-13 sono, come giustamente ha rilevato Krumbeck, dei tipici rappresentanti di H. austriaca. In base soprattutto alla differente ornamentazione ra¬ diale, Kittl ha fatto dei quattro originali di Mojsisovics di H. austriaca (tav. 4 fìgg. 1-3; tav. 5 fig. 14) altrettante varietà. Krumbeck (1924), con cui concordo, ha negato l'opportu¬ nità di questa distinzione della specie in va¬ rietà « perché la orecchietta mostra in tutti i casi pressappoco le stesse caratteristiche..., e l’ornamentazione non sembra essere sufficien¬ te a ciò ». Nel distinguere la quarta varietà di H. austriaca, fondata sull'esemplare in tav. 5 fig. 14 di Mojsisovics (tav. XII fig. 4 di questo lavoro) Kittl scrive: « orecchietta anteriore indivisa, lobo auricolare grosso, con un’ampia costa radiale nella parte inferiore ». Nell'orec- (70) Kittl indica con questo termine (« hinteres Ohr ») l’area posteriore convessa, presente in alcune specie di Halobia, dotata di convessità propria, indi- pendente da quella del resto del guscio, il cui mar¬ gine posteriore non combacerebbe con quello del¬ l'altra valva; i gusci di Halobia dotati di « orecchietta posteriore » risulterebbero perciò beanti posterior¬ mente. chietta di questo esemplare si individuano: una parte inferiore più saliente (« costa » se¬ condo Kittl); una parte superiore più dolce¬ mente convessa (lobo auricolare indiviso secondo Kittl). A mio giudizio la prima delle due corrisponde al lobo auricolare, la seconda alla regione marginale, come è di¬ mostrato dalla flessione ad S delle strie di accrescimento, abbastanza ben visibili sulle due parti. La lista marginale non è conser¬ vata. L'orecchietta di questo esemplare non si discosta quindi dal tipo normalmente pre¬ sente in H. austriaca. Krumbeck (1924) ha descritto H. austriaca del Trias di Timor; mentre la sua descrizione corrisponde perfettamente alla specie alpina, a giudicare dalle illustrazioni gli esemplari di Timor, ad eccezione di quello in fig. 21 e, forse, di quello in fig. 17, sembrerebbero di¬ scostarsi da quelli alpini perché la regione posteriore del guscio vi appare provvista di coste non molto dissimili da quelle mediane fin quasi al margine cardinale. Tuttavia nella descrizione di H. austriaca Krumbeck scrive: « L’area triangolare posteriore, per lo più in¬ distintamente delimitata da pochi e deboli solchi radiali, è leggermente convessa... » e poco dopo aggiunge che gli esemplari di Timor corrispondono quasi perfettamente al materiale alpino di confronto, e che « l’unica differenza consiste nel fatto che le coste sono un po’ più larghe e quindi meno numerose...». La descrizione è quindi in contrasto con le illustrazioni. Poiché la descrizione data da Krumbeck corrisponde sia per le caratteri¬ stiche dell'area posteriore sia per tutti gli altri caratteri a quella di H. austriaca, sono propensa a credere che la discrepanza tra descrizione ed illustrazione degli esemplari di Timor sia da attribuire ad un difetto di raffigurazione, tanto più che Krumbeck ha confrontato la sua forma con esemplari alpini. A mia esperienza infatti, quando individui con ornamentazione particolarmente delicata, come è il caso di molte specie di Daonella e di Halobia, vengono illustrate mediante di¬ segni, il loro aspetto viene generalmente falsato, poiché il disegno tende a dare risalto a particolari che suH'originale sono spesso a stento visibili. Nel caso in questione potrebbe essere stata esagerata l’incisività e la robu¬ stezza delle deboli strie radiali che spesso si — 68 — trovano sull’ area posteriore di H. austria¬ ca (71). Smith (1927) ha raffigurato e descritto esem¬ plari di H. austriaca nel Gamico superiore (zo¬ na a Tropites subbullatus) della California e dell’Alasca. Ichikawa (1954) li ha attribuiti, in¬ sieme ai suoi esemplari provenienti dal Carnico medio (?) del Giappone, ad H. aff. austriaca, ci¬ tando quali differenze con la tipica H. austriaca i solchi di 2° ordine che iniziano a circa metà dell’altezza del guscio e non presso l’umbone come nella forma alpina, e la presenza di co¬ ste radiali sottili e deboli sull’area posteriore. Come ho avuto modo di giudicare in base agli esemplari lucani ed agli stessi originali di Mojsisovics di H. austriaca, questi caratteri rientrano nella variabilità della specie, per cui vi ho riferito tanto gli esemplari di Smith quanto quelli di Ichikawa. Originale di Mojsisovics, 1874, tav. 4 fig. 2 (misure eseguite sulle strie di accrescimento): esemplare Pig. 325: J esemplare L. C. 25: esemplare L. C. 41: Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia austriaca è una delle specie a più ampia distribuzione geografica. (71) Analoghe osservazioni si possono fare per le illustrazioni di Krumbeck di H. charlyana. In Scandone & de Capoa (1966) ho erro¬ neamente attribuito ad H. cfr. fascigera un esemplare (tav. XIII fig. 4) proveniente dal li¬ vello ad H. austriaca dei calcari con selce di facies Pignola- Ab riola che presentava flessio¬ ne delle coste in corrispondenza di due solchi concentrici a pochi mm. di distanza l'uno dal¬ l'altro. Dopo avere esaminato più abbondante materiale, mi sono convinta che si tratta di un individuo di H. austriaca Mojs. con coste occasionalmente flesse. Dimensioni. — Soltanto tre degli esemplari lucani sono risultati misurabili. Riporto qui di seguito le misure ottenute ed i relativi rapporti insieme a quelli dell'unico originale di Mojsi- sqvics misurabile da me esaminato: lunghezza mm. 22,5 altezza mm. 17 lunghezza/altezza 1,32 margine cardinale anteriore mm. 8 » » posteriore mm. 11,5 » ant./post. 1,43 lunghezza mm. 21 altezza mm. 17 lunghezza/altezza 1,23 margine cardinale anteriore mm. 7 » » posteriore mm. 11 » » ant./post. 1,57 lunghezza mm. 21,5 altezza mm. 18 lunghezza/altezza 1,19 margine cardinale anteriore mm. 7 » » posteriore mm. 10 » ant./post. 1,42 lunghezza mm. 20 altezza mm. 15,5 lunghezza/altezza 1,29 margine cardinale anteriore mm 7,5 ; » » posteriore mm. 11 » » ant./post. 1,46 È stata rinvenuta da Mojsisovics (1874 b), Schlosser (1898), Arthaber (in Frech, Le- thaea mesozoica) e Kittl (1912) nelle Alpi, dove sembra essere normalmente presente nel Carnico superiore (Tuvalico); Arthaber la — 69 — segnala però anche nel Gamico medio (zona a Trachyceras aonoides, Julico) (72). In Lucania è stata segnalata da Scandone & de Capoa (1966) e da Scandone (1967 b) ed attribuita al Gamico. Butrico (1930) ne ha segnalato la presenza in contrada Modanesi (Sicilia nord-occiden¬ tale). In Grecia H. austriaca è stata descritta da Renz (1906 a) e successivamente segnalata da Renz (1916), Frech, & Renz (1916), Renz & Frech (in Frech, Lethaea mesozoica ). Lo stesso Renz ha però più tardi (1955) messo in dubbio la validità delle sue determinazioni riguardanti questa specie ed altre. Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica) ha segnalato la presenza di questa specie nel Car- nico dei Carpazi orientali. In Ungheria H. austriaca è stata rinvenuta da Kutassy (1928) nel Gamico. In Indonesia la specie è stata individuata a Timor da Krumbeck (1924); anche l’esempla¬ re di Timor attribuito da Rothpletz (1892, tav. 14 fig. 6) a Daonella lommeli e da Kittl (1912) ad Halohia nadamalensis appartiene, secondo Krumbeck, ad H. cfr. austriaca. An¬ che Wanner (1956) segnala H. austriaca nel Carnico superiore (zona a Tropites subbulla- tus, Tuvalico) di Timor. Saurin (1956) la segnala nel Carnico supe¬ riore dellTndocina. La specie sembra essere presente anche nel Trias superiore dell’Himalaya, dove Bittner (1899 b) ha rinvenuto Halobia sp., più tardi (1924) riconosciuta da Krumbeck come H. au¬ striaca. Ichikawa (1954) ha rinvenuto H. cfr. austria¬ ca, che a mio parere è da attribuire ad H. au¬ striaca, nel Sakawano? (corrispondente all 'in¬ circa al Carnico medio) del Giappone. In America settentrionale H. austriaca è presente in California ed Alasca nella zona a Tropites subbullatus (Smith, 1927). Forme riferibili ad H. austriaca ( H . cfr. au¬ striaca) sono ancora segnalate da Bittner (1902) nel Trias della Bosnia, e da Nakazawa (1955) nel Trias superiore del Giappone. In Lucania la posizione stratigrafica di H. austriaca non è in contraddizione con la età carnica superiore (Tuvalico) che le viene co¬ munemente riconosciuta (v. le pp. 31, 32, 35). (72) Vedi nota 49 a p. 31. Provenienza. — Calcari con liste e noduli di selce delle facies Pignola- Ab riola ed Armizzone. Località di rinvenimento: strada Pignola- Abriola, al Km. 11,400 circa (199 I SO Pi¬ gnola); M. Crocetta (199 I SO Pignola); Picco dell 'Armizzone (211 III NO Latronico). Età. — Probabile Carnico superiore (Tuva¬ lico). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell’Università di Napoli. Colle¬ zione Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia charlyana Mojs., 1874 Tav. XVI figg. 1-21 Halobia charlyana Mojsisovics, 1874 b, p. 27, tav. 4 figg. 4-6. non Halobia charlyana, Rothpletz, 1892, p. 94, tav. 14 figg. 13-15. Halobia charlyana, Kittl, 1912, p. 107, tav. 5 fig. 7, tav. 8 figg. 14-16. Halobia charlyana, Krumbeck, 1924, p. 290, tav. 188 figg. 12-15, tav. 189 figg. 1-5. ? Halobia charlyana, Kobayashi, 1963 b, p. 121, tav. 6 fig. 20. Halobia charlyana, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 4 fig. 1. Halobia charlyana, Scandone, 1967 b, tav. 8 figg. 1-2. Daonella cassiana, Renz, 1906 a, p. 33, tav. 3 fig. 4. Halobia cassiana, Rothpletz, 1892, p. 95, tav. 14 fig. 18. Daonella cassiana, Volz, 1899, p. 28. Daonella styriaca, Renz, 1906 a, p. 30, tav. 3 fig. 3. Halobia wichmanni Rothpletz, 1892, p. 95, tav. 12 fig. 3, tav. 14 figg. 9, 10, 16, 17, 19. Daonella wichmanni, Wanner, 1907, p. 198, tav. 9 fig. 7. Halobia wichmanni, Kittl, 1912, p. 110. Materiale esaminato. — Circa 80 esemplari ben conservati provenienti dal livello ad Ha¬ lobia charlyana dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Esemplari originali di Mojsisovics di H. charlyana (1874 b, tav. 4 figg. 4-5). Esemplari originali di Kittl di H. charlyana (1912, tav. 5 fig. 7, tav. 8 fig. 15 e diversi altri individui presenti sugli stessi campioni); calco — 70 — Fig. 12. — Halobia charlyana Mojs.; x2 circa. Disegni tratti, figg- 1, 4, 2, 3, 5, 14, 12, 18, 19. Le figg. 12-1, 12-2, 12-3, 12-4 e di Mojsisovics (1874 b) e Kittl (1912) citati nel testo. nell’ordine, dagli 12-5 sono relative esemplari in tav. XVI agli esemplari originali — 71 — dell’originale di Kittl di H. charlyana in tav. 8 fig. 16. Descrizione. — Forma di medie dimensioni, più lunga che alta, da mediamente a forte¬ mente inequilaterale. Massima lunghezza nella parte superiore o mediana del guscio; altezza massima da subcentrale a posteriore rispet¬ to al centro del guscio. Margine postero¬ ventrale della valva arrotondato, margine an- tero-ventrale più o meno fortemente obliquo o arrotondato (fig. in testo 12). Guscio discreta¬ mente convesso negli esemplari non appiattiti. Umbone liscio per un’altezza di circa 6 mm., prosogiro, piccolo ed appuntito, con regione umbonale da mediamente a fortemente rigon¬ fia. Si trova in posizione anteriore, a circa un terzo della lunghezza complessiva del margine cardinale. Orecchietta da debolmente a discretamente convessa, larga, bassa ed indivisa, o talora più stretta e distinta in un lobo inferiore convesso ed una parte superiore piana, generalmente di ampiezza minore. Coste radiali iniziantisi a circa 6 mm. di distanza dall'apice, generalmente ampie, le an¬ teriori più delle posteriori, e poco suddivise; la loro superficie è quasi piana o, più frequen¬ temente, arrotondata. Le coste antero-mediane sono nella maggioranza dei casi più o meno pronunciatamente ricurve con concavità ante¬ riore, quelle medio-posteriori variano di solito progressivamente da via via meno ricurve a dritte. Solchi intercostali da stretti ed a fondo acuto a mediamente ampi ed a fondo arroton¬ dato. Le coste si interrompono generalmente ad una certa distanza dalla base dell’orecchietta, e sono sempre assenti al di sotto del margine cardinale posteriore per un tratto più o meno ampio. Grado e modalità di suddivisione ed ampiezza delle coste costituiscono un carat¬ tere individualmente variabile; caratteristica pressocché costante degli esemplari tipici è la maggiore larghezza delle coste anteriori, indipendentemente dal grado di suddivisione delle coste stesse. Coste primarie indivise o bipartite ad altezza variabile, generalmente nella metà superiore del guscio. Raramente e sporadicamente compaiono in qualche indivi¬ duo, soprattutto nella regione posteriore, una o più coste tripartite o comunque maggior¬ mente suddivise. Accanto ad individui con co¬ ste antero-mediane per la massima parte in¬ divise e coste medio-posteriori irregolarmente bipartite se ne trovano, con la stessa frequen¬ za, altri le cui coste si presentano pressocché totalmente bipartite. I solchi di 2° ordine pos¬ sono avere la stessa incisività di quelli primari, c presentarsi più superficiali e stretti. Nella regione anteriore le coste si indeboliscono di solito progressivamente fino a ridursi ad in¬ distinti intagli marginali ed a scomparire poi generalmente del tutto; nella regione poste¬ riore invece il passaggio tra la regione costata e quella priva di coste è brusco poiché le co¬ ste mantengono la stessa incisività, o si inde¬ boliscono solo di poco, fino al limite con l’area liscia. Area anteriore presente nella maggioranza degli individui, discretamente ampia, non net¬ tamente delimitata dalla regione costata del guscio. Area posteriore generalmente molto ampia (tav. XVI fìgg. 8, 10), ben distinta, priva di convessità propria. Su di essa acquista spesso evidenza l’ornamentazione concentrica. Strie e rughe concentriche spesso molto pronunciate negli stadi giovanili, variamente sviluppate nell’adulto. In un solo esemplare le strie di accrescimento si presentano fitta¬ mente addensate e ben evidenti al margine del guscio, per cui questo appare bordato per circa 7 mm. di altezza da una fascia diversa- mente ornata (tav. XVI fig. 10). Le forme giovanili fino ad una altezza di 12-14 mm. si presentano fortemente inequi- laterali, molto convesse, con deboli coste solo sulla regione mediana del guscio e con inizio di orecchietta difficilmente visibile. Il loro aspetto complessivo ricorda tanto fortemente il genere Posidonia, che nei primissimi stadi di sviluppo si possono facilmente confondere con esso (tav. XVI fìgg. 15-17). Discussione della specie. — Halobia char¬ lyana è stata istituta da Mojsisovics su ma¬ teriale proveniente dalla zona a Trachyceras aonoides del Raschberg. Krumbeck (1924) ha giustamente considerata sinonima di questa specie la forma del Trias di Timor a cui Roth- pletz (1892) aveva dato il nome di Halohia wichmanni. Precedentemente la stretta affinità tra le due specie era stata messa in evidenza — 72 — da Kittl (1912), che le aveva però mantenute distinte. In Lucania accanto agli esemplari tipici di H. charlyana (tav. XVI figg. 8-13, 18-19) se ne trovano altri (tav. XVI figg. 14, 21) il cui aspetto complessivo ricorda molto da vicino le due specie di Wanner (1907) strettamente affini Halobia molukkana ed H. taluana del Trias di Timor, difficilmente differenziabili luna dall’al¬ tra. In particolare, l’esemplare da me illustrato in tav. XVI fig. 14 somiglia molto per contorno e tipo di ornamentazione all’originale di Wan¬ ner in tav. 10 fig. 10 di H. taluana, nuovamente raffigurato da Krumbeck (1924) in tav. 139 fig. 8; la differenza tra i due sembrerebbe es¬ sere costituita solo dalla regione posteriore del guscio, che nell'esemplare lucano è dotata di un’area liscia, mentre quella dell’esemplare di Timor sembra essere percorsa dalle coste radiali fin quasi al margine cardinale. Tuttavia tanto Wanner quanto Krumbeck e gli altri Autori che hanno descritto H. taluana (Kittl, 1912; Kobayashi, 1963 b) sono concordi nell’af- fermare in essa la presenza di un’area poste¬ riore liscia. I limiti tra le tre specie Halobia charlyana, H. taluana, H. molukkana sono così poco netti, che si sarebbe portati a conside¬ rarle come appartenenti ad un’unica specie, tanto più che esse si trovano associate nel Trias di Timor. Krumbeck, che non solo ha esaminato il materiale originale di Wanner, ma ha anche personalmente raccolto molti altri esemplari delle tre specie, ha però ritenuto opportuno mantenerle distinte. Non avendo a disposizione materiale di confronto di H. mo¬ lukkana ed H. taluana, mi sono attenuta alle sue conclusioni, ma ho preferito non ripartire gli esemplari lucani, per me tutti riferibili ad H. charlyana, in tre specie diverse. L’esemplare di H. charlyana del Trias della Malacca figurato e descritto da Kobayashi (1963 b) sembra discostarsi da questa specie so¬ prattutto per il contorno meno inequilaterale e più arrotondato e per la posizione submedia¬ na dell'umbone, nonché per l’area posteriore che sembra essere dotata di convessità propria distinta da quella del resto del guscio. Inesatta mi sembra l’affermazione dell'Autore che la H. wichmanni di Rothpletz (1892, tav. 12 fig. 3), riillustrata come H. charlyana da Krum¬ beck (1924, tav. 189 fig. 3), possiede contorno quasi tanto lungo quanto alto, poiché si tratta di un esemplare col margine palleale del gu¬ scio incompleto, la cui forma doveva essere originariamente notevolmente più lunga che alta, stando alle strie di accrescimento visibili nel disegno di Krumbeck. Anche la H. charlya¬ na illustrata da Kittl (1912) in tav. 8 fig. 14, cui Kobayashi riferisce per il contorno il suo esemplare, sembra essere notevolmente più lunga ed asimmetrica dell'esemplare illu¬ strato da questo Autore. Esemplari il cui con¬ torno si avvicina a quello della forma di Kobayashi sono invece presenti, anche se più rari, in Lucania, associati alla tipica H. char¬ lyana e con tutti i caratteri distintivi di questa specie (tav. XVI figg. 18-19); tuttavia il margine antero-mediano del guscio è più obliquo e meno arrotondato di quello dell’esemplare della Malacca, e la convessità dell’area poste¬ riore è in continuità con quella del resto della valva, come si verifica sempre in H. charlyana. Nelle sinonimie di H. charlyana ho perciò consi¬ derato con riserva l’esemplare di Kobayashi. Kobayashi & Tamura (1968) hanno consi¬ derato l'originale di Kittl (1912) in tav. 8 fig. 16 (tav. XVI fig. 3 di questo lavoro) quale appartenente ad una nuova specie insieme al¬ l’esemplare da loro raffigurato in tav. 15 fig. 15. Nella didascalia relativa all’esemplare su citato Kittl parla di « mutazione », senza for¬ nire spiegazioni in testo; a p. 108 distingue invece una « varietà » di H. charlyana con coste più suddivise, cui riferisce l'esemplare di Mojsisovics (1874 b) in tav. 4 fig. 4 (tav. XVI fig. 5 del presente lavoro), ma nessuno degli esemplari da lui raffigurati. Tanto l’originale di Mojsisovics suddetto quanto gli esemplari di Kittl in tav. 8 figg. 15-16, a coste più sottili, rientrano a mio parere perfettamente nella variabilità di H. charlyana sia per il contorno del guscio (vedi fig. in testo 12-1, 12-2, 12-4) sia per le caratteristiche dell’ornamentazione ra¬ diale; quest'ultima è infatti molto variabile nel¬ l'ambito della specie, come si può verificare su¬ gli esemplari illustrati in tav. XVI figg. 1-21. Ho considerato perciò come appartenente ad H. charlyana l’esemplare di Kittl in tav. 8 fig. 16, unitamente a tutti gli altri originali di Mojsi- sovics e Kittl considerati da quest’ultimo come « mutazioni » o « varietà ». Degli esem¬ plari studiati da Kobayashi & Tamura non è possibile giudicare in base all'individuo fram¬ mentario raffigurato dagli Autori. — 73 — Dimensioni. — Le misure riportate sono relative a tredici individui, ivi compresi gli originali di Mojsisovics e di Kittl. Per la maggioranza di essi i valori della lunghezza e dell'altezza sono stati rilevati sulle strie di accrescimento in stadi successivi di sviluppo. A partire da un’altezza di 10 mm. in poi il rapporto lunghezza/altezza varia tra 1,25 ed 1,53, con massima frequenza a favore dei va¬ lori più alti. Il rapporto tra la lunghezza del margine cardinale posteriore e la lunghezza del mar¬ gine cardinale anteriore varia tra 1,91 e 2,80, con frequenza massima dei valori al di sopra di 2,00. Nei primi stadi di sviluppo con altezza in¬ feriore a 10 mm. il valore del rapporto lun¬ ghezza/altezza è leggermente più basso, così come il rapporto tra le lunghezze dei due mar¬ gini cardinali. Due esemplari lucani (tav. XVI figg. 18-19) il cui contorno si discosta alquanto da quello tipico di H. charlyana hanno fornito valori del rapporto lunghezza/altezza sensibilmente in¬ feriore a quelli su riportati: nei successivi sta¬ di di sviluppo a partire da un'altezza di 7,5 mm. fino ad un’altezza di 20,9 mm. tale rap¬ porto varia tra 1,06 ed 1,20?. Il rapporto tra le lunghezze dei margini cardinali si mantie¬ ne invece intorno a un valore di 2,00. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia charlyana è stata rivenuta per la pri¬ ma volta da Mojsisovics (1874 b) nel Trias delle Alpi ed assegnata alla zona a Trachy- ceras aonoides (Julico), e successivamente da Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica ) e e Kittl (1912). La specie è stata inoltre rinvenuta da Renz (1906 a) nel Trias della Grecia (73), ed è lar¬ gamente conosciuta nel Trias dell'Indonesia (Rothpletz, 1892; Volz, 1899; Noetling in Frech, Lethaea mesozoica ; Wanner, 1907; Krumbeck, 1924). In tutti i casi in cui gli Autori ne hanno più dettagliatamente specificato l’età, la spe¬ cie è stata attribuita alla zona a Trachyceras (73) Gli esemplari figurati e descritti da Renz (1906 a, p. 30, tav. 3 fig. 3 e p. 33, tav. 3 fig. 4) ri¬ spettivamente come Daonella styriaca e D. cassiana sono stati attribuiti da Krumbeck (1924), con cui con¬ cordo, ad H. charlyana. aonoides; solo Kittl la segnala, oltre che nel Carnico medio, nel superiore (74). Halobia charlyana è stata figurata e de¬ scritta da Kobayashi (1963 a) nel Carnico-No- rico della Malacca ma, come si è detto, l'esem¬ plare figurato dell’Autore è a mio parere solo dubitativamente indicativo della presenza di questa specie in Malacca. Una H. charlyana var. pluriradiata è stata descritta da Reed (1927, p. 246, tav. 17 figg. 6-1) nel Trias superiore dello Yun-Nan. In Lucania H. charlyana è stata rinvenuta da Scandone & de Capqa (1966) e Scandone (1967 b) nei calcari con selce di facies Lago- negro - Sasso di Castalda ed attribuita al Car¬ nico. Come si è detto (pp. 33 e 35), la posizione statigrafica del livello ad H. charlyana lucano non è in disaccordo con le precedenti attri¬ buzioni della specie allo Julico, senza però escludere un'età carnica superiore (Tuvalico) secondo quanto affermato da Kittl. Provenienza. — Calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Località di rinvenimento: M. Lama (199 II NO Marsico Nuovo); Valle della Pietra, tra il M. Nicola e la Serra dell’Alto (210 I SO Rocca Rossa). Età. — Julico o Tuvalico. Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell’Università di Napoli. Colle¬ zione Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia halorica Mojs., 1874 Tav. XVII figg. 1-22. Halobia halorica Mojsisovics, 1874 b, p. 33, tav. 5 figg. 1 e 2. Halobia halorica, Kittl, 1912, p. 116, fig. in testo 25. (74) Frech (1906, p. 331, tav. 1 fig. 1 a, b) ha illustrato e descritto nel Trias di Zacatecas (Messico) come Halobia austriaca Mojs. ? una forma che sicuramente si discosta da questa specie, e che Kittl (1912) ha considerato come Halobia sp. ind. aff. charlyanae. — 74 — Halobia halorica, Smith, 1927, p. 116, tav. 95 figg. 34; tav. 98 fig. 12. Halobia insignis Gemmellaro, 1882, p. 459, tav. 2. Halobia insignis, De Lorenzo, 18942b, p. 1. Halobia insignis, De Lorenzo, 1896 c, p. 137, tav. 17 figg. 1-3, 7, 9. Halobia insignis, Scalia, 1910, p. 47. Halobia insignis, Kittl, 1912, p. 113, tav. 5 fig. 10. Halobia insignis, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 4 fig. 2. Halobia insignis, Scandone, 1967 b, tav. 9. Halobia dilatata Kittl, 1912, p. 115, tav. 8 fig. 9. Halobia dilatata, Smith, 1927, p. 115, tav. 95 fig. 5, tav. 100 figg. 14. ? Halobia dilatata, Entscheva-Kantscheva, 1956, p. 101, tav. 4 fig. 3. ? Halobia dilatata, Stefanov, 1963, p. 94, tav. 4 fig. 7. Halobia simonyi Kittl, 1912, p. 119, tav. 8 fig. 6. Monotis ( Daonella ) styriaca, Aubouin, 1959, tav. 5 fig. 2. Materiale esaminato. — Più di 90 esempla¬ ri, più o meno completi, raccolti nei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Ca¬ stalda, dove le impronte dei gusci di questa specie si rinvengono sia in un pacco di calcari marnosi, marne ed argille gialle dello spes¬ sore di 3 m. circa, sia nei calcari con selce immediatamente sottostanti. Nel primo caso si rinvengono talora parti di guscio silicizzate. 15 esemplari originali di De Lorenzo di Halobia insignis, provenienti dai calcari con selce dei dintorni di Lagonegro. 36 topotipi di Halobia insignis Gemm. rac¬ colti a Madonna del Balzo (Sicilia nord-occi¬ dentale), alcuni dei quali in perfetto stato di conservazione. Numerosi esemplari, più o meno completi, di Halobia halorica e di Halobia cfr. partschi rivenuti in diverse località della Dalmazia me¬ ridionale, e qualche esemplare, mal conser¬ vato, di Halobia halorica ? raccolto in Gre¬ cia (Pindos). Esemplari originali di Mojsisovics (1874 b) di Halobia halorica (tav. 5 figg. 1 e 2) e di Halobia hoernesi (tav. 5 fig. 3). Originale di Kittl (1912) di Halobia halo¬ rica (fig. in testo 25) e calchi degli originali di Kittl di Halobia dilatata (tav. 8 fig. 9), Ha¬ lobia partschi (tav. 8 fig. 12), Halobia simonyi (tav. 8 fig. 6), Halobia stapfi (tav. 8 fig. 4). Descrizione. — Specie di grandissime di¬ mensioni, molto più lunga che alta, fortemen¬ te inequilaterale. Umbone fortemente anterio¬ re; trattandosi di una forma di dimensioni ec¬ cezionali, nessuno degli esemplari esaminati è completo, nè tra quelli provenienti dalla Lu¬ cania e dalla Sicilia, né tra gli originali di Mojsisovics e Kittl sopra citati, né tra gli in¬ dividui raffigurati dagli Autori sotto il nome di H. insignis, dilatata o halorica. I gusci sono costantemente incompleti nella parte poste¬ riore, molto allungata, mentre la regione an¬ teriore e quella inferiore sono talvolta intere. Non è possibile quindi stabilire, per quanto è a mia conoscenza, quale sia il rapporto lun- ghezza/aitezza al margine del guscio di un esemplare adulto di questa specie, né la lun¬ ghezza del margine cardinale posteriore rispet¬ to all'anteriore. Tuttavia, esaminando tra gli esemplari a regione anteriore intera in mio possesso i due in cui il margine cardinale po¬ steriore è più estesamente conservato, ho po¬ tuto stabilire che quest'ultimo è almeno 3 volte più lungo del margine cardinale anteriore nel¬ l’uno (tav. XVII fig. 12), almeno 4 volte nell’al¬ tro (tav. XVII fig. 9). Già i primissimi stadi di sviluppo, gene¬ ralmente tendenti alla equilateralità anche nelle specie inequilaterali, sono in H. halorica pronunciatamente allungati in senso antero- posteriore: ad una distanza di 12 mm. dal- l’umbone il rapporto tra la lunghezza dei margini anteriore e posteriore varia tra 1:2 e 1:3. Il margine antero-inferiore del guscio è pronunciatamente arrotondato fino al suo punto d’incontro con la verticale passante per l’umbone; da questo punto in poi il de¬ corso del margine inferiore diventa molto ra¬ pidamente ascendente e si riconnette con una stretta curva al margine posteriore, molto breve. Ne deriva un contorno del guscio al¬ quanto insolito in Halobia (fig. in testo 13). La massima altezza si trova in corrispondenza dell’umbone. Umbone mediamente convesso, appuntito, poco sporgente oltre il margine cardinale. Orecchietta (tav. XVII figg. 2b e 11 b) molto sviluppata, distinta in una parte prossimale convessa ed una distale da piana a legger¬ mente concava, terminante superiormente con una sottilissima lista marginale anch’essa lie¬ vemente convessa e non ben delimitata dalla parte sottostante. L’ampiezza relativa delle due parti è leggermente variabile; generalmen¬ te le loro dimensioni sono subeguali. La re- — 75 — gione prossimale convessa è priva di qual¬ siasi ornamentazione ad eccezione delle strie di accrescimento che, quando visibili, vi si incurvano molto lievemente con la concavità rivolta verso l’esterno del guscio; il più delle volte però le strie non sono assolutamente visibili, e questa parte dell'orecchietta si presenta completamente liscia per tutta la sua lunghezza. Sulla regione distale le strie di accrescimento s'irrobustiscono e si pie¬ gano verso l’umbone, formando una bre¬ ve curva a concavità interna che va a tron¬ carsi sulla stretta lista marginale. Questa parte dell’orecchietta presenta perciò, negli esemplari ben conservati, un aspetto carat¬ teristico, che è ben reso nelle fìgg. 2 e 4 della tav. 2 di Gemmellaro (1882). È da tener presente però che, pur essendovi le strie di accrescimento più robuste e visibili, anche questa regione appare nella maggior parte degli esemplari del tutto liscia. Gene¬ ralmente l’orecchietta appare perciò costitui¬ ta da due parti (non distinguendosi neanche più la lista marginale, come si è detto non ben delimitata inferiormente), luna interna convessa, l'altra esterna piana o leggermente concava, del tutto prive di ornamentazione e di ampiezza subeguale. Coste radiali iniziantisi a 3-5 mm. dall’um- bone, fortemente suddivise, generalmente di¬ ritte quelle anteriori e posteriori, curve con concavità anteriore quelle mediane. Nella re¬ gione posteriore esse possono talvolta assu¬ mere una leggera curvatura verso il margine cardinale (tav. XVII figg. 9, 12). Le coste si estendono in taluni esemplari dalla base del¬ l'orecchietta fino al margine cardinale poste¬ riore, mentre in altri esiste, anteriormente o posteriormente o in entrambe le regioni, una ristretta zona priva di ornamentazione radia¬ le o percorsa da strie sottilissime, non visi¬ bili ad occhio nudo. Le caratteristiche della ornamentazione radiale: ampiezza delle coste primarie, grado di suddivisione, larghezza re¬ lativa dei solchi intercostali, ecc., variano for¬ temente da individuo ad individuo, come ho potuto verificare nella maggior parte delle specie studiate. Nella maggioranza degli esem¬ plari esaminati le coste sono sottili o sotti¬ lissime già alla loro origine, fittissime e sepa¬ rate da solchi intercostali stretti e media¬ mente profondi. La loro ripetuta suddivisione a varie altezze fa sì che negli stadi adulti si abbia un rilevantissimo numero di coste; poi¬ ché i solchi intercostali di ordine successivo al primo presentano generalmente all'incirca la stessa ampiezza e profondità di quelli di 1° ordine, non solo non si verifica un « rag¬ gruppamento in fasci » delle coste, ma a pri¬ ma vista non è nemmeno evidente il loro grado di suddivisione così spinto. Alcuni in¬ dividui (tav. XVII figg. 4, 5, 12) presentano però solchi primari più profondi, separanti fasci di coste piani e fortemente suddivisi. La molti¬ plicazione delle coste avviene per bipartizione abbastanza regolare di quelle primarie già a pochi mm. di distanza dalla loro origine, se¬ guita da un’irregolare divisione dicotoma del¬ le coste di 2°, 3° e 4° ordine: alcune di queste coste possono infatti non suddividersi ulte¬ riormente, o tripartirsi. Le coste originatesi contemporaneamente per dicotomia non so¬ no necessariamente della stessa ampiezza; l’insieme delle coste di ordine successivo de¬ rivanti dalla suddivisione di una costa prima¬ ria non è quindi generalmente simmetrico ai due lati del solco di 2° ordine. Io ho potuto seguire la suddivisione delle coste fino alla comparsa di solchi di 4° ordine, ma non è escluso che tale suddivisione proceda oltre, come del resto è descritto da Gemmellaro (1882) per la regione posteriore di Halohia in- signis. La superficie delle coste è leggermente convessa o piana, in taluni casi più fortemen¬ te rilevata. Un più esiguo numero di esem¬ plari, di cui fa parte anche l’originale di Moj- sisovics di H. halorica in tav. 5 fig. 2 p.p., esemplare a sinistra nella figura (tav. XVII fig. 2 di questo lavoro), presenta invece coste primarie considerevolmente più larghe e mi¬ nore grado di suddivisione: ad una distanza di 30 mm. dall'umbone vi si contano nella regione medio-posteriore 10-13 coste/cm., con¬ tro le 16-18/cm. degli esemplari prima descrit¬ ti. I solchi intercostali, soprattutto i primari, sono più ampi, talora notevolmente più ampi, e con fondo arrotondato. L'ampiezza delle co¬ ste aumenta con l’altezza più rapidamente di quanto non avvenga negli individui a coste sottili. In tutti gli esemplari esaminati la suddivi¬ sione delle coste è generalmente più spinta nella regione medio posteriore. Mancano totalmente aree prive di coste. Le rughe concentriche possono mancare del tutto, o presentarsi più evidenti nelle regio- — 76 — — 11 — Fig. 13. — Esemplari 13-1 - 13-12: Halobia halorica Mojs.; x 1 circa. 13- 1: Originale di Kittl, 1912 (v. tav. XVII fig. 3). 13- 2: Originale di Mojsisovics, 1874 b (v. tav. XVII fig. 1). 13- 3 - 13- 4: Originali di Mojsisovics, 1874 b, attribuiti da Kittl, 1912, ad Halobia partschi (v. tav. XVII figg. 2 e 22). 13- 5: Originale di Kittl, 1912 ( Halobia dilatata) (v. tav. XVII fig. 8). 13- 6: Originale di Kittl, 1912 ( Halobia simonyi) (v. tav. XVII fig. 5). 13- 7 - 13- 9: Topotipi di Halobia insignis Gemm. = Halobia halorica Mojs. (v. tav. XVII figg. 9, 12 e 4). 13-10 - 13-12: Originali di De Lorenzo, 1896 c ( Halobia insignis ) (v. tav. XVII figg. 6, 19 e 11). 13-13: Halobia hoernesi Mojs.; x 1 circa. Originale di Mojsisovics, 1874 b (v. tav. XVII fig. 24). 13-14: Halobia stapfi Kittl; x 1 circa. Originale di Kittl, 1912 (v. tav. XVII fig. 25). 13-15: Halobia partschi Kittl; x 1 circa. Originale di Kittl, 1912 (v. tav. XVII fig. 23). Spiegazione nel testo. ni anteriore e posteriore del guscio, indistinte o poco rilevate in quella mediana. Discussione della specie. — Halobia halo¬ rica venne istituita da Mojsisovics nel 1874. Egli descrisse e figurò (p. 33, tav. 5 figg. 1-2) tre esemplari frammentari, di cui uno con regione cardinale posteriore integra (fig. 1), due con regione antero-mediana ed orecchietta conservate, provenienti dalla zona a Cyrto- pleurites bicrenatus delle Alpi settentrionali. Per ammissione dello stesso Autore, nessuno degli esemplari da lui studiati era intero; i frammenti in suo possesso erano tuttavia suf¬ ficienti a permettergli di distinguere questa specie da H. hoernesi, ad essa simile per qualche riguardo. L’Autore citava quali carat¬ teri distintivi tra H. halorica ed H. hoernesi la diversa conformazione dell’orecchietta ed il differente contorno del guscio, oltre che la forma ed il tipo di suddivisione delle coste. Nel 1882 Gemmellaro istituiva per il Trias della Sicilia H. insignis, da lui ritenuta di età equivalente a quella della zona a Trachyceras aonoides delle Alpi. L’Autore riconosceva ad H. insignis una certa somiglianza con H. halo¬ rica ed H. hoernesi, ma ne affermava la netta indipendenza per « la disposizione degli or¬ namenti della sua orecchietta » e per la mi¬ nore convessità del guscio e le coste più sud¬ divise. Nel 1912 Kittl dette una nuova descrizione delle due specie di Mojsisovics H. halorica ed H. hoernesi, ed istituì tre nuove specie, H. partschi, H. simonyi ed H. stapfi, su materiale proveniente dal Sommeraukogel (località-tipo di H. hoernesi) che « mostrava relazioni tanto con H. hoernesi quanto con H. halorica ». Tra i caratteri distintivi indicati da Mojsisovics per queste ultime due specie, Kittl dette peso soprattutto al contorno del guscio ed alla for¬ ma e suddivisione delle coste, mentre consi¬ derò quale carattere « senz’altro casuale, in¬ dividuale » la differente ornamentazione della orecchietta. Le altre tre specie vennero distin¬ te in base alla diversa conformazione dell’o¬ recchietta ed alle differenze di contorno ed ornamentazione: orecchietta divisa in due parti, contorno molto più lungo che alto e coste fascicolate in H. simonyi; orecchietta divisa in due parti, forma poco più lunga che alta e coste non regolarmente fascicolate in H. partschi; orecchietta incompletamente sud¬ divisa, forma più lunga che alta, coste robu¬ ste e fascicolate in H. stapfi. Gli esemplari in — 78 — fig. 2 di Mojsisovics di H. halorica vennero considerati dall'Autore come appartenenti ad H. partschi. Nello stesso lavoro Kittl istituì un’altra specie, H. dilatata, proveniente anch’essa dai calcari norici delle Alpi settentrionali, di cui riconobbe la stretta somiglianza con H. insi- gnis della Sicilia nella descrizione di quest’ul- tima specie (pp. 113-114). Come già detto, ho avuto modo di esami¬ nare, oltre agli esemplari di H. insignis della Lucania (ivi compresi gli originali di De Lo¬ renzo), anche i topotipi di H. insignis di Ma¬ donna del Balzo e gli originali, o i calchi degli originali, delle specie di Mojsisovics e Kittl su nominate. Come ho potuto verificare in quasi tutte le specie di Halobia studiate, caratteristiche costanti sono anche in questa specie la con¬ formazione dell'orecchietta ed il contorno del guscio nei successivi stadi di accrescimento. Minore importanza sono invece portata a dare alla forma delle coste, al loro grado di suddi¬ visione ed all'ampiezza relativa degli spazi in¬ tercostali: le caratteristiche dell’ornamentazio¬ ne radiale sono soggette, a mia esperienza, ad una forte variabilità individuale. In con¬ trasto con Kittl (1912) che nega, come si è detto, per H. halorica l’importanza della con¬ formazione dell’orecchietta quale carattere di¬ stintivo della specie, considero quest'ultimo carattere come valido elemento di distinzione tra H. halorica ed H. hoernesi, insieme al con¬ torno del guscio. Delle tre specie istituite da Kittl H. simonyi, H. partschi ed H. stapfi e che secondo l'Autore mostrano « relazioni tan¬ to con H. hoernesi quanto con H. halorica » (p. 119), una (H. simonyi) è riconducibile tan¬ to per i caratteri dell’orecchietta quanto per il contorno ad H. halorica (v. fig. in testo 13-6) di cui l’ho considerata sinonima; le altre due mostrano contorno analogo a quello di H. hoer¬ nesi (v. figg. in testo 13-13 - 13-15), ma la loro orecchietta è incompletamente conosciuta. Re¬ sta a mio parere da verificare se, come Kittl sottintende, esistono forme di passaggio tra i tipi di H. halorica e di H. hoernesi. Per quanto gli originali di Mojsisovics di H. halorica e di H. hoernesi siano incompleti, essi differiscono sostanzialmente per la con¬ formazione dell’orecchietta e per il diverso contorno, ricostruibile dalle strie di accresci¬ mento (confronta le figg. 13-2 - 13-3 con 13-13). L’orecchietta di H. hoernesi presenta, come quella di H. halorica, una parte prossimale con¬ vessa ed una distale piana; mentre però in H. halorica la parte convessa è semplice ed asso¬ lutamente priva di ornamentazione (tav. XVII fig. 2 b), quella deH’originale di H. hoernesi è affiancata inferiormente e superiormente, a par¬ tire da 12 mm. circa dalla sua origine, da due sottili coste, che vanno molto lentamente au¬ mentando in ampiezza verso il margine ester¬ no (tav. XVII fig. 24 b). Kittl (1912, p. 118) descrive invece l’orecchietta di H. hoernesi come provvista, nella sua parte prossimale convessa, « inferiormente, e più raramente superiormente, di una costa che la accompa¬ gna ». Riferendosi, presumibilmente, agli ori¬ ginali di Mojsisovics di H. halorica illustrati in fig. 2, egli afferma che uno dei due è dota¬ to di un'orecchietta uguale a quella di H. hoer¬ nesi, l’altro no (p. 117). Basandosi su questo fatto, egli nega, come si è detto, che questa diversa conformazione dell’orecchietta possa essere considerata più che un carattere indi¬ viduale (p. 117, nota a pie' pagina). Se, come sembra dal testo, l’osservazione di Kittl è effettivamente diretta agli originali di Moisi- sovics in tav. 5 fig. 2, egli deve essere incorso in errore, poiché nessuno dei due esemplari, che ho avuto modo di esaminare personal¬ mente, mostra traccia di coste affiancanti la parte convessa dell’orecchietta. Nella descrizio¬ ne di H. hoernesi (pp. 118-119) egli dà invece peso alla conformazione dell’orecchietta quale carattere distintivo tra la vera H. hoernesi (orecchietta riccamente ornata), H. simonyi ed H. partschi (orecchietta distinta in due parti e priva di ornamentazione) ed H. stapfi (orecchietta solo indistintamente suddivisa). Le specie provengono dai calcari del Norico inferiore del Sommeraukogel presso Hallstatt, località-tipo di H. hoernesi, in cui è presente (p. 117) anche H. halorica. Gli altri caratteri distintivi considerati dall' Autore sono orna¬ mentazione e forma del guscio. In conclusio¬ ne, secondo le diagnosi date da Kittl per le specie in discussione, si avrebbero: — 2 specie molto più lunghe che alte, con umbone fortemente anteriore, con orecchiet¬ ta bipartita non ornata: H. halorica, H. simo¬ nyi. La seconda differirebbe dalla prima per la maggior suddivisione delle coste (p. 119). — 3 specie a contorno poco più lungo che alto, meno inequilaterale: H. hoernesi, H. part- — 79 — schi, H. stapfi. Le differenze tra le tre sareb¬ bero date, come si è detto, dalla diversa con¬ formazione dell’orecchietta e dal differente aspetto dell’ornamentazione radiale. Ho considerato come sinonima di H. halo- rica H. simonyi, il cui tipo di coste rientra nella variabilità della specie, da me verificata su numerosissimi esemplari di H. insignis H. halorica. Lo stesso Kittl del resto ha mes¬ so in evidenza la stretta somiglianza di Halo- hia simonyi con H. halorica (pag. 119). Per quanto riguarda le specie: Halobia hoer- nesi, H. partschi, H. siapfi, occorre a mio av¬ viso osservare quanto segue: — il contorno del guscio è lo stesso in tutte e tre, per quanto si può verificare sugli origi¬ nali di Mojsisovics e Kittl (confronta le figg. 13-13, 13-14 e 13-15); — l’orecchietta sembra presentare le diffe¬ renze individuate da Kittl, ma bisogna tener conto del fatto che mentre sull’originale di Mojsisovics di Halohia hoernesi l’orecchietta è visibile per una lunghezza di 21 millimetri, negli originali di H. partschi ed H. stapfi è visibile rispettivamente per 11,5 e 12 millime¬ tri. Le coste che accompagnano la parte pros¬ simale convessa dell’orecchieta compaiono sull’originale di Mojsisovics di Halobia hoer¬ nesi a 12 mm. dalla sua origine; — l’ornamentazione radiale presenta le dif¬ ferenze descritte da Kittl. I dati a disposizione non permettono a mio giudizio di pronunciarsi a favore o contro una sinonimia di queste tre specie, per le quali sarebbe necessario conoscere meglio la conformazione dell'orecchietta e la variabili¬ tà dell’ornamentazione radiale. Per il momen¬ to, gli unici caratteri distintivi da poter pren¬ dere in considerazione sono dati dalla diver¬ sità dell’ornamentazione radiale e, forse, dal¬ l’orecchietta indistintamente divisa in Halo¬ bia stapfi. Esse sono comunque da tener di¬ stinte, allo stato attuale delle conoscenze, da Halobia halorica per il differente contorno del guscio (cfr. fig. in testo 13). Basandosi appunto sulle caratteristiche del¬ le coste radiali Kittl ha considerato i due esemplari originali di Mojsisovics di Halobia halorica illustrati in tav. 5 fig. 2 (tav. XVII fig. 2 e 22 di questo lavoro) come sinonimi di Halobia partschi. A mio parere uno solo dei due (a destra nell’illustrazione di Mojsiso- vics) risponde alla descrizione di questa spe¬ cie per quanto riguarda l’ornamentazione; tut¬ tavia il suo contorno (v. fig. in testo 13-4) per il breve tratto in cui è visibile per intero (fino ad una altezza di 12 mm.) sembra corrispon¬ dere a quello di Halobia halorica (75), come quello dell'altro esemplare. In quest'ultimo le coste differiscono molto dal tipo di Halobia partschi, mentre rientrano nel tipo di Halobia halorica a coste primarie ampie precedente- mente descritto. Ad 11 mm. di altezza si ottiene per il se¬ condo esemplare un rapporto lunghezza/al¬ tezza di 1,54 e di 1,63 per il primo dei due con¬ tro un rapporto lunghezza/altezza di 1,27? nel¬ l'originale di Kittl di Halobia partschi. Anche nell'esemplare di Mojsisovics le cui coste somigliano a quelle di Halobia partschi l’orecchietta è visibile per soli 12 mm. L’esemplare di Halobia halorica illustrato da Kittl (1912, fig. in testo 25) (tav. XVII fig. 3 di questo lavoro) mostra una ornamentazione radiale alquanto divergente da quella tipica di Halobia halorica, anche tenendo conto della variabilità di questo carattere da me verifi¬ cata e precedentemente descritta; ciò è dovuto soprattutto all'insolita ampiezza dei solchi in¬ tercostali di 1° ordine rispetto alle coste che conservano aspetto filiforme anche dopo la loro partizione, per il fatto che esse aumen¬ tano solo insensibilmente in ampiezza col pro¬ cedere dello sviluppo, contrariamente a quan¬ to si verifica negli esemplari di H. halorica a coste ampie. Inoltre il decorso delle coste è quasi perfettamente rettilineo per tutta la porzione di guscio \isibile. Tuttavia l’orec¬ chietta è quella tipica di H. halorica. Essendo l'esemplare incompleto nella regione posterio¬ re il rapporto lunghezza/altezza non è misura¬ bile con sicurezza; la lunghezza ricostruita da Kittl ad una altezza di 27 mm dà un valore del rapporto lunghezza/altezza di 1,85, il che concorda con i dati ottenuti sugli altri esem¬ plari della specie. Ritengo quindi probabile che la piccola differenza nell'ornamentazione corrisponda ad una variazione individuale. Halobia insignis Gemm. deve considerar¬ ci La parte posteriore del guscio non si è con¬ servata in questo esemplare se non per una piccola porzione degli stadi giovanili. Anche questa parte è però interessata da una frattura, per cui il decorso delle strie di accrescimento non è seguibile con sicu¬ rezza. — 80 — si a mio parere sinonima di Halobia halorica Mojs. Conformazione dell’orecchietta e con¬ torno del guscio sono infatti perfettamente coincidenti e rispondono alla descrizione data precedentemente, così come il rapporto lun¬ ghezza/altezza. Anche le caratteristiche dell’or¬ namentazione radiale degli originali di Mojsi- sovics in tav. 5 hgg. 1 e 2 p.p. (esemplare a sinistra), da me riillustrati in tav. XVII figg. 1 e 2, corrispondono a quelle di H. insignis, in particolare a quella degli esemplari di que¬ sta specie che mostrano coste più larghe al¬ l’origine. L'unica differenza è data dal fatto che negli esemplari di Mojsisovics le coste hanno maggior rilievo; occorre però notare che tutti gli originali di Mojsisovics da me esaminati mostrano guscio più convesso e co¬ ste più salienti dei corrispondenti esemplari lucani, il che mi sembra probabilmente dovuto a differenti condizioni di fossilizzazione. Nel- l’istituire Halobia insignis, Gemmellaro (1882, p. 460) notò le somiglianze tra la sua specie ed H. halorica ; quali caratteri distintivi egli elencò « le caratteristiche dell’orecchietta, la minore convessità e la maggiore suddivisione delle coste ». Per le ragioni su elencate, riten¬ go che tali differenze non possano essere con¬ siderate quale carattere distintivo a livello di specie. Vi è da aggiungere che nel rilevare la diversa conformazione dell’orecchietta Gem¬ mellaro può essere stato tratto in errore dalla descrizione data da Mojsisovics per l’orec¬ chietta di H. halorica : « l’orecchietta porta, nel¬ la metà inferiore, un largo lobo appiattito, affiancato da piccole coste ausiliarie.. .■». Nè sull’unico originale di Mojsisovics di H. ha¬ lorica dotato di orecchietta (tav. 5 fig. 2, esem¬ plare a sinistra; tav. XVII fig. 2 a, b di questo lavoro), nè su quello di Kittl (fig. in testo 23; tav. XVII fig. 3 di questo lavoro) ho trovato traccia di queste coste ausiliarie. Anche la de¬ scrizione data da Kittl (p. 116) dell'orecchiet¬ ta di H. halorica non fa menzione di questo carattere. A questo fatto potrebbe però esser dovuta l’erronea affermazione di Kittl pre¬ cedentemente notata, secondo cui dei due esemplari di Mojsisovics di H. halorica posti l'uno accanto all’altro e provvisti di orecchiet¬ ta « ...l’uno mostra le coste che accompagna¬ no il lobo auricolare di H. hoernesi, l’altro no » (pag. 117). Anche Halobia dilatata Kittl (1912, p. 115, tav. 8 fig. 9) rientra perfettamente nella variabilità della specie da me verificata su H. insignis = H. halorica, e corrisponde anzi al tipo a coste sottili e numerosissime che è il più frequente in seno alla specie. Orecchietta e contorno del guscio sono perfettamente coincidenti. Lo stesso Kittl ha del resto riconosciuto nella descrizione di H. insignis (p. 114) la stretta somiglianza esistente tra quest ultima e la sua H. dilatata. Ho nuova¬ mente raffigurato l’originale di H. dilatata Kittl in tav. XVII fig. 3. Le osservazioni di Kittl (p. 114) suH'ornamentazione dell’orec¬ chietta e sulla posizione del seno ( Auschnitt oder Sinus) in H. insignis mi sembrano dovute ad una erronea interpretazione delle figure di Gemmellaro (1882, tav. 2). In conclusione, le quattro specie da me considerate sinonime: Halobia halorica, H. insi¬ gnis, H. dilatata, H. simonyi, mostrano una per¬ fetta coincidenza per quanto riguarda la con¬ formazione dell’orecchietta ed il contorno del guscio. Variazioni più o meno sensibili si ri¬ scontrano nelle caratteristiche dell’ornamenta- zione radiale ma, come già detto, queste varia¬ zioni devono considerarsi a mio avviso niente altro che caratteri individuali. Entscheva - Kantscheva (1956) e Stefanov (1963) hanno segnalato Halobia dilatata in Bulgaria, associata a faune di età ladi- nica. Gli esemplari figurati da questi Autori non permettono di esprimere un giudizio si¬ curo circa la loro appartenenza o meno alla specie suddetta; d’altra parte appare insolita la presenza di una specie, altrove sempre rin¬ venuta nel Norico, in strati di età ladinica. Nelle sinonimie di Halobia halorica, di cui a mio giudizio è sinonima H. dilatata, ho perciò considerato con riserva gli esemplari attribuiti a questa specie dai due Autori suddetti. Dimensioni. • — Le strie di accrescimento so¬ no difficilmente seguibili per tutta la loro lunghezza; in tutti i casi in cui mi è stato pos¬ sibile ho misurato il rapporto lunghezza/al¬ tezza in successivi stadi di sviluppo: esso rivela un costante incremento della lun¬ ghezza con l'aumentare delle dimensioni. I valori minimo e massimo ottenuti per que¬ sto rapporto sono di 1,36 per un'altezza di 5 mm. e di 2,12 per un’altezza di 41,5 mm. Entro quest’ambito di variabilità sono conte¬ nuti sia i rapporti lunghezza/altezza ottenuti — 81 — dalle strie di accrescimento dell’originale di H. halorica di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 2 p.p. (esemplare a sinistra nella figura) e di H. dilatata di Kittl, 1912, tav. 8 fig. 9, sia quelli relativi agli esemplari di H. insignis della Lucania e della Sicilia. Non mi è stato invece possibile rilevare misure sul calco del¬ l'originale di Halobia simonyi illustrato da Kittl, 1912, in tav. 8 fig. 6, poiché su di esso le strie di accrescimento non sono ben visibili. In tutti i casi in cui lo stato di conservazione degli esemplari me lo ha permesso, ho con¬ tato il numero di coste presenti nella regione mediana del guscio in uno spazio di 2 cm., a I, 5 cm. di distanza dall’umbone. La lunghezza di 2 cm. è stata presa simmetricamente all’um- bone e riportata sulla parallela al margine cardinale distante 1,5 cm. dall'umbone stesso. Su 32 esemplari di Halobia insignis = H. ha¬ lorica misurati, ho ottenuto un numero di co¬ ste, misurate con le modalità suddette, varia¬ bile tra 18 (2 esemplari) e 44 (1 esemplare), con maggiore frequenza per i valori compresi tra 18 e 30. Confrontando i dati ottenuti su questi esemplari con quelli ricavati misurando, con le stesse modalità, il numero di coste delle specie da me considerate sinonìme, ho riscorL trato quanto segue: — 1 esemplare di Halobia insignis presenta lo stesso numero di coste (22 ? ) delForiginale di Mojsisovics di Halobia halorica (tav. 5 fig. 2, a sinistra nella figura; tav. XVII fig. 2 di questo lavoro); — 3 esemplari di H. insignis posseggono lo stesso numero di coste (23?) deH’originale di Kittl di H. halorica-, — 2 esemplari di H. insignis mostrano lo stesso numero di coste (34) dell’originale di Kittl di Halobia dilatata. Non mi è stato possibile eseguire le stesse misure sull’originale di Kittl di Halobia si¬ monyi, poiché le coste vi sono solo parzial¬ mente visibili sulla porzione di guscio con¬ siderata. Dai dati, per quanto limitati, che ho potuto ottenere risulta evidente che la variabilità nel numero di coste, e quindi nell’aspetto com¬ plessivo deH’ornamentazione (ampiezza delle coste, grado di suddivisione ecc.) è forte nel¬ l'ambito della specie, ed in nessun modo può essere considerata quale carattere distintivo a livello specifico. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Tre delle quattro specie da me considerate sinonime: Halobia halorica, H. simonyi, H. dilatata, sono state segnalate nel Norico delle Alpi settentrionali (76), dell’Oregon e della Alasca (Mojsisovics, 1874; Kittl, 1912; Smith, 1927) (77); una forma riferita ad H. dilatata è stata rinvenuta ancora da Entscheva-Kant- scheva (1956) nei Balcani centrali e da Ste- fanov (1963) in Bulgaria, ma viene ritenuta da questi due Autori di età ladinica. Halobia insignis = H. halorica fu rinvenuta per la prima volta da Gemmellaro (1882) a Madonna del Balzo e Madonna della Scala (Sicilia nord-occidentale); ancora in Sicilia venne segnalata a M. ludica (Catania) da Scalia (1908, 1910) e da Butrico (1930) nella regione Modanesi presso Castronuovo. La spe¬ cie è stata anche individuata in Lucania (De Lorenzo, 1894 b, 1896 c; Scandone e de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b), in Bosnia (Kittl, 1903, 1912) ed in Grecia (Renz, 1916, 1930, 1955). In Sicilia la specie venne attribuita dal suo Autore (1882) all'equivalente della zona a Tra- chyceras aonoides delle Alpi in base alla sua associazione con ammoniti; qualche anno do¬ po però (1896 a) Mojsisovics, dopo aver esami¬ nato alcuni esemplari di ammoniti inviatigli dallo stesso Gemmellaro, indicava ipotetica¬ mente per gli strati contenenti Halobia insi- (76) Halobia halorica venne attribuita da Mojsi- sovics (1874 b, p. 37) alla zona a Pinacoceras metter- nichi, che veniva posta nella parte inferiore del Norico quando ancora l’Autore considerava questo piano come sottostante al Gamico; successivamente lo stesso Mojsisovics (1892), correggendo la succes¬ sione stratigrafica da lui indicata, poneva lo Juva- vico (Norico in senso moderno) in giusta posizione rispetto al Gamico, e conservava per gli strati sotto¬ stanti a quest’ultimo piano il nome di Norico. La zona a Pinacoceras metternichi veniva collocata co¬ me penultima zona verso l’alto dello Juvavico, im¬ mediatamente al di sotto della zona a Cyrtopleurites bicrenatus. In Mojsisovics, Waagen & Diener (1895) l’Autore modificava ancora la posizione di questa zona, ponendola al di sopra della zona a Cyrtopleu¬ rites bicrenatus ed aggiungendo al di sopra di essa la zona a Sirenites argonautae. La posizione della zona a Pinacoceras metternichi. secondo le ultime vedute di Mojsisovics è considerata valida da Kum¬ mel (in Moore, 1957, p. 124). (77) Una Halobia aff. H. halorica Mojs. viene segna¬ lata da Silberling & Tozer (1968) nel Norico medio parte alta (« Himavites columbianus zòne») del Ca¬ nada. 6 — 82 — gnis, H. sicula, H. subreticulata ed H. beneckei un’età nerica (« Alaufiisch »f ‘Norico medio). Nel 1904 Gemmellaro rivedeva, in base alle forme di cefalopodì presenti, la strati- grafia dei calcari- ad Halobie siciliani, rico¬ noscendovi il Carnico medio-superiore (dalla zona a Trachyceras aonoides a quella a Tro- pites subbullatus) ed il Norico, secondo quanto già indicato da Mojsisovics (1896 a). In questo lavoro l'Autore non effettua una sud- divisione stratigrafica dei piani triassici ricono¬ sciuti, nè mette in relazione le specie di Dao- nella, di Halobia e di Monotis preceden¬ temente (1882) individuate con i cefal’opodi; tuttavia a p. 17 dell’introduzione indica per la parte superiore dei calcari ad Halobie di Ma¬ donna del Balzo, contenenti, tra le altre spe¬ cie, Halobia sicula ed H. insignis, e per quelli della regione Pirrello, anch’essi contenenti H. sicula, una età norica in base alla fauna a cefalopodi presente. La descrizione del frammento rinvenuto da Scalia (1910) a M. Judica è insufficiente a riconoscere con sicurezza questa specie, pro¬ veniente dai « calcari selciferi » sovrastanti le « marne calcar eo-arenaceo-argillose », cui vie¬ ne complessivamente attribuita dall’Autore un’età del S. Cassiano-Raibl. Per la H. insignis di Modanesi segnalata da Butrico (1930) non viene precisata l’età. In Lucania H. insignis fu rinvenuta per la prima volta nei calcari con selce dei dintorni di Lagonegro da De Lorenzo (1894 b, 1896 c); l'Autore attribuiva (1895 a) tutto il complesso dei calcari con selce, insieme ai soprastanti sci¬ sti silicei ed ai calcari di scogliera, al gruppo ladinico di Bittner (Ladinico s.s. e S. Cas- siano). Solo molto più tardi la specie è stata nuovamente rinvenuta e segnalata da Scan- done & ee Capoa (1966) in numerose località nei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda e considerata di età carnica. Suc¬ cessivamente (in Scandone, 1967 b) ho ipotiz¬ zato per la H. insignis della Lucania un’età norica. In Bosnia Kittl (1903, 1912) ha conside¬ rato H. insignis carnica «poiché essa si trova a tetto di un banco a cefalopodi camici ». Lo stesso Autore (1912, p. 201) ha però messo in evidenza come le specie alpine affini ad H. insignis siano tutte di età norica. In Grecia Renz (1916, 1930, 1955) ha segna¬ lato H. insignis nel Carnico-Norico del Pindos, senza precisarne ulteriormehte la posizione stràtigrafìca. ■ ' - f Come è stato ampiamente illustrato nel ca¬ pitolo riguardante la biostratigrafia, ritengo che questa Specie, che secondo la mia opinio¬ ne risulta sinonima di forme di età norica, possa attribuirsi tanto a Madonria del Balzo quanto in Lucania al Norico, sia per la pre¬ senza alla sua stessa altezza stratigrafica di altre specie notiche f Halobia norica, H. li¬ neata), sia perché la sua posizione nelle serie in esame- indica* un’età più giovane del Car¬ nico superiore. I risultati ottenuti sono con¬ fortati dai dati forniti dallo studio delle serie jugoslave e greche (v. pp; 33-34). A Campagna (provincia di Salerno) Nico- sia & Tilta (i960) hanno segnalato la pre¬ senza « in marne di color nocciola scuro, compatte, con facile fissilità secondo superaci subparallele », di lamellibranchi, tra cui Halo¬ bia insignis Gemm., H. cfr. sicula Gemm., Daonella cfr. kotoi Mojs., Posidomya sp. La descrizione litologica data dagli Autori si ri¬ ferisce al membro terrigeno della Formazione di M. Facito più tardi (1965) istituita da Scan¬ done, come ho avuto modo di verificare sul terreno e come dimostra la fauna (aptici) citata in associazione (78). Gli esemplari ri¬ feriti ad Halobia insignis dagli Autori, come quelli attribuiti ad H. cfr. sicula ad essi as¬ sociali, sono da attribuirsi a specie di Daonelle o di Halobie ladiniche, poiché in questa for¬ mazione, stratigrafìcamente sottostante ai cal¬ cari con liste e noduli di selce, ho sempre rinvenuto, a Campagna e altrove, Daonella lom- meli o altre specie di età ladinica. I livelli ad H. insignis = H. halorica e ad H. sicula = H. norica sono presenti anche a Campagna nei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda (Scandone P., Sgrosso I., Vallario A., 1967) (79); tuttavia i caratteri litologici dei due livelli non corrispondono assoluta- (78) In più località, ed anche a Campagna, ho infatti rinvenuto nel livello a Daonella lommeli del membro terrigeno della Formazione di M. Facito delle forme allungate, con ornamentazione concen¬ trica sviluppata, forse riferibili ad aptici o £a lamel¬ libranchi avvicinabili al genere Cuspidaria Nardo; non ho invece mai trovato le « probabili piccole belemniti » segnalate dagli Autori insieme agli aptici. (79) Nel lavoro citato è segnalato solo il livello ad Halobia sicula-, il rinvenimento a Campagna del li¬ vello ad H. insignis è infatti posteriore alla sua pub¬ blicazione. — 83 — mente, a quelli citati da Nicosia & Tilia. È comunque da escludere, a mio parere, l'asso¬ ciazione di queste due . specie noriche con Daonella cfr. kotoi, che secondo, gli Autori giapponesi più recenti (Kobayashi & Tokuya- ma, 1959) è una forma del Ladinico superiore. La Daonella sp. descritta ed illustrata da Wanner (1907, pp. 205-206, tav. 10 fig. 4) nel Trias di Timor e nuovamente raffigurata e descritta da Krumbeck (1924, p. 296, tav. 190, fig. 18) come Halobia cfr. insignis è a mio parere troppo frammentaria per poter per¬ mettere un’attribuzione specifica; le osserva¬ zioni fatte dai due Autori su questo esemplare non contraddicono la sua appartenenza a que¬ sta specie, ma non la provano a mio avviso in modo soddisfacente. La sua associazione con Halobia rugosa indicherebbe inoltre per questo esemplare di Timor un’età più antica del Norico. Gli esemplari di Monotis ( Daonella ) styriaca del Pindos (Grecia) raffigurati da Auboùin (1959, pp. 32-33, tav. 5 fig. 2) e considerati genericamente come appartenenti al Carnico- Norico sono a mio parere da attribuire ad Halobia insignis - H. halorica sia per le ca¬ ratteristiche degli individui raffigurati sia per i caratteri litologici del livello dati dall’Au¬ tore. Io stessa ho avuto modo di verificare personalmente la perfetta corrispondenza di facies tra il livello ad H. insignis — H. halorica della Lucania e quelli non solo del Pindos, ma anche della Dalmazia meridionale (v. p. 33). Provenienza. — Calcari con selce della facies Lagonegro-Sasso di Castalda, a circa 430 metri dalla base affiorante della forma¬ zione, in un livello di calcari marnosi, marne ed argille gialle dello spessore di 3 m. circa, e nelle calcilutiti immediatamente sottostanti. Località di rinvenimento: M. Lama (199 II NO Marsico Nuovo); M. Vulturino (199 II SO Marsico Vetere); Sasso di Castalda (199 III NE Brienza); M. Castagnereto (210 II NO Lago- negro); Valle del Sinni (210 II NE M. Sirino). Gli originali di De Lorenzo provengono dal Burrone Cararuncedde (Lagonegro) e dal M. Castagnereto. Età.. — Norico. Collocazione. — Museo di Paleontologia del¬ l’Università di Napoli; collezione De Lorenzo. Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Uni¬ versità di Napoli; collezione Beandone - de Capoa Bonardi. Halobia lineata (Munst.), 1838 Tav. XIX figg. 1-11. Monotis lineata Munster, 1838, p. 140, tav. 121 fig. 3. Avicula ( Monotis ) lineata, Hqrnes, 1855, p. 51, non tav. 2 fig. 15. Halobia lineata, Mojsisovics, 1874 b, p. 29, tav. 3 figg. 24. ? Halobia lineata, Arthaber in Frech, Lethaea meso¬ zoica, tav. 47 fig. 6. Halobia lineata, Renz, 1906 b, p. 37. Halobia lineata, Kittl, 1912, p. 135. Halobia lineata, Smith, 1927, p. 116, tav. 98 figg. 13-14. Halobia lucana De Lorenzo, 1892 c, p. 15, fig. in testo 7. Halobia lucana De Lorenzo, 1894 b, p. 15. Halobia lucana De Lorenzo, 1896 c, p. 136, tav. 17 figg. 4-6. Halobia lucana, Nelli, 1899 b, p. 8. Halobia lucana, Kittl, 1912, p. 128. Halobia lucana, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 5 fig. 2. Halobia lucana, Scandone, 1967 b, tav. 10 figg. 2-3. Materiale esaminato. — Materiale originale di De Lorenzo di Halobia lucana : 16 esem¬ plari, per la maggior parte frammentari, 26 esemplari raccolti nei calcari con selce in facies Lagonegro-Sasso di Castalda in diverse località della Lucania. Due campioni originali di Mojsisovics, pro¬ venienti dal Sommeraukogel e contenenti, ol¬ tre ai due esemplari di Halobia lineata illu¬ strati dall’Autore (1874 b) in tav. 3 fig. 3, nu¬ merosi altri individui più o meno frammentari. Originali di Mojsisovics (1874 b, tav. 4 fig. 15) e di Kittl (1912, tav. 9 fig. 16) di Ha¬ lobia celtica. Descrizione. — Specie di piccole dimen¬ sioni, poco più lunga che alta, leggermente inequilaterale. Umbone proporzionalmente robusto, arro¬ tondato, alquanto sporgente sul margine car¬ dinale, in posizione solo poco anteriore. — 84 — Contorno del guscio appena allungato, a margini arrotondati e con massima altezza po¬ steriore rispetto al centro del guscio (fig. in te¬ sto 14). Màrgine cardinale posteriore lungo me¬ no di una volta e mezzo l'anteriore. La debole convessità del guscio è interrotta posterior¬ mente da una lieve depressione che partendo dall’apice si allarga verso il basso, al di sotto dell'area posteriore. Orecchietta nettamente delimitata inferior¬ mente, in forma di piega molto stretta e più Fig. 14. — Halobia lineata (Mùnsi.); x 2 circa. Di¬ segni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XIX figg. 1 (originale di Mojsisovics, 1874 b) e 2 (origi¬ nale di De Lorenzo, 1896 c, Halobia lucana). o meno fortemente rilevata, accompagnata superiormente da una stretta lista marginale piana. In tutti gli esemplari osservati, e ne¬ gli originali di Mojsisovics, l’orecchietta non sembra subire divisioni. Coste radiali da sottili a sottilissime, deli¬ mitate da incisioni generalmente molto su¬ perficiali, talvolta più approfondite; in questo ultimo caso esse risaltano con molta più incisività sulla superficie del guscio. Il de¬ corso delle coste è da rettilineo a leggermente curvilineo, con concavità anteriore; la loro superficie varia da piana a leggermente arro¬ tondata ed il grado di suddivisione è diverso da individuo ad individuo e da punto a punto del guscio dello stesso individuo. Può veri¬ ficarsi una bipartizione semplice delle coste primarie a pochi millimetri dalla loro origine, o questa prima suddivisione può essere se¬ guita da una seconda a circa metà dell'altezza del guscio di esemplari adulti o verso il mar¬ gine ventrale, o ancora può non intervenire alcuna suddivisione. Generalmente in uno stes¬ so individuo si trovano tutti i tipi di coste descritti. Anteriormente le coste possono esten¬ dersi con la stessa incidenza fino alla base dell'orecchietta o farsi in questa regione molto più distanziate e superficiali fino a scompa¬ rire del tutto per un brevissimo tratto. Po¬ steriormente si arrestano sempre ad una certa distanza dal margine cardinale, delimitando un’area più o meno ampia percorsa solo dal¬ l’ornamentazione concentrica. Area posteriore da quasi piana a più o meno fortemente convessa, di ampiezza variabile ma mai molto larga, priva di ornamentazione radiale. Strie e rughe concentriche variabili indi¬ vidualmente per evidenza e regolarità. Gene¬ ralmente le rughe sono ben pronunciate e distribuite ad intervalli regolari sulla super¬ ficie del guscio. Discussione della specie. — La specie, isti¬ tuita da Munster (1838) e da questi attribuita al genere Monotis, venne più tardi ricono¬ sciuta da Mojsisovics (1874 b) come appar¬ tenente al genere Halobia e brevemente de¬ scritta; Mojsisovics la paragona per il tipo di coste ad Halobia salinarum Bronn e la colloca stratigraficamente al limite tra Car- nico e Norico. Qualche anno più tardi De Lorenzo (1892 c) istituiva per il Trias del La- gonegrese Halobia lucana. Come si è già detto, la parte alta dei calcari con selce, contenente questa specie insieme ad H. sicula e ad H. insignis, veniva in un pri¬ mo tempo considerata da De Lorenzo (1892 a, b) di età equivalente alla zona a T rachyce- ras aonoides; successivamente però l'Autore, modificando le sue opinioni circa i rapporti intercorrenti tra calcari di scogliera, calcari con selce e scisti silicei, attribuì ad essi una età ladinica nel senso inteso da Bittner (De Lorenzo, 1894 b, 1895 a e b). Nel descrivere Halobia lucana il suo Autore ne riconosce la stretta somiglianza con Halo¬ bia lineata (Mùnst.), da cui afferma che si distingue « per la convessità che corre un po' obliquamente indietro, per le incisioni radiali, che invece di arrestarsi prima arrivano fino alla base dell’ orecchietta, e per quest’ ultima, che è molto convessa e stretta » (1892 c, 1896 c). Mojsisovics (1874 b, p. 29) così si esprime a proposito di questi caratteri in H. lineata : « ...la linea di massima convessità procede in linea retta verso il basso... Verso i mar¬ gini anteriore e posteriore le incisioni diven¬ tano decisamente più. deboli e indistinte... Il lobo dell’ orecchietta... è piuttosto debolmente sviluppato in confronto ad H. salinarum ». — 85 — Il confronto diretto tra gli esemplari della specie lucana e quelli originali di Mojsisovics di H. lineata mi ha convinto della perfetta corrispondenza esistente tra queste due for¬ me, come risulta già evidente dalla compara¬ zione dell’esemplare di Mojsisovics in tav. 3 fig. 3 con gli originali di De Lorenzo (v. tav. XIX fìgg. 1 e 2 di questo lavoro). Orecchietta e contorno del guscio delle due specie coinci¬ dono completamente (80), così come i carat¬ teri della ornamentazione radiale e concen¬ trica. Come si è già detto nel descrivere la specie, la presenza di una ristretta regione priva di coste o con coste più deboli imme¬ diatamente al di sotto dell’orecchietta è un carattere individuale, riscontrabile solo in alcuni degli originali di H. lineata e solo in alcuni esemplari della specie di De Lorenzo. Le uniche differenze sensibili tra le due specie sono date dalla convessità del guscio legger¬ mente maggiore in H. lineata; l’appiattimento del guscio è però una caratteristica costante degli esemplari lucani, che sono sempre sen¬ sibilmente deformati, rispetto a quelli alpini e siciliani che ho potuto esaminare. Ho con¬ siderato perciò Halobia lucana De Lor. quale sinonima di Halobia lineata (Mùnst.). Come ha già notato Kittl (1912, pag. 136), la Halobia lineata descritta da Rothpletz (1892, pag. 94, tav. 12 fig. 4) per il Trias di Timor sembra effettivamente corrispondere a questa specie, stando alla nuova illustrazione e descrizione datane da Krumbeck (1924, pag. 304, tav. 190 fig. 4). Tuttavia, trattandosi di un solo esemplare frammentario, in cui sono visibili solo le strie di accrescimento e le coste, concordo con Krumbeck che, usando una certa cautela, ha preferito classificarlo come Halobia cfr. lineata. La Halobia lineata illustrata da Arti i aber (in Frech, Lethaea mesozoica, tav. 47 fig. 6) non corrisponde alla specie di Munster non tan¬ to per il contorno, che è troppo lungo rispetto all'altezza soprattutto negli stadi giovanili, quanto per la posizione eccessivamente ante¬ riore dell’umbone (margine cardinale anterio¬ re e posteriore sono in rapporto di 1:2) e per le coste che sembrano estendersi fino al margine cardinale posteriore. Kittl, pur non facendo alcuna osservazione nel testo, nella (80) Devo però precisare che nessuno degli esem¬ plari di Mojsisovics da me esaminati possiede una orecchietta interamente conservata. sinonimia di H. lineata (1912, pag. 135) fa precedere l’esemplare illustrato da Arthaber da un punto interrogativo. Lo stesso Autore (1912, pp. 135-136) dà una nuova descrizione degli esemplari di Mojsisovics di H. lineata incorrendo a mio parere in qualche inesattez¬ za per quel che riguarda il contorno del gu¬ scio (indicato come una volta e mezzo più lungo che alto) e la posizione dell’umbone, che egli colloca a circa 1/3 della lunghezza del margine cardinale. In conseguenza di ciò, egli afferma che Halobia salinarum Bronn, H. celtica Mojs. ed H. breuningiana Kittl (spe¬ cie inequilaterali, soprattutto le prime due, e di dimensioni considerevoli) posseggono con¬ torno simile a quello di H. lineata e che « la differenza principale di H. celtica nei con¬ fronti di H. lineata consiste nelle sue coste più fortemente sviluppate, mentre H. lineata Mojs. possiede coste più piane ». Egli attri¬ buisce quindi l’originale di Mojsisovics di H. lineata in tav. 3 fig. 3 ad H. celtica per la presenza in esso di coste più salienti (81). A mio avviso l'esemplare in questione è sen¬ z'altro un tipico rappresentante di H. lineata per il contorno appena più lungo che alto, la posizione solo leggermente anteriore dell'um- zone e le caratteristiche dell'orecchietta e del¬ l'area posteriore. Anche l 'ornamentazione ra¬ diale, leggermente più pronunciata che nella maggioranza degli altri esemplari, rientra nella variabilità della specie, e differisce sensibil¬ mente da quella di H. celtica (82) che ha coste (81) In nota 1 a p. 136 Kittl afferma inspiegabil¬ mente che l’illustrazione dell’originale di Mojsisovics in tav. 3 fig. 3 « è inesatta per guanto riguarda la posizione dell’umbone, poiché esso nell’ esemplare originale è spostato verso sinistra e quindi anche la parte anteriore del guscio si trova a sinistra e non a destra, come lascia supporre la figura ». Avendo avuto la possibilità di esaminare il campione di Mojsisovics in questione, posso escludere che ci sia¬ no errori nel disegno; l’esemplare raffigurato a destra nella figura è senz’altro una valva destra dotata di orecchietta (vedi tav. XIX fig. 1), così come quello a sinistra, più frammentario. L’illustrazione è legger¬ mente inesatta solo per quanto riguarda il decorso delle rughe concentriche, che appaiono più simme¬ triche di quanto siano in realtà. (82) Di questa specie ho però esaminato solo l’e¬ semplare originale di Mojsisovics (1874 b, tav. 4 fig. 15) e quello di Kittl (1912, tav. 9 fig. 16); non in¬ tendo quindi esprimere un giudizio globale sulle caratteristiche deH’ornamentazione radiale in H. celti¬ ca Mojs. — 86 — più larghe e solchi intercostali un po' meno incisi. Gli esemplari di H. lineata illustrati da Smith (1927) sembrano essere fortemente appiattiti; il contorno dell'esemplare in fìg. 13 è erroneamente ricostruito, poiché il mar¬ gine anteriore dovrebbe essere meno arroton¬ dato e più obliquo, come può dedursi dalle strie di accrescimento. La descrizione di H. lucana data da Nelli (1889 b, p. 8) a M. Judica (Sicilia, provincia di Catania) sembrebbe corrispondere alle carat¬ teristiche di H. lineata in tutto, tranne nel fatto che l’Autore la definisce come molto inequilaterale; subito dopo egli aggiunge pe¬ rò che il lato anteriore è « un po’ meno svi¬ luppato del posteriore ». Circa la sinonimia di H. lucana con H. cas- siana sostenuta da Luperto (1964), si rimanda a quanto scritto a p. 113. Dimensioni. — I valori riportati si riferi¬ scono tanto agli originali di Mojsisovics di H. lineata quanto agli esemplari di H. lu¬ cana = H. lineata della Lucania; complessi¬ vamente solo 10 esemplari sono risultati misurabili. La massima altezza misurata è di 14 mm., la massima lunghezza di 20 mm. Il rapporto lunghezza/altezza varia tra 1,10 e 1,42; la frequenza massima di questo valore è compresa tra 1,10 ed 1,30. Negli unici quattro esemplari in cui ho po¬ tuto misurare per intero la lunghezza del margine cardinale, margine cardinale anteriore e posteriore sono risultati in rapporto di: 4:4,5 = 1:1,1 5:6,5 = 1:1,3 5:7 = 1:1,4 8:10 = 1:1,2 Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia lineata è stata rinvenuta nelle Alpi settentrionali, in Albania, nel Peloponneso, in Indocina, in America settentrionale. Nelle Alpi settentrionali è stata attribuita al limite Car- nico-Norico da Mojsisovics (1874 b) ed al No- rico inferiore da Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica ); Kittl (1912) però nella tabella di distribuzione stratigrafica delle Halobie euro¬ asiatiche (p. 215) la colloca nel Norico supe¬ riore, mentre a p. 217 la considera una specie del Norico inferiore-superiore. In Albania è se¬ gnalata da Arthaber (1911, Norico), in Indoci¬ na da Saurin (1956, Norico medio). In America settentrionale è stata rinvenuta da Smith (1927), che la attribuisce al Carnico superiore- Norico inferiore. H. lucana = H. lineata è stata rinvenuta, oltre che in Lucania ( De Lorenzo, 1892-1895; Scandone & de Capoa, 1966; Scandone, 1967 b), anche nei dintorni di M. Judica in Sicilia (Nelli, 1899 b). Per quanto riguarda la sua attribuzione cronologica, le differenti età indicate da Gem- mellaro e da De Lorenzo per i calcari rispet¬ tivamente della Sicilia e della Lucania con¬ tenenti le stesse specie di Halobia ; la polemica De Lorenzo-Mojsisovics (1895-1896) circa la datazione del Trias lucano; il successivo intervento di Arthaber (in Frech, Lethaea mesozoica, pp. 459-463), che addirittura fa estendere tutte le specie di Halobia sici¬ liane, ad eccezione di Halobia mojsisovicsi, attraverso tutto il Carnico fino al Norico in¬ feriore, hanno creato una situazione estrema- mente confusa (vedi le pp. 15-16). De Lorenzo indicò in un primo tempo per la parte alta dei calcari con selce di Lagonegro, contenente, fra le altre, Halobia lucana, un'età equivalente alla zona a Trachyceras aonoides (1892 a, b); successivamente però (1894 b, 1895 a, b) attri¬ buì tutti i terreni triassici del Lagonegrese al Ladinico-S. Cassiano. Ancora in Lucania, il livello ad Halobia sicula - Halobia lucana è stato considerato Carnico da ..Scandone & de Capoa (1966); successivamente in Scandone (1967 b) lo ho indicato come probabile Norico. Nelli (1899 a, b) indica un’età raibliana per l'intero complesso triassico a M. Judica, i cui calcari con selce contengono secondo l’Autore Halobia sicula ed Halobia lucana. Kittl (1912, p. 128) nel ridescrivere brevis¬ simamente la specie sulla base delle illustra¬ zioni e della descrizione di De Lorenzo, la attribuisce al Ladinico inferiore (!) di Lago- negro; inspiegabilmente poi la colloca nel Norico inferiore nella tabella a p. 215 relativa alla distribuzione stratigrafica delle Halobie. Una Halobia aff. lineata è segnalata da Bukowski (1896) nel Trias superiore della Dalmazia meridionale. Io sono dell’opinione che anche in Lucania Halobia lucana = Halobia lineata rappresenti il Norico, come è provato, oltre che dalla — 87 — distribuzione stratigrafica di Halobia lineata, anche dalla sua associazione con altre specie noriche e da considerazioni di carattere stra¬ tigrafico che sono state ampiamente descritte nel capitolo riguardante la cronostratigrafia (pp. 34-35). Provenienza. — Gli esemplari di Halobia lucana = Halobia lineata della Lucania pro¬ vengono tutti dal livello ad Halobia sicula = = H. norica dei calcari con liste e noduli di selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda. Gli individui di questa specie sono piuttosto rari in confronto ad H. norica, abbondantis¬ sima. I gusci sono generalmente piuttosto appiattiti. Località di rinvenimento: le stesse di Halo¬ bia norica. Età. — Norico. Collocazione. Museo di Paleontologia del¬ l’Università di Napoli; collezione De Lorenzo. Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Uni¬ versità di Napoli; collezione Scandone - de Ca- poa Bonardi. Halobia norica Mojs., 1874 Tav. XVIII figg. 1-3, 15-44. Halobia norica Mojsisovics, 1874 b, p. 25, tav. 5 fig. 7. non Halobia norica, Rothpletz, 1892, p. 95, tav. 14 figg. 7-8. Halobia norica, Kittl, 1912, p. 124, tav. 9 figg. 7-9. Halobia amoena Mojsisovics, 1874 b, p. 26, tav. 5 fig. 4. Halobia amoena, Kittl, 1912, p. 123. Halobia plicosa Mojsisovics, 1874 b, p. 25, tav. 5 fig. 9. Halobia plicosa, Kittl, 1912, p. 122, tav. 9 figg. 12-15. Halobia sicula Gemmellarq, 1882, p. 16, tav. 4 figg- 2-3. Halobia sicula, De Lorenzo, 1892 c, p. 14 fig. 6. Halobia sicula, De Lorenzo, 1894 b, p. 15. Halobia sicula, De Lorenzo, 1896 c, p. 135, tav. 17 figg. 8, 10. Halobia sicula, Nelli, 1899 b, p. 8. non Halobia sicula, Galdieri, 1908, p. 36, tav. 1 fig. 1. Halobia sicula, Scalia, 1910, p. 48, tav. 3 figg. 48-50. Halobia sicula, Kittl, 1912, p. 124. Halobia sicula, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 5 fig. 1. Halobia sicula, Scandone, 1967 b, tav. 10 fig. 1. Halobia parasicula Kittl, 1912, p. 125, tav. 9 fig. 10. Materiale esaminato. — Più di 500 esem¬ plari, in buono stato di conservazione, pro¬ venienti dai calcari con selce di facies Lago¬ negro-Sasso di Castalda. Originali di Halobia sicula raccolti da De Lorenzo nel Lagonegrese. Materiale originale di Galdieri (1908) prove¬ niente da Giffoni (Monti Picentini), e numerosi esemplari ben conservati provenienti dalla stessa località (83). Numerosi frammenti, in cattivo stato di conservazione, raccolti in diverse località del¬ la Dalmazia meridionale (Jugoslavia). Più di 50 topotipi di Halobia sicula Gemm. raccolti a Madonna del Balzo (Bisacquino, Sicilia nord-occidentale). Numerosi esemplari frammentari di H. pli¬ cosa provenienti dal « calcare di Hallstatt » norico del Vorderer Strubberg presso Abtenau Salzburg. Esemplari originali di Mojsisovics (1874 b) di Halobia norica (tav. 5 fig. 7 e numerosi altri), H. amoena (tav. 5 fig. 4 ed altri) ed H. plicosa (tav. 5 fig. 9). Esemplare originale di Kittl (1912) di Halobia norica (tav. 9 fig. 9) e calchi degli originali di Kittl di H. norica (tav. 9 fig. 8), H. plicosa (tav. 9 figg. 12-13), H. paraplicosa (fig. in testo 26) ed H. parasicula (tav. 9 fig. 10). Gli originali citati sono figurati in tav. XVIII del presente lavoro. Descrizione. — Forma di dimensioni da piccole a medie, più o meno fortemente ine- quilaterale. Umbone alquanto rugoso, robusto, più o meno rigonfio ed arrotondato, in posizione da sub mediana a leggermente anteriore. Il contorno del guscio presenta in questa (83) Ringrazio l'amico e collega Italo Sgrosso per avermi fornito questo materiale. Fig. 15. — Halohia norica Mojs.; x 2 circa. Disegni tratti, nell'ordine, dagli esemplari in tav. XVIII fìgg. 1 (originale di Mojsisovics), 16 (originale di Kittl, H. plicosa), 7 (originale di Kittl, H. para- sìculo), 3 (originale di Moisisovics), 17 (originale di Kittl), 9 (originale di Mojsisovics, H. amoena), 20, 27, 2, 43, 29, 26, 11, 42, 40, 44, 41. Spiegazione nel testo. — 89 — specie una discreta variabilità; sembrano co¬ munque esistere tutti i termini di passaggio tra le diverse forme del guscio; queste sono riconducibili a tre tipi fondamentali (fig. in testo 15); a) contorno leggermente più lungo che alto, con margine ventrale arrotondato, pres- socché ovale, margini anteriore e posteriore subverticali. Massima altezza del guscio sub¬ centrale o solo leggermente posteriore rispetto al centro. Il margine paileale anteriore è ge¬ neralmente più arrotondato, il posteriore più diritto e molto frequentemente più o meno fortemente sinuato. Questa sinuosità del bordo posteriore della valva dipende dal fatto che le strie di accrescimento si curvano regolar¬ mente e leggermente verso l’umbone in cor¬ rispondenza della depressione sottostante l'area posteriore. Questo tipo di guscio è il più largamente rappresentato; in esso il rapporto lunghezza/altezza dà valori compresi tra 1,15 ed 1,55, con frequenza massima tra 1,20 ed 1,40 (vedi tav. XVIII figg. 1-5, 7, 13, 15-25, 27-35; figg. in testo 15-1 - 15-13); b ) contorno leggermente più lungo che alto, fortemente obliquo; margine antero-ven- trale obliquo in senso antero-posteriore, mar¬ gine posteriore più lungo e subverticale, spesso sinuato. Massima altezza posteriore rispetto al centro del guscio (tav. XVIII figg. 41 e 44; figg. in testo 15-16 e 15-17). Questo tipo di contorno è molto raro; potrebbe essere attri¬ buito a deformazione, ma sugli stessi cam¬ pioni di roccia contenenti individui a guscio obliquo sono presenti, numerosissimi, esem¬ plari con contorno del tipo a) su descritto o del tipo c ). I valori del rapporto lunghezza/ /altezza rientrano in quelli del tipo prece¬ dente; c) contorno pressocché semicircolare, con margine ventrale tondeggiante e margini an¬ teriore e posteriore subverticali, l'anteriore arrotondato, il posteriore più diritto e talora sinuato. Massima altezza al centro del guscio o subcentrale. Questa forma di guscio è di¬ scretamente ben rappresentata; il rapporto lunghezza/altezza è compreso tra 1,15 ed 1,00 (tav. XVIII figg. 40 e 42; figg. in testo 15-14 e 15-15). Margine cardinale posteriore da leggermen¬ te più lungo dell’anteriore a subeguale. Piccola orecchietta ben definita, costituita da un'ampia parte dolcemente convessa e da una regione marginale piana più ristretta. Negli esemplari ben conservati si possono seguire su di essa le strie di accrescimento, che vi decorrono fino al limite superiore sen¬ za subire variazioni apprezzabili. Inferiormen¬ te l’orecchietta è delimitata da un solco ampio e poco profondo, arrotondato. Coste radiali iniziantisi a circa 3 mm. di distanza dall’apice. Generalmente esse sono mediamente larghe, e la loro superficie è pia¬ na o appena convessa; esistono però esem¬ plari a coste più strette e conseguente¬ mente più numerose, la cui superficie è ta¬ lora leggermente più convessa. Le modalità di suddivisione delle coste primarie costitui¬ scono in H. norica un carattere discretamente costante, a differenza di quanto si verifica in molte specie di Halobia: le coste primarie si bipartiscono ad altezza variabile; le coste secondarie così formatesi si bipartiscono nuo¬ vamente verso il margine ventrale degli in¬ dividui adulti, ed in individui di grandi di¬ mensioni appaiono percorse per un discreto tratto da solchi di 3° ordine. La prima bi¬ partizione si verifica nella quasi totalità delle coste di un individuo (84); la seconda è al¬ quanto più irregolare, potendosi verificare abbastanza frequentemente il caso che una sola delle due coste secondarie si bipartisca nuovamente, mentre l’altra resta indivisa, o ancora che nessuna delle due si suddivida. L’aspetto deH'ornamentazione radiale negli individui di questa specie è comunque molto caratteristico, e permette di individuare con relativa facilità H. norica anche quando gli altri caratteri siano solo parzialmente visibili. Anteriormente le coste possono estendersi, più o meno attenuate, fino alla base dell'orec¬ chietta o raramente arrestarsi a distanza va¬ riabile, talora notevole, da questa; posterior¬ mente si spingono più o meno estesamente sulla convessità dell’area (talora fino a circa metà della sua ampiezza), ma lasciano sempre libera una vasta zona, su cui risalta solo l’ornamentazione concentrica. Il loro decorso varia da curvilineo con concavità anteriore a rettilineo; generalmente le forme a contorno alto, semicircolare, hanno coste diritte, quelle a contorno ovale coste curve. (84) Solo molto raramente una costa primaria può restare indivisa per tutta la sua lunghezza o tripar¬ tirsi verso il margine del guscio. — 90 In taluni individui le coste possono presen¬ tare una sorta di increspatura causata dal susseguirsi di una serie di rughe concentriche più pronunciate. Molto sporadicamente è presente un’area anteriore, determinata dalla mancanza delle coste nella regione immediatamente al di sotto dell’orecchietta; quest’area è però as¬ sente nella grande maggioranza degli indivi¬ dui. La sua ampiezza può essere talora no¬ tevole (circa 6 mm. al margine anteriore di individui adulti di medie dimensioni); il suo limite superiore è costituito dal solco sepa¬ rante l’orecchietta. Area posteriore estremamente caratteristica, discretamente convessa, delimitata inferior¬ mente da un’ampia depressione, più o meno pronunciata, che separa le due convessità del guscio e dell’area stessa. Su questa pos¬ sono spingersi per un certo tratto le coste; la sua parte superiore però, per almeno metà dell’altezza complessiva, ne è completamente libera. In questa regione essa è solcata solo dalle strie e rughe concentriche. Al margine posteriore di individui di grandi dimensioni può raggiungere anche un'ampiezza di circa li mm. (85); mediamente però la sua altezza al margine posteriore è di circa 7 mm. Negli individui ben conservati è visibile, al di so¬ pra dell’area posteriore, la lista marginale piana, molto sottile ed allungata, che secondo Krumbeck (1924) doveva servire all'impianto del legamento, interno in Halobia. Strie e rughe concentriche sono general¬ mente fitte e ravvicinate sull’umbone, abba¬ stanza regolarmente distanziate sul resto del guscio; in taluni esemplari possono adden¬ sarsi in una zona del guscio. Ho osservato questo infittirsi dell’ornamentazione radiale tanto a circa metà dell’altezza del guscio quanto al margine ventrale di individui adul¬ ti. Sull'area posteriore strie e rughe si pre¬ sentano molto frequentemente sinuate, con (85) Ciò si verifica, oltre che in diversi esemplari lucani, nell'originale di Kittl (1912) di H.norica in tav. 9 fig. 9 (vedi tav. XVIII fig. 17). (86) Mojsisovics afferma inoltre che « H. norica. . . è notevolmente più alta di H. plicosa »; tuttavia i rapporti lunghezza/altezza tratti dalle misure da lui stesso indicate per le due specie danno per la prima un valore di 16/11 = 1,45; per la seconda un valore di 26/18 = 1,44. La differenza di questo rapporto tra le due specie è quindi insignificante. convessità rivolta verso l’interno del guscio, in corrispondenza della depressione sottostante la convessità dell’area posteriore. Discussione della specie. — La specie è stata istituita da Mojsisovics (1874 b) su esemplari provenienti dal « marmo grigio di Hallstatt » del Norico delle Alpi orientali; nello stesso lavoro l’Autore istituiva Halobia plicosa, appartenente alla stessa formazione, ed H. amoena, rinvenuta al Sommeraukogel e con¬ siderata s trat igraficamente al limite tra Car- nico e Norico. Dopo aver descritto H. plicosa, Mojsisovics caratterizzava brevemente H. no¬ rica, ravvisandone la somiglianza con la pri¬ ma. I caratteri distintivi tra le due specie erano costituiti, secondo l’Autore, dalle coste più sottili e numerose in H. norica, concave anteriormente, dalle rughe concentriche più deboli e non addensate al margine del guscio e dall’assenza di area al di sotto dell'orecchietta (86). H. amoena veniva a sua volta ravvicinata ad H. norica e brevissimamente descritta. I ca¬ ratteri distintivi con H. norica venivano indi¬ cati nella sua maggiore altezza e nelle coste radiali più sottili e rettilinee. Nel 1882 Gemmellaro istituiva nel Trias della Sicilia nord-occidentale H. sicula, che veniva assegnata alla zona a Trachyceras aonoides e più tardi da Mojsisovics (1896 a) attribuita ad un probabile Norico medio; la età norica veniva successivamente confermata dallo stesso Gemmellaro (1904). L'Autore ne ravvisava la stretta somiglianza con H. plicosa Mojs., e ne indicava quali differenze « ...le coste più larghe e. meno divise,... V orecchietta meno robusta e... i cercini concentrici che si estendono fino al margine cardinale ante¬ riore ». Kittl (1912) compie una serie di interes¬ santi osservazioni nei riguardi delle specie di Mojsisovics e di Gemmellaro su nominate, ravvisandone le strettissime affinità; ciò non gli impedisce tuttavia di istituire altre due specie per sua stessa ammissione estrema- mente simili alle precedenti, Halobia parasi- cula ed H. paraplicosa, ambedue provenienti dagli strati norici del Sommeraukogel presso Hallstatt. A p. 122 scrive: « La specie siciliana H. sicula è molto vicina ad H. plicosa riguar¬ do all’ornamentazione radiale, ma nel con¬ torno somiglia di più ad H. norica »; a p. 123, — 91 — nella descrizione di H. amoena : « La specie è paragonata da Mojsisovics ad H. norica... Questa specie mi sembra più vicina ad H. plicosa, con la quale ha in comune il con¬ torno ed il tipo di coste. L’orecchietta ante¬ riore è in ambedue le specie ugualmente configurata... »; nella descrizione di H. norica (p. 124): « Le differenze tra questa forma ed H. plicosa sono' solo graduali, cosicché spesso si resta nel dubbio, a quale delle due gli esemplari in studio siano da attribuire. A ciò si aggiunge che entrambe si trovano nello stesso piano. Potrebbe quindi trattarsi di un caso di sinonimia, nel qual caso il nome H. plicosa, istituito prima da Mojsisovics, avreb¬ be la precedenza su H. norica »; ancora a p. 124: « Gemmellaro ravvicina la specie (H ab¬ bia siculo) ad H. plicosa Mojs.; io la metterei piuttosto in relazione con H. norica, che le somiglia maggiormente nel contorno »; a p. 125, infine, Kittl descrive al Sommeraukogel, « ...la località di H. amoena... » « ...delle Ha- lobie che mostrano V ornamentazione radiale e le orecchiette (87) di H. norica, ma in cui l’orecchietta posteriore è quasi liscia, come in H. plicosa (88); però le coste si estendono, come in H. distincta, fino all’ orecchietta an¬ teriore. Non volendo creare per queste Halo- bie una nuova specie, le si dovrebbe inter¬ pretare come forme miste. L’una cosa e l’altra sarebbero però inutili se si potesse adoperare il nome specifico già esistente H. sicula Gemm. ». In base però alla considerazione che H. sicula è una specie considerata car- nica, anche se la datazione non è del tutto sicura, e per la mancanza di materiale di confronto della Sicilia, l’Autore preferisce (87) Kittl si riferisce spesso all’area posteriore convessa col termine di « orecchietta posteriore » (« hinteres Ohr »). (88) Alle differenze tra H. plicosa ed H. norica elencate da Mojsisovics Kittl aggiunge ancora (p. 124) che l’area posteriore di H. norica «... è in¬ teramente percorsa da coste radiali, che sono forte¬ mente sviluppate nel terzo inferiore, mentre per il resto sono molto sottili ». Come risulta dalla descri¬ zione da me precedentemente data della specie, in nessuno degli esemplari esaminati, ivi compresi gli originali di Mojsisovics e di Kittl di H. norica e delle specie da me considerate sinonime, ho osservato coste sulla metà superiore dell'area posteriore, a meno che non si voglia considerare come tali le debolissime incisioni talora presenti in questa zona al margine posteriore dell’area. « fare provvisoriamente uso del nome sud¬ detto » (Halobia parasicula). I caratteri di¬ stintivi elencati da Kittl tra quest'ultima ed H. sicula sono un più forte sviluppo dell’orec¬ chietta e dell'area posteriore ed il fatto che le strie di accrescimento sull’area posteriore sono oblique in H. sicula, « quasi ad angolo retto » in H. parasicula. Quale differenza tra quest’ultima ed H. norica è citata la mancanza in H. parasicula dell’ornamentazione radiale sull'area posteriore (89). Halobia paraplicosa viene invece descritta (p. 123) come « ...una forma solo incompletamente conosciuta » che « mostra contorno quasi ovale e rughe di ac¬ crescimento concentriche regolarmente incise come in H. plicosa, coste un po’ più nume¬ rose, bipartite una volta e talora anche due volte, che ricoprono un po’ meno forti anche la regione dell’ orecchietta posteriore, solo de¬ bolmente convessa. Le coste sull’orecchietta posteriore ed anche il maggior numero di coste sono le caratteristiche principali di que¬ sta specie ». L’Autore la considera dubitativa¬ mente come forma giovanile di H. partschi Kittl. Da quanto si è esposto risulta evidente quanto siano labili i limiti tra le specie di¬ scusse; lo studio sulla variabilità intraspeci- fica di H. norica mi permette di affermare che le differenze citate dagli Autori quali ca¬ ratteri distintivi tra le specie non sono altro che caratteri individuali; il considerarli di- scriminanti ai fini della classificazione non porta ad altro, a mio avviso, che alla fram¬ mentazione di una sola specie in un gran numero di forme che, così concepite, non possono più fornire alcuna indicazione utile al paleontologo stratigrafo, e possono anzi indurlo in errore. Halobia plicosa, Halobia sicula, Halobia parasicula rappresentano, nell'ambito della variabilità della specie, le forme a contorno ovale e coste da piuttosto sottili a molto ampie (90) che fanno capo ad H. norica Mojs.; Halobia amoena ne rappresenta la forma giovanile. Nell’ambito di variabilità del contorno del guscio i caratteri considerati dagli Autori qua¬ li caratteri distintivi a livello di specie (lar- (89) Vedi nota precedente. (90) L’originale di H. plicosa di Mojsisovics da me esaminato possiede le coste più ampie che io abbia mai osservato in questa specie. — 92 — ghezza e numero delle coste, coste diritte o curve, presenza o meno di ornamentazione radiale sull’area posteriore ed al di sotto del¬ l’orecchietta, maggiore o minore sviluppo di quest’ultima, ecc.) variano fortemente da in¬ dividuo ad individuo, dando luogo a tutte le combinazioni possibili. I caratteri che si riscontrano più raramente sono l’assenza di coste al di sotto dell’orec¬ chietta e 1’addensarsi dell’ornamentazione concentrica in una regione del guscio; nella grande maggioranza dei casi infatti le coste anteriori si spingono, più o meno attenuate, fino alla base dell'orecchietta, e strie e rughe concentriche sono distribuite con una certa regolarità sulla superficie del guscio. In base alle osservazioni ora riferite, ho considerato sinonime di H. norica Mojs. tutte le altre specie discusse; volendo attenersi ri¬ gidamente al principio di priorità, avrei do¬ vuto considerare valido il nome Halobia plicosa Mojs., specie che, pur essendo stata introdotta in letteratura nello stesso lavoro in cui venne istituita H. norica, venne descrit¬ ta dall’Autore immediatamente prima di que- st'ultima. Tuttavia, mentre il nome H. norica rispecchia una reale caratteristica della specie, quella della sua posizione stratigrafica, il no¬ me H. plicosa è relativo, nelle intenzioni del suo Autore, ad un carattere che solo spora¬ dicamente compare in alcuni individui di questa specie, 1’infittirsi della ornamentazione concentrica in una regione del guscio. Ho perciò ritenuto preferibile conservare come nome valido Halobia norica Mojs. Halobia paraplicosa Kittl è a mio parere una forma troppo mal conosciuta per poter esprimere su di essa un giudizio definitivo. Il calco dell’originale di Kittl da me esami¬ nato (p. 123 fig. 26; tav. XVIII fig. 14 di que¬ sto lavoro) manca di tutta la regione poste¬ riore, ed anche il margine cardinale anteriore è nascosto; l’ornamentazione radiale ed il contorno sembrerebbero rientrare nella va¬ riabilità di H. norica ; tuttavia considero in¬ sufficienti i dati a disposizione per pronun¬ ciarmi decisamente a favore della sua sino¬ nimia con H. norica, tanto più che Kittl afferma che la sua area posteriore è intera¬ mente, anche se più debolmente, costata, cosa che non ho modo di verificare sul calco del¬ l’originale in mio possesso. Considero però possibile, data anche la sua posizione strati¬ grafica, che è la stessa delle altre specie da me considerate sinonime, una sua stretta affinità, se non una coincidenza, con H. no¬ rica. Più improbabile mi sembra l’ipotesi avanzata da Kittl che possa trattarsi della forma giovanile di Halobia partschi, poiché l’ornamentazione radiale sembrerebbe diver¬ gere notevolmente da quella di quest’ultima specie e, a giudicare dal calco dell'originale di Kittl da me esaminato, al margine cardi¬ nale anteriore sembrerebbe esistere un'area priva di coste abbastanza ampia. Anche queste osservazioni sono però del tutto insufficienti a chiarire il problema; sarebbe necessario a mio avviso conoscere la variabilità sia di H. paraplicosa che di H. partschi per poter esprimere un giudizio attendibile sull’argo¬ mento. Circa la sinonimia tra H. sicula ed H. sty na¬ ca sostenuta da Luperto (1964), rimando a quanto scritto a p. 102. Gli esemplari rinvenuti da Galdieri (1908) a Giffoni (Monti Picentini, Salerno) ed attri¬ buiti dall’Autore ad Halobia sicula non ap¬ partengono a questa specie, come ho potuto stabilire dall’esame del materiale originale, conservato presso il Museo di Paleonto¬ logia dell’Università di Napoli, e di altro materiale raccolto nella stessa località. La specie dei Picentini, non rinvenuta in Lu¬ cania, si differenzia da H. sicula = H. norica tanto per le caratteristiche del contorno quan¬ to per quelle dell’ornamentazione radiale, dell’orecchietta e dell'area posteriore, ed è a mio parere dubitativamente riferibile ad Ha¬ lobia circumsulcata Kittl. L’unica illustrazio¬ ne data dall’Autore non corrisponde alle carat¬ teristiche osservabili sul materiale originale. Anche YHalobia cfr. plicosa illustrata da Mariani (1893) e riferita dubitativamente ad H. lineata (Munst.) da Tommasi (1899) po¬ trebbe forse, stando al disegno, essere attri¬ buita ad Halobia circumsulcata Kittl, 1912. Dimensioni. — Questa specie è l’unica che, sia per il gran numero di individui rinvenuti che per il loro buono stato di conservazione, mi abbia permesso di rilevare un numero sod¬ disfacente di dati biometrici. Ho potuto determinare il valore del rap¬ porto lunghezza/altezza su 94 esemplari (ivi compresi gli originali di Mojsisovics, di — 93 — Kittl e di De Lorenzo ed i topotipi di H. Si¬ cilia di Madonna del Balzo, Sicilia nord- occidentale); esso varia da un minimo di 1,00 nelle forme a contorno alto e semicir¬ colare ad un massimo di 1,55 nelle forme a contorno allungato ed ovale; vi è un passag¬ gio graduale tra questi due limiti estremi. La massima frequenza si verifica intorno ai va¬ lori compresi tra 1,20 ed 1,40. Per gli originali di Mojsisovics di Halobia amoena si sono ottenuti i valori di 1,12 ed 1,13, cui si aggiunge il valore di 1,14 ri¬ cavato dalle misure indicate da Mojsisovics stesso. Gli originali di Mojsisovics di Halobia norica hanno fornito i valori di 1,26; 1,30; 1,36; dalle misure indicate dall’Autore per questa specie si ottiene il valore di 1,45. Lo originale di Kittl della stessa specie (tav. 9 hg. 9) ha dato un valore di 1,26; il calco dell’altro esemplare di H. norica di questo Autore (tav. 9 fìg. 8) si è rivelato non mi¬ surabile. L’originale di Mojsisovics di Halobia pli- cosa è troppo incompleto per poter fornire misure attendibili; dai valori della lunghezza e dell'altezza indicati da Mojsisovics per que¬ sta specie si ricava un rapporto di 1,44. Uno dei due originali di Kittl di H. plicosa (tav. 9 fìg. 13) da me esaminato ha dato un valore di 1,33; sull'altro non è stato possibile eseguire misure. L'originale di Kittl di Halobia parasicula ha fornito un valore del rapporto lunghezza/ /altezza di 1,36. L'originale di Halobia paraplicosa in mio possesso è troppo frammentario per poterne rilevare i valori della lunghezza e dell'altezza, né Kittl fornisce dati in proposito. Le dimensioni medie degli individui di H. norica si aggirano intorno ai 18 mm. di lun¬ ghezza; per questo valore della lunghezza, la altezza varia tra circa 12-14 mm. (forme ovali allungate) e circa 18 mm. (forme alte semi- circolari). Il rapporto tra la lunghezza del margine cardinale posteriore e quella dell'anteriore varia da poco più di 1:1 (a favore del mar¬ gine cardinale posteriore) nelle forme alte a circa 2:3 nelle forme ovali allungate. Non mi è stato purtroppo possibile rilevare un nu¬ mero di tali valori sufficiente ad essere ripor¬ tato in diagramma ed a poter essere messo a confronto con il rapporto lunghezza/altezza. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Tutte le specie da me considerate sinonime {Halobia norica, H. plicosa, H. amoena, H. parasicula), ad eccezione di H. sicula, furono rinvenute la prima volta nel Norico delle Alpi orientali. Halobia norica fu raccolta da Mojsisovics (1874 b) nel « grauer Hallstatter Marmar » associata a Monotis salinaria, ed attribuita al Norico (zona a Pinacoceras metternichi ); successivamente venne raccolta e descritta da Kittl (1912) al Siriuskogel presso Ischi ed in Dalmazia, ed anche da questo Autore at¬ tribuita al Norico (Norico inferiore nella tabella a p. 215); Renz (1916) la segnala, insieme a molte altre specie di Halobia, nel Carnico-Norico del Pindos (Grecia). La Halo¬ bia norica figurata da Rothpletz (1892, tav. 14 figg. 7-8) per il Trias di Timor e Rotti (Arcipelago indiano) non corrisponde a que¬ sta specie, come è già stato rilevato da Kittl (1912), Krumbeck (1924), Kobayashi & Aoti (1943); tuttavia Krumbeck (1924, p. 55) ritie¬ ne che una parte degli esemplari descritti da Rothpletz a p. 95 sotto il nome di H. norica possa riferirsi ad H. plicosa. Halobia plicosa venne ugualmente rinvenuta da Mojsisovics nel « grauer Hallstatter Mar- mor » e riferita, come H. norica, alla zona a Pinacoceras metternichi del Norico (91). Kittl (1912) ha elencato per questa specie una serie di località alpine e vi ha riferito anche gli esemplari della Bosnia precedente- mente (1903) classificati come Halobia sp.; anche questo Autore attribuisce la specie al Norico (Norico inferiore nella tabella a p. 215). Halobia amoena fu raccolta da Mojsisovics al Sommeraukogel presso Hallstatt ed asse¬ gnata agli strati di confine tra Carnico e No- (91) Vedi nota 76 a p. 81. — 94 — rico; Kittl (1912) la ha rinvenuta nella stessa località e considerata di età norica inferiore. Anche Halobia pcirasicnla Kittl proviene dal Sommeraukogel presso Hallstatt ed è at¬ tribuita dal suo Autore al Norico inferiore. Halobia sicula venne istituita da Gemmel- laro (1882) per il Trias della Sicilia nord-oc¬ cidentale, ed attribuita alla zona a Trachyceras aonoides in base alla presenza, negli stessi calcari, di Halobia styriaca (92). Successivamente però Mojsisovics (1896 a), sulla scorta di ammoniti inviategli dallo stesso Gemmellaro, avanzava l’ipotesi che gli strati ad H. sicula, H. insignis, H. subreticulata ed H. beneckei della Sicilia potessero avere una età norica (« Alaunish », Norico medio). Nel 1904 Gemmellaro rivedeva la stratigra¬ fia dei calcari ad Halobie siciliani in base ad una ricca fauna ad ammoniti. Anche in que¬ sto lavoro l’Autore non eseguiva una strati- grafia di dettaglio, limitandosi ad indicare la presenza dei piani Carnico (dalla zona a Trachyceras aonoides in poi) e Norico, né metteva in relazione la fauna ad ammoniti rinvenuta con quella ad Halobie preceden¬ temente studiata; tuttavia, a p. 17 dell’intro¬ duzione, indicava per i calcari con liste e noduli di selce della regione Pirrello, conte¬ nenti H. sicula, un'età norica. In Lucania H. sicula fu rinvenuta da De Lorenzo (1892 c, 1894 b, 1896 c). La storia della sua attribuzione cronologica è la stessa di quella di H. lucana = H. lineata, a cui ri¬ mando (p. 84). In Sicilia H. sicula è stata ancora descritta da Nelli (1889 b) e da Scalia (1910) al M. lu¬ dica (Catania), ed attribuita rispettivamente al Raibl ed al S. Cassiano-Raibl. In Lucania è stata considerata carnica in Scandone & de Capoa (1966) e probabilmente norica in Scandone (1967 b). Bukowski (1895, 1896) la ha segnalata nel Trias superiore della Dalmazia meridionale e Renz nel Pindos (Grecia); que¬ st’ultimo Autore però, nel rivedere criticamen¬ te le sue determinazioni, precisa (1955) che (92) Vedi nota 18 a p. 18. questa specie, insieme a molte altre, deve rite¬ nersi in Grecia una forma dubbia. Kittl (1912) ridescrive molto brevemente H. sicula e -nella tabella a p. 215 la colloca nel Carnico superiore. Per le stesse considerazioni esposte a pro¬ posito della forma segnalata da Nicosia & Tilia (1960) a Campagna (provincia di Sa¬ lerno) e da essi attribuita ad Halobia in¬ signis (v. p. 82), ritengo che anche nel caso della Halobia cfr. sicula individuata dagli Au¬ tori nella stessa località non possa trattarsi di questa specie, ma di una specie di Dao- nella o di Halobia ladinica. H. sicula è stata inoltre segnalata nel Car¬ nico medio dellTndocina (Saurin, 1956). Come è stato esposto nel capitolo riguar- dente la biostratigrafia (v. pp. 34-35), ritengo che tanto in Lucania quanto in Sicilia ed in Dalmazia H. sicula, che considero sinonima di H. norica, indichi un'età norica. Provenienza. - Calcari con selce di fa¬ cies Lagonegro - Sasso di Castalda, in un li¬ vello litologicamente non differenziato, 7 m. al di sopra del livello ad Halobia insignis = = H. halorica. Dovunque affiori la parte alta di questi calcari (circa 20 m. al di sotto del passaggio stratigrafico agli scisti silicei nel Lagonegrese) è possibile raccogliere, abbon¬ dantissimi, individui ben conservati di que¬ sta specie. I più ricchi rinvenimenti sono stati effettuati al Burrone Carraruncedde (Lagone¬ gro), al M. Sirino (210 II NO Lagonegro; 210 II NE M. Sirino); M. Vulturino (199 II SO Marsico Vetere), M. Castagnereto (210 II NO Lagonegro), ecc. Età. — Norico. Collocazione. — Museo di Paleontologia del¬ l’Università di Napoli; collezione De Lorenzo. Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Uni¬ versità di Napoli; collezione Scandone - de Ca¬ poa Bonardi. — 95 — Halobia styriaca (Mojs.), 1874 Tav. IX figg. 1-10; tav. X figg. 1-8. Daonella styriaca Mojsisovics, 1874 b, p. 10 fig. 4 (non 5). Daonella styriaca, Gemmellaro, 1882, p. 467, tav. 1 figg. 1-2. Daonella styriaca, Volz, 1899, p. 27, tav. 1 fig. 1. Halobia {Daonella) styriaca, Kittl, 1903, p. 733. Daonella styriaca, Renz, 1906 a, p. 30, tav. 3 fig. 2 (non 1 e 3). non Daonella styriaca, Renz, 1906 b, p. 297, tav. 10 fig. 1. Daonella styriaca, Arthaber, in Frech, Lethaea mesozoica, tav. 45 fig. 1. non Daonella styriaca, Frech, Lethaea mesozoica, tav. 31 fig. 8. non Daonella styriaca, Wanner, 1907, p. 196, tav. 9 fig. 6. Halobia styriaca, Kittl, 1912, p. 91, tav. 6 figg. 3, 4, 6 (non 5 e 7). Halobia styriaca, Krumbeck, 1924, p. 274, fig. in te¬ sto 23, tav. 187 fig. 8, tav. 188 figg. 1-6. ? Halobia styriaca, Simionescu, 1925, p. 6, tav. 2 fig. 3. ? Halobia styriaca, Kutassy, 1930, p. 205, tav. 3 fig. 2. non Daonella styriaca, Renz, 1955, tav. 3 fig. 5. non Monotis ( Daonella ) styriaca, Aubouin, 1959, tav. 5 fig. 2. Halobia styriaca, Dercourt, 1964, tav. 36. Halobia styriaca, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 3 fig. 2. Halobia styriaca, Scandone, 1967 b, tav. 4 fig. 3, tav. 6, tav. 8 fig. 3. Halobia styriaca, Mutihac, 1968, tav. 5 fig. 2 a, b. Daonella cassiana Mojsisovics, 1874 b, p. 10, tav. 1 figg. 2-3 (non 5). Daonella solitaria Mojsisovics, 1874 b, p. 11, tav. 1 fig. 6. Halobia areata Kittl, 1912, p. 95, tav. 6 figg. 8-9. Materiale esaminato. — 71 esemplari fram¬ mentari, di cui la maggior parte proviene dal livello ad H. styriaca dei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda; pochi altri esemplari provengono dal livello ad H. superba dei calcari con selce della stessa facies e dal livello ad H. styriaca ed Halobia sp. 1 dei calcari con selce di facies Armizzone. Nel primo caso i gusci sono fortemente ap¬ piattiti. Numerosi esemplari provenienti da diverse località della Jugoslavia (Dalmazia meridio¬ nale) e della Grecia (Pindos) e contenuti in un livello litologicamente identico a quello dei calcari con selce lucani di facies Lagone¬ gro-Sasso di Castalda, nonché diversi esem¬ plari jugoslavi provenienti da una serie con caratteri litologici diversi da quelli delle serie precedenti, non deformati ma generalmente frammentari. Esemplari di Halobia styriaca provenienti dall’« Halstàtter Kalk » di Feuerkogel presso Aussee e Wallbrunnkopf presso Hallein/Saltz- burg (collezione Plòchinger). Esemplari originali di Mojsisovics (1874 b) di Daonella styriaca (tav. 1 fig. 4-5) e di Dao¬ nella cassiana (tav. 1 fig. 2-3). Calco dell'originale di Halobia styriaca di Kittl (1912, tav. 6 fig. 3). Descrizione. — Questa specie, molto esau¬ rientemente descritta da Krumbeck (1924), che vi ha individuato anche le due « listerelle interne al guscio » tangenti all’impronta mu¬ scolare osservate dall’Autore in molte specie di Halobiidae, è di grandi dimensioni, rag¬ giungendo in alcuni casi un’altezza di oltre 50 mm. Umbone appuntito, piccolo ed aguzzo, or¬ togiro o prosogiro, appena sporgente oltre il margine cardinale. Regione umbonale media¬ mente convessa negli individui non compressi. Contorno del guscio più lungo che alto negli stadi giovanili, tendente all'aumento in altezza nell’adulto; il rapporto lunghezza/ altezza tende all’unità negli individui ecce¬ zionalmente grandi, ma anche in questi casi la lunghezza supera generalmente, an¬ che se di poco, l'altezza. A sviluppo ulti¬ mato la forma del guscio è di solito pressoc- ché lenticolare, solo leggermente inequilate- terale, con margini anteriore, ventrale e posteriore fortemente e regolarmente arroton¬ dati, il ventrale più convesso degli altri due. Massima altezza del guscio subcentrale; mas¬ sima lunghezza a circa metà dell’altezza della valva (fig. in testo 16). Superficie del guscio solo debolmente con¬ vessa, cossicché esemplari anche solo poco compressi si presentano del tutto piani. Margine cardinale diritto, l'anteriore un po' più breve del posteriore. Orecchietta poco sviluppata, costituita da una parte inferiore solo debolmente convessa ed una superiore piana, la cui ampiezza re¬ lativa sembra essere alquanto variabile. In Fig. 16. Fig. 16. — Halobia styriaca (Mojs.); x2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. IX figg. 2 (originale di Mojsisovics di Daonella cassiana= Halobia styriaca secondo Krumbeck, 1924), 4 (origi¬ nale di Kittl), 1 (originale di Mojsisovics); tav. X figg. 8, 6, 2, 3; tav. IX fig. 5; tav. X fig. 5; tav. IX fig. 7; tav. X fig. 4; tav. IX fig. 10. — 98 — diversi esemplari lucani l’orecchietta sembra essere totalmente assente (93). Ornamentazione radiale costituita da coste da molto ampie a mediamente sottili, a su¬ perficie di solito debolmente convessa, sepa¬ rate da solchi stretti e non molto profondi, talora alquanto arrotondati; la loro origine è a circa 6 mm. di distanza dall’apice. La sud- divisione delle coste primarie è molto varia¬ bile: in alcuni individui esse restano quasi tutte indivise, e solo una o due si bipartiscono in due coste secondarie di ampiezza pressoc- ché uguale; in altri la quasi totalità delle co¬ ste primarie si bipartisce. I solchi di 2° ordine possono comparire tanto nella regione um- bonale, poco dopo l'origine delle coste pri¬ marie, quanto verso il margine del guscio di individui adulti; è appunto dalla loro pre¬ senza e frequenza, e dall’altezza a cui essi suddividono le coste primarie, che dipende la grande variabilità nella larghezza e nel nu¬ mero delle coste di questa specie. La profon¬ dità ed ampiezza dei solchi secondari è gene¬ ralmente poco minore di quella dei solchi pri¬ mari. In taluni esemplari con poche coste (93) Essendo la convessità dell’orecchietta molto debole, la sua assenza si potrebbe attribuire alla deformazione subita dagli esemplari lucani, che sono assolutamente piani; tuttavia un esemplare di confronto ben conservato, dotato di una discreta convessità, l’originale di Mojsisovics in tav. 1 fìg. 4 (tav. IX fìg. 1 del presente lavoro), è completamente privo di orecchietta. D’altra parte le osservazioni di diversi Autori (Mojsisovics 1874 b; Wanner 1907; Kittl 1912) confermerebbero il fatto che in H. sty- riaca la presenza dell’orecchietta non è un carattere costante. La descrizione di questa specie data da Krumbeck (1924, p. 274 e segg.) sembrerebbe però sottintendere la convinzione dell’Autore che l’orec¬ chietta sia sempre presente, poiché non viene fatto alcun cenno all’esistenza di esemplari privi di orec¬ chietta. Il materiale in mio possesso non mi per¬ mette di esprimere un'opinione in proposito, trat¬ tandosi tanto nel caso degli esemplari lucani che in quello degli esemplari della Jugoslavia e della Grecia, di individui per la maggior parte fortemente appiattiti. Ho potuto però osservare che, prescin¬ dendo dall’originale di Mojsisovics sopra citato, tan¬ to negli altri originali di Mojsisovics di Daonella cas- siana = Halobia styriaca secondo Krumbeck (tav. 1 fìgg. 2-3 di Mojsisovics) quanto nel calco dell’origi¬ nale di Kittl di H. styriaca (tav. 6 fìg. 3) e nei pochi esemplari jugoslavi non deformati, forme tutte con¬ servanti la convessità più o meno pronunciata del guscio, l’orecchietta è sempre presente anche se con evidenza variabile. molto ampie, queste possono presentare sulla loro superficie striature longitudinali fitte e poco distinte, come nell'originale di Mojsiso- vics in tav. 1 fìg. 4, che io ho nuovamente raf¬ figurato in tav. IX fig. 1. Generalmente le coste interessano solo la regione mediana del guscio, lasciando libere al di sotto dei margini cardinali anteriore e posteriore due zone di ampiezza variabile, ma di solito considerevole, talora molto forte. Non sempre le due aree hanno la stessa lar¬ ghezza; esse possono essere percorse da lievi incisioni marginali più o meno indistinte. Più raramente le coste possono spingersi, più o meno fortemente attenuate, verso i margini cardinali, restringendo l’ampiezza delle aree. In taluni individui il decorso delle coste è quasi perfettamente rettilineo, ma più fre¬ quentemente esso è leggermente curvo con concavità anteriore. Aree anteriore e posteriore di ampiezza variabile, sempre presenti entrambe negli in¬ dividui esaminati, talvolta nettamente distinte dalla rimanente parte del guscio, in altri casi indistintamente delimitate e solcate da inci¬ sioni radiali più o meno profonde per una altezza variabile, cosicché si verifica un pas¬ saggio graduale dalle regioni del guscio do¬ tate di coste a quelle che ne sono prive (94). Su queste aree le strie di accrescimento ac¬ quistano, nella maggioranza dei casi, una evidenza particolare. Strie concentriche generalmente fittissime e regolari, ben distinguibili sulle aree prive di coste, che appaiono caratteristicamente e re¬ golarmente solcate. In diversi esemplari però questa striatura non è osservabile. Rughe concentriche variamente sviluppate, da quasi assenti a ben evidenti, generalmente più pronunciate nella prima metà del guscio e verso il margine cardinale. (94) Nei due originali di Mojsisovics in tav. 1 fìgg. 2-3 ( Daonella cassiana secondo Mojsisovics), conside¬ rati da Krumbeck (1924) come esemplari di H. sty¬ riaca, queste incisioni sono ben pronunciate e si spin¬ gono, per quanto si può vedere dato il loro cattivo stato di conservazione, quasi fin presso i margini car¬ dinali, cosicché le due regioni al di sotto di questi appaiono costate, anche se con coste più sottili e meno salienti di quelle del resto del guscio, per un ampio tratto. — 99 — Discussione della specie. — Daonella sty- riaca venne istituita da Mojsisovics (1874 b) su materiale proveniente da Ròthelstein presso Aussee, ed assegnata agli strati ad Arcestes ellipticus della zona a Trachyceras aonoides (95). Nello stesso lavoro l’Autore istituiva Daonella cassiana (p. 10, tav. 1 figg. 2, 3, 13), su esemplari del Ròthelstein asso¬ ciati alla specie precedente e su individui frammentari raccolti « nei più alti strati di S. Cassiano » della località-tipo; questa specie veniva perciò considerata di età corrispon¬ dente al S. Cassiano ed alla zona a Trachy¬ ceras aonoides. Nel distinguere D. cassiana, Mojsisovics affermava trattarsi di una « for¬ ma molto vicina a Daonella styriaca e diffe¬ rente da questa solo per il rilevantissimo numero di coste, che ammontano a quasi il doppio »; più sotto aggiungeva: « Mentre ne¬ gli strati di S. Cassiano Daonella styriaca non è finora conosciuta, sembra che le due specie D. styriaca e D. cassiana si trasformino luna nell’altra negli strati di Hallstatt ». Nella tav. 1 però l’Autore raffigurava in figg. 4-5, sotto il nome di Daonella styriaca, due esemplari di cui il primo presentava circa la metà delle coste del secondo. Sempre nello stesso lavoro, Mojsisovics distingueva una terza specie, Daonella rich- thofeni (p. 10, tav. 1 figg. 11-12), affermando che « essa si distingue da Daonella cassiana allo stesso modo in cui questa si distingue da D. styriaca, in quanto il numero delle sue coste,... è circa il doppio di quella di D. cas¬ siana ». Daonella richthofeni proveniva dagli stessi strati della D. cassiana di S. Cassiano. Una quarta specie istituita da Mojsisovics, Daonella solitaria, proveniva ancora dagli strati ad Arcestes ellipticus del Ròthelstein presso Aussee, così come Daonella beyrichi, anch’essa descritta e figurata per la prima volta (p. 11, tav. 1 fig. 7). Per le due ultime specie non venivano fatti riferimenti a D. sty¬ riaca, D. cassiana o D. richthofeni; la seconda delle due, indicata come rarissima, era con¬ frontata con Daonella moussoni. (95) Successivamente (1893) Mojsisovics suddivise la zona a Trachyceras aonoides (Carnico medio) in a) lente con Lobites ellipticus e Trachyceras aonoi¬ des e b) lente con Trachyceras austriacum. In Mojsi- sovics, Waagen & Diener (1895) infine vengono pro¬ posti per il Carnico superiore, medio ed inferiore rispettivamente i nomi di Tuvalico, Cordevolico ed Julico. Bittner è il primo a rilevare la contrad¬ dizione insita nelle illustrazioni di Mojsiso- vics di Daonella styriaca di cui si è più sopra detto; nel suo lavoro del 1899 b, p. 35, nota 1 egli scrive: « Se ci si rifà come fonte auto¬ revole alla tav. 1 figg. 2-5 di Mojsisovics, le cui figg. 2-3 rappresentano Daonella cassiana, mentre le figg. 4-5 rappresentano D. styriaca, entrambe provenienti dal calcare di Halstatt del Ròthelstein, si può obiettare che le diffe¬ renze date da Mojsisovics circa il numero del¬ le coste non sono attendibili, poiché nella sua D. cassiana in fig. 2 si contano circa 35 coste, mentre la sua D. styriaca in fig. 5 ne possiede circa 45, benché secondo le sue stesse asser¬ zioni D. styriaca debba avere solo la metà del numero di coste presenti in D. cassiana, il che è anche l’unica differenza esistente tra le due specie. Le forme carniche di Halstatt provenienti dal Ròthelstein, separate da Moj- sisovics in due specie, D. styriaca e D. cas- stana, non solo sfumano luna nell’ altra, ma sono chiaramente inseparabili specifica- mente... ». Sulla base di queste osservazioni, Bittner attribuisce gli esemplari di Daonella cassiana in tav. 1 figg. 2-3 di Mojsisovics a Daonella styriaca, e considera quale unico rappresen¬ tante valido di D. cassiana l’esemplare fram¬ mentario di S. Cassiano in fig. 13 di Mojsi- sovics. Renz (1906 a) senza fare alcun riferimento a quanto scritto da Bittner, riconosce che Daonella styriaca e D. cassiana sono facil¬ mente confondibili tra loro, ed elenca una serie di caratteri atti secondo la sua opinione a differenziare le due specie, insistendo in particolare sulla differente ampiezza delle coste. Wanner (1907) nel descrivere la sua Dao¬ nella styriaca (96) di Rotti, osserva che « ...la ampiezza delle coste varia in questa forma piuttosto fortemente. Alcuni frammenti mo¬ strano coste larghe fino a tre millimetri, altri individui si avvicinano ad un tipo a coste più fìtte, che conduce a Daonella cassiana. » Nel 1912 Kittl, facendo sue le opinioni di Bittner sopra esposte, considera come unico rappresentante valido di Daonella sty¬ riaca l'esemplare frammentario di Mojsisq- (96) Riconosciuta più tardi (1924) da Krumbeck come H. cassiana. — 100 — vics in tav. 1 fig. 13. A questo proposito scrive l'Autore: « Per quanto sia insolito il caso di separare da una specie proprio gli esemplari originali più completi di questa, pure non vi è sistema più semplice per cancellare l’errore consistente nel mettere insieme esemplari di una Halobia di Feuerkogel presso Kainish ( Rothelstein ) con Daonelle del S. Cassiano ». Sulla base della presenza in molti gusci di Daonella styriaca di una orecchietta (97) egli attribuisce la specie al genere Halobia, pur riconoscendo che altri individui della stessa specie mancano di orecchietta (98). Individua inoltre all’interno di questa specie varietà con coste appiattite, che avvicina a Daonella lenticularis Gemm., e varietà a coste più nu¬ merose, comprendenti gli esemplari di Dao¬ nella cassiana in tav. 1 figg. 2-3 di Mojsisovics ed anche Daonella solitaria Mojs., che ven¬ gono considerate come forme di passaggio ad H. lepsiusi Gemm. In appendice al lavoro (p. 178) egli scrive inoltre: « È da aggiungere come sinonima di H. styriaca : 1874. Daonella beyrichi Mojs., che è una rara varietà di H. styriaca ». Nello stesso lavoro Kittl istituisce Halobia arcata, « molto vicina ad H. styriaca per con¬ torno e tipo di coste, ma alquanto più alta ed anche più convessa », ed Halobia arthaberi (p. 97, tav. 5 hg. 11, fig. in testo 19), entrambe attribuite al Carnico inferiore (99). Anche la seconda specie « somiglia molto », secondo l’Autore, « a Daonella styriaca, ma ha coste suddivise molto più strette, è relativamente più lunga e possiede un orecchietta fortemen¬ te sviluppata ». Infine Krumbeck (1924), dissentendo total¬ mente dagli Autori precedenti, considera come dovuta ad una « fatale confusione » la discor¬ danza tra le descrizioni di Mojsisovics di D. styriaca e di D. cassiana e le illustrazioni relative; attribuisce alla prima specie gli esem¬ plari in figg. 2, 3 e 4 di Mojsisovics ed alla (97) La presenza in questa specie di una vera orec¬ chietta di tipo Halobia era già stata riconosciuta da Rothpletz (1892), Bittner (1895 a) e Wanner (1907). (98) Già nel 1903 Kittl aveva indicato questa spe¬ cie, rinvenuta a Dragulac presso Sarajevo, come Halobia ( Daonella ) styriaca. (99) Circa il limite tra Ladinico e Carnico Kittl segue le vedute di Bittner; il suo Carnico inferiore corrisponde perciò al Carnico medio di Mojsisovics (Julico). seconda l’esemplare in fig. 5; rnerisce anche quest’ultima specie al genere Halobia. Gli esemplari descritti e figurati da Bittner (1895 a, p. 78, tav. 9 fig. 26) e Kittl (1912, p. 58, tav. 4 fig. 1) come Daonella cassiana e non più rispondenti, secondo Krumbeck, alle carat¬ teristiche di questa specie dopo l’emenda¬ mento da lui proposto, vengono attribuiti ad una nuova specie, Daonella kittli Krumb. Viene invece considerata come realmente cor¬ rispondente alla descrizione di D. cassiana di Mojsisovics Halobia arthaberi Kittl: « ...lo stesso Kittl... ha classificato erroneamente come nuova specie, Halobia arthaberi, gli esemplari allungati, sottilmente costati, cor¬ rispondenti in maniera perfetta alla descri¬ zione originale di H. cassiana Mojs..., prove¬ nienti dal calcare carnico di Feuerkogel e Balberstein e posti in prossimità dei banchi ad H. styriaca ». Krumbeck fonda la revisione delle due specie di Mojsisovics sulle seguenti osservazioni: 1) Mojsisovics ha istituito le due specie principalmente sul materiale ben conservato proveniente dagli strati ad ellip- ticus di Rothelstein; sarebbe perciò un « furto scientificamente inammissìbile » considerare quale tipo di H. cassiana il frammento mal conservato proveniente da S. Cassiano, raffi¬ gurato da Mojsisovics in tav. 1 fig. 13; più consigliabile è invece escludere del tutto la forma di S. Cassiano, non solo frammentaria, ma divergente anche specificamente da H. cas¬ siana ; 2) l'esemplare in tav. 1 fig. 4 di Moj- sisovics corrisponde perfettamente alla de¬ scrizione data da questo Autore per D. sty¬ riaca, quello in fig. 5 alla sua descrizione di D. cassiana; è quindi evidente che l’Autore si è riferito a questi due esemplari nel discutere le sue specie. Krumbeck ridescrive perciò H. styriaca ed H. cassiana sulla base delle de¬ scrizioni di Mojsisovics e rispettivamente delle figure 4 e 5 di questo Autore, elencando quali caratteri differenziali non solo il numero delle coste principali (tra 20 e 40 in H. cas¬ siana, tra 15 e 25 in H. styriaca ), ma anche il contorno del guscio, proporzionalmente alto negli adulti di H. styriaca (rapporto lun¬ ghezza/altezza di 6:5, 7:6, 8:7), lungo in H. cassiana (rapporto lunghezza/altezza di 3:2). Egli individua inoltre in H. styriaca una certa variabilità nella modalità di suddivisione e nel numero delle coste, ed attribuisce, con riserva per il loro cattivo stato di conserva- — 101 — zione, gli esemplari di Mojsisovics in tav. 1 figg. 2-3 ( Daonella cassiana secondo la dida¬ scalia di Mojsisovics) al « tipo styriaca a coste relativamente fitte ». L'Autore conferma la stretta somiglianza tra H. styriaca e D. soli¬ taria già messa in evidenza da Kittl, e con¬ sidera con riserva sinonime le due specie; anche Halobia areata Kittl viene considerata come una varietà di H. styriaca. Polemizzando con Bittner e Kittl per aver adottato, a proposito di H. cassiana, la soluzione di cui si è detto, Krumbeck scrive: « Bisogna qui solo discutere lealmente se le forme del Rothelstein ( H . styriaca ed H. cas¬ siana) descritte da Mojsisovics appartengano a due specie diverse... », e poco più sotto con¬ clude a questo proposito: « Più decisamente dell’ ornamentazione, hanno valore le tenden¬ ze di sviluppo divergenti delle due specie, del resto imparentate senza alcun dubbio. In base a ciò si potrà a mio parere parlare di transi¬ zione tra le due specie quando si saranno trovate reali forme di transizione nella forma dei gusci, e non solo nell’ ornamentazione ». Io concordo con Krumbeck sia per l’emen¬ damento di H. cassiana che per le conside¬ razioni circa un’eventuale transizione dalle forme di tipo styriaca a quelle tipo cassiana; posso aggiungere che tanto nel livello ad H. styriaca dei calcari con selce di facies Lago- negro-Sasso di Castalda quanto nei livelli ad H. styriaca della Jugoslavia e della Grecia ho sempre rinvenuto, accanto ad individui a co¬ ste ampie, esemplari a coste più sottili ed ab¬ bastanza regolarmente bipartite, ed altri in cui le coste sembrano essere molto più sud¬ divise, e richiamano la H. richthofeni o anche la H. beyrichi (100). Purtroppo il materiale in mio possesso non mi permette di spingere oltre le mie osservazioni, trattandosi per lo più di esemplari frammentari e deformati in cui nella maggioranza dei casi non è possibile ricostruire il contorno del guscio. Resta a mio parere da verificare: 1) se esi¬ stono effettivamente le forme di transizione tra il contorno del guscio di H. styriaca e quello di H. cassiana; 2) se H. cassiana emend. Krumbeck è effettivamente presente negli (100) Questa specie è stata rinvenuta da Mojsiso- vics negli stessi strati a Lobites ellipticus contenenti H. styriaca ed H. cassiana. « strati di S. Cassiano » (Cordevolico) (101), nel qual caso Halobia ? richthofeni (102) potrebbe farse rappresentare uno dei limiti di variabi¬ lità di questo insieme di forme per quanto ri¬ guarda l’ ampiezza ed il grado di suddivisione delle coste. Vorrei inoltre aggiungere che sul campione originale di Kittl (1912) di H. arthaberi (=H. cassiana secondo Krumbeck) sono presenti, oltre all’esemplare raffigurato da Kittl in tav. 5 fig. 11, altri esemplari frammentari, molto più grandi, con contorno notevolmente più alto, almeno negli stadi giovanili, e coste ab¬ bastanza fortemente suddivise. In conseguenza dell’errore di Mojsisovics e dell'esistenza di specie per diversi aspetti simili ad H. styriaca, quali per esempio Dao¬ nella wichmanni Rothpl. ed Halobia char- lyana Mojs., nel periodo di tempo compreso tra la monografìa di Mojsisovics (1874 b) e l'importante lavoro di Krumbeck (1924) sul Trias di Timor si è generata tra gli Autori una certa confusione che ha spesso portato ad attribuzioni sbagliate o incerte ed a corre¬ zioni, spesso contraddittorie, da parte degli Autori successivi. Mi sembra superfluo elen¬ care qui le successive sorti subite da alcuni esemplari illustrati e descritti in quegli anni dagli Autori, in base alle cui vedute e cono¬ scenze il nome specifico dello stesso esemplare è spesso variato tra Daonella o Halobia sty¬ riaca Mojs., Daonella cassiana Mojs., Daonella wichmanni Rothpl., Halobia charlyana Mojs. Per questo riguardo rimando all'esaurientis¬ sima discussione delle specie H. styriaca, H. cassiana ed H. charlyana in Krumbeck, ed alle sinonime relative a queste specie nel pre¬ sente lavoro. Mi limito qui a fare alcune os¬ servazioni e precisazioni in riferimento agli (101) Vorrei osservare a questo proposito che dei due esemplari provenienti dagli strati di S. Cas¬ siano raffigurati e descritti da Bittner (1895 a, p. 78, tav. 9 fig. 26) e da Kittl (1912, p. 58, tav. 4 fig. 1) ed attribuiti da Krumbeck a Daonella kittli, quello di Kittl è effettivamente divergente da H. cassiana (Mo.ts.) emend. Krumbeck soprattutto per il contorno proporzionalmente alto e per le coste a superficie fortemente arrotondata; quello di Bittner invece potrebbe effettivamente corrispondere ad H. cassiana emend. Krumb., stando al disegno ed al numero delle sue coste indicate da Bittner (30-40). (102) La specie di Mojsisovics è stata dubitativa¬ mente attribuita al genere Halobia da Kittl, 1912, p. 99. — 102 — esemplari lucani ed alla sinonimia di H. sty- riaca. Kittl (1912, p. 93) ritiene che gli esemplari rinvenuti da De Lorenzo nelle scogliere di Lagonegro e da questi attribuiti prima a Dao- nella moussoni (1892 c), poi a Daonella lenti- cularis (1894 b, 1896 c), possano appartenere ad Halobia styriaca. Come ho già detto nella descrizione di Daonella cfr. lenticularis , riten¬ go che questa forma di Lagonegro sia indipen¬ dente da H. styriaca, da cui si dilferenzia per diversi caratteri. La Halobia styriaca illustrata da Kittl in tav. 6 fig. 7 e considerata con riserva da Krumbeck (1924) come appartenente a questa specie potrebbe forse riferirsi ad Halobia landlensis Kittl, forma poco conosciuta che si trova associata ad H. styriaca e che sem¬ brerebbe avere relazioni, stando anche a quel che dice Kittl (p. 95), con quest’ultima specie. Nelle sinonimie di H. styriaca ho indicato con riserva l'esemplare figurato e descritto da Kutassy (1930, p. 205, tav. 3 fig. 2), poiché mancando dati circa il contorno del guscio la descrizione dell’Autore potrebbe riferirsi tanto ad H. styriaca quanto ad H. cassiana emend. Krumb., tanto più che egli fa riferi¬ mento alle figure 3, 5 e 7 di H. styriaca in Kittl (103); la sua illustrazione non fornisce d'altra parte indicazioni sufficienti. Per le stesse ragioni ho indicato con riser¬ va la Halobia styriaca figurata da Simionescu (1925) nel Trias di Dobrogea, tanto più che l’associazione di questa specie con forme di età ladinica appare alquanto innaturale. La Monotis ( Daonella ) styriaca rinvenuta da Aubouin (1959, tav. 5 fig. 2) nel Carnico-Norico del Pindos (Grecia) è a mio parere da rife¬ rirsi ad H. halorica per i motivi che ho già esposto nella discussione di quest’ultima specie. Luperto (1964, p. 5, tav. 1 figg. 2-3) ha fi¬ gurato e descritto, attribuendoli ad H. sty¬ riaca, esemplari frammentari provenienti dai calcari con selce di M. Crocetta presso Pignola in provincia di Potenza ( facies Pignola-Abrio- la). L’Autore afferma che « tutte le caratteri¬ stiche sono quelle della Daonella styriaca, quale è stata descritta da Mojsisovics »; la (103) L'esemplare in fig. 5 di Kittl di H. styriaca viene giustamente attribuito da Krumbeck ad H. cas¬ siana. unica differenza sarebbe data dalle dimensio¬ ni, più piccole negli esemplari lucani. Gli esemplari figurati sono molto frammentari e non permettono un giudizio sulla loro attri¬ buzione specifica; tuttavia, poiché parte della sezione tipo dei calcari con liste e noduli di selce di facies Pignola-Abriola è stata eseguita proprio a M. Crocetta (Scandone 1967 b; pp. 26-27 di questo lavoro), ho avuto modo di stu¬ diare i livelli ad Halobia di questa località. Gli esemplari cui si riferisce Luperto pro¬ vengono dal livello [7] e dall’intervallo [9] di¬ stinti da Scandone nella serie dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola, in cui ho rin¬ venuto una specie stratigraficamente più alta (Halobia austriaca, zona a Tropites subbul- latus, Tuvalico) di H. styriaca e della specie indicata in associazione dall'Autore, H. cas¬ siana. Inoltre per quanto gli esemplari raffi¬ gurati siano mal riconoscibili, le figure 1 e 2 mi sembrano corrispondere alla forma gio¬ vanile di quella Halobia non identificata, presente neH'intervallo [9], che nel presente lavoro viene descritta come Halobia sp. 2 (p. 116, tav. XIV figg. 22-29) (104). Per le con¬ siderazioni ora esposte, e poiché né le illu¬ strazioni né le descrizioni date dall’Autore permettono l'effettivo riconoscimento di H. styriaca, ho omesso nella sinonimia di questa specie gli esemplari descritti da Luperto come H. styriaca. Dissento inoltre dall’Autore, come ho già scritto (Scandone & de Capoa 1966), circa la sinonimia tra H. styriaca ed H. sicula ( = H. norica ), due specie indubbiamente di¬ verse sia morfologicamente che per età. La Halobia cfr. styriaca figurata e descritta da De Lorenzo (1896 c) nelle scogliere della valle del Chiotto (Lagonegro) è costituita da un frammento mostrante solo delle coste piuttosto larghe, alcune delle quali suddivise in due parti di ampiezza diseguale. Ritengo impossibile l’attribuzione specifica di questo frammento, che potrebbe riferirsi a moltissime delle specie di Daonella e di Halobia cono¬ sciute. La « Halobia cfr. styriaca di Krumbeck » figurata e descritta da Kobayashi e Tokuyama, (1959 b, p. 29, tav. 4 fig. 10) mi sembra diver¬ gere fortemente da H. styriaca così come (104) In Scandone (1967 b) ho indicato questa for¬ ma come H. cfr. mojsisovicsi. Rimando alla sua de¬ scrizione per ulteriori chiarimenti. — 103 — intesa tanto nella formulazione di Mojsisovics tanto in quella di Krumbeck. Dimensioni. — Gli esemplari lucani in mio possesso sono purtroppo tutti frammentari, e non mi hanno permesso di rilevare misure. Riporto perciò qui di seguito i dati tratti dagli originali di Mojsisovics e Kittl e di quei pochi esemplari jugoslavi suscettibili di misure: Halobia styriaca originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 1 fìg. 4: lunghezza = 52 mm., altezza = 41 mm.; mar¬ gine cardinale anteriore = 19? mm., margine cardi¬ nale posteriore = 26,5? Halobia styriaca originale di Kittl, 1912, tav. 6 fìg. 3: lunghezza = 45? mm., altezza = 37? mm.; margine car¬ dinale ant. 14? mm.; margine card. post. = 21? mm. Halobia styriaca esemplare Y. 1: lunghezza = 53 mm., altezza = 42,5 mm.; margine cardinale ant. = 16 mm.; margine cardinale post. = 28? mm. Halobia styriaca esemplare Y. C. 1: lunghezza = 42? mm., altezza = 39,5? mm.; margine cardinale ant. = 15 mm.; margine cardinale post. = 19? mm. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia styriaca è una specie ad ampia di¬ stribuzione geografica, benché la sua presenza sembri essere limitata all'Europa e all'Asia. Nelle Alpi è stata rinvenuta da Mojsisovics (1874 b) che, come si è detto, la ha conside¬ rata appartenente alla zona a Trachyceras aonoides (Julico); da Arthaber (in Frech, Le- thaea mesozoica ), che la attribuisce alla stessa zona; da Kittl (1912), che la colloca nel Car- nico inferiore secondo Bittner (= Gamico medio, zona a Trachyceras aonoides, secondo Mojsisovics) insieme ad H. areata. In Sicilia è stata descritta da Gemmellaro (1882) nel Trias di Madonna della Scala pres¬ so Palazzo Adriano (Sicilia nord-occidentale) ed anche qui riferita alla zona a Trachyceras aonoides (105); successivamente è stata segna¬ lata da Butrico (1930) in contrada Modanesi presso Castronuovo. (105) Gemmellaro afferma però (p. 457) che in quella località « la Daonella styriaca Mojs . ac¬ compagna VHalobia sicula e la H. insignis Gemm. . . . »; proprio in base alla presenza di H. styriaca egli attribuisce questi strati alla zona a Trachyceras aonoides. C’è qui un’evidente contraddizione di ca¬ rattere paleontologico-stratigrafico con la successiva attribuzione degli strati con H. sicula ed H. insignis della Sicilia al Norico da parte di Mojsisovics (1896 a), In Lucania è stata rinvenuta nei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda e di facies Armizzone, e riferita al Gamico (Scandone & de Capoa 1966; Scandone 1967 b). In Dalmazia meridionale ed in Grecia (Pin- dos) ho rinvenuto Halobia styriaca, molto abbondante, in un livello litologicamente iden¬ tico a quello presente nei calcari con selce lucani di facies Lagonegro-Sasso di Castalda. Una Daonella cfr. styriaca è stata segnalata da Bukowski (1896) nel Trias superiore della Dalmazia meridionale e da Herak (1963) D. styriaca nel Gamico. In Grecia H. styriaca è stata a più riprese descritta (1906 a) e segnalata (1906 c, d; 1916; 1930; 1955) da Renz; Frech & Renz (1906); Renz & Frech (in Frech, Lethaea mesozoica ), ed attribuita al Gamico inferiore o più gene¬ ricamente al Gamico. Sempre in Grecia, è stata segnalata da Négris (1908) e figurata da Dercourt (1964). Il campione illustrato da quest’ultimo Autore proviene dal livello ad H. styriaca litologicamente identico a quello dei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda, di cui si è detto. Mutihac (1968) la ha rinvenuta nel Gamico dei Carpazi orientali. In Ungheria la specie viene segnalata da Kutassy (1928) nel Trias superiore e da Ba- logh, Vegh & Vegh (1963) nel Gamico infe¬ riore. In Indonesia H. styriaca è largamente co¬ nosciuta; essa è stata figurata e descritta da Volz (1899), Krumbeck (1924), Kutassy (1930), e segnalata da Wanner (1956), ed attribuita al Trias superiore o al Gamico. Jaworski (1915) e Krumbeck (1924) vi hanno ancora se¬ gnalato forme carniche affini ad H. styriaca, così come Diener (1908 b) nell'Himalaya. Come si è detto nel capitolo riguardante la cronostratigrafia (pp. 31-32), ritengo che in Lucania la specie rappresenti, almeno nei cal¬ cari con selce di facies Armizzone, il Corde- valico (Gamico inferiore). attribuzione poi confermata dallo stesso Gemmellaro (1904) sulla base dello studio dei cefalopodi associati. Poiché gli esemplari raffigurati da Gemmellaro sem¬ brano effettivamente appartenere ad H. styriaca, bi¬ sogna supporre un errore da parte dell’Autore nella ricostruzione della successione biostratigrafìca e quindi nell’associazione delle specie suddette, a meno che non si voglia ammettere che in Sicilia H. styriaca si estenda verso l’alto fino al Norico. — 104 — Provenienza. — In un livello litologicamente differenziato, nei calcari con liste e noduli di selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda a circa 20 metri dalla base affiorante della formazione; forme giovanili di H. styriaca si rinvengono negli strati calcarei intercalati alle marne ad H. superba soprastanti. Nei calcari con selce di facies Armizzone, in un livello immediatamente soprastante il pas¬ saggio stratigrafico tra Formazione di M. Fa- cito e calcari con selce, dove la specie, piut¬ tosto rara, si trova associata a numerosi esemplari di Halobia sp. 1. Località di rinvenimento: i Cozzi, Sorgente Acero (199 II SO Marsico Nuovo); Picco del- l’Armizzone (211 III NO Latronico). Età. — Cordevolico (Carnico inferiore) e Julico (?). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia deH’Università di Napoli. Col¬ lezione Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia superba Mojs., 1874 Tav. XIV figg. 1-12; tav. XV figg. 120. Halobia superba Mojsisovics, 1874 b, p. 30, tav 4 figg. 9-10. Halobia superba, Renz, 1906 a, p. 35, tav. 3 fig. 5. Halobia superba, Kittl, 1912, p. 151, tav. 7 fig. 17. Halobia superba, Smith, 1927, p. 118, tav. 93 figg. 1-5, tav. 94 fig. 7, tav. 97 figg. 1-3. Halobia superba, Shimer & Schrock, 1944, p. 393, tav. 153 fig. 2. ? Monotis ( Halobia ) superba, Aubouin, 1959, tav. 4. Halobia superba, Scandone & de Capoa, 1966, tav. 6 fig. 1. Halobia superba, Scandone, 1967 b, tav. 5 figg. 1-2, tav. 7 figg. 1-2. Materiale esaminato. — Oltre 500 esemplari di stadi giovanili ed adulti, di cui molti fram¬ mentari, provenienti dai calcari con selce di facies Armizzone, facies Pignola - Abriola e facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Gli esemplari, presenti in straterelli intercalati ai calcari con selce, sono sempre fortemente ap¬ piattiti, e non sempre ben conservati. Numerosissimi esemplari provenienti da diverse località della Dalmazia meridionale, in livelli litologicamente molto simili a quelli lucani. Esemplari originali di Mojsisovics (1874 b) di Halobia superba (tav. 4 figg. 9-10), Halobia intermedia (tav. 3 figg. 5-6) ed Halobia fallax (tav. 5 figg. 5-6). Descrizione. — Malgrado lo stato di con¬ servazione sia nella maggioranza dei casi poco soddisfacente, il grandissimo numero di esem¬ plari mi ha permesso di rilevare alcune ca¬ ratteristiche di questa bellissima specie, che finora non erano state messe in evidenza. Il contorno del guscio (fig. in testo 17) è ne¬ gli stadi giovanili, al di sopra del solco di fles¬ sione, solo lievemente inequilaterale o subequi- laterale. Rispetto a questi stadi, quindi, l'umbo- ne è solo poco anteriore; già però in questa fase di accrescimento si nota una tendenza all'al¬ lungamento del guscio in senso antero-poste- riore, con progressivo aumento dell’inequila- teralità. In tutti i casi in cui mi è stato possibile (quando cioè le strie di accresci¬ mento erano visibili sul fossile) ho misurato la variazione del rapporto lunghezza/altezza col variare di quest’ultima; i valori ricavati per questo rapporto dalle strie di accresci¬ mento al di sopra del solco di flessione delle coste sono molto vicini all’unità, variando tra 1,04 ed 1,28. I valori più bassi si riferiscono prevalentemente ai primissimi stadi di svi¬ luppo, quelli più alti alle strie di accresci¬ mento successive; generalmente però in questi stadi non si verifica un aumento regolare del rapporto lunghezza/altezza col crescere del guscio, ma i valori di questo rapporto sono alquanto variabili. I dati riportati si riferi¬ scono anche agli esemplari originali di Moj- sisovics di H. superba. Non possedendo esemplari con stadio adul¬ to completo, non ho potuto purtroppo misu¬ rare il valore del rapporto lunghezza/altezza al di sotto del solco di flessione delle coste; in parecchi frammenti ho però potuto osser¬ vare che mentre nella parte anteriore del guscio le strie di accrescimento tendono a raddrizzarsi, assumendo decorso subverticale rispetto al margine cardinale, e ad accostarsi — 105 — Fig. 17. — Halobia superba Mojs.; x 2 circa, tranne la fig. 4 ( x 2,8). Disegni tratti, nell’ordine, dagli esem¬ plari in tav. IV figg. 3,1 (originali di Mojsisovics), 2; tav. XV fig. 8; tav. XIV fig. 7. — 106 — alle precedenti, nella parte posteriore esse so¬ no regolarmente distanziate tra loro e tale distanza tende anzi ad aumentare. Dovrebbe derivarne, negli stadi adulti, un guscio forte¬ mente inequilaterale, con parte posteriore molto allungata rispetto all'anteriore; ciò è del resto verificabile negli esemplari in tav. XIV figg. 2 a, b e 12, per quanto incompleti. Per quel che si può vedere dalle strie di accresci¬ mento, che nello stadio adulto sono molto difficilmente visibili, il contorno del guscio adulto dovrebbe essere fortemente inequila¬ terale, con umbone molto anteriore, margini anteriore, ventrale e posteriore arrotondati, quello anteriore subverticale, e con massima altezza posteriore rispetto al centro del guscio (fig. in testo 17-3). L’umbone è generalmente notevolmente ap¬ puntito e sporgente oltre il margine cardinale; degli originali di Mojsisovics, quello illustrato in fig. 10 (tav. XIV fig. 3 di questo lavoro) possiede un umbone alquanto più rigonfio e meno appuntito di quello deH’originale in fig. 9 (tav. XIV fig. 1 di questo lavoro) e degli altri esemplari da me esaminati. L’orecchietta è fortemente sviluppata, divi¬ sa; Mojsisovics e gli Autori successivi la de¬ scrivono come bipartita da un solco radiale; posso aggiungere che in alcuni degli esem¬ plari meglio conservati vi ho potuto distin¬ guere le varie regioni descritte da Krumbeck (1924), e cioè una parte più interna convessa, delimitata ai due lati da solchi profondi, una parte più esterna piana, della medesima am¬ piezza, ed una stretta lista marginale (v. tav. XIV figg. 2c e 7; tav. XV fig. 8 b). In un solo caso, sulla porzione interna convessa, che se¬ condo Krumbeck corrisponde al solco bissale, ho potuto osservare le strie di accrescimento, che in questa regione si presentano incurvate con concavità rivolta verso l’esterno del guscio (tav. XV fig. 8 b). Anche sul solco che separa la parte convessa dell’orecchietta da quella piana ho potuto osservare le strie di accresci¬ mento, che sul modello esterno dei miei esem¬ plari, fortemente appiattiti, assumono l’aspetto di piccole depressioni interrompenti a distan¬ za regolari la convessità della « costa » che deriva dall’impronta esterna di tale solco (v. tav. XIV fig. 7). L’ampiezza dell’orecchietta è alquanto variabile; ciò può però dipendere dalle condizioni di deformazione del guscio. Essa va aumentando rapidamente dall’um- bone verso l’esterno, cosicché il margine in¬ feriore dell’orecchietta risulta fortemente obliquo verso il basso. Misurata su due di¬ versi esemplari l’altezza dell’orecchietta varia con la distanza dall'umbone nel modo se¬ guente: es. Col es. Co 5 a 4 mm. di distanza dall’umbone 2 mm. 2 mm. » 6 » 3,3 » 3,5 » » 8 » 4,5 » 3,8 » - 10 » 5,5 » 4,5 » » 12 » 6,8 » 5,1 » Per l’originale di Mojsisovics fornito di orecchietta si ha: a 4 mm. di distanza dal- l’umbone: 2 mm.; a 6 mm.: 3 mm.; a 8 mm.: 4,3 mm. L’ornamentazione radiale, come avviene in molte specie di Halobia, ha aspetto comples¬ sivo molto variabile, dovuto soprattutto alla variazione dell’ampiezza delle coste da indi¬ viduo ad individuo, alla loro differente sud- divisione ed alla diversa altezza del solco di flessione, nonché al differente angolo di flessione. Generalmente le coste sono estre¬ mamente sottili, ma in alcuni individui pos¬ sono presentare un’ampiezza anche di parec¬ chio maggiore. Gli stessi originali di Mojsi- sovics mostrano differente larghezza delle coste, e conseguente variazione del loro nu¬ mero: sull’originale illustrato in fig. 10 (vedi tav. XIV fig. 3) ho contato nella regione me¬ diana del guscio, immediatamente al di sopra del solco di flessione, 16 coste/cm. Il numero delle coste dell’esemplare in fig. 9 (vedi tav. XIV fig. 1), rilevato con le stesse modalità, ammonta invece a 20/cm. L’ornamentazione radiale assume general¬ mente due aspetti del tutto differenti nelle due regioni del guscio separate dal solco di flessione, schematizzabili come segue: — nella regione interna al solco di flessione le coste hanno superficie arrotondata, mai piana, e sono separate da solchi intercostali stretti e più o meno approfonditi; la loro ampiezza aumenta con l'altezza solo molto lentamente. Esse compaiono molto in alto sull’umbone, lasciandone libera solo una pic¬ colissima parte, per un’altezza di poco più — 107 — di un millimetro, e si estendono dalla base dell'orecchietta fin quasi al margine cardinale posteriore. Nella regione antero-mediana si bipartiscono irregolarmente e ad altezza va¬ riabile in due costicine secondarie di am¬ piezza non sempre uguale; i solchi di 2° ordine sono generalmente più superficiali e stretti di quelli primari. Nella regione medio-posteriore si vanno facendo via via più sottili e meno nette, e negli esemplari deformati e non per¬ fettamente conservati tendono a scomparire del tutto; la loro suddivisione non è più fa¬ cilmente seguibile ed è comunque irregolare; in alcuni esemplari ho notato costicine tri¬ partite. In questa regione del guscio il loro decorso è generalmente non rettilineo; più precisamente, le coste della regione mediana tendono a formare una curva più o meno pronunciata con concavità anteriore, ed a raggiungere la massima curvatura immedia¬ tamente al di sopra del solco di flessione, piegandosi fortemente in avanti; quelle della regione antero-mediana si conservano gene¬ ralmente rettilinee; quelle della regione po¬ steriore mostrano decorso variabile da retti¬ lineo a più o meno curvilineo, talora ondulato; — nella regione esterna al solco di flessione le coste si comportano come segue: immedia¬ tamente al di sotto del solco deviano brusca¬ mente in avanti, formando un angolo più o meno acuto con la direzione precedente. Tale deviazione può interessare tutte le coste, ma più frequentemente interessa le mediane o le antero-mediane soltanto. Dopo un tratto di qualche millimetro, generalmente 2 o 3, per¬ corso in questa nuova direzione, esse deviano di nuovo ed altrettanto bruscamente in cor¬ rispondenza di una stria di accrescimento, riportandosi in direzione radiale. Al di sotto di questa stretta fascia, che colpisce subito per l’insolita direzione delle coste, queste ul¬ time decorrono, nella regione antero-mediana, senza subire altre divisioni fino al margine ventrale del guscio, per quel che ho potuto vedere. Purtroppo non ho a disposizione nes¬ sun esemplare con regione antero-mediana dello stadio adulto integra, né lo sono gli originali di Mojsisovics, per cui ho potuto seguire solo parzialmente il decorso delle coste in questa parte del guscio; Smith (1927) non descrive l'ornamentazione radiale della sua Halobia superba, ma a giudicare dalle illu¬ strazioni in tav. 93 figg. 1-2 le coste antero- mediane non si suddividono ulteriormente. Nel mio precedente lavoro (Scandone & de Capoa, 1966) ho a torto affermato che « la moltiplicazione delle coste avviene sia per suddivisione, sia per interposizione di nuove coste tra quelle già esistenti »; l’esame di un maggior numero di esemplari mi permette ora di precisare che tale moltiplicazione si verifica solo nelle coste della regione medio¬ posteriore esterna al solco di flessione e non per intercalazione, ma per sfioccamento delle coste preesistenti in un gran numero di co¬ sticine sottolissime e superficiali che vanno progressivamente ondulandosi ed attenuandosi aH’approssimarsi al margine cardinale poste¬ riore. Tale sfioccamento è già parzialmente visibile in uno dei due originali di Mojsisovics (v. tav. XIV fig. 1). In questa regione del gu¬ scio le coste si appiattiscono e si allargano rapidamente procedendo verso il basso, fatto che, unito all’ondulazione delle costicine, con¬ ferisce aH'ornamentazione di questa regione del guscio un aspetto simile a quello di Halo¬ bia rugosa Gùmb. (v. tav. XIV figg. 2 b, 5 e 6). Sporadiche ondulazioni si possono avere an¬ che nelle coste antero-mediane a breve distan¬ za dal solco di flessione. La distanza del solco di flessione dall’um- bone è notevolmente variabile: io ho ottenuto valori compresi tra 9 e 19,5 mm. per gli esem¬ plari della Lucania (su 50 individui) e valori di 16 mm. per gli originali di Mojsisovics. L’area posteriore, percorsa, come si è detto, da coste sottilissime ed ondulate, è appiat¬ tita negli esemplari studiati; negli originali di Mojsisovics, non o poco deformati, essa mostra una debole convessità per la parte visibile. Non esiste limite netto tra quest’area e la restante parte del guscio. La parte su¬ periore dell'area posteriore è priva di coste per una breve zona immediatamente al di sot¬ to del margine cardinale. Ho potuto osservare distintamente questa regione percorsa solo dalle strie concentriche sia in uno degli ori¬ ginali di Mojsisovics (tav. 5 fig. 9; tav. XIV fig. 1 di questo lavoro) sia in qualcuno dei miei esemplari ben conservati, soprattutto nelle forme giovanili (tav. XV fig. 13). L'ornamentazione concentrica, costituita da rughe più o meno forti, e da strie, è talora molto ben sviluppata al di sopra del solco di flessione delle coste, mentre al di sotto di questo scompare di solito quasi completa- — 108 — mente; in questa regione del guscio sono ge¬ neralmente visibili solo le strie di accresci¬ mento limitatamente all’area posteriore. A giudicare dagli originali di Mojsisovics, la convessità originaria del guscio doveva essere, almeno negli stadi giovanili, da media a forte. Gli esemplari giovanili (tav. XV figg. 12-20) sono di solito poco inequilaterali, con coste irregolarmente bipartite ad altezza variabile e leggermente curve con concavità anteriore nella regione antero-mediana, sottili, talora ondulate ed irregolari nella posteriore, dove si arrestano a breve distanza dal margine cardinale. Rughe e strie concentriche sono ben sviluppate. È già visibile la suddivisione dell'orecchietta. Il loro rinvenimento in as¬ senza di forme adulte porta a gravi difficoltà di classificazione, non essendo in essi visibile il solco di flessione ed il successivo andamento delle coste. Discussione della specie. — Nel fare rife¬ rimento ai caratteri su esposti per la classi¬ ficazione della specie, occorre tenere presente che essi sono rilevabili negli esemplari tipici di Halobia superba, ma che all’interno della specie esiste una notevole variabilità sia, come si è già detto, per quanto riguarda l'ampiezza delle coste e le caratteristiche dell’ornamen- tazione nel suo complesso, sia per quanto ri¬ guarda il grado di flessione delle coste stesse. Accanto agli esemplari in cui la flessione del¬ le coste si verifica secondo le modalità sopra descritte, ho infatti potuto osservare parecchi casi in cui essa si limita alla curvatura delle coste al di sopra del solco, mentre la varia¬ zione di direzione delle coste al di sotto del solco è fortemente ridotta o assente (tav. XIV fig. 6; tav. XV fig. 1). In alcuni casi, piut¬ tosto rari, anche la curvatura delle coste al di sopra del solco è estremamente ridotta, per cui non si verifica mutamento sensibile nella direzione deH’ornamentazione radiale. In altri casi le coste medio-posteriori, anzi¬ ché subire una netta flessione, formano sol¬ tanto, immediatamente al di sotto del solco, una curva accentuata con convessità anteriore. Esistono inoltre esemplari in cui la biparti¬ zione delle coste al di sopra del solco di fles¬ sione è estremamente ridotta. Nel gruppo di Halobia rugosa secondo Kittl (1912) sono comprese, oltre ad H. su¬ perba, un gran numero di specie estrema- mente somiglianti a quest’ultima. Vorrei qui discutere, tenendo conto della variabilità descritta in Halobia superba, le sue affinità con le specie simili. Ho avuto modo di esaminare personalmente gli originali di alcune delle specie dotate di flessione delle coste istituite da Mojsisovics: Halobia superba, H. intermedia, H. fallax. Gli originali di Halobia intermedia da me esaminati (tav. 3 figg. 5-6 di Mojsisovics) so¬ no costituiti dalla regione antero-mediana frammentaria di un guscio adulto e da un esemplare giovanile; in entrambi i casi si tratta di impronte esterne. Mojsisovics (1874 b) ha brevemente descritto la specie; Kittl (1912) ha più diffusamente illustrato, in base a nuovi esemplari, le modalità di flessione ed ondulazione delle coste. Nessuno dei due Autori ha però descritto nè l’orec¬ chietta nè le caratteristiche complessive di forma ed ornamentazione del guscio. La spe¬ cie è perciò poco definita e ne occorrerebbe una descrizione più rigorosa. Per quel che posso osservare sugli originali di Mojsisovics, le differenze con Halobia superba potrebbero essere costituite dall'orecchietta che, malgrado sia mal conservata, come ha messo in evi¬ denza Mojsisovics, sembra essere assoluta- mente non suddivisa, e dalla presenza di una stretta zona priva di coste al margine car¬ dinale posteriore, forse più definita di quella che ho osservato in Halobia superba. La for¬ ma del guscio negli stadi giovanili e le mo¬ dalità di suddivisione delle coste sembrano invece corrispondere a quelle di H. superba. Per quanto riguarda la flessione delle coste in H. intermedia sul frammento in fig. 5 di Mojsi- sovics è visibile un netto solco di flessione alò mm. di distanza dall’umbone; al di sopra di esso le ultime coste della regione posteriore appaiono leggerissimamente curve con conca¬ vità in avanti, quelle più anteriori sono dritte e si piegano poi leggermente all’indietro in corrispondenza del solco, al di sotto del quale procedono, per tutto il tratto per cui le si può osservare, uniformemente ondulate ad intervalli regolari. Un secondo frammento di impronta esterna della parte medio-posteriore di una valva destra, presente sullo stesso campione di roccia dell’esemplare ora de¬ scritto, non mostra alcun cenno di flessione — 109 — delle coste che decorrono rettilinee per una altezza di 19,5 mm. L'esemplare giovanile in fig. 6 di Mojsisovics possiede a qualche mil¬ limetro di distanza dal margine ventrale del guscio ed a 12 mm. dall’umbone un solco di flessione non molto profondo, al di sotto del quale si vedono le coste della regione medio¬ posteriore piegarsi in avanti con un angolo non molto pronunciato. Kittl (1912) dice di aver osservato in H el¬ lobio. intermedia individui a coste non flesse o con flessione solo poco sviluppata ed indi¬ vidui, costituenti « la vera H. intermedia, con una o più flessioni e numerose ondulazioni ». Le caratteristiche della ornamentazione di questa specie, così come sono descritte dagli Autori, non sembrano quindi differenziarsi di molto da quelle di H. superba. Halobia fallax presenta un’ornamentazione radiale diversa da quella di H. superba so¬ prattutto per il fatto che le coste, molto de¬ licate, non sono salienti sulla superfìcie del guscio, ma del tutto piane, determinate da incisioni sottolissime e poco profonde. La bipartizione delle coste al di sopra del solco di flessione sembra inoltre essere più regolare che in Halobia superba. Kittl (1912, p. 151) ha esaurientemente descritto la specie ed ha precisato alcune altre differenze con H. su¬ perba. Halobia fluxa Mojs. sembra differenziarsi da H. superba, stando alla descrizione ed alla illustrazione di Mojsisovics, soprattutto per l’orecchietta indivisa. Tra le specie dotate di flessione delle coste istituite da Kittl mi sembrano affini ad Ha¬ lobia superba soprattutto Halobia? praesu- perba ed Halobia superbescens, e particolar¬ mente la prima. Kittl (p. 150) afferma a proposito di quest’ultima che « le coste, ben¬ ché intersecate da un solco analogo alla zona di flessione, restano prive di flessione, ante¬ riormente del tutto diritte, posteriormente curve ». Quali altri caratteri differenziali lo Autore cita l'assenza di suddivisione nelle co¬ ste antero-mediane (le anteriori più ampie e le mediane più sottili) ed il fatto che all’ester¬ no del solco le coste posteriori (106) « sono curvate verso la parte anteriore e questa cur¬ vatura, via via sempre meno pronunciata, si (106) Nella fig. 15 di Kittl sembrano essere le medio-posteriori soltanto. continua fin presso il centro del guscio e poi scompare a poco a poco del tutto nelle coste anteriori ». Kittl dice di non aver potuto osservare l'orecchietta, di cui ammette dubi¬ tativamente la presenza; tuttavia il suo esem¬ plare in fig. 16 sembrebbe mostrare un'orec¬ chietta divisa. Inoltre, osservando attenta¬ mente la sua fig. 15, si possono individuare segni di bipartizione delle coste anteriori, al¬ meno al di sotto del solco. La forma del gu¬ scio, non descritta dall’Autore sembra coin¬ cidere, in base alle strie di accrescimento, con quella di Halobia superba. La distanza del solco di flessione dall'umbone, misurata sulla fig. 15, è di 11,5 mm. I caratteri distintivi citati da Kittl nei confronti di H. superba potrebbero rientrare a mio parere nella va¬ riabilità di quest’ultima specie; tuttavia, non avendo esaminato gli originali di Kittl di Halobia? praesuperba, preferisco astenermi dal dare un giudizio definitivo circa la sino¬ nimia tra quest’ultima ed H. superba. Halobia superbescens sembra invece diffe¬ renziarsi da Halobia superba per l'individua¬ zione netta di un’area posteriore convessa, delimitata inferiormente e priva di coste per tutta la metà superiore; le caratteristiche del¬ l’ornamentazione e dell’orecchietta coincidono invece con quelle di Halobia fallax e di H. superba. Tra le specie istituite da Smith (1927) nel Trias della California e dell’ Alasca, parecchie sono strettamente affini ad H. superba. Esse sono molto brevemente caratterizzate dall’Au¬ tore, ed è spesso difficile coglierne le diffe¬ renze sostanziali con H. superba o con altre specie affini. Halobia cordillerana sembra distinguersi da H. superba per la forma più simmetrica e forse anche per l’orecchietta, che l’Autore de¬ scrive come « ornata da linee concentriche e da due forti coste radiali ». A giudicare dalle sue illustrazioni in tav. 99 figg. 1-2, la parte interna convessa dell’orecchietta dovrebbe es¬ sere in H. cordillerana suddivisa da un solco mediano ed avere inoltre un’altezza propor¬ zionalmente maggiore di quella della parte più esterna piana. Halobia gigantea è invece a fatica distin¬ guibile da H. superba. I caratteri distintivi nei confronti di quest'ultima specie elencati da Smith (p. 116) sono le dimensioni mag¬ giori e le coste un po’ più grosse. — 110 — Hàlobia ornatissima sembra avere coste più suddivise di quelle di H. superba, area poste¬ riore più differenziata e forse una orecchietta diversamente conformata. Un’altra specie poco caratterizzata, ma che sembra mostrare forti affinità con H. superba, è Iialobia oregonensis. Smith (p. 117) ne dà le differenze con H. cordillerana, rispetto a cui avrebbe contorno più obliquo, umbone più eccentrico e flessione delle coste meno distinta; poiché le differenze tra H. cordille¬ rana ed H. superba sono dovute secondo Smith (p. 114) al fatto che la prima possiede « contorno più simmetrico e coste più sottili », in base alla descrizione di H. oregonensis data dall’Autore quest'ultima verrebbe a coin¬ cidere per il contorno e la posizione dell'um- bone con H. superba. Anche Halobia septentrionalis somiglia for¬ temente ad H. superba; Smith (p. 118) ne descrive le differenze con H. fallax, ma le sue coste sembrano essere salienti sulla superficie del guscio come in H. superba e non piane come in H. fallax. Dimensioni. — Nella maggior parte degli esemplari lucani misurabili (40 su 50) il solco di flessione delle coste si trova ad una distan¬ za inferiore a quella di 16 mm. ricavabile dagli originali di Mojsisovics; essa varia tra 9 e 13 mm. (tav. XIV fìgg. 2, 6-11; tav. XV fìgg. 2-3,5,8-10,18); solo in alcuni individui (tav. XIV fìgg. 4, 12; tav. XV fìg. 19) il solco di flessione si trova a distanza leggermente in¬ feriore o superiore ai 16 mm. Il rapporto lunghezza/altezza, misurato sul¬ le strie di accrescimento, fornisce valori com¬ presi tra 2,00 ed 1,19; il suo valore tende a crescere lentamente con lo sviluppo del guscio. Nell’intervallo indicato sono compresi anche i valori del rapporto lunghezza/altezza otte¬ nuti dagli originali di Mojsisovics esaminati. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia superba è una delle specie di Halobia a più ampia distribuzione geografica: è stata rinvenuta, oltre che nelle Alpi settentrionali (Mojsisovics, 1874 b; Arthaber in Frech, Le- thaea mesozoica-, Kittl, 1912), in Bosnia (Kittl, 1912), in Grecia (Renz, 1906 a, 1916, 1930; Renz in Frech, Lethaea mesozoica; Au- bouin, 1959); nell’ Himalaya (Mojsisovics, 1896 b; in Indocina (Saurin, 1956); in Cali¬ fornia e in Alasca (Frech in Frech, Lethaea mesozoica; Kittl, 1912; Smith, 1927; Shimer & Schrock, 1944). Krumbeck (1924) ha de¬ scritto a Timor una Halobia superba var. timo- rensis, e Diener (1908 b) ha rinvenuto a Spiti H. cfr. superba. Quest’ultima è segnalata an¬ che da Kittl (1912) nelle Alpi e da Tozer (1965) nella British Columbia. La posizione stratigrafica di questa specie sembra essere costantemente limitata, secondo gli Autori, alla zona a Tropites subbullatus, che corrisponde nelle regioni mediterranee al Tuvalico (Gamico superiore), mentre in Ca¬ lifornia si estende, secondo Smith (1927), anche allo Julico (Carnico medio) (107). Solo al Sommeraukogel (Hallstatt) H. superba sem¬ bra essere associata a specie del Norico in¬ feriore (Kittl, 1912, p. 181). In Lucania H. superba è presente nei cal¬ cari con selce sia di facies Lagone gro-S asso di Castalda sia di facies Armizzone e Pignola- Abriola. Nelle ultime due essa si trova stra- tigraficamente immediatamente al di sopra degli strati contenenti Halobia austriaca Mojs., una specie caratteristica della zona a Tropites subbullatus (Tuvalico, Carnico superiore), mentre in facies Lagone gro-S asso di Castalda le argilliti ad H. superba alternano a livelli calcarei contenenti specie del Cordevolico o Julico ( Halobia styriaca, H. cfr. cassiana ) e si trovano pochi metri al di sopra di un livello ad H. styriaca costituito da straterelli lastroidi silicizzati. Questo livello, estremamente carat- (107) Smith distingue in California la zona a Tro¬ pites subbullatus, dal basso verso l’alto, in « T ra- chyceras subzone » ed « Juvavites subzone »; ambe¬ due contengono secondo l’Autore Halobia superba. Per evitare ambiguità di termini, Silberling (1956, 1959) le ha successivamente denominate, elevandole al rango di zone, rispettivamente zona a Tropites dilleri e zona a Tropites welleri. Tozer (1967) ha ri¬ conosciuto la presenza di queste zone anche in Canada; nella seconda delle due l’Autore segnala la presenza di « Halobiidae che somigliano ad H. su¬ perba ». Successivamente queste zone sono state individuate da Silberling & Tozer (1968) in Cali¬ fornia settentrionale, Oregon nord-orientale e Bri¬ tish Columbia nord-orientale. In Alasca gli strati corrispondenti alla zona a Tropites subbullatus della California sono rappresentati, secondo Smith, dal « Nizina limestone », contenente Juvavites, Tro¬ pites ed Halobia superba. — Ili — teristico e di facile individuazione, si rinviene non solo in Lucania, ma anche in Jugoslavia (Dalmazia meridionale) ed in Grecia (Pindos); in Jugoslavia ho rinvenuto Halobia superba anche in un livello sottostante a quello ad Halobia styriaca. Per le ragioni che sono dettagliatamente esposte alle pp. 32-33, sono portata a considera¬ re la H. superba dei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda come più antica di quella della stessa formazione di facies Armizzone e Pignola-Abriola (Tuvalico), e pre¬ cisamente la attribuisco al Cordevolico o al massimo allo Julico. Provenienza. — Livello di marne e argil- liti verdi dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone ; livello di mar¬ ne ed argilliti fogliettate giallastre dei cal¬ cari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda. Località di rinvenimento: Sorgente Acero, I Cozzi, S. Michele (199 II NO Marsico Nuo¬ vo); strada Pignola-Abriola, al Km. 11,400 circa (199 I SO Pignola); strada Lagonegro- Lago Remmo, tra il M. Niella e le pendici NW del M. Sirino (210 II NO Lagonegro); Picco dell’Armizzone (211 III NO Latronico); strada Castelsaraceno-S. Chirico Raparo, ver¬ sante S della Tempa dei Corvi (211 IV SO S. Martino d’Agri). Età. — Gamico inferiore o medio (Cordevo¬ lico o Julico); Gamico superiore (Tuvalico). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia delTUniversità di Napoli. Col¬ lezione Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia cfr. cassi ana (Mojs.), 1874, emend. Krumb., 1924 Tav. XI figg. 2-3, 5-12. Halobia cassiana, Scandone, 1967 b, tav. 4 fig. 2, non 1; tav. 8 fig. 4. Materiale esaminato. — Una decina di esem¬ plari di piccole dimensioni, provenienti dal livello a) dei calcari con selce di facies Pignola- Abriola e dagli strati calcarei intercalati alle argilliti ad Halobia superba (livello b) dei calcari con selce di facies Lagonegro-Sasso di Castalda. Esemplare originale di Mojsisovics (1874 b, tav. 1 fig. 5) di Halobia styriaca ( = H. cassiana secondo Kjrumbeck, 1924). Esemplare originale di Kittl (1912, tav. 5 fig. 11) di Halobia arthaberi (= H. cassiana secondo Krumbeck, 1924). Descrizione. — Forma di piccole dimen¬ sioni, discretamente più lunga che alta, leg¬ germente inequilaterale. Margini anteriore, ventrale e posteriore della valva uniforme- mente arrotondati (fig. in testo 18). Umbone piccolo, acuto od arrotondato, poco sporgente oltre il margine cardinale. Orecchietta anteriore semplice, poco rile¬ vata, talora appena distinguibile. Coste radiali a superficie leggermente ar¬ rotondata o piana, iniziantisi a 3-5 mm. di distanza dall'apice, rettilinee o leggermente curvilinee limitatamente alla regione medio¬ posteriore. Regioni anteriore e posteriore del guscio prive di ornamentazione radiale o con coste molto attenuate per un tratto di am¬ piezza variabile. Coste primarie antero-me- diane generalmente più ampie delle medio¬ posteriori. La loro bipartizione, abbastanza costante, si verifica ad altezza variabile; al¬ cune di esse possono però restare indivise. Nelle regioni anteriore e posteriore esistono due aree di ampiezza variabile prive di coste o provviste di incisioni radiali poco pronun¬ ciate. Ornamentazione concentrica più o meno sviluppata, talora appena visibile limitatamen¬ te alla regione umbonale. Discussione della specie. — Circa i rapporti intercorrenti tra Halobia styriaca, H. cassiana e le specie affini e le diverse interpretazioni di Halobia cassiana da parte degli Autori si ri¬ manda alla discussione di H. styriaca alle pp. 99-103, ed a p. 30 del presente lavoro. Gli esemplari lucani di Halobia cfr. cas¬ siana hanno dimensioni molto ridotte (circa — 112 — Fig. 18. — x 2 circa. 18-1 - 18-2: Halobia cassiana (Mojs.) emend. Krcmb.; disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XI figg. 1 (originale di Mojsisovics di Daonella styriaca = Halobia cassiana secondo Krumbech) e 4 (originale di Kittl di Halobia arthaberi - Halobia cassiana secondo Krumbeck). 18-3 - 18-6: Halobia cfr. cassiana (Mojs.) emend. Krumb.; disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XI figg. 2, 9, 3, 7. 1/3) rispetto a quelli noti in letteratura. Per il complesso delle loro caratteristiche essi sembrano concordare con Halobia cassiana (Mojs.) emend. Krumb.; tuttavia, contrariamen¬ te a quanto fatto in Scandone (1967 b), dopo averli confrontati direttamente con gli origi¬ nali di Mojsisovics (1874 b, tav. 1 fig. 5) e di Kittl (1912. tav. 5 fig. 11), attribuiti da Krumbeck (1924) ad H. cassiana, ho ritenuto opportuno riferirli solo con riserva a questa ultima specie. A ciò mi hanno indotto sopra¬ tutto le loro piccole dimensioni, che non per¬ mettono di verificare un’eventuale variazione morfologica in individui di dimensioni mag¬ giori, insieme allo scarso numero di individui a disposizione ed al loro non buono stato di conservazione. Le sinonimie di Halobia cassiana fino al 1924 sono state esaurientemente discusse da Krumbeck (1924, p. 281), al cui lavoro ri¬ mando. A differenza di Krumbeck, considero però come dubitativamente appartenente ad Halobia cassiana l’esemplare del S. Cassiano di Bittner (1895 a, p. 78, tav. 9 fig. 26) che Krumbeck ha attribuito, insieme all’esemplare di Kittl (1912, p. 58, tav. 4 fig. 1), a Daonella — 113 — kittli. Per le ragioni dettagliatamente esposte alle pp. 100-101 di questo lavoro, l’Autore sud¬ detto ha infatti considerato non più rispon¬ denti alle caratteristiche di Halobia cassiana, dopo l'emendamento di questa specie da lui proposto, gli esemplari di Bittner e Kittl prima citati; nei limiti in cui si può giudi¬ care senza aver esaminato gli esemplari in questione, a me pare invece che, mentre l’e¬ semplare di Kittl diverge specificamente da H. cassiana, quello di Bittner sembra con¬ cordare con quest'ultima specie tanto per il contorno del guscio quanto per l’ornamenta¬ zione radiale. Luperto (1964, p. 5, tav. 1 fig. 4; tav. 2 fig. 5) ha attribuito ad H. cassiana esemplari frammentari provenienti dai calcari con selce di M. Crocetta presso Pignola ( facies Pignola- Abriola). Gli esemplari figurati sono troppo incompleti per poter giudicare della loro ap¬ partenenza o meno ad H. cassiana; essi pro¬ vengono però dal livello [7] e dall’intervallo [9] della sezione-tipo dei calcari con selce di facies Pignola- Ab viola (Scandone, 1967 b; p. 26 del presente lavoro). In essi io ho rinve¬ nuto una specie stratigraficamente più alta di H. cassiana, Halobia austriaca del Gamico superiore (Tuvalico), e, stratigraficamente so¬ prastante a questa, Halobia sp. 2; la Halobia cfr. cassiana ora descritta si trova invece nel livello [2], stratigraficamente sottostante di circa 68 metri al livello [7]. Gli esemplari figurati e descritti da Luperto potrebbero perciò essere frammenti di H. austriaca Mojs. o di un’altra specie non individuata. Come ho già scritto (Scandone & de Capoa, 1966) non concordo con l'Autore circa la sinonimia da lui sostenuta tra H. cassiana ed H. lucana, specie quest’ultima che nel presente lavoro viene identificata con Halobia lineata del Norico. Dimensioni. — I più grandi esemplari lu¬ cani raggiungono un'altezza di circa 11 mm., contro i 24 mm. di altezza dell'esemplare di Kittl di Halobia arthaberi = H. cassiana. L’originale di Mojsisovics (1874 b, tav. I fig. 5) di Halobia styriaca = H. cassiana supera i 34 mm. di altezza; Krumbeck (1924, p. 284) considera però le sue dimensioni eccezionali rispetto alla media degli individui di questa specie da lui esaminati. I rapporti dimensionali non sono rilevabili sugli esemplari lucani, tutti frammentari. Distribuzione geografica e stratigrafica. — Halobia cassiana emend. Krumb. è nota nelle Alpi (Mojsisovics, 1874 b; Mariani, 1900, 1908; Kittl, 1912), in Grecia (Renz, 1906 a, b, c, d, 1916, 1955; Renz in Frech, Lethaea mesozoica; Renz & Frech in Frech, Lethaea mesozoica; Frech & Renz, 1906; Négris, 1908; Dercourt, 1964), in Ungheria (Kutassy, 1928), in Indonesia (Frech in Frech, Lethaea mesozoica; Wanner, 1907; Krumbeck, 1924). Una varietà di H. cassiana è stata segnalata da Reed (1927) nello Yun-Nan (Cina sud¬ occidentale). In Romania la specie è stata segnalata da Simionescu (1925) ed in Bulga¬ ria da A. Stefanov (1932) e da S. A. Stefanov (1963). Arthaber (in Frech, Lethaea meso¬ zoica) ha rinvenuto Halobia cfr. cassiana in Dalmazia. La specie è quasi universalmente attribuita al Carnico (108); nella maggioranza dei casi non viene però precisato il sottopiano. Come già detto (p. 96), la specie venne considerata da Mojsisovics (1874 b) di età cordevolica ed julica insieme. Dopo l'emendamento di Krum¬ beck (1924), che ha considerato come non rappresentativo della specie l'esemplare di Mojsisovics proveniente dagli strati di S. Cassiano (Cordevolico), l'età della specie ver¬ rebbe invece ad essere automaticamente ri¬ stretta allo Julico. Resta ancora da verificare, a mio giudizio, la reale distribuzione strati¬ grafica di H. cassiana, la cui assenza dagli strati del Cordevolico non mi sembra suffi¬ cientemente documentata (109). In Lucania la posizione stratigrafica di H. cfr. cassiana farebbe propendere tanto nel caso dei calcari con selce di facies Lagonegro- Sasso di Castalda quanto nel caso di quelli di facies Pignola-Abriola per un’età carnica inferiore (Cordevolico), in base a quanto espo¬ sto alle pp. 30-33. (108) Solo Simionescu (1925), A. Stefanov (1932) e A. S. Stefanov (1963) attribuiscono H. cassiana al Ladinico. Gli esemplari figurati da questi Autori non permettono di giudicare della loro apparte¬ nenza o meno ad H. cassiana. (109) V. nota 101 a p. 101 e quanto detto alle pp. 30-31. — 114 — Provenienza. — Livelli [2] dei calcari selce di facies Pignola - Abriola e Lagonegro - Sasso di Castalda. Località di rinvenimento: M. Crocetta (199 I SE Pignola); Sorgente Acero (199 II NO Mar- sico Nuovo); Lago Remino, Niella (210 II NE M. Sirino). Età. — Probabile Carnico inferiore ( Cor¬ de volico). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Paleontologia dell'Università di Napoli. Col¬ lezione Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia sp. Tav. XI figg. 13-21. Halobia cassiana, Scandone, 1967 b, tav. 4 fig. 1. Materiale esaminato. — 137 esemplari, fram¬ mentami e per la maggior parte mal conser¬ vati, provenienti dal livello [1] dei calcari con selce di Picco dell’Armizzone ( facies Armiz- zoné) e [2] di M. Crocetta ( facies Pignola- Abriola). 18 esemplari in buono stato di conserva¬ zione provenienti dai calcari ad Halobie di Madonna del Balzo (Sicilia nord-occidentale) dagli strati in corrispondenza del Santuario. Descrizione. — Valve di medie dimensioni, sensibilmente più lunghe che alte (rapporto lunghezza/altezza di circa 3:2), fortemente inequilaterali. Margine antero-ventrale obli¬ quo, margine postero-ventrale più arrotondato, subverticale nella parte posteriore (fig. in testo 19). Le impronte dei gusci si presentano uniformemente e pronunciatamente convesse. Umbone da piccolo ed acuto a mediamente grosso e tondeggiante, in posizione fortemente anteriore, poco sporgente oltre il margine cardinale. Orecchietta semiconica indivisa, molto rile¬ vata, da mediamente a molto ampia. Coste radiali sottili e fitte, mediamente o fortemente concave verso la parte anteriore della valva, estendentisi dalla base dell’orec¬ chietta fino al margine cardinale posteriore o a scarsissima distanza da quest'ultimo; la loro superficie è leggermente convessa; la loro origine è a brevissima distanza dall’api¬ ce. Solchi intercostali stretti e poco profondi, i primari leggermente più pronunciati ed ampi degli altri. In alcuni individui le coste anteriori sono più ampie, le medio-posteriori via via più sottili e fitte; nella maggior parte degli esemplari però le coste conservano al- l’incirca tutte la stessa ampiezza. La parti¬ zione delle coste è diffìcilmente seguibile, data la loro sottigliezza. Negli individui con coste anteriori più ampie queste sono spesso indi¬ vise o bipartite, mentre le posteriori appaiono più suddivise: ne ho osservato alcune sud¬ divise poco dopo la loro origine in 3 coste di 2° ordine, una o due delle quali si bipar¬ tiscono successivamente, ed altre interessate da una doppia bipartizione. Negli individui a coste uniformemente sottili queste sono ge¬ neralmente bipartite ad altezza variabile e talora si dividono nuovamente più in basso; qualche costa primaria si mantiene però in¬ divisa per tutta la sua lunghezza, o si divide tardivamente. Nel complesso degli individui le modalità di partizione delle coste sono quindi abbastanza fortemente variabili. Area posteriore, se presente, costituita da una zona priva di coste, strettissima ed allun¬ gata, non dotata di convessità distinta da quella del resto del guscio. Ornamentazione concentrica più o meno pronunciata, priva di particolari caratteri¬ stiche. Discussione della specie. — Benché io abbia raccolto esemplari della stessa specie lucana ora descritta a Madonna del Balzo (Sicilia nord-occidentale), una delle località-tipo delle specie istituite da Gemmellaro (1882), mi è riuscito impossibile identificare la forma in questione con una di quelle dell’Autore sicilia¬ no, per quanto ciò possa sembrare paradossale. Alcune delle specie di Gemmellaro sono infatti mal differenziabili tra loro da parte di chi, come nel mio caso, si sia trovato nell'impossi¬ bilità di esaminare il materiale originale. Ciò è dovuto al fatto che le descrizioni ori- — 115 — Fig. 19. — Halobia sp. 1; x 2 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XI figg. 15, 14, 13, 21, 18, 19. ginali delle specie siciliane non sono suffi¬ cienti al loro riconoscimento, soprattutto perché Gemmellaro non le confronta luna con l'altra, ma soltanto con le specie alpine; le illustrazioni originali sono, inoltre, costituite da disegni, che spesso falsano le caratteristiche reali degli esemplari raffigurati. Neppure i cen¬ ni stratigrafici contenuti nel lavoro di Gem¬ mellaro mi hanno fornito indicazioni utili al riconoscimento delle singole specie, poiché a Madonna del Balzo l’Autore (p. 455) cita in associazione, con l’unica eccezione di Halobia mojsisovicsi, le specie da lui istituite, mentre io vi ho individuato livelli stratigraficamente distinti, contenenti ciascuno esemplari appar¬ tenenti ad una sola specie o in cui tutt’al più si rinviene prevalentemente una specie asso¬ ciata a pochi individui della specie presente nel livello sopra o sottostante. In particolare la specie in esame sembre¬ rebbe concordare con Halobia mojsisovicsi Gemmellaro (1882, p. 462, tav. 3 figg. 10-12) per le caratteristiche deH’ornamentazione ra¬ diale e per l’assenza dell’area posteriore o la sua ridottissima estensione; se ne discosta però per la conformazione dell’orecchietta che nelle illustrazioni originali di H. mojsisovicsi appare suddivisa in un lobo inferiore convesso ed in una parte marginale piana della stessa ampiezza, per quanto di ciò non venga fatta menzione nella descrizione data da Gemmel¬ laro. Somiglia inoltre ad Halobia mediterranea Gemmellaro (1882, p. 462, tav. 3 figg. 7-9), da cui sembrerebbe però discostarsi per l’assenza dell’area posteriore e per le caratteristiche del¬ l’orecchietta, che le illustrazioni originali mo¬ strano anche in questo caso suddivisa. È per le ragioni ora esposte che mi sono trovata nell’impossibilità di determinare spe¬ cificamente la forma in discussione; solo un attento riesame del materiale originale di Gem¬ mellaro ed una revisione di dettaglio delle serie stratigrafiche delle località-tipo siciliane potrà a mio parere portare ad una migliore conoscenza delle specie siciliane e della loro posizione stratigrafica. Della specie ora descritta fa parte l'esem¬ plare di Picco deH'Armizzone da me preceden¬ temente attribuito ad Halobia cassiana (Scan- done, 1967 b, tav. 4 fig. 1). — 116 — Dimensioni. — Gli esemplari lucani sono troppo frammentari per poter fornire misure; riporto qui i dati relativi ad alcuni esemplari della Sicilia: lunghezza mm. altezza mm. 12 9,8 19 14,3 29 18 31 ? 21 rapporto lunghezza/ altezza mm. 1,22 1,32 1,61 1,47? lunghezza margine car¬ dinale posteriore mm. 7,5 13,3 19,5 20,5 ? lunghezza margine car¬ dinale anteriore mm. 3,5 5 9 8 ? rapporto lunghezze mar¬ gine cardinale poste¬ riore/anteriore mm. 2,14 2,66 2,16 2,56? Alcuni grandi esemplari frammentari supe¬ rano 26 mm. di altezza. Provenienza . — Calcari con selce di facies Pignola - Abriola ed Armizzone, immediata¬ mente al di sopra del passaggio stratigrafico tra Formazione di M. Facito e calcari con selce. Località di rinvenimento: Picco dell’Armiz- zone (211 III NO Latronico); M. Crocetta (199 I SE Pignola). Età. — In Lucania la specie dovrebbe avere un’età carnica inferiore per le ragioni esposte alle pp. 30-32. Anche in Sicilia l’età della specie dovrebbe corrispondere al Gamico, poiché il livello che la contiene si trova circa 180 metri stratigra- ficamente al di sotto dei livelli norici ad Ha- lobia norica e ad H. halorica, e d'altra parte la fauna a Cefalopodi associata alle Halobie in Sicilia dimostrerebbe secondo Gemmellaro (1904) che i calcari ad Halobie non sono più antichi della zona a Trachyceras aonoides (Carnico medio, Julico). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia dell’Università di Napoli. Collezio¬ ne Scandone - de Capoa Bonardi. Halobia sp. 2 Tav. XVI figg. 22-29. Halobia sp. Scandone & de Capoa, 1966, tav. 7 fig. 1. Materiale esaminato. — Circa 30 esemplari giovani più o meno completi ed un solo esem¬ plare adulto ben conservato. Descrizione. — Il contorno del guscio è più lungo che alto (fig. in testo 20), inequilaterale, con massima altezza in corrispondenza del- l’umbone e massima laghezza a circa metà del¬ l’altezza. Margine anteriore, ventrale e poste¬ riore obliquo. Umbone piccolo, acuto, rilevato, anteriore, a circa 1/3 della lunghezza totale del margine cardinale. Regione umbonale rugosa e rigonfia, priva di coste per soli 2-3 mm. Orecchietta anteriore suddivisa in un lobo stretto e rilevato, che ricorda quello di alcuni esemplari di H. lineata, ed in una porzione su¬ periore piana. Sulle due parti le strie di accre¬ scimento decorrono concave verso l'umbone, senza piegarsi ad S (110). Coste radiali rilevate e taglienti, con super¬ ficie arrotondata, separate da solchi interco¬ stali stretti e profondi. L’ornamentazione ra¬ diale inizia contemporaneamente a pochi (2-3) millimetri di distanza dall’apice, ed ha nel suo insieme un aspetto molto regolare, dovuto sia all’uniforme incisività dei solchi, sia alla bipar¬ tizione pressocché costante delle coste prima¬ rie ed all’uguale ampiezza di queste e delle ri¬ sultanti dalla loro suddivisione. Nelle coste mediane la bipartizione avviene a circa metà dell'altezza, in quelle anteriori e posteriori poco dopo la loro origine. La bipartizione si verifica comunque ad altezza alquanto varia¬ bile. I solchi di 2° ordine sono appena più stretti e superficiali di quelli di 1° ordine nella regione mediana; in quella anteriore e poste¬ riore hanno invece la stessa ampiezza e pro¬ fondità. L’unico esemplare adulto in mio pos¬ sesso mostra solo tre coste non suddivise al (110) Poiché l’esemplare adulto è incompleto nella regione anteriore, la descrizione, dell’orecchietta si riferisce solo alla sua parte prossimale. — 117 — limite tra la regione mediana e l’anteriore, ed altre tre nella regione anteriore (111); tutte le altre sono bipartite. Avvenendo la suddivisione ad altezza va¬ riabile, gli esemplari giovanili posseggono in- Fig. 20. — Halobia sp. 2; x 4 circa. Disegni tratti, nell’ordine, dagli esemplari in tav. XVI figg. 24, 29, 27. 28, 23. vece un maggior numero di coste semplici. Il numero di coste primarie dell’esemplare adulto ammonta a 30 (112). Alcune coste di 2° ordine della regione posteriore e mediana del guscio sembrano essere interessate nella loro porzione estrema da un lievissimo solco di 3° ordine. Le coste si spingono, ugualmente salienti, fino alla base dell'orecchietta; posteriormente invece si arrestano, senza attenuarsi gradualmente, a (111) In questa regione il guscio è però rotto, per cui la bipartizione potrebbe essersi verificata nel tratto di coste mancante. (112) Mancando parte della regione umbonale, si è supposto, basandosi su quanto osservabile negli esemplari giovanili, che le coste primarie non fos¬ sero già bipartite nella porzione mancante. circa 3 mm. di distanza dal margine cardinale. Il loro decorso è rettilineo; solo nella regione anteriore appaiono leggermente curve, con concavità anteriore. Area posteriore dotata di debole convessità propria, con parte inferiore solcata da due brevi incisioni marginali, terminante supe¬ riormente contro il margine cardinale piano. Ornamentazione concentrica fitta e regolare, più sviluppata nella regione umbonale, ben visibile sull'area posteriore. La parte priva di coste della regione umbonale è spesso netta¬ mente delimitata da un solco pronunciato. Discussione della specie. — La specie più vicina alla forma lucana ora descritta sembre¬ rebbe essere Halobia curionii Gemm., peraltro poco conosciuta, da cui però si discosta, stan¬ do alla descrizione di Gemmellaro, per le dif¬ ferenti caratteristiche deH'ornamentazione ra¬ diale e, forse, per il diverso contorno. In H. cu¬ rionii infatti le coste sono separate da solchi ampi, che non raramente le superano in lar¬ ghezza, ed hanno, a giudicare dal disegno, su¬ perficie piana. Anche l’orecchietta sembrerebbe avere una conformazione diversa, poiché Gem¬ mellaro descrive in H. curionii, tra il lobo auricolare ed il margine cardinale, « uno spazio liscio e canaliforme »; la parte marginale del¬ l’orecchietta dovrebbe quindi essere concava. Questa forma non sembra trovare riscontro tra le specie di Halobia conosciute; le sue dif¬ ferenze con H. charlyana, con cui l’unico esem¬ plare adulto rinvenuto si trova associato, sono senz’altro nette già negli stadi giovanili. Tut¬ tavia la conoscenza di un unico esemplare, per quanto ben conservato, è a mio giudizio del tutto insufficiente per poter stabilire se si tratti o meno di una nuova specie: una cono¬ scenza più approfondita di molte specie già note ed una loro più accurata descrizione, che interessi anche la variabilità intraspecifica, unite alla conoscenza della variabilità, attual¬ mente ignota, della forma lucana, potrebbe senz’altro portare alla identificazione di questa ultima con specie preesistenti. Le specie del Trias siciliano istituite da Gemmellaro (1882), sono, ad esempio, insuffi¬ cientemente descritte e mal conosciute; le differenze ed i limiti tra luna e l’altra sono in molti casi poco chiari, e tra di esse diverse po- — 118 — trebbero comprendere nella loro variabilità la forma ora descritta. In conseguenza di tutte le considerazioni ora esposte ho ritenuto opportuno astenermi dal- l’attribuire alla forma lucana su descritta un nuovo nome specifico, in attesa di una cono¬ scenza approfondita sua e delle specie nella cui variabilità potrebbe eventualmente rien¬ trare. In Scandone & de Capoa (1966) ho figurato gli esemplari giovanili di questa forma, i soli finora notimi, come Halobia sp.; in Scandone (1967 b) li ho invece attribuiti ad H. cfr. mojsi- sovicsi Gemm., credendo di ravvisarvi i carat¬ teri di quest'ultima specie. Il rinvenimento del¬ l'esemplare adulto mi permette attualmente di escludere che possa trattarsi di questa specie siciliana, che, così come è intesa nella formu¬ lazione di Gemmellaro, è priva di area poste¬ riore e possiede una differente ornamentazione radiale. Dimensioni. — Riporto qui le dimensioni dell’esemplare adulto per quattro successivi stadi di accrescimento: lunghezza . mm. 8 altezza . mm. 7 lunghezza/altezza . 1,14 margine cardinale anteriore .... mm. 2 » » posteriore .... mm. 4 » » posteriore/anteriore . 2 lunghezza . mm. 13 altezza . mm. 10 lunghezza/ altezza . 1,30 margine cardinale anteriore .... mm. 4,5 » » posteriore .... mm. 7 » » posteriore/ anteriore . 1,55 lunghezza . mm. 16,5 altezza . mm. 13 lunghezza/ altezza . 1,26 margine cardinale anteriore .... mm. 5,5 » » posteriore .... mm. 8 » » posteriore/anteriore . 1,45 lunghezza . mm. 20,5 ? altezza . mm. 16 lunghezza/ altezza ....... 1,28? margine cardinale anteriore .... mm. 6,5 ? » » posteriore .... mm. 11 ? » » posteriore/ anteriore . 1,69? Provenienza. — Gli esemplari giovanili di questa forma si trovano tanto nei calcari con selce di facies Pignola-Abriola (113), immedia¬ tamente al di sopra del livello ad H. superba, quanto nel livello ad H. charlyana dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castal¬ da, dove ho rinvenuto anche l’unico esemplare adulto. Località di rinvenimento: strada Pignola- Abriola, al Km. 11,400 circa (199 I SO Pignola); Valle della Pietra, tra il M. Nicola e la Serra dell’Alto (210 I SO Rocca Rossa). Età. — Probabile Carnico superiore (Tuva- lico) o medio (Julico) (v. le pp. 31, 33, 35). Collocazione. — Istituti di Geologia e di Pa¬ leontologia dell’Università di Napoli. Collezione Scandone - de Capoa Bonardi. (113) Associato ad essi ho rinvenuto un esem¬ plare che sembra concordare con gli stadi giovanili di H. charlyana. Ringraziamenti. Un particolare» affettuoso ringraziamento devo alla Sig.ra Raika Radoicic, del Zavoda za geoloska i geofizicka istrazivanja di Belgrado, per avermi fatto da guida durante la mia escur¬ sione in Dalmazia e per le preziose indicazioni fornitemi sul terreno. Desidero ancora ringraziare il Dr. Heinz Kollmann, del Naturhistorisches Museum di Vienna, il Dr. Reinhart Kraatz, del Geologisch- Palàontologisches Institut dell'Università di Heidelberg, ed il Prof. Dr. Rudolf Sieber, del Geologische Bundesanstalt di Vienna, che mi hanno inviato materiale originale di confronto di Mojsisovics, Ritti e Philipp, nonché il Dr. Hans Rieber, del Palàontologisches Institut dell’Università di Zurigo, che mi ha fatto dono di numerosi topotipi di Daonelle e dei calchi degli originali di Mérian di Daonella moussoni. Sono grata alla sig.ra Dr. Milka Entscheva- Kantscheva ed al Dr. S. A. Stefanov, dell'Isti¬ tuto « Strasimir Dimitrov » dell'Accademia Bul¬ gara delle Scienze di Sofia, per avermi fornito foto di loro esemplari di Halobia dilatata . Ringrazio ancora la Prof. Angiola Maria Mac- cagno, Direttore dell’Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli, la Prof. Maria Mon- charmont Zei e tutti i colleghi degli Istituti di Geologia e di Paleontologia che hanno se¬ guito il mio studio con amichevole interesse e con i quali ho avuto utili scambi di idee. Desidero ancora ringraziare il Sig. Bruno Pastore, tecnico dell’Istituto di Paleontologia, per la sua collaborazione nella realizzazione delle figure in testo. Napoli, Istituto di Paleontologia dell’Università, maggio 1969. ' •. . : ,.-jj :: ; . • Jitoraws r< q i li BIBLIOGRAFIA (114) Airaghi C. - 1912 - I molluschi dei schisti bituminosi di Besano in Lombardia. Atti Soc. It. Se. Natur. Milano, 51, pp. 30, fig. 1, taw. 4. Pavia. Allasinaz A. - 1964 - Sulla nomenclatura stratigrafìca del Carnico. Riv. It. 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Facito . » 23 A) Membro terrigeno . » 23 B) Membro organogeno . » 25 2. 2. 2. 2. Calcari con liste e noduli di selce . » 25 A) Facies S. Fele . . » 25 B) Facies Pignola - Ab riola . . » 26 C) Facies Armizzone . » 27 D) Facies Lagonegro - Sasso di Castalda . » 28 2. 2. 3. Considerazioni cronostratigrafiche . » 29 2. 2. 3.1. Formazione di M. Facito . » 30 A) Membro terrigeno . » 30 B) Membro organogeno . » 30 9 — 130 — 2. 2. 3. 2. Calcari con liste e noduli di selce . . pag. 30 A) Facies S. Fele . » 30 B) Facies Pignola - Abriola . » 30 C) Facies Armizzone . . » 31 D) Facies Lagonegro - Sasso di Castalda . » 32 2. 2. 3. 2. Conclusioni . » 35 3. OSSERVAZIONI ECOLOGICHE . » 36 4. CONCLUSIONI . » 38 5. PALEONTOLOGIA 5. 1. Composizione della fauna . » 41 5.2. Criteri e metodi seguiti nello studio paleontologico . » 41 5.3. Descrizioni paleontologiche e discussione critica delle specie . » 43 Daonella ( Enteropleura ) boeckhi Mojs . » 43 Daonella ( Daonella ) bassanii De Lor . » 44 Daonella ( Daonella ) lommeli (Wissm.) . » 46 Daonella ( Daonella ) taramellii Mojs . » 49 Daonella ( Daonella ) tommasii Phil . » 53 Daonella ( Daonella ) udvariensis Kittl . » 56 Daonella ( Daonella ) cfr. badiotica Mojs . » 58 Daonella ( Daonella ) cfr. lenticularis Gemm . » 60 Daonella ( Daonella ) cfr. tyrolensis Mojs . » 62 Daonella ( Daonella ) sp . » 63 Halobia austriaca Mojs . » 64 Halobia charlyana Mojs . » 69 Halobia halorica Mojs . » 73 Halobia lineata (Munst.) . » 83 Halobia norica Mojs . » 87 Halobia styriaca (Mojs.) . » 95 Halobia superba Mojs . » 104 Halobia cfr. cassiana (Mojs.) emend. Krumb . » 111 Halobia sp. 1 . » 114 Halobia sp. 2 . » 116 Ringraziamenti . » 119 Bibliografia . » 120 tavola I Da Scandone, 1967 b, modificata. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-marnosa della Lucania, ecc. Tav. I. Tav. I. COLONNE STRATIGRAFI CHE DELLE FORMAZIONI DELLA SERIE CALCAREO -SILICO-MARNOSA NELLE SEZIONI TIPO TAVOLA II Daonella (Daonella) taramellii Mojs . p. 49, fig. in testo 4. x 1,8 circa. Fig. 1. — Esemplare di confronto del Tirolo meridionale (Pufelser Schlucht); valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 4-7). Figg. 2-10. — Dal livello a Daonella taramellii (Fassanico) del membro terrigeno della Formazione di M. Facito; regione Cercbiara - Schiena Rasa (199 IV SE Tito). Fig. 2. — Esemplare S. C. 10; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 4-4). Fig. 3. — Esemplare S. C. 7 bis; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 4-2). Fig. 4 — Esemplari S. C. 1, S. C. Ibis, S. C. 2; modelli esterni ed interno (a destra in basso). Fig. 5. — Esemplari S.C. 11 (modello interno, valva sinistra, a destra) ed S.C. 12' (modello esterno, valva destra) (fig. in testo 4-3). Fig. 6. — Esemplare S. C. 15; modello interno, valva sinistra. Fig. 7. — Esemplare S. C. 19; modello interno, valva sinistra (fig. in testo 4-6). Mem. Soc. Natur. in Napoli Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. II. TAVOLA III Livello a Daonella taramellii (Fassanico) del membro terrigeno della Formazione di M. Facito; regione Cerchiara - Schiena Rasa (199 IV SE Tito). Figg.1-3. — Daonella (Daonella) cfr. tyrolensis Mojs. . . p. 62, fig. in testo 9. x 3 circa. Fig. 1. — Esemplare S. C. 127; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 9-3). Fig. 2. — Esemplare S. C. 130; valva destra (?), modello interno (fig. in testo 9-1). Fig. 3. — Esemplare S. C. 140; valva sinistra (?), modello interno (fig. in testo 9-2). Fig. 4. — Daonella (Daonella) cfr. badiotica Mojs. . . p. 58, fig. in testo 7. x 3 circa. Esemplare S.C. 128; valva destra, modello interno. Figg. 5-6. — Daonella (Enteropleura) boeckhi Mojs. , . p. 43, fig. in testo 1. x 2 circa. Fig. 5. — Esemplare S.C. 139; valva destra, modello interno (fig. in testo 1-1). Fig. 6. — Esemplare S. C. 138; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 1-2). Figg. 7-8. — Daonella (Daonella) sp . p. 63, fig. in testo 10. x 2 circa. Fig. 7. — Esemplare S. C. 26*; valva destra, modello interno (fig. in testo 10-2). Fig. 8. — Esemplare S.C. 27*; valva destra, modello interno (fig. in testo 10-1). Figg. 9-10. — Daonella (Daonella) taramellii Mojs. . . p. 49, fig. in testo 4. x 2 circa. Fig. 9. — Esemplare S.C. 7; valva destra, modello interno (fig. in testo 4-1). Fig. 10. — Esemplare S. C. 17; valva sinistra, modello interno. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Donneile e le Halobie della serie calcar eo-silico-marnosa della Lucania, ecc. Tav. III. 10 Livello a Daonella taramellii (Fassanico) del membro terrigeno della Formazione di M. Facito; regione Cerchiara - Schiena Rasa (199 IV SE Tito). Figg. 1-10. — Daonella (Daonella) udvariensis Kittl . . p. 54, fig. in testo 6. x 2 circa, tranne la fig. 2. Fig. 1. — Esemplare S. C. 73; valva destra (?), modello interno. Fig. 2. — Esemplare S.C. 1; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 6-2); x 1,6. Fig. 3. — Esemplare S.C. 66; valva destra (?), modello esterno. F'g. 4. — Esemplare S.C. 7; valva destra, modello interno (fig. in testo 6-1). Fig. 5. — Esemplare S.C. 77; valva destra, modello interno. Fig. 6. — Esemplare S. C. 15; valva destra, modello interno. Fig. 7. — Esemplare S.C. 42; valva sinistra, modello interno. Fig. 8. — Esemplare S. C. 64; valva destra, modello interno. Fig. 9. — Esemplare S.C. 5; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 6-4). Fig. 10. — Esemplare S. C. 43; valva destra, modello interno (fig. in testo 6-3). Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. Tav. IV. TAVOLA V Figg. 1-18. — Daonella (Daonella) lommeli (Wissm.) • • p. 46, fìg. in testo 3. x 2 circa. Fig. 1. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 2 fìg. 12 (fìg. in testo 3-1). Wengen. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Figg. 2-18. — Esemplari del livello a Daonella lommeli (Longobardico) del mem¬ bro terrigeno della Formazione di M. Facito. Fig. 2. — Esemplare X30; valva sinistra, modello interno. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 3. — Esemplare P. M. 83; valva destra, modello interno. Località Petrara (M. Facito; 199 II NO Marsico Nuovo - 199 III NE Brienza). Fig. 4. — Esemplare X52; valva sinistra, modello interno (fìg. in testo 3-2). S. Michele. Fig. 5. — Esemplare X6; valva destra, modello interno. S. Michele. Fig. 6. — Esemplari X 16-17; valve sinistre, modelli interno (a sinistra in figura) ed esterno. S. Michele. Fig. 7. — Esemplare Ca. 89; valva destra, modello interno. Campagna (M. Pi- centini, Salerno; 186 II SO Montecorvino Rovella - 186 II SE Senerchia). Fig. 8. — Esemplare X70; bivalve; modello interno (fig. in testo 3-5). S. Micneie. Fig. 9. — Esemplare X 48; valva destra, modello interno. S. Michele. Fig. 10. — Esemplare X 7; valva destra, modello interno (fig. in testo 34). S. Mi¬ chele. Fig. 11. — Esemplare X22; bivalve; modello interno. S. Michele. Fig. 12. — Esemplari X 64-65; valve destre, modelli esterno (grande esemplare in alto) ed interno (fig. in testo 3-6). S. Michele. Fig. 13. — Esemplare X20; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 3-7). S. Michele. Fig. 14. — Esemplare X24; valva sinistra, modello interno. S. Michele. Fig. 15. — Esemplari X 32-33; valve sinistre, modelli interni. S. Michele. Fig. 16. — Esemplare X17; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 3-3). S. Michele. Fig. 17. — Esemplare X 68; valva destra, modello interno. S. Michele. Fig. 18. — Esemplare P. M. 109; valva sinistra, modello interno. Località Petrara. Mem. Soc. Na le calcar eo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. V. Mem. Soc. Natur. in Napoli DE Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. V. TAVOLA VI Figg. 1-2. — Calchi degli originali di Mérian (in Escher, 1853, tav. 5 figg. 46 e 48) di Daonella moussoni. Regoledo (Lago di Como), Ladinico. x 2 circa. Fig. 1: v. fig. in testo 5-1. Figg. 3-14. — Daonella (Daonella) tommasii Phil. p. 53, fig. in testo 5. Figg. 3-6, 14: originali di Philipp, 1904. Forzella (Predazzo), Wengen. Geolo- gisch-Palaontologisches Institut dell’Università di Heidelberg. Figg. 7-13: esemplari provenienti dai calcari di scogliera (membro terrigeno della Formazione di M. Facito) di Murge del Principe (210 II NE M. Sirino); Ladinico. Fig. 3. — Originale di Philipp, 1904, tav. 3 fig. 19 («var. larga») (fig. in testo 5-3). Valva destra, x 2,6 circa. Fig. 4. — Originale di Philipp, 1904, tav. 3 fig. 16 («var. alta») (fig. in testo 5-4). Valva sinistra, x 2 circa. Fig. 5. — Originale di Philipp, 1904, tav. 3 fig. 17 («var. alta») (fig. in testo 5-5). Valva destra, x 2 circa. Fig. 6. — Originale di Philipp, 1904, tav. 3 fig. 20 (olotipo nell’intenzione dell’Au¬ tore) (fig. in testo 5-2). Valva destra, x 2,6 circa. Fig. 7. — Esemplare M. P. 45; valva destra, modello interno (fig. in testo 5-6). x 2,8 circa. Fig. 8. — Esemplare M. P. 46; valva destra, modello interno (fig. in testo 5-7). x 2,4 circa. Fig. 9. — Esemplare M. P. 51; valva destra, modello interno, x 2 circa. Fig. 10. — Esemplare M. P. 48; valva destra, modello interno, x 2 circa. Fig. 11. — Esemplare M. P. 56; valva sinistra, modello interno, x 2 circa. Fig. 12. — Esemplare M. P. 47; valva sinistra, modello interno, x 2 circa. Fig. 13. — Esemplare M. P. 55; valva destra, modello interno, x 2 circa. Fig. 14. — Originale di Philipp, 1904, tav. 3 fig. 18 («var. larga»). Valva sinistra, x 2 circa. Mera. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. VI. TAVOLA VII Calcari di scogliera (membro organogeno della Formazione di M. Facito); Ladinico. Daonella (Daonella) bassanii De Lor . p. 44, fig. in testo 2. Nuove illustrazioni degli originali di De Lorenzo, 1896 c ( Halobia bassanii). x 2 circa. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 1. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 19 fig. 4; valva destra, modello in¬ terno. Lagonegro, Trias. Fig. 2. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva sinistra, modello interno. Lagonegro, Trias. Fig. 3. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 19 fig. 1 (fig. in testo 2-1); valva sinistra, modello interno. Lagonegro, Trias. Fig. 4. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 19 fig. 6; valva destra, modello interno. Lagonegro, Trias. Fig. 5. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva sinistra, modello interno. Lagonegro, Trias. Fig. 6. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 19 fig. 2 (fig. in testo 2-2); valva destra, modello interno. Lagonegro, Trias. Fig. 7. — Originali di De Lorenzo, frammentari, non figurati. Valle del Chiotto (Lagonegro), Trias. Fig. 8. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva sinistra (?), modello in¬ terno. Lagonegro, Trias. Fig. 9. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva destra, modello interno. Lagonegro, Trias. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-mar no sa della Lucania, ecc. Tav. VII. TAVOLA Vili Calcari di scogliera (membro organogeno della Formazione di M. Facito); Ladinico. Figg. 1-5. — Daonella (Daonella) cfr. lenticularis Gemm. . p. 60, fig. in testo 8. Originali di De Lorenzo, 1896 c ( Halobia lenticularis). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia deH’Università di Napoli, x 2 circa. Fig. 1. — Originale di De Lorenzo (1892 c, fig. in testo 3; 1896 c, tav. 19 fig. 7); valva destra, modello interno. Fig. 2. — - Originale di De Lorenzo, non figurato; valva destra (?), modello interno (fig. in testo 8-2). Fig. 3 — Originale frammentario di De Lorenzo, non figurato. Fig. 4. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva destra (?), modello interno (fig. in testo 8-1). Fig. 5. — Originale di De Lorenzo, non figurato; valva destra, modello interno (fig. in testo 8-3). Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-mar no sa della Lucania, ecc. Tav. Vili. TAVOLA IX Halobia styriaca (Mojs.) . p. 95, fig. in testo 16. x 1 circa. Fig. 1. — Originale di Mo.isisovics, 1874 b, tav. 1 fig. 4 ( Daonella styriaca ) (fig. in testo 16-3). Feuerkogel, strati ad ellipticus. Geologische Bundesanstalt di Vienna, x 0,8. Figg. 2-3. — Originali di Mojsisovics, 1874 b, tav. 1 figg. 2-3 ( Daonella cassiana; = Halobia styriaca secondo Krumbeck, 1924) (fig. 2: v. fig. in testo 16-1). Feuerkogel, strati ad ellipticus. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 4. — Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 6 fig. 3 (fig. in testo 16-2). Feuer¬ kogel, Carnico inferiore ( = Julico). Naturhistorisches Museum di Vienna. Figg 5-6 — Esemplari del Feuerkogel, conservati nel Geologische Bundesanstalt di Vienna (fig. 5- v. fig. in testo 16-8). Fig. 7. — Esemplare di Wallbrunkopf presso Hallein. Collezione Plochinger. Geo¬ logische Bundesanstalt di Vienna (fig. in testo 16-10). Figg. 8-10. — Dal livello ad Halobia styriaca (Cordevolico o Julico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Fig. 8. — Esemplare S. A. 518; valva destra (?), modello esterno. Sorgente Acero (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 9. — Esemplari Co. 18-20. I Cozzi (199 II NO Marsico Nuovo). Fìg. 10 — Esemplare S. A. 519; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 16-12). Sorgente Acero. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daemelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-marnosa della Lucania, ecc. Tav. IX. 9 10 TAVOLA X Figg. 1-8. — Halobia styriaca (Mojs.) . p. 95, fig. in testo 16. L’esemplare in fig. 3 proviene dal livello ad H. styriaca ed Halobia sp. 1 (Cordevolico ?) dei calcari con selce di facies Armizzone ; quelli in figg. 4-5 dal livello ad H. styriaca (Cordevolico o Julico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda ; gli esemplari in figg. 2, 3, 6, 7, 8 dai calcari intercalati alle arginiti ad Halobia superba (Cordevolico o Julico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Fig. 1. — Esemplare Ar. 43; valva destra, modello interno. Picco dell’Armizzone (211 III NO Latronico). x 2 circa. Fig. 2. — Esemplare S. A. 426; valva destra, modello interno (fig. in testo 16-6). Sorgente Acero (199 II NO Marsico Nuovo), x 4 circa. Fig. 3. — Esemplare S.A. 456; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 16-7). Sorgente Acero, x 4 circa. Fig. 4. — Esemplare S.A. 573; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 16-11). Sorgente Acero, x 2 circa. Fig. 5. — Esemplare S.A. 527; valva destra, modello interno (fig. in testo 16-9). Sorgente Acero, x 1 circa. Fig. 6. — Esemplare S.A. 461; valva destra, modello interno (fig. in testo 16-5). Sorgente Acero, x 4 circa. Fig. 7. — ■ Esemplare S. A. 484; valva sinistra, modello interno. Sorgente Acero, x 4 circa. Fig. 8. — Esemplare S.A. 500; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 164). Sorgente Acero, x 4 circa. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Da&nelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-marnosa della Lucania, ecc. Tav. X. AVOLA XI Fig. 1. — Halobia cassiana (Mojs.) emend. Krumb. Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 1 fig. 5 ( Daonella styriaca) (fig. in testo 18-1). Feuerkogel, strati ad ellipticus. Geologische Bundesanstalt di Vienna, x 1,6 circa. Fig. 4. — Halobia cassiana (Mojs.) emend. Krumbeck. Originale di Kittl, 1912, tav. 5 fig. 11 ( Halobia arthaberi) (fig. in testo 18-2). Feuerkogel, Carnico. Geologische Bundesanstalt di Vienna, x 2 circa. Figg. 2-3, 5-12. — Halobia cfr. cassiana (Mojs.) emend. Krumb. p. Ili, fig. in testo 18. Esemplari 2, 3, 6, 9, 10, 11, 12: dai calcari intercalati alle arginiti del livello ad Halobia superba (Cordevolico o Julico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Esemplari 5, 7, 8: dal livello ad H. cfr. cassiana ed Halobia sp. 1 (Cordevolico ?) dei calcari con selce di facies Pignola- Ab riola. x 2 circa. Fig. 2. — Esemplare S. A. 467; valva destra, modello interno (fig. in testo 18-3). Sorgente Acero (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 3. — Esemplari S. A. 458-459; valve sinistra (a sinistra in figura) e destra, modelli interni (fig. in testo 18-5). Sorgente Acero. Fig. 5. — Esemplare L. C. 4; valva destra, modello interno. M. Crocetta (199 I SO Pignola). Fig. 6. — Esemplare S. A. 440; valva sinistra, modello interno. Sorgente Acero. Figg. 7-8. — Esemplare L. C. 3; valva sinistra, modello esterno (fig. 7) ed interno (fig. 8) (fig. in testo 18-6 da fig. 7). M. Crocetta. Fig. 5. — Esemplare S. A. 453; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 18-4). Sorgente Acero. Fig. 10. — Esemplare L. C. 7; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 11. — Esemplare S. A. 441; valva destra (?), modello interno. Sorgente Acero. Fig. 12. — Esemplare S. A. 465; valva destra, modello interno. Sorgente Acero. Figg 13-21. — Halobia sp. 1 ...... . p. 114, fig. in testo 19. Livello ad Halobia styriaca ed Halobia sp. 1 (Cordevolico ?) dei calcari con selce di facies Armizzone ; livello ad Halobia cfr. cassiana ed Halobia sp. 1 (Cordevolico?) dei calcari con selce di facies Pignola- Ab riola. x 2 circa. Fig. 13. — Esemplare Ar. 43; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 19-3). Picco dell’Armizzone (211 III NO Latronico). Fig. 14. — Esemplare Ar. 33; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 19-2). Picco dell’Armizzone. Fig. 15. — Esemplare Ar. 27; valva destra, modello interno (fig. in testo 19-1). Picco dell’Armizzone. Fig. 16. — Esemplare Ar. 41; valva destra, modello interno. Picco dell'Armizzone. Fig. 17. — Esemplare Ar. 29'; valva sinistra, modello esterno. Picco dell’Armizzone. Fig. 18. — Esemplare Ar. 47; valva destra, modello interno (fig, in testo 19-5). Picco dell’Armizzone. Fig. 19 — Esemplare Ar. 45; valva destra, modello interno (fig. in testo 19-6). Picco dell’Armizzone. Fig. 20. — Esemplare Ar. 8; valva destra, modello interno. Picco dell’Armizzone. Fig. 21. — Esemplare Ar. 58; valva destra, modello interno (fig. in testo 19-4). Picco dell’Armizzone. Mem. Soc. Na Mem. Soc. Natur. in Napoli DE Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XI. TAVOLA XII Halobia austriaca Mojs . p. 64, fig. in testo 11. x 2 circa. Figg. 14. — Originali di Mojsisovics, 1874 b. Raschberg, strati a subbullatus. Geo¬ logiche Bundesanstalt di Vienna. Fig. 1. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 4 fig. 2; valva sinistra con orec¬ chietta non suddivisa (fig. in testo 11-1). Fig. 2. — Originale di Mojsisovics, non figurato; valva destra. Fig. 3. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 4 fig. 1. Fig. 4. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 14; valva destra, con orec¬ chietta suddivisa. Figg. 5-12. — Dal livello ad Halobia austriaca (Tuvalico ?) dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone. Fig. 5. — Esemplare L. C. 47; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta (199 I SO Pignola). Fig. 6. — Esemplare Pig. 334; valva sinistra, modello esterno. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 7. — Esemplare Pig. 325; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 11-2). Strada Pignola-Abriola, al Km. 11,400 circa (199 I SO Pignola). Fig. 8. — Esemplare Pig. 331; valva destra, modello esterno. S. Michele. Fig. 9. — Esemplare L. C. 25; valva destra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 10. — Esemplare Pig. 340 bis; valva sinistra, modello interno con coste riu¬ nite in « fasci ». S. Michele. Fig. 11. — Esemplare L. C. 32; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 12. — Esemplare Pig. 328; valva destra, modello interno. S. Michele. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XII. TAVOLA XIII Halobia austriaca Mojs . p. 64, fig. in testo 11. x 2 circa. Figg. 1-13. — Dal livello ad Halobia austriaca (Tuvalico ?) dei calcari con selce di facies Pignola-Abriola ed Armizzone. Fig. 1. — Esemplare Pig. 340; valva destra, modello esterno. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 2. — Esemplare Pig. 339; valva destra, modello interno. S. Michele. Fig. 3. — Esemplare Pig. 341; valva sinistra, modello interno. S. Michele. Fig. 4. — Esemplare Pig. 323; valva sinistra, modello interno, con occasionale fles¬ sione delle coste. S. Michele. Fig. 5. — Esemplare L. C. 49; valva sinistra, modello esterno. M. Crocetta (199 I SO Pignola). Fig. 6. — Esemplare L. C. 23; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 7. — Esemplare Pig. 333; valva destra, modello esterno. S. Michele. Figg. 8-9. — Esemplare L. C. 35-35'; valva sinistra, modello interno (fig. 9) ed esterno (fig. in testo 11-3 da fig. 9). M. Crocetta. Fig. 10. — Esemplare Pig. 343; valva destra, modello interno. S. Michele . Fig. 11. — Esemplare L. C. 54; valva destra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 12. — Esemplare L. C. 47; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta. Fig. 13. — Esemplare L. C. 33; valva sinistra, modello interno. M. Crocetta Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XIII. TAVOLA XIV Halobia superba Mojs . p. 104, fìg. in testo 17. x 2 circa, a meno di altra indicazione. Figg. 1, 3. — Originali di Mojsisovics, 1874 b, tav. 4 fìgg. 9 e 10 (figg. in testo 17-2 e 17-1). Sandling, strati a subbullatus. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Figg. 2, 4-12. — Livello ad Halobia superba dei calcari con selce di facies Pignola- Abriola ed Armizzone (Tuvalico ?) e di facies Lagonegro - Sasso di Castalda (Cordevolico o Julico ?). Fig. 2 a, b, c — Esemplare Co. 1; valva destra, modello esterno (fig. in testo 17-3). I Cozzi (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 2 a, b: lo stesso esemplare fotogra¬ fato con luce radente da destra (2 a) ed a sinistra; in fig. 2 a è visibile la flessione delle coste antero-mediane, in fig. 2 b l’ondulazione e lo sbocca¬ mento delle coste medio-posteriori, x 2 circa. Fig. 2 c: particolare del¬ l’orecchietta. Fig. 4. — Esemplare S. Ch. 18; valva destra, modello interno. Strada Castelsara- c.eno-S. Chirico Raparo, versante S della Tempa dei Corvi (211 IV SO S. Martino d’Agri). x 2,5 circa. Fig. 5. — Esemplare Ni. 1'; valva destra, modello esterno, x 1 circa. Strada Lago- negro -Lago Remmo, tra il M. Niella e le pendici NW del M. Sirino (210 II NO Lagonegro). Fig. 6. — Esemplare S. M. 304; valva destra, modello esterno. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo), x 2 circa. Fig. 7. — Esemplare Co. 5; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 17-5). I Cozzi, x 2 circa. Fig. 8. — Esemplare S. Ch. 10; valva sinistra, modello interno. Strada Castelsara- ceno - S. Chirico Raparo. x 2 circa. Figg. 9-10. — Esemplare S. Ch. 9-9'; 2 esemplari parzialmente sovrapposti; modello interno (fig. 10) ed esterno. Strada Castelsaraceno - S. Chirico Raparo x 2,5 circa. Fig. 11. — Esemplare Ni. 76; valva sinistra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. x 2 circa. Fig. 12. — Esemplare Ni. 14; valva destra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. x 2 circa. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XIV. TAVOLA XV Livello ad Halobia superba dei calcari con selce di facies Pignola - Abriola ed Ar- mizzone (Tuvalico ?) e di facies Lagonegro - Sasso di Castalda (Cordevolico o Julico ?). Figg. 1-20. — Halobia superba Mqjs . p. 104, fìg. in testo 17. x2 circa, a meno di altra indicazione. Fig. 1. — Esemplari S. Ch. 20'-21; modelli esterno (a sinistra) ed interno. Strada Castelsaraceno - S. Chirico Raparo, versante S della Tempa dei Corvi (211 IV SO S. Martino d’Agri). Fig. 2. — Esemplare S. M. 305; valva destra, modello esterno. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 3. — Esemplare S. Ch. 12'; valva destra, modello interno. Strada Castelsa¬ raceno -S. Chirico Raparo. Fig. 4. — Esemplare S. Ch. 1; valva sinistra (?), modello interno. Strada Castelsa¬ raceno -S. Chirico Raparo. Fig. 5. — Esemplare S. Ch. 29; valva sinistra, modello interno. Strada Castelsara- no-S. Chirico Raparo. Fig. 6. — Esemplare S. Ch. 3; valva destra, modello interno. Strada Castelsarace¬ no -S. Chirico Raparo. x 2,5 circa. Fig. 7 — Esemplare S. M. 309; valva destra, modello interno. S. Michele. Fig. 8 a, b — Esemplare Co. 2'; valva sinistra, modello esterno (fig. in testo 174). Fig. 8b: particolare dell’orecchietta, sulla cui parte prossimale sono visibili le strie, concave verso l’esterno. Strada Castelsaraceno - S. Chirico Raparo. Fìg. 9. — Esemplare S. Ch. 5; valva sinistra, modello interno. Strada Castelsarace¬ no - S. Chirico Raparo. Fig. 10. — Esemplare Ni. 55; valva sinistra, modello esterno. Strada Lagonegro - Lago Remmo, tra il M. Niella e le pendici NW del M. Sirino (210 II NO Lagonegro). Fig. 11. — Esemplare S. M. 313; valva destra, modello interno. S. Michele. Figg. 12-20. — Esemplari « giovani » privi di flessione delle coste (figg. 12-16) o con inizio di flessione (figg. 17-20). Fig. 12. — Esemplare Ni. 8; valva sinistra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Fig. 13. — Esemplare S. A. S' 399; valva sinistra, modello interno. Sorgente Acero (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 14. — Esemplare S.M. 310; bivalve, modello interno. S. Michele. Fig. 15. — Esemplari Ni. 4-5; modelli interni. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Fig. 16. — Esemplare Ni. 13; valva destra, modello interno. Strada Lagonegro Lago Remmo. Fig. 17. — Esemplare Ni. 75; valva sinistra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Fig. 18. — Esemplare Ni. 43; valva destra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Fig. 19. — Esemplare Ni. 41; valva destra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Fig. 20. — Esemplari Ni. 61'-62 bis; valva sinistra, modello esterno (in alto) e valva destra, modello interno. Strada Lagonegro - Lago Remmo. Mem. Soc. Natur. in Napoli Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XV. 20 TAVOLA XVI Figg. 1-21. — Halobia charlyana Mojs . p. 69, fìg. in testo 12. x 2 circa. Fig. 1. — Originale di Kittl, 1912, tav. 8 fìg. 15 (fìg. in testo 12-1); Raschberg, Gamico («varietà»). Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 2. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 4 fìg. 5 (fìg. in testo 12-3). Rasch¬ berg, strati ad aonoides. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 3. — Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 8 fìg. 16 («mutazione») (fìg. in testo 124). Balberstein presso Miesenbach, Gamico. Naturhistorisches Mu- seum di Vienna. Fig. 4. — Originale di Kittl, 1912, tav. 5 fìg. 7 (fìg. in testo 12-2). Raschberg, Carnico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 5. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 4 fìg. 4 (fìg. in testo 12-5). Raschberg, strati ad aonoides. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 6. — Originale di Kittl, non figurato (stesso campione dell’originale in fig. 1). Raschberg, Carnico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 7-21. — Esemplari provenienti dal livello ad Halobia charlyana (Julico o Tu- valico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Fig. 7. — Esemplare M.L. 4; valva destra, modello interno. M. Lama (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 8. — Esemplare M. L. 12; valva destra, modello interno, con ampia area po¬ steriore. M. Lama. Fig. 9. — Esemplare M. L. 14; valva sinistra, modello interno. M. Lama. Fig. 10. — Esemplare M.L. 1; valva destra, modello interno, con fitte strie di accrescimento al margine ventrale ed ampia area posteriore. M. Lama. Fig. 11. — Esemplare M.L. 7; valva sinistra, modello interno, con rughe con¬ centriche molto pronunciate. M. Lama. Fig. 12. — Esemplare S. N. 3; valva destra, modello interno (fig. in testo 12-7). M. Nicola (Valle della Pietra, tra M. Nicola e la Serra dell'Alto; 210 I SO Rocca Rossa). Fig. 13. — Esemplare S. N. 2; valva sinistra, modello interno. M. Nicola. Fig. 14. — Esemplare S. N. 6; valva destra, modello interno (fig. in testo 12-6). M. Nicola. Figg. 15-16. — Esemplare S. N. 41; esemplare giovane, con scarso numero di coste; valva destra, modello interno (fig. 16) ed esterno. M. Nicola. Fig. 17. — Esemplare M. L. 26; esemplare giovane con le due valve parzialmente conservate, modello interno. M. Lama. Fig. 18. — Esemplare S. N. 1 , con contorno proporzionalmente alto; valva destra, modello interno (fig. in testo 12-8). M. Nicola. Fig. 19. — Esemplare S. N. 12, con contorno proporzionalmente alto; valva sini¬ stra, modello esterno (fig. in testo 12-9). M. Nicola. Fig. 20. — Esemplare S. N. 19; valva destra, modello esterno. M. Nicola. Fig. 21. — Esemplare S. N. 5; valva destra, modello interno. M. Nicola. Figg. 22-29. — Halobia sp. 2 . p. 116, fig. in testo 20. Livello ad Halobia charlyana (Julico o Tuvalico ?) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda ; calcilutiti immediatamente soprastanti il livello ad Halobia superba (Tuvalico ?) dei calcari con selce di facies Pignola - Abriola. Fig. 22. — Esemplare S. N. 18; valva destra, modello interno, x 2 circa. M. Nicola. Fig. 23. — Esemplare Pig. 227; valva destra, modello interno (fig. in testo 20-5). x 2 circa. S. Michele (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 24. — Esemplare S. N. 8; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 20-1). x2 circa. M. Nicola. Fig. 25. — Esemplari Pig. 223-224; valve destre, modelli interni, x 2 circa. S. Mi¬ chele Fig. 26. — Esemplare S. N. 35; valva sinistra, modello interno, x 4 circa. S. Nicola. Fig. 27 a, b — Esemplari Pig. 229-230; valve sinistra e destra, modelli interni (fig. in testo 20-3). Fig. 27 a: x 4 circa; fig. 27 b: x 5,5 circa. S. Michele. Fig. 28. — Esemplare S. N. 33; valva destra, modello interno (fig. in testo 20-4). x 4 circa. M. Nicola. Fig. 29. — Esemplare Pig. 233; valva destra, modello interno (fig. in testo 20-2). x 4 circa. S. Michele. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della 'ie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XVI. TAVOLA XVII Figg. 1-21. — Halobia halorica Mojs. . . . . . p. 73, fig. in testo 13. x 1 circa. Gli esemplari in figg. 10, 15, 16, 18, 20 provengono dal livello mar¬ noso ad Halobia halorica (Norico inferiore o medio) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda; quelli in figg. 6, 7, 11, 13, 14, 17, 19, 21. dalle calcilutiti immediatamente sottostanti. Fig. 1. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 1 (fig. in testo 13-2). Sandling, strati a bicrenatus. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 2 a, b — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 2 (esemplare a sinistra nell’illustrazione; = Halobia partschi secondo Kittl, 1912) (fig. in testo 13-3). Sandling, strati a bicrenatus. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 3. — Originale di Kittl, 1912, fig. in testo 25 (fig. in testo 13-1). Sandling, strati a bicrenatus. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 4. — Esemplare M. B. 24; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 13-9). Madonna del Balzo (Sicilia), Norico. Fig. 5. — Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 8 fig. 6 ( Halobia simonyi) (fig. in testo 13-6). Sommeraukogel, Norico inferiore. Naturhistorisches Museum di Vienna. Fig. 6. — Originale di De Lorenzo, non figurato ( Halobia insignis) (fig. in testo 13-10). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell'Università di Napoli. Fig. 7. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 17 fig. 1 ( Halobia insignis). Lago- negro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 8. — Calco dell'originale di Kittl, 1912, tav. 8 fig. 9 ( Halobia dilatata) (fig. in testo 13-5). Siriuskogel, Norico. Naturhistorisches Museum di Vienna. Fig. 9. — Esemplare M. B 1; valva destra, modello interno (fig. in testo 13-7). Madonna del Balzo (Sicilia), Norico. Fig. 10. — Esemplari S. C. 30-31; valve sinistre, modelli interni. Sasso di Castalda (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 11 a, b — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 17 fig. 3 ( Halobia insignis) (fig. in testo 13-12). Fig. 11 b: particolare dell’orecchietta. Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 12. — Esemplare M. B. 2; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 13-8). Madonna del Balzo (Sicilia), Norico. Fig. 13. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 17 fig. 2 ( Halobia insignis). Lago- negro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 14. — Originale di De Lorenzo, non figurato ( Halobia insignis). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 15. — Esemplare M. L. 11; valva sinistra, modello interno, con frammenti di guscio. M. Lama (199 II NO Marsico Nuovo). Fig. 16. — Esemplare S.C. 29; valva sinistra, modello interno. Sasso di Castalda. Fig. 17. — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 17 fig. 9 ( Halobia insignis). Lagone¬ gro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 18. — Esemplare S. C. 23; valva sinistra, modello interno. Sasso di Castalda. Fig. 19. — Originale di De Lorenzo, non figurato ( Halobia insignis) (fig. in testo 13-11). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 20. — Esemplare S. C. 24; valva destra, modello interno. Sasso di Castalda. Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 21. — Originale di De Lorenzo, non figurato ( Halobia insignis). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 22. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 2, di Halobia halorica (esem¬ plare a destra nell’illustrazione originale) (fig. in testo 134). Attribuito da Kittl, 1912, ad Halobia partschi. Sandling, strati a bicrenatus. Geologische Bundesanstalt di Vienna, x 1 circa. Fig. 23. — Kalobia partschi Kittl. x 1 circa. Calco deH'originale di Kittl, 1912, tav. 8 fig. 12 (fig. in testo 13-15). Sommeraukogel, Norico inferiore. Naturhi¬ storisches Museum di Vienna. F’g. 24 a, b — Halobia hoernesi Mojs. x 1 circa. Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 3 (fig. in testo 13-13). Fig. 24 b: particolare dell'orecchietta. Som¬ meraukogel, Norico inferiore. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 25. — Halobia stapfi Kittl; x 1 circa. Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 8 fig. 3 (fig. in testo 13-14). Sommeraukogel, Norico inferiore. Naturhistorisches Museum di Vienna. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XVII. 24 b Ila TAVOLA XVIII Fig. 14. — Ilalobia paraplicosa Kittl. x 2 circa. Calco dell’originale di Kittl, 1912, fig. in testo 26. Sommeraukogel, Nerico inferiore. Naturhistorisches Museum di Vienna. Figg. 1-13, 15-44. — Ilalobia norica Mojs . p. 87, fig. in testo 15. x circa. Esemplari in figg. 2, 4, 8, 10, 11, 18, 19-44: dal livello ad Halobia norica (Norico inferiore o medio) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Fig. 1. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 7 (esemplare a destra nell’illustrazione) (fig. in testo 15-1). Hornstein, Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 2. — Esemplare 467; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 15-9). Fig. 3. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 7 (esemplare in basso nella illustra¬ zione) (fig. in testo 154). Hornstein, Norico. Geologische Bundesanstalt dì Vienna. Fig. 4. — Esemplare 244; valva destra, modello interno. Fig. 5. — Topotipi di Halobia sicula Gemm. ■- Halobia norica Mojs.; valve destre, modelli interni. Madonna del Balzo (Sicilia), Norico. Fig. 6. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 9 ( Halobia plicosa). Hornstein, Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 7. — Calcolo dell’originale di Kittl, 1912, tav. 9 fig. 10 ( Halobia parasicula) (fig. in testo 15-3). Sommeraukogel, Norico. Naturhistorisches Museum di Vienna. Fig. 8. — Esemplari 248, 249, 425; valve sinistre (in alto) e destra, modelli interni. Fig. 9. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 4 ( Halobia amoena) (fig. in testo 15-6). Sommeraukogel, passaggio Carnico-Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 10. — Esemplare 513; valva destra, modello interno. Fig. 11. — Esemplare 275; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 15-13). x 1,4 circa. Fig. 12. — Originale di Mojsisovics, non figurato ( Halobia amoena). Sommeraukogel, passag¬ gio Carnico-Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 13. — Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 9 fig. 13 ( Halobia plicosa). Feuerkogel, Norico. Naturhistorisches Museum di Vienna. Fig. 15. — Originale di Mojsisovics, 1874 b, tav. 5 fig. 7 (esemplare a sinistra in alto nell’illu¬ strazione). Hornstein, Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 16. — Calco dell’originale di Kittl, 1912, tav. 9 fig. 12 ( Halobia plicosa) (fig. in testo 15-2). Feuerkogel, Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 17. — Originale di Kittl, 1912, tav. 9 fig. 9 (fig. in testo 15-5). Braic (Dalmazia), Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Fig. 18. — Esemplare 404; valva sinistra, modello interno. Fig. 19. — Originali di De Lorenzo, non figurati ( Halobia sicula). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell'Università di Napoli. Fig. 20. — Esemplare 266; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 15-7). Fig. 21. — Esemplari 236, 237, 238; valve sinistre e destra (al centro), modelli interni. Fig. 22. — Esemplare 300; valva destra, modello interno. Fig. 23. — Esemplari 366-367; valve destre, modelli interni. Fig. 24. — Esemplari 360-361; valve destre, modelli interni. Fig. 25. — Esemplare 258; bivalve, modello interno. Fig. 26. — Esemplari 298-299; valve sinistre, modelli interni (fig. in testo 15-12, esempi, in alto). Fig. 27. — Esemplare 253; valva sinistra, modello interno (fig. in testo 15-8). Fig. 28. — Esemplare 281; valva sinistra, modello interno. Fig. 29. — Esemplare 269; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-11). Fig. 30. — Esemplari 255, 408; valve sinistre, modelli interni. Fig. 31. — Esemplare 289; valva destra, modello interno. Fig. 32. — Esemplare 290; valva sinistra, modello interno. Fig. 33. — Esemplare 254; valva sinistra, modello interno. Fig. 34. — Esemplare 369; valva destra, modello interno. Fig. 35. — Esemplare 285; valva sinistra, modello interno. Fig. 36. — Esemplare 291; valva destra, modello interno. Fig. 37. — Esemplare 286; valva destra, modello interno. Fig. 38. — Esemplare 384; valva destra, modello interno. Fig. 39. — Esemplare 444; valva sinistra, modello interno. Fig. 40. — Esemplare 252; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-15). Fig. 41. — Esemplare 243; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-17). Fig. 42. — Esemplare 504; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-14). Fig. 43. — Esemplare 245; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-10). Fig. 44. — Esemplare 284; valva destra, modello interno (fig. in testo 15-16). Figg. 1,5, 7-13, 15-39, 43. — Individui a contorno più lungo che alto ad altezza massima subcentrale. . , A . Figg. 40, 42. — Individui a contorno semicircolare, all’mcirca tanto alto quanto lungo, e mas¬ sima altezza subcentrale. . .. Figg. 41, 44. — Individui a contorno obliquo, con massima altezza posteriore rispetto ano umbone. Mem. Soc. Nate Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcareo-silico-marnosa della Lucania, ecc. - Tav. XVIII. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-mar uosa della Lucania , ecc. - Tav. XVIII. (r TAVOLA XIX Halobia lineata (MuNST.) . p. 83, fig. in testo 14. x 2 circa. Fig. 1. — Originale di Mojsisovxcs, 1874 b, tav. 3 fig. 3 (fig. in testo 14-1). Som- meraukogel, passaggio Carnico-Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Figg. 2-11. — Esemplari provenienti dal livello ad Halobia norica (Norico infe¬ riore o medio) dei calcari con selce di facies Lagonegro - Sasso di Castalda. Fig. 2 a, b — Originale di De Lorenzo, 1896 c, tav. 17 fig. 4 ( Halobia lucana) (fig. in testo 14-2). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 2 b: x 4 circa. Fig. 3. — Esemplare 219; valva destra, modello interno. Fig. 4. — Esemplare 169; valva destra, modello interno. Fig. 5. — Esemplare 159; valva sinistra, modello interno. Fig. 6. — Esemplare 157; valva destra, modello interno. Fig. 7. — Due piccoli esemplari (162, 163) associati ad Halobia norica (al centro). Fig. 8. — Esemplare 170; valva destra, modello interno. Fig. 9. — Esemplare 176; valva sinistra, modello esterno. Fig. 10 — Originale di De Lorenzo, non figurato (Halobia lucana); a destra in figura, H. norica. Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli. Fig. 11. — Originali di De Lorenzo, non figurati ( Halobia lucana). Lagonegro, Trias. Museo di Paleontologia dell'Università di Napoli. Figg. 12-14. — Originali di Mojsisovics, non figurati. Sommeraukogel, passaggio Carnico-Norico. Geologische Bundesanstalt di Vienna. Mem. Soc. Natur. in Napoli de Capoa Bonardi P. - Le Daonelle e le Halobie della serie calcar eo-silico-mar no sa della Lucania, ecc. Tav. XIX. Valutazione analìtica delle riserve in acque sotterranee alimentanti alcune tra le principali sorgenti del massiccio del Matese (Italia meridionale) n Nota del Socio MASSIMO CIVITA (Tornata del 9 giugno 1969) RIASSUNTO La ricerca idrogeologica nel massiccio carsico del Matese, posto al confine tra Campania e Molise, assume particolare interesse in considerazione della vastità di esso, della diffusione dei fenomeni carsici ipogei ed epigei e delle importanti opere idrauliche connesse alle cospicue risorse idriche che tale massiccio fornisce. La conformazione ad altopiano di gran parte di questa unità morfologica ha consentito, infatti, di creare ben tre bacini artificiali per la produzione di energia elettrica; ai piedi dei versanti montuosi, inoltre, sgorgano numerose sorgenti, le più importanti delle quali sono utiliz¬ zate dall'Acquedotto Campano e da quello Molisano. Lo studio idrogeologico, del quale il presente lavoro costituisce la prima parte, tende, dunque, a tracciare un quadro quanto più completo è possibile delle caratteristiche idrogeologiche dei ter¬ reni che formano l’acrocoro e delle condizioni geologiche che reggono la percolazione delle acque aH’interno ed aH’esterno delle strutture acquifere. Inoltre, mediante la valutazione quantitativa dei vari parametri idrogeologici (pluviometria, infiltrazione, evapotraspirazione, ecc.) si potrà redigere un completo bilancio idrologico, che costituirà un notevole ausilio per uno sfruttamento razionale delle risorse in acqua sotterranea e per l'esercizio delle opere idrauliche suddette. Nel presente lavoro viene descritta per grandi linee la situazione idrogeologica di una parte del massiccio carsico, la quale costituisce l’area di alimentazione delle importanti sorgenti di Piedimonte e di Boiano. Il regime di queste sorgenti viene studiato a fondo, paragonando le curve di efflusso ai dati pluviometrici relativi. Vengono, poi, tracciate ed analizzate le curve di esaurimento relative a numerosi anni e ricavati i coefficienti di esaurimento, caratteristici di ciascuna sorgente e di ciascun anno, attraverso i quali vengono calcolate le riserve regolatrici annue e medie immagazzinate nell’ac¬ quifero calcareo. ABSTRACT Hydrogeological research in Matese karstik massif, located on thè border between Campania and Molise, owns particular interest in consideration of its largeness, of karstik hypogeous and epi- geous phenomena diffusion and of thè importance of hydraulic works connected to thè conspicuous hydric resources that thè massif itself supplies. The plateau conformation of large part of this morphological unit, actually, permitted thè creation of three artificial basins for thè production of electric power. Besides, at feet of thè mountains noumerous springs occur, thè most important of wich are exploited by Campanian and Molisian aqueducts. The hydrogeological study, of wich thè present paper is thè first part, means therefore to drop a picture as complete as possible of hydrogeological feature of thè rocks wich shape thè plateau as well as geological conditions wich mie thè percolation of surface and ground water in thè aquifer structures. By means of quantitative valutation of hydrogeological parameters (rainfall, infiltration, evapo- traspiration, etc.) it is possible to drop a complete hydrological balance, that will be an important help for thè rational exploitation of groundwater resources and for conduction of abovesaid hydrau¬ lic works. In thè present paper is sketched thè hydrogeology of part of thè karstik massif wich is thè intake area feeding thè Piedimonte d’Alife and Boiano spring groups. The regimen of thè aforesaid springs is deeply studied, confronting their hydrograms to thè relative rainfall data. Afterward, are plotted and analysed thè exhaustion curves of a number of years and are determined thè exhau- stion coefficients, in reference to each spring and in each year, throug wich thè annual and average Storage of limeston karstik aquifer is calculated. (*) Il presente studio rientra nel programma che l’Istituto di Geologia Applicata di Napoli va svol¬ gendo sotto la direzione di P. Nicotera, con finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. — 134 — RÉSUMÉ La recherche hydrogéologique du massif karstique du Matese, situé entre la Campania et le Molise, est très intéressante pour son étendue, pour la diffusioni des phénomènes karstiques hypogés et epigés et des ouvrages hydrauliques qui exploitent les importantes ressources hydriques du mas¬ sif. La conformation à plateau de la plupart de cette unité morphologique a permis, en effect, la construction de trois bassins artificiels pour la production d’énergie électrique; en outre, au pied des versants montueux jaillissent des sources nombreuses, dont les plus importantes sont utilisées par les acqueducs Campano et Molisano. La recherche hydrogéologique, dont ces notes sont la première partie, mire à tracer un tableau le plus complet possible des caractéristiques hydrogéologiques des terrains du plateau et des condi- tions géologiques qui régissent la percolation des eaux autant à l’intérieur qu’à l’extérieur des struc- tures aquifères. De plus, gràce à l’évaluation quantitative des paramètres hydrogéologiques (pluvio- métrie, infiltration, evapotranspiration, etc.) on peut dresser un bilan hydrologique le plus complet, ce qui sera de grand secours pour l’exploitation rationnelle des ressources des eaux souterraines et pour l’exercice des ouvrages hydrauliques susdites. Dans ces notes on a tracé la situation hydrogéologique d’une partie du massif karstique, laquelle forme l’aire d’alimentation des surces les plus importantes de Piedimonte d’Alife et de Boiano. On a etudié à fond le regime de ces sources en comparant les hydrogrammes aux relatives données pluviométriques. On a tracé et analysé, ensuite, les courbes de tarissement de nombreuses années et on a obtenu les coefficients de tarissement, caractéristiques de chaque source et de chaque année, par lesquels on peut calculer les réserves régulatrices annuelles et moyennes emmagasinées dans l’aquifère karstique. 1. PREMESSA. Il problema, sempre più attuale e pressante, del rifornimento idrico dei grandi agglomerati urbani e delle zone in espansione industriale e turistica nell’Italia meridionale, comporta l'e¬ sigenza continua di rinvenire, studiare e sfrut¬ tare le risorse idriche naturali in maniera in¬ tensiva. Tali risorse, delle quali l’Italia meri¬ dionale, ed in particolare la Campania, non è povera, provengono per la massima parte da sorgenti o gruppi sorgivi scaturienti dai mas¬ sicci calcareo-dolomitici che formano l’ossatu¬ ra dell’Appennino meridionale. Lo studio di queste sorgenti, del loro regime, della loro alimentazione e delle riserve in ac¬ que sotterranee che competono a ciascuna di esse, rientra in una particolare branca della Idrogeologia che prende il nome di idrogeo¬ logia dei terreni carsici, perché sono essenzial¬ mente i fenomeni di carsismo e cioè di disso¬ luzione dei carbonati ed il novero di fattori che ad essi concorrono o da essi sono generati che governano la circolazione delle acque ne¬ gli acquiferi calcarei. Già da diversi anni, le ricerche nel campo dell’idrogeologia dei massicci carsici costitui¬ scono una grossa parte del programma di studi perseguito dall'Istituto di Geologia Ap¬ plicata della Facoltà di Ingegneria di Napoli, sotto la direzione del Prof. Pasquale Nicotera; in questo campo si è già pressocché ultimata l’indagine in diverse importanti zone dei Picen- tini, dei Lattari, dei monti che contornano il Vallo di Diano e della dorsale di Sarno. Tra gli studi in fase di impostazione vi è quello del massiccio del Matese, che riveste un'importanza particolare, sia per la mole del¬ le risorse idriche che esso elargisce, sia per le notevoli opere idrauliche connesse a tali ri¬ sorse. Il Matese costituisce, infatti, il fulcro del¬ l’Acquedotto Campano, che attraverserà i suoi contrafforti orientali con una galleria di valico di notevole lunghezza (attualmente in fase di avanzata costruzione), la quale unirà alle già cospicue risorse sorgive del versante meridio¬ nale quelle non meno abbondanti captate a settentrione del massiccio e che già sono par¬ zialmente utilizzate per il rifornimento idrico di gran parte del Molise. A tali opere devono aggiungersi, inoltre, quelle non meno importanti che hanno per¬ messo la creazione di tre bacini di ritenuta, le cui acque sono utilizzate per la produzione di energia elettrica dalla S.M.E. prima ed oggi l’E.N.EL. Lo studio del Matese, quindi, del suo regime pluviometrico, del relativo tasso di infiltrazio¬ ne e dei deflussi superficiali e sotterranei por¬ terà alla redazione di un bilancio idrologico annuo e medio, che potrà costituire un prezio- — 135 — so ausilio per una più razionale utilizzazione delle sue risorse idriche. Primo passo di questo programma è la va¬ lutazione di tali risorse idriche e delle riserve regolatrici delle maggiori sorgenti del Matese, vale a dire di quelle sgorganti presso Piedi- monte d'Alife (Torano e Marette) e quelle del versante molisano, le tre Rio Freddo, Pietre¬ cadute, Maiella, S. Maria dei Rivoli, Torno e minori, ubicate nei pressi di Boiano. Le suddette sorgenti hanno, come vedremo più avanti, aree di drenaggio abbastanza ben individuate dal punto di vista idrogeologico, il che consente una soddisfacente valutazione debordine di grandezza degli acquiferi alimen¬ tatori; esse sono, inoltre, tutte captate ad ope¬ ra dell'Acquedotto Campano della Cassa per il Mezzogiorno e sono state tutte tenute sotto controllo per un numero non grandi di anni, ma sufficiente per uno studio analitico dei dati di portata rilevati. Tali dati, unitamente a molto altro mate¬ riale di grande importanza scientifica, sono stati cortesemente messi a disposizione dallo scrivente dallTng. Francesco M. De Falco, Di¬ rettore dell'Ufficio Acquedotti della Campania e del Molise; all’Ing. De Falco, nonché all’Ing. Vincenzo Stanganelli ed agli altri tecnici del suddetto Ufficio, vadano i più calorosi ringra¬ ziamenti per la preziosa ed assidua collabora¬ zione. Purtroppo, non tutte le principali sorgenti del Matese sono tenute sotto controllo costan¬ te: per le sorgenti del Lete, per la S. Nazzaro di Monteroduni e per molte altre, poste sull’al¬ topiano, non esistono i dati necessari e suffi¬ cienti per uno studio analogo, il che costringe, almeno per ora, a tenerle da parte. Ciò vale anche per le grosse scaturigini di Grassano, che alcuni Autori collegano al Matese, ma che sembrerebbero al contrario avulse da tale mas¬ siccio a giudicare da alcune constatazioni idrogeologiche di prima analisi sin qui operate. Nel chiudere questa premessa mi è gradito esprimere i sensi della più viva riconoscenza al Prof. P. Nicotera per il suo costante inco¬ raggiamento nonché per l'appoggio ed i consi¬ gli ricevuti. 1.1. APPENDICE. Elenco dei simboli. Nel testo e nelle tabelle sono stati usati i simboli qui sotto elencati, con il loro significato. Q0 = Portata sorgiva all’istante t0 = 0, coinci¬ dente con l'inizio dell'esaurimento del serbatoio alimentatore, in mc/sec. Q, = Portata sorgiva in un qualunque istan¬ te t^O dell’esaurimento, in mc/sec. t = Tempo trascorso dall'inizio dell'esauri¬ mento, in giorni. oc = Coefficiente di esaurimento, funzione di t. e = 2,718, base dei logaritmi neperiani (log e=0,4343). W = Capacità di immagazzinamento (riser¬ ve regolatrici) del serbatoio. Qm = Media delle portate medie annue della sorgente o gruppo sorgentizio per il periodo considerato, in mc/sec. Vm = Media dei volumi medi annui evacuati dalla sorgente o gruppo sorgentizio per il periodo considerato, in IO6 me. Wm = Riserve regolatrici medie della sorgen¬ te o gruppo sorgentizio per il periodo considerato. 2. SITUAZIONE GEOGRAFICA E MORFO¬ LOGICA. Il massiccio del Matese è una delle unità appenniniche meglio individuate dal punto di vista geografico. Esso si estende, con una con¬ formazione allungata da NNW a SSE, tra la media valle del F. Volturno e l’alta valle del F. Tammaro. Lungo il suo spariacque longitu¬ dinale passa, inoltre, il confine tra la Campa¬ nia ed il Molise, cui competono rispettivamen¬ te, il versante meridionale e quello setten¬ trionale. Quasi da ogni lato, i fianchi del massiccio si presentano ripidi ed impervi, elevandosi rapidamente al di sopra delle valli dei corsi d’acqua che ne costituiscono i confini morfo¬ logici: il Volturno, che compie una larga ansa attorno ai versanti occidentali e sud-occiden¬ tali, sino alla confluenza con il Titerno ed il Calore Irpino, che ne limitano le estreme prò- — 136 — paggini meridionali e sud-orientali. Il versante molisano domina gli alvei di alcuni corsi d’ac¬ qua minori, affluenti del Biferno (il Rio, T. Pe¬ troso), e del Fosso Cavaliere, tributario del Volturno (Fig. 1). Fig. 1. — Situazione geografica della zona studiata. L’acrocoro assume la classica conformazione del vasto altipiano carsico, molto irregolare ed accidentato: esso è diviso longitudinalmente in due dorsali allungate da un solco centrale che, da Pietraroìa, attraverso Letino e Gallo, giunge sino al Volturno, tra Monteroduni e la foce del F. Sava. Nella dorsale nord-orientale sono contenute le massime elevazioni, ossia il M. Miletto (m. 2050), il M. La Gallinola (m. 1923), il M. Mutria (m. 1822). In tutto il massiccio, però, abbondano le cime superiori ai 1.000 metri, mentre l'altitudine media si mantiene generalmente intorno agli 800 metri sul livello del mare. La morfologia montana presenta i forti con¬ trasti tipici delle forme carsiche: erte pareti, profonde gole, una fitta rete di valli dai fian¬ chi scoscesi contrastano a tratti violentemente con una miriade di pianalti e di depressioni dal fondo pianeggiante, le dimensioni delle quali variano da parecchi chilometri a poche decine di metri, ubicate quasi sempre a quote notevoli. Le depressioni maggiori sono allineate lun¬ go il solco centrale, a quote decrescenti da sud¬ est a nord-ovest, spesso separate tra loro solo da esigue soglie rocciose: la più grande in assoluto è la piana del Lago, vero e proprio polje, che si sviluppa ai piedi del M. Miletto per circa 9 chilometri con una larghezza mas¬ sima di oltre 1.500 metri ed è parzialmente oc¬ cupata dal Lago Matese (Fig. 2). Poco a nord- ovest si apre il vasto Campo delle Secine, ove ha origine il F. Lete, il quale scende attraver¬ so il sottostante piano di Letino, all'estremità del quale le sue acque si erano aperte la stra¬ da nella parete calcarea che costituiva il bordo rialzato del piano, creando un condotto sotter¬ raneo lungo circa 1.500 metri in linea d’aria, con un dislivello di oltre 700 metri. Attraverso questo condotto, le acque del fiume tornavano a giorno presso l’abitato di Prata Sannita. Og¬ gi, però, uno sbarramento artificiale, posto poco a monte dell'imboccatura della caverna, ha permesso la realizzazione di un piccolo in¬ vaso utilizzato a scopi idroelettrici. Analogamente, nel piano di Gallo, posto a nord-ovest di quello di Letino, scorre un altro fiume di tipo carsico, il Sava, il quale si ina¬ bissa in un inghiottitoio al margine sud della conca, ricomparendo a circa 2 chilometri di distanza nella valle di S. Bartolomeo, sopra Fontegreca. Anche questo corso d’acqua è sta¬ to di recente sbarrato, ottenendo così un altro invaso di estensione non trascurabile. Alle vaste conche tettonico-carsiche descritte devono aggiungersene molte altre, disseminate in tutto il massiccio, le maggiori e più impor¬ tanti delle quali sono Campo Braca e Campo Rotondo, entrambe drenate da inghiottitoi; Camporuccio, Campo Figliolo, Campitello, ecc. tutte depressioni prevalentemente chiuse, la cui importanza idrogeologica è evidentemente notevole, come vedremo in seguito. A conclusione di questo rapido esame della morfologia del Matese bisogna ancora osserva¬ re che tutt’attorno al massiccio calcareo-dolo- mitico ed, in particolare, ad est e a nord di esso, si nota una netta soluzione di continuità tra le forme tipiche del paesaggio carsico e quelle, più dolci e modellate, circostanti ad esso. Ciò è dovuto alla presenza di terreni mol¬ to più erodibili di quelli che formano le alte montagne, per la massima parte costituenti il flysch molisano-sannita o la serie miocenica superiore. I due grandi gruppi sorgentizi, il cui studio è oggetto del presente lavoro, si trovano en¬ trambi ubicati verso l'estremità orientale del massiccio calcareo, sugli opposti versanti di esso. Le sorgenti Torano e Maretto sgorgano a quote diverse quasi nel cuore dell’abitato di 137 Il Lago Matese visto dalla «Palazzina» dell’E.M.EL., in loc. Brecce. Nel cerchietto in basso a sinistra si vedono le installazioni della stazione meteorologica. — 138 — Piedimonte d’Alife, ai piedi del versante cam¬ pano, mentre sul versante molisano, attorno all’abitato di Boiano, scaturiscono le acque che formano il F. Bìferno lungo un fronte sorgivo alla cui estremità occidentale sono poste il gruppo di polle « Maiella ». Appena a sud-est di Boiano, praticamente ancora all’interno del¬ l’abitato, si trovano le sorgenti « Torno » e « Pietre Cadute », mentre le più meridionali sorgenti del gruppo, le tre «Rio Freddo» dista¬ no un paio di chilometri in linea d'aria, ver¬ so est. Tutte le sorgenti del gruppo del Biferno sgorgano più o meno alla stessa quota, fatto molto indicativo e comprovante la loro identi¬ ca genesi idrogeologica. 3. SCHEMA IDROGEOLOGICO DELL’AREA DI ALIMENTAZIONE DELLE SORGENTI. La determinazione dell’area di alimentazione che compete a ciascuna sorgente o gruppo sorgentizio sgorgante da un massiccio carsico rappresenta quasi sempre una delle maggiori difficoltà, dal cui superamento in gran parte dipende la possibilità di concretare o meno una soddisfacente ricerca idrogeologica di ca¬ rattere quantitativo. La valutazione dell’esten¬ sione areale e del volume dell'acquifero, nei limiti della normale approssimazione, rappre¬ senta, infatti, la base del calcolo di molti pa¬ rametri fondamentali, quali il modulo pluvio¬ metrico ed il coefficiente di infiltrazione. La conoscenza di tali parametri, d’altra parte, co¬ stituisce molto spesso la condizione necessaria e sufficiente per la redazione del bilancio idro¬ logico relativo all'unità carsica in studio, fine ultimo e non sempre raggiungibile di ogni la¬ voro di ricerca in questo campo. La soluzione del problema si avvale dei me¬ todi classici della geologia, ossia di un’analisi di dettaglio delle caratteristiche litostratigra- fiche e strutturali dell’unità carsica. Ai dati ot¬ tenuti in tal modo se ne affiancano numerosi altri, che vanno dalla valutazione della permea¬ bilità dei singoli complessi geologici, al rileva¬ mento delle manifestazioni carsiche subaeree ed ipogee, al collegamento di queste con gli sbocchi sorgivi mediante prove con traccianti, all’idrochimica comparativa delle acque sor¬ give. Come si vede, il problema, lungi da essere di facile soluzione prevede studi lunghi e com¬ plessi, i quali, nel caso in esame, devono consi¬ derarsi appena iniziati. Pertanto, ci si limita qui ad illustrare, schematicamente, i dati sino¬ ra acquisiti, senza voler giungere ad alcuna al¬ tra conclusione che non sia un’ipotesi di lavoro, tuttavia sufficiente agli scopi del presente studio. Almeno in prima analisi, tali dati, come si vedrà nelle pagine seguenti, permettono di li¬ mitare l’area di alimentazione delle sorgenti alla sola parte sud-orientale del massiccio, escludendo, cioè, le zone a nord-ovest di una linea che, da Piedimonte, giunge sino ad ovest di S. Massimo, passando per l’estremità occi¬ dentale del piano del Lago Matese e ad ovest di M. Miletto. Gli studi in corso avranno, tra l'altro, lo sco¬ po di verificare ulteriormente quanto sopra e di stabilire se la zona montuosa posta a sud¬ est della linea suddetta contribuisca intera¬ mente o solo in parte alla alimentazione dei gruppi sorgivi di Boiano e Piedimonte. Con¬ temporaneamente, si cercherà di far luce sul problema dell’area di alimentazione delle sor¬ genti di Grassano, presso S. Salvatore Telesi- no: tali sorgenti, capaci di liberare portate di piena dell'ordine dei 4 mc/sec, sembrano non avere un serbatoio alimentatore tale da for¬ nire una simile massa d’acqua, poiché il colle¬ gamento col Matese (ed in particolare con la dorsale del M. Monaco di Gioia) sembra impe¬ dito da una situazione idrogeologica del tutto sfavorevole. 3.1. STRATIGRAFIA E STRUTTURA. La cartografia geologica ufficiale riguardante il massiccio del Matese è del tutto superata o inesistente. (1) Ogni studio di carattere applica¬ tivo deve, pertanto, comprendere il rilievo geo¬ logico, già iniziato nel caso in esame, sulla ba¬ se e con il conforto di molteplici dati geologici contenuti in un buon numero di lavori recenti. (1) Il Matese rientra in ben 4 Fogli della Carta Geologica d’Italia, scala 1:100.000. Di questi, il solo F. 172 (Caserta), completamente rifatto di recente, fornisce dati moderni ed utilizzabili, ma in esso ricade solo una parte piccolissima e marginale del massiccio. Dei restanti 3 Fogli, 2 non sono mai stati pubblicati, vale a dire il F. 162 (Campobasso) ed il F. 173 (Benevento), mentre il F. 161 (Isernia), com¬ pletamente superato, è tuttora in corso di revisione. — 139 — Alla luce delle conoscenze sin ad oggi ac¬ quisite, si può ritenere che nell'area di alimen¬ tazione delle sorgenti in oggetto affiori una serie stratigrafica alla cui base è un complesso prevalentemente dolomitico, attribuito gene¬ ralmente alllnfralias (Catenacci, De Castro e Sgrosso, 1963). Esso si compone di dolomie cristalline, spesso zonate, a tratti stromatoliti- che e con stratificazione interna, in strati e banchi di spessore variabile. Nella parte alta del complesso appaiono, intercalati alle dolo¬ mie, strati di calcare dolomitico dapprima molto sottili e distanziati tra loro, poi sempre più spessi e ravvicinati. Tali calcari finiscono col prevalere sulle dolomie, rappresentando il passaggio graduale dal complesso dolomitico basale al complesso calcareo sovrastante. Il complesso dolomitico infraliassico poggia sulle dolomie triassiche a Worthenia e Megalo- dus, che affiorano diffusamente a nord-ovest di Piedimonte d'Alife, in una zona che, come ve¬ dremo, non si ritiene far parte dell'area di ali¬ mentazione delle sorgenti. Al complesso dolomitico di base segue una potente pila calcarea che comprende gran par¬ te del Lias, il Giura ed il Cretaceo, ed i livelli basali del Miocene trasgressivo. Il complesso calcareo ha una potenza media affiorante di oltre 1.300 metri, dei quali circa 900 spettano al Lias ed al Giurassico. La serie spettante a questi periodi è composta in pre¬ valenza da calcari detritici, oolitici e pseu- doolici, a tratti biostromali, generalmente ric¬ chi di fossili di valore stratigrafico ( Palaeoda - sycladus, Orbitopsella, Pfenderina, Cladoco- ropsis, Clypeina). Soltanto a tratti la succes¬ sione di strati calcarei è intercalata da livelli dolomitici, i quali per altro non turbano l’uni¬ formità litologica del complesso. Ai descritti livelli giurassici, altri ne seguo¬ no, composti da calcari detritici e talvolta pseudoolitici, spesso biostromali, con rare in tercalazioni dolomitiche. Abbondano le luma- chelle di macrofossili (Nerinee, Requienie), spesso evidenziate sulla superficie degli strati dall’alterazione. Questi livelli, ascritti al Creta¬ ceo inferiore, affiorano per una potenza media di circa 300 m. I calcari a Requienie sopportano a tetto il « Livello della bauxite », il cui significato pa¬ leogeografico (D’Argenio, 1963) acquista una notevole importanza idro geologica. Si tratta di un orizzonte spesso discontinuo, compren¬ dente, alla base, calcari rossastri, brecce calca¬ ree a cemento calcareo-marnoso policromo, li- velletti di marne ed argille. AH’interno di que¬ sti materiali si aprono delle « tasche » più o meno estese e potenti, le quali sono riempite dal materiale bauxitico, il cui colore varia dal giallo, al rosso ed al nero. A tetto delle bauxiti, la sedimentazione cal¬ carea riprende dapprima con alcuni strati gros¬ solanamente clastici, poi con calcari finemente detritici, contenenti vere biostrome composte da Ippuriti e, talvolta, da Actaeonelle. In quasi tutte le zone del Matese sud-orien¬ tale, la serie mesozoica termina con i livelli a Rudiste del Cretaceo superiore, sui quali si ri¬ trova trasgressiva una serie miocenica che ver¬ rà descritta nelle prossime pagine. Fa eccezio¬ ne una fascia comprendente il bordo setten¬ trionale del massiccio, ove, sui calcari a Rudi¬ ste, trasgredisce una serie composta da calci¬ rudi ti e calcareniti (« Calcari pseudosaccaroidi bianchi » auct.) di età compresa tra il Maastri- chtiano ed il Paleocene. Questa facies, che pre¬ domina nel Matese nord-occidentale, trasgredi¬ sce ivi su tutti i termini mesozoici più antichi, a partire dalle dolomie triassiche, sino ai cal¬ cari del Cretaceo inferiore (Ietto, 1963; Sgros¬ so, 1964), e rappresenta un termine litostrati- grafico comune con le serie affioranti nella « Depressione molisano-sannitica » (Pescatore, 1965). La serie miocenica affiorante nella zona con¬ siderata inizia dal basso con una unità basale costituita da calcareniti e calciruditi bianche, organogene, generalmente molto compatte e concordanti con il substrato mesozoico. Tale unità, nota come « Formazione di Cusano » (Selli, 1957) è molto ricca di fossili, tra i quali prevalgono grossi Litotamni, Ostreidi, Petti- nidi, ecc. La formazione ora descritta, potente in media una cinquantina di metri, passa ver¬ so l’alto a marne e calcari marnosi di colore verdastro o grigio, ricchi di Globigerine, Qrbu- line e Globorotalie. Questo secondo membro della serie miocenica (« Formazione di Longa- no ») ha potenza molto variabile che va da circa 60 metri nella zona di Cusano Mutri e Pietraroia, a solo un paio di metri nella zona di M. Miletto - M. La Gallinola, località queste ultime dove le marne calcaree trasgrediscono direttamente sul substrato mesozoico (Sgros- — 140 — so, 1963). La Formazione di Longano passa gradualmente alla sovrastante « Formazione di Pietraroia », composta da argille marnose, mar¬ ne argillose ed arenarie tenere di tipo torbidi- tico. Lo spessore affiorante è spesso conside¬ revole e, generalmente supera i 200 metri. In varie zone del Matese settentrionale ed orien¬ tale si ritrovano, infine, al di sopra, della serie descritta o da soli, sedimenti arenacei di tipo molassico, probabilmente parautoctoni. La serie miocenica affiora estesamente nel versante orientale del Matese, nella zona di Cusano, Pietraroia e Guardiaregia; la si ritrova, inoltre, ai piedi dei calcari per una stretta stri¬ scia nei pressi di Boiano, ove affiorano preva¬ lentemente i membri marnosi e argilloso-are- nacei di essa, oltre alla molasse, le quali si ri¬ levano estesamente al fronte nord del massic¬ cio, nella zona di Roccamandolfi-S. Massimo. A completamento del quadro schematico della stratigrafia della zona studiata, resta da osservare che ad est e a nord del massiccio carbonatico affiorano estesamente le formazioni della Depressione molisano-sannitica, prevalen¬ temente composte da marne calcaree, calcari marnosi, argille e scisti diasprigni (Pescatore, 1965). Ai piedi dei versanti meridionali, invece, al di sotto di una spessa coltre detritico-allu- vionale, si osservano, a luoghi, affioramenti molassici e placche di materiali flyschoidi e di argille varicolori scagliose. Gli eventi tettonici che hanno interessato il Matese, la cui influenza si risente ancora sul¬ la odierna situazione idrogeologica, sono mol¬ teplici e notevolmente complessi. I più antichi di essi, ai quali è legata l'evoluzione paleogeo- grafìca della « Piattaforma carbonatica dell’Ap- pennino di facies orientale » (D’Argenio, 1966), sembrano risalire all’Infralias, periodo in cui ebbe inizio la differenziazione tra le facies me¬ sozoiche del Matese nord-occidentale da quelle oggi rilevabili nella zona sud-orientale del mas¬ siccio. Nella prima di queste due zone, infatti, il basamento dolomitico subiva frammentazio¬ ni e dislocazioni di tipo epirogenetico che por¬ tavano all’emersione di grandi blocchi, alcuni dei quali restarono in ambiente subaereo sino al Cretaceo (Ietto, 1963). Nella seconda zona, al contrario, iniziava una subsidenza lenta e costante che durò sino al Cretaceo medio, quando si verificò l’emersione marcata dai de¬ positi bauxitici. Tale emersione fu seguita da una nuova subsidenza, con la deposizione delle assise calcaree del Cretaceo superiore. Alla fine del Cretaceo tutta la zona conside¬ rata emerse nuovamente e restò tale per tutto il Paleogene, tornando in dominio marino sol¬ tanto all’inizio del periodo miocenico. Le fasi tettoniche seguenti iniziarono, pro¬ babilmente, nel tardo Miocene, e furono carat¬ terizzate da fenomeni con effetti di compres¬ sione con vergenza verso NE. Questa fase ori¬ ginò una rete di faglie orientate in genere se¬ condo i meridiani ed i paralleli, con accavalla¬ menti e sovrascorrimenti, come è stato scoper¬ to di recente da Ietto (1969), in particolar mo¬ do ai margini settentrionali del massiccio. Alla fase descritta ne è seguita un’altra, di tipo eminentemente distensivo, che ha dato al massiccio l’odierna struttura e configurazione morfologica. Le faglie di distensione hanno orientazioni prevalenti WNW-ESE e SW-NE, ma permangono anche molte linee tettoniche orientate N-S ed E-W, riprese ed esaltate dalla fase tettonica più recente, la quale, d’altra par¬ te, ha in diversi casi ripreso anche faglie molto più antiche, generate cioè durante il Meso¬ zoico. La struttura dell'area di alimentazione delle sorgenti, quale risulta oggi generata dal novero di fattori descritti, consta di due mo- noclinali principali con strati immergenti pre¬ valentemente verso i quadranti settentrionali, divise tra loro da un importante fascio di fa¬ glie che passa per il solco longitudinale del massiccio, con direzione da ESE a WNW. Tali faglie, mentre da un lato hanno generato i forti rigetti che esaltano la dorsale settentrio¬ nale (Miletto, La Gallinola, Mutria), hanno del pari prodotto le fosse tettoniche del piano del Lago Matese e degli altri pianori tettonico- carsici adiacenti. A causa del forte rigetto che ha generato la dorsale M. Miletto - M. Mutria, è probabile che in questa dorsale si sia venuta a creare una culminazione longitudinale del complesso dolomitico di base, fatto di notevo¬ le importanza idrogeologica già rilevato da Scarsella e Manfredini nel quadro delle in¬ dagini idrogeologiche compiute sul tracciato della galleria di valico del Matese, per conto della Cassa per il Mezzogiorno (2). (2) Tale è l’opinione di F. Scarsella e M. Manfre- dini, quale viene riportata nella « Relazione conclu¬ siva della Commissione di consulenza per lo studio — 141 — Altre faglie, più o meno isorientate con quel¬ le appena descritte, danno origine a strutture a gradinata su entrambi i versanti. Esse sono a tratti interrotte da faglie quasi ortogonali, con rigetti variabili ma quasi mai notevoli. Fanno eccezione alcune faglie orientate secondo i meridiani, in particolare quelle molto irrego¬ lari che formano il margine occidentale della zona di alimentazione delle sorgenti; esse for¬ mano un allineamento irregolare che va da Piedimonte d’Alife (fianco occidentale di M. Cila) all’estremità nord-ovest del piano del Lago Matese e di qui, passando ai piedi del versante occidentale di M. Miletto, giunge sino alla zona di Roccamandolfi, sul versante mo¬ lisano. Questa linea tettonica, marcata da evi¬ denti cicatrici morfologiche, ricalca probabil¬ mente la tettonica mesozoica: nella zona posta ad occidente di essa, infatti, il complesso dolo¬ mitico di base sembra notevolmente rialzato, rispetto ai calcari affioranti ad est, cioè al¬ l’interno della struttura alimentatrice delle sorgenti; tale fatto collimerebbe con le osser¬ vazioni già effettuate nella zona (Ietto, 1963; Sgrosso, 1963 e 1964) sulle notevoli differenze tra le facies mesozoiche affioranti ai due lati del suddetto allineamento. 3.2. COMPLESSI IMPERMEABILI ED ACQUIFERI. La base della struttura acquifera alimentan¬ te le sorgenti oggetto del presente studio è co¬ stituita, come si è detto in precedenza, da un complesso dolomitico stratificato. Tali dolo¬ mie, nonostante siano esse stesse rocce sog¬ gette ai fenomeni di dissoluzione carsica, han¬ no un comportamento acquifero molto diver¬ so da quello dei calcari sovrastanti: esse sono relativamente impermeabili, cioè, pur essendo permeabili in assoluto, hanno un grado di per¬ meabilità molto inferiore a quello dei calcari fratturati e carsificati a tetto. Il fenomeno è comune a molti dei massicci calcarei appenninici, come si è avuto modo di constatare, tra l’altro, nei M. Picentini (mas¬ sicci del Terminio e del Cervialto) ove si os¬ serva, alla base di strutture acquifere calcaree sostenute da assise dolomitiche, la presenza di sorgenti di contatto stratigrafico: un tipico della galleria di attraversamento del Massiccio del Matese dell’Acquedotto Campano» — 5-12-1959 — Ediz. Pappagallo, Roma. esempio lo forniscono le sorgenti del F. Pi- centino, che scaturiscono a quote elevate sul- l'acclive versante meridionale del M. Accellica, al contatto tra calcari liassici e dolomie infra- liassiche (Civita, 1969). A spiegare il fenomeno contribuiscono di¬ verse considerazioni di carattere litologico, geochimico e fisico. Innanzi tutto, bisogna con¬ siderare che la dolomite è molto meno solu¬ bile della calcite in acqua satura di C02 (0,3 g/1 contro 1 g/1, rispettivamente, in media): ciò significa che le fratture acquifere subisco¬ no un allargamento molto più lento che non nei calcari, mentre vengono riempite da mate¬ riali residuali della dissoluzione molto più ra¬ pidamente. Inoltre, secondo alcuni Autori (Gezè, 1965; Zogovic, 1967), assise dolomitiche che sono state coperte da calcari senza aver mai subito l'attacco degli agenti esogeni, man¬ tengono una permeabilità piuttosto bassa. L'impermeabilità relativa delle dolomie ha un ruolo della massima importanza nello sche¬ ma idrogeologico del Matese. Le dolomie, in¬ fatti, limitano, almeno in parte, per faglia la struttura acquifera ad ovest e la sostengono a letto, determinando, a causa della struttura a gradinata di faglie sia verso nord che verso sud, uno spartiacque sotterraneo, forse e più o meno corrispondente allo spartiacque mor¬ fologico principale, del massiccio, che suddivi¬ de ulteriormente l'area di alimentazione delle sorgenti in due parti, distribuendo le acque di infiltrazione tra le sorgenti di Boiano e quelle di Piedimonte (Scarsella e Manfredini: vedi nota 2). L’acquifero principale componente della struttura che alimenta le sorgenti di Boiano e Piedimonte è costituito dal complesso calca¬ reo quale è stato descritto nelle pagine prece¬ denti, preso in tato, dal momento che non si è riscontrata alcuna diversità di comporta¬ mento tra i vari componenti litostratigrafici nei confronti delle sollecitazioni tettoniche, dei fenomeni di carsificazione e dei restanti nu¬ merosi fattori che determinano la permeabi¬ lità in grande dell’acquifero stesso. Lo stato di fratturazione è sempre notevole, in dipendenza alle molte fasi tettoniche su¬ bite, così come abbastanza elevato è il numero dei giunti di stratificazione. Il complesso acquifero ha subito diverse fasi di carsificazione: la prima in ordine ero- — 142 — nologico sicuramente documentata risale al periodo di emersione mediocretacico, marcato dai livelli bauxitici. Ora, pur senza entrare nel merito delle diverse teorie sulla genesi della bauxite, è di comune ammissione che essa si accumuli su superfici carsificate più o meno in profondità, in dipendenza di particolari fattori paleogeografici e paleocli¬ matici. Nel Matese, gli orizzonti bauxitici sono per lo più lenticolari e discontinui ed è raro osservare cavità molto profonde riempite da tale materiale, probabilmente a causa di uno scarso sollevamento sul livello marino del letto degli accumuli, nonché di un rapido concre- zionamento ed intasamento delle fessure. La carsificazione cessò con la trasgressione dei calcari a Rudiste e, a luoghi, dei calcari pseudosaccaroidi, dopo di chè iniziò il periodo di emersione postcretacico che durò sino agli albori del Miocene. Ad un simile periodo di emersione dovrebbe corrispondere una carsificazione più o meno spinta dei calcari a letto dei livelli trasgressivi miocenici. Al contrario, invece, difficilmente si notano segni di importanti fenomeni di dissoluzione, se si fa eccezione per un certo numero di « fi¬ loni sedimentari » e rare cavità riempite da materiali miocenici, osservate in vari punti del versante orientale del massiccio (Pietraroia, Guardiaregia). Nelle zone centrali e più elevate del Matese (M. Miletto, M. La Gallinola, Cam- pitello), Sgrosso (1963) riconosce, invece, a letto della trasgressione, una « ...superficie morfologica... molto simile a quella che appa¬ re adesso con un carsismo assai evoluto ed ampie valli mature ». Lo stesso Autore spiega l’esistenza di una tale morfologia evoluta co¬ me risultato di fasi tettoniche tardocretacee, le quali avrebbero « ...variamente fagliato ed innalzato i blocchi della serie mesozoica per¬ mettendo e facilitando l’azione degli agenti esogeni... ». Durante tutto il Miocene inferiore e medio si ebbe, dunque, la deposizione dei già descritti terreni, i quali, presi nel loro complesso ed eccezion fatta per le calcareniti e calciruditi basali, possono dirsi impermeabili. A partire dalla fine del Miocene iniziarono i grandi fenomeni tettonici che hanno dato origine alle strutture ed alla morfologia odier¬ na e che crearono le condizioni necessarie e sufficienti ad innescare un nuovo processo di carsificazione. Tali condizioni si determinaro¬ no, innanzi tutto, con i rigetti che spezzarono la continuità del complesso impermeabile a tetto dei calcari, innalzando nel contempo le strutture a quote più o meno grandi sul livello del mare, e con la genesi di una fitta rete di faglie, diaclasi e fratture che aprirono la via alle acque meteoriche. La tettonica generò, an¬ che, tutta la serie delle depressioni piccole e grandi, alcune delle quali conservarono al fon¬ do placche impermeabili di materiali miocenici (piani di Letino e Gallo, ecc.): tali depressioni hanno una importanza idrogeologica fonda- mentale dal momento che esse costituiscono altrettanti « blocchi » per il ruscellamento su¬ perficiale, le cui acque, costrette a fermarsi in dominio carsico, si infiltrano nell'acquifero più o meno lentamente attraverso la rete di fratture. L'azione delle acque unitamente a quella de¬ gli altri agenti esogeni ha prodotto una lenta evoluzione della morfologia carsica sino allo stadio che oggi ci è dato osservare, così ricco di forme epigee sia semplici (doline, inghiotti¬ toi, estavelle, grotte, rilievi residuali, ecc.) che complesse (polje, uvala, ecc.). Tra queste pri¬ meggia, per dimensioni ed importanza idogeo- logica, il polje del piano del Lago Matese, il cui fondo, impermeabilizzato da materiali pi¬ roclastici di trasporto eolico misti ad alluvioni lacustri, è in parte permanentemente occupato dalle acque del lago (Fig. 3). Queste acque, prima della sistemazione a bacino idroelettri¬ co realizzata dalla S.M.E. nel 1923, venivano liberamente smaltite da numerosi inghiottitoi ubicati lungo il bordo meridionale della de¬ pressione. Tra questi smaltitori, i principali erano quello delle « Brecce », posto ad ovest del lago e quello, molto più grande, detto « Scennerato », all'estremità orientale del pia¬ no, in corrispondenza della testata del Vallo¬ ne dell 'Inferno, il quale, evidentemente, dove¬ va essere l’emissario superficiale primordiale del polje prima che l’erosione rimontante re¬ gressiva lo relegasse al ruolo di valle pressoc- ché morta. Alla fine di questo processo regres¬ sivo, il corso d’acqua subaereo è stato sostitui¬ to da un altro, ipogeo. L’inghiottitoio Scenne¬ rato, infatti, comunica direttamente con la sor¬ gente Torano, come è stato ampiamente pro¬ vato da Ruggiero (1926), con una campagna di — 143 — Fig. 3. — Schizzo della situazione idrogeologica. - A = Terreni quaternari detritici, alluvionali e piro¬ clastici, da permeabili a poco permeabili. B = Terreni del Miocene medio e superiore (marne, argille, molasse, ecc.) prevalentemente impermeabili. C = Terreni del Mesozoico e del Miocene inferiore, prevalentemente carsici. D = Faglie principali. E = Sorgenti principali: Torano (1), Ma- retto (2), gruppo Maiella (3), gruppo Pietrecadute (4), gruppo Rio Freddo (5). F = Inghiottitoi e punti di assorbimento principali. G = Probabile spartiacque sotterraneo. H = Probabile direzione di flusso della falda principale all’interno dell’acquifero carsico. I = Stazioni pluviometriche: « Brec¬ ce » (6) e « Scennerato » (7). — 144 — Fig. 4. — Sistemazione idraulica della zona dell’inghiottitoio Scennerato, all’estremità sud-orientale del Lago Matese. studi idrologici e, recentemente, confermato da esperimenti con traccianti coloranti esegui¬ te dai tecnici della Cassa per il Mezzogiorno. Analoghe prove hanno permesso di stabilire la comunicazione di alcuni altri inghiottitoi posti a nord di M. Cila, con la sorgente Ma- retto. Inoltre, durante i lavori di captazione di quest'ultima sorgente (novembre 1961) si verificò un crollo nel rivestimento della galle¬ ria forzata che adduce l'acqua del lago alla centrale del 1° salto deH'impianto idroelettrico E.N.EL.; il crollo fu localizzato a circa 800 m. di quota ed a più di 5 Km. in linea d'aria dalla sorgente Maretto. Attraverso il varco nel rivestimento ci fu una notevole perdita d'ac¬ qua in pressione che precipitava in una cavità di notevoli dimensioni e molto profonda. Do¬ po poco tempo si notò alla sorgente un for¬ te aumento di portata ed un forte intorbi¬ damento, fenomeni che cessarono non appena la perdita della condotta venne riparata. Tra i lavori eseguiti dalla S.M.E. per la si¬ stemazione del Lago Matese a bacino idroelet¬ trico vi è stata la costruzione di alcune piccole opere in terra per escludere gli inghiottitoi e le principali zone di assorbimento delle acque. Da allora lo « Scennerato » (Fig. 4) serve sol¬ tanto come scarico d’emergenza e ciò ha in¬ fluito notevolmente sul regime del Torano, normalizzandolo. Quando gli inghiottitoi fun¬ zionavano liberamente, infatti, il regime della sorgente era caratterizzato da un’estrema va¬ riabilità, con picchi improvvisi che arrivavano sino a valori delle portate 5 o 6 volte superiori a quelli del normale flusso di base, alternati a decrementi altrettanto rapidi. Oggi vi sono ancora, come vedremo, brusche intumescenze in corrispondenza di precipitazioni abbondan¬ ti e raggruppate, ma tali intumescenze hanno una durata relativa in confronto ai lunghi e lenti esaurimenti che costituiscono il motivo dominante degli idrogrammi di efflusso degli ultimi 10 anni. Analoghe osservazioni si posso¬ no condurre per la sorgente Maretto, per la quale appare, inoltre, provata una assoluta in¬ dipendenza dal regime del Torano. — 145 — Il novero dei dati e delle osservazioni su esposte dimostrano in maniera incontroverti¬ bile 1’esistenza di una circolazione per condot¬ ti e fessure all’interno dell’acquifero carsico del versante meridionale del Matese, espres¬ sione di uno stadio molto maturo del ciclo carsico, che ha raggiunto da tempo il suo li¬ vello di base, rappresentato dalla quota della emergenza più bassa (Marette, q. 175 sul l.m.) (3). A questa parte dell'acquifero, sostanzial¬ mente un holokarst, è applicabile lo schema a tre zone di Cvijic (1918). Si distinguono, in¬ fatti, tre zone: nella zona superiore predomina una circolazione temporanea, caratterizzata dallo spostamento verticale delle acque che da superficiali divengono sotterranee attraverso le doline, gli inghiottitoi e le fratture beanti; nella zona intermedia, l’acqua si sposta verso le emergenze attraverso condotti di grosso dia¬ metro e attraverso una falda debolmente in pendenza, costituita dalla rete di fessure più o meno strette interamente occupate dalle ac¬ que; la terza zona è localizzata nella porzione dell'acquifero che si trova al di sotto del li¬ vello delle emergenze, ove l’acqua impregna completamente tutti i meati, rimanendo sog¬ getta a spostamenti verso gli sbocchi soltanto se sollecitata da onde di pressione provenienti dalle zone sovrastanti. Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile tentare una analoga sintesi per la porzione settentrionale della struttura acqui¬ fera, quella che alimenta, cioè, le sorgenti del gruppo di Boiano. Dalle osservazioni condotte sin ora e dai dati acquisiti sembre¬ rebbe che l'infiltrazione massiccia delle acque meteoriche all 'interno dello acquifero non av¬ venga, come nella zona meridionale, attraverso forme carsiche evolute e ben definite (polje, uvala, doline, inghiottitoi), ma piuttosto at¬ traverso la massa stessa della roccia, sem¬ pre e ovunque fratturata in maniera inten¬ sissima. La capacità di assorbimento dell’ac¬ quifero potrebbe essere stata molto esaltata (3) È probabile che il ciclo carsico sia arrivato, in un passato più o meno prossimo, a quote ancora più basse di quella dell’attuale livello di base e sìa stato successivamente costretto a rimontare a se¬ guito di un alluvionamento che ha sovrapposto ai calcari una serie argillosa e detritica, come risulta chiaramente da numerosi sondaggi eseguiti presso la sorgente Marette. da numerosi fattori i quali si sovrappongono all'azione della tettonica; tra questi, i principali sono quelli climatici presenti e passati (4), non¬ ché l’assenza o la scarsa entità del ricoprimen¬ to al di sopra della roccia carsifìcabile. L’acquifero calcareo, inoltre, è tamponato lungo tutto il fronte nord e ad ovest da mate¬ riali impermeabili (molasse, marne, argille, ecc.). La quota di contatto è sempre molto ele¬ vata rispetto al livello di base dell’erosione: nella zona di S. Massimo si rileva a quote di poco inferiori agli 800 m., mentre tale quota va lentamente decrescendo man mano che ci si sposta ad est, verso Boiano, ove raggiunge il valore minimo di circa 500 metri in corri¬ spondenza delle sorgenti. Qualora gli studi in corso confermasse¬ ro una tale situazione che ora si può intra¬ vedere soltanto nelle grandi linee, lo schema carsico applicabile in questo caso sembra es¬ sere quello a 2 zone (Castany, 1967), nel quale si distinguono una zona superiore vadosa, at¬ traverso la quale le acque meteoriche si infil¬ trano in profondità, ed una zona di completa saturazione dei meati di ogni ordine di gran¬ dezza, vera e propria falda in rete dotata di superficie piezometrica. L'acqua di tale falda, o la parte di essa che si trova a quote supe¬ riori al livello delle emergenze più basse, si sposta verso il punto più depresso dello sbar¬ ramento impermeabile, dando luogo alle sor¬ genti del Biferno. 4. RELAZIONE TRA PIOGGE E REGIME SORGIVO. Nella zona del Matese esistono più di 20 sta¬ zioni pluviometriche, in servizio da diversi decenni. La loro disposizione e frequenza in rapporto all’area coperta garantiscono buone possibilità per uno studio completo della plu¬ viometria del massiccio, studio che è oggi in fase di avanzato svolgimento. La maggior parte delle suddette stazioni si (4) È noto, infatti, che le zone più elevate del Matese sono state sedi di ghiacciai wùrmiani (Ca¬ staldo, 1965) e che oggi il versante settentrionale del massiccio subisce un notevole innevamento, con lunga persistenza del manto nevoso. L’azione delle acque fredde ad alto tenore di C02 ha agito ed agisce sulla rete di fratture, esaltando ovunque la capacità di assorbimento dell’acquifero. 10 — 146 — TABELLA I. Piogge mensili, semestrali ed annue, medie delle stazioni Scennerato e Brecce ( Lago Matese) per il decennio 1959-1968 (altezze di pioggia in mm.) Anno G F M A M G L A S 0 N D Totale Anno Totale Ottobre Marzo Totale Aprile Settembre 1959 212,5 112,2 232,4 268,1 112,0 86,0 64,9 99,6 128,6 184,3 258,6 582,8 2342,0 1582,8 759,2 1960 135,0 274,0 324,0 120,0 69,2 114,2 14,0 3,3 177,8 206,0 426,0 550,5 2414,0 1915,5 498,5 1961 419,2 23,3 12,4 120,0 74,7 97,4 2,7 23,6 5,6 566,2 326,7 87,9 1759,7 1435,7 324,0 1962 223,2 124,9 305,2 105,7 70,2 48,6 108,3 29,6 178,7 190,0 706,3 315,6 2406,3 1865,2 541,1 1963 471,3 459,2 144,6 123,3 136,3 97,7 37,2 70,4 130,2 191,8 227,5 433,1 2522,6 1927,5 595,1 1964 41,6 234,6 332,9 135,3 21,7 44,3 64,6 188,6 51,8 535,8 175,8 595,7 2422,7 1916,4 506,4 1965 243,4 13,2 226,7 166,6 97,9 66,0 — 114,1 302,4 511,3 192,1 1933,7 1186,7 747,0 1966 217,6 282,7 145,0 64,5 94,7 24,2 58,5 59,9 84,0 437,7 328,9 313,2 2110,9 1725,1 385,8 1967 48,9 100,4 59,7 145,5 71,5 72,7 50,2 25,9 153,5 40,2 148,7 441,2 1358,4 839,1 519,3 1968 107,9 254,9 99,7 76,0 114,1 114,2 48,8 115,9 75,6 15,5 245,1 412,5 1680,2 1135,7 544,6 Media 212,1 187,9 188,3 132,5 90,2 76,5 44,9 73,1 128,8 236,8 335,5 362,5 2095,1 1553,0 542,1 trova, però, o ad una certa distanza dall'area di alimentazione delle sorgenti in oggetto, o a quote troppo basse rispetto alle scaturigini perché le piogge da esse registrate possano in¬ fluire in maniera avvertibile sul regime sorgen¬ tizio. Una volta escluse, quindi, le stazioni troppo lontane o ipsometricamentq incompatibili, ne rimangono ancora alcune, poste nel cuore del massiccio, tutte a quote molto elevate: 2 di queste, ubicate nei pressi di Letino, sono an¬ cora troppo al di fuori della zona di alimenta¬ zione perché le si possa considerare utili ai fini del presente studio. Al contrario, le 2 sta¬ zioni installate dall’E.N.EL alle estremità orientale ed occidentale del Lago Matese non solo si trovano in piena area di alimentazione ma, essendo entrambe a quote superiori ai 1.000 metri, riflettono con buona approssima¬ zione almeno il regime pluviometrico del ver¬ sante meridionale del massiccio. I dati sui quali si è lavorato sono costituiti dalle medie giornaliere delle altezze di pioggia registrate da queste 2 stazioni (« Brecce » e « Scennerato »). Il periodo considerato va dal 1° gennaio '59 al 31 dicembre '68 (Ta¬ bella I), periodo che si è rivelato perfet¬ tamente indicativo del regime pluviome¬ trico normale, come dimostra il valore medio annuo ottenuto, sorprendentemente simile alla media trentennale 1921-1950 (Min. LL. PP. - Servizio Idrografico, 1958). Per lo studio com¬ parativo degli afflussi meteorici con gli efflussi sorgivi si sono però, considerati anche dati precedenti (dal luglio '52 al dicembre '56), nonché quelli relativi al primo semestre del '69. Come appare chiaramente dai dati tabellati, il regime pluviometrico annuo deve essere sud¬ diviso in un semestre ad alta piovosità (otto¬ bre-marzo), contrapposto ad un semestre a piovosità piuttosto modesta e sempre decisa¬ mente inferiore al precedente (aprile-settem¬ bre). In media percentuale, infatti, al semestre piovoso tocca il 74,1% delle precipitazioni to¬ tali medie annue, mentre il restante 25,9% spetta al semestre prevalentemente secco. Il periodo più piovoso cade sempre in novembre- dicembre, mentre il mese più secco è quasi sempre luglio. L’influenza delle piogge sul regime delle sor¬ genti è stata studiata statisticamente, almeno — 147 per quanto riguarda le sorgenti di Piedimonte, delle quali sono disponibili i dati di portata giornalieri. Questo studio riveste una partico¬ lare importanza dal momento che, come ve¬ dremo, la valutazione delle riserve contenute nell'acquifero si basa sull’analisi dell’idrogram- ma sorgentizio relativo al periodo secco del¬ l’anno, durante il quale, però, sussiste una certa frequenza di eventi meteorici. La valuta¬ zione dell’influenza di tali eventi sul normale regime di esaurimento del serbatoio ci per¬ mette, nei limiti del possibile, di escludere dall’idrogramma osservato tali influenze, giungendo così ad analizzare una curva di af¬ flusso in « regime non influenzato », come ri¬ chiede la teoria (Maillet, 1905). Tralasciando le relazioni pioggia-portate nel periodo piovoso, quanto mai irregolari e mar¬ cate il più delle volte da intumescenze note¬ volissime e di breve durata, nonostante l'esclu¬ sione dei maggiori inghiottitoi (ne è un tipico esempio per la sorgente Torano quella del 27-28 ottobre 1966, come mostra l’idrogramma in fig. 5), vediamo, invece, quale l’influenza delle piogge di magra. Innanzi tutto si nota una certa diversità di comportamento dello ac¬ quifero in rapporto a piogge isolate di eguale intensità, all’inizio o verso la fine del periodo di magra. Come appare in fig. 5, per esempio, ad una pioggia isolata di circa 40 mm. alla fine di marzo corrisponde suH’idrogramma una piena parassita ben pronunciata, riassorbita in un tempo superiore ai 6 giorni; una pioggia di pari intensità, a metà settembre, produce solo una temporanea stabilizzazione della por¬ tata. Simili fenomeni, dallo scrivente osservati molto frequentemente negli idrogrammi delle sorgenti Torano e Maretto, possono spiegarsi, in accordo con Kessler (1957), se si considera che, in Primavera, il terreno superficiale è an¬ cora imbibito dalle piogge precedenti e, quin¬ di, la percentuale di acqua piovana che si in¬ filtra nello acquifero è alta. Alla fine dell'Esta¬ te, invece, la situazione si capovolge, poiché l’acqua di pioggia deve prima imbibire il ter¬ reno e riesce ad infiltrarsi solo in piccolissime quantità. Inoltre, appare abbondantemente provato — 148 — che piogge isolate inferiori ai 15 mm. hanno influenza pressocché nulla sul regime sorgivo, mentre più piogge di pochi mm., ma raggrup¬ pate, danno piene parassite evidenti o, comun¬ que, stabilizzano la portata. Infine, molto frequentemente si è notata la apparizione di piene anche prolungate, alle quali non corrisponde alcuna precipitazione, né prima, né durante il manifestarsi del feno¬ meno. Tali ripetute osservazioni dimostrano che i dati registrati dalle 2 stazioni disponibili non riflettono esattamente la pluviometria del¬ l’area di alimentazione delle sorgenti. A tale alimentazione concorrono, evidentemente, zo¬ ne abbastanza lontane (o più elevate?), tali, comunque, da subire eventi pluviometrici non trascurabili, che tuttavia rimangono del tutto inavvertiti dai pluviometri del Lago. Come si è accennato in precedenza, le osser¬ vazioni sopra esposte non possono essere con¬ dotte anche per le sorgenti del gruppo di Boiano, sia per mancanza di dati pluviome¬ trici relativi alle zone alte del versante setten¬ trionale del Matese, sia perché i dati di por¬ tata disponibili per ora non sono giornalieri ma rilevati ad intervalli di 10 giorni o setti¬ manalmente. 5. CALCOLO DELLE RISERVE REGOLA¬ TRICI. 5.1. GENERALITÀ SUL METODO DI CALCOLO. Le riserve regolatrici immagazzinate nell'ac¬ quifero alimentante una sorgente corrispondo¬ no al volume d’acqua sotterranea delimitato dalla massima superficie piezometrica raggiun¬ ta nel corso dell’annata idrologica e da quella minima raggiunta alla fine dello svuotamento del serbatoio, coincidente, al limite, con la quota di sfioro sorgivo. Il calcolo delle riserve regolatrici (o capa¬ cità di immagazzinamento) di un acquifero si basa sull’analisi degli idrogrammi delle sor¬ genti da esso alimentate o, meglio, di quella parte deH’idrogramma detta curva di esauri¬ mento corrispondente al periodo in cui, essen¬ do scarse o nulle le precipitazioni, la portata sorgiva decresce in maniera più o meno con¬ tinua. In realtà, solo raramente nei nostri cli¬ mi si registrano periodi lunghi senza precipi¬ tazioni, durante i quali non vi è alcuna infil¬ trazione che influisca sulla curva di esauri¬ mento delle sorgenti ( regime non influenzato). Normalmente, invece, come si è visto in pre¬ cedenza, si verificano durante il periodo secco delle piogge di magra, il più delle volte isolate, che influenzano il regime della sorgente sia stabilizzando la portata per un tempo più o meno lungo, sia producendo piene parassite — 149 — che appaiono nell’idrogramma come picchi più o meno pronunciati (figg. 5 e 6). Ciò non per¬ tanto, è possibile tracciare una curva che si avvicini il più possibile all’idrogramma di ma¬ gra osservato e che sia interpretabile analitica- mente mediante un’equazione. Tra le equazioni proposte da diversi Autori, le più comunemente usate sono quella di Maillet (1905) e quella di Tison (1960), Wer¬ ner e Sundquist (1951). La prima di queste equazioni ammette che la portata decresca in funzione del tempo se¬ condo una legge esponenziale (5): Qt = Q0' e~at [1] Si verifica ciò abbastanza facilmente, ripor¬ tando in un diagramma semilogaritmico, con i tempi in ascissa e le portate in ordinata, i punti rappresentativi dell’idrogramma di esau¬ rimento: la legge esponenziale sarà rispettata se i punti si allineeranno a formare una retta. L’equazione di Tison, invece, ammette un decremento iperbolico delle portate in funzio¬ ne del tempo: Qt = Q - (1 a t)* [2] zione della falda e, dunque, al volume d’acqua in essa immagazzinato. Per contro, se a è pic¬ colo, ossia se la sorgente sì esaurisce lenta¬ mente, la falda che la alimenta ha una grande estensione a monte del punto di emergenza, ha notevole spessore e contiene un grosso quantitativo d’acqua liberabiie: la capacita di immagazzinamento (riserve regolatrici) è, quindi, essa stessa inversamente proporziona¬ le ad a e risulta tanto più grande quanto più a è piccolo. Noto che sìa a attraverso la soluzione gra¬ fica o matematica di una delle equazioni [1] e [2] (Castany, 1967), sarà possibile calcolare le riserve contenute nel serbatoio nell’istante t» coincidente con l'inizio dello svuotamento. Il calcolo si può effettuare con l'espressione di Maillet: CO w H/ Q” o c/3 01 O a Q, (mc/sec.) t (giorni) a cj a. 6 o 1955 2,20 1 365 0,002160 88 1956 2,20 1 496 0,001589 120 1957 1,93 1 367 0,001791 93 1958 2,03 1 477 0,001484 118 1959 1,98 1 300 0,002276 75 1960 2,27 1 372 0,002203 90 1961 2,18 1 547 0,001424 132 1962 2,18 1 329 0,002368 80 158 -r. 159 — fronte tra i diagrammi delle figure 11 e 13, si vede chiaramente la differenza tra i coefficien¬ ti angolari delle rette rappresentative dei ri¬ spettivi esaurimenti del gruppo Pietrecadute e di quello Rio Freddo (e quindi del gruppo Maiella, che dà curve in tutto, o quasi, simili a quelle di Rio Freddo, come dimostra il valore molto simile dei coefficienti a). Da ciò si de¬ duce, innanzi tutto, che la porzione dell’acqui¬ fero alimentante il gruppo Pietrecadute si esau¬ risce molto lentamente nonostante le elevate portate e che, dunque, le riserve immagazzi¬ nate sono più cospicue, in rapporto a quelle, pur notevoli, degli altri due gruppi. La falda in rete o la parte di essa che alimenta il sud¬ detto gruppo deve dunque avere una notevole larghezza e spessore in rapporto alle dimen¬ sioni dell’area di emergenza. Tale porzione della falda in rete è verosimilmente scissa almeno parzialmente da quelle alimentanti gli altri gruppi, probabilmente in conseguenza dei fenomeni tettonici che hanno interessato l’ac¬ quifero carsico, dando luogo a rapporti di¬ versi da luogo a luogo tra questo ed i mate¬ riali impermeabili. Le dislocazioni tettoniche, cioè, almeno in prossimità del bordo esterno del massiccio, devono aver suddiviso l’acqui¬ fero, creando direzioni preferenziali del flusso delle acque sotterranee verso le varie sorgenti. La probabile indipendenza dei serbatoi ap¬ pare dimostrata anche dalla mancata coinci¬ denza tra gli sbalzi dei valori numerici di oc da un anno all’altro, -come verificato per il gruppo Maiella e come si vedrà per il gruppo Rio Freddo. Anche per il gruppo in esame i valori di a sono variabili, ma in misura molto più modesta di quanto accade per gli altri gruppi. Da quanto su esposto sembrerebbe che il gruppo Pietrecadute fruisca di un’alimentazio¬ ne di tipo più profondo in rapporto a quella degli altri due gruppi. 5. 4. 3. GRUPPO RIO FREDDO. Le tre sorgenti Rio Freddo sgorgano alla estremità di una dorsale calcarea allungata a forma di cuneo, circondata da due lati dai ma¬ teriali impermeabili del Miocene. Le tre emer¬ genze sono a quote leggermente diverse tra loro: la Rio Freddo I sfiora a q. 515 ed è la più orientale, mentre le altre due scaturiscono circa 4 metri più in basso attraverso il detrito che maschera il contatto calcari-marne. Tale contatto, specialmente nella zona della Rio Freddo II (fig. 12) sembra essere per faglia a Fig. 12. — La sorgente Rio Freddo II, con la sua vasca di raccolta. piano sub-orizzontale, come dimostrano un buon numero di recenti perforazioni eseguite nel quadro degli studi per le opere di captazio¬ ne definitive delle acque di Boiano. La portata complessiva del gruppo in esame supera i 1.700 1/sec, dei quali circa 400 spet¬ tano alla Rio Freddo I, mentre alla II ed alla III spettano rispettivamente circa 700 e circa 600 1/sec in media. Il regime di questo gruppo è senza dubbio il più regolare dei tre: in quasi tutti gli idrogrammi annuali esaminati si nota un solo punto di massima localizzato tra aprile e giugno, ed un minimo che cade generalmente in novembre. Anche in questo caso le curve d’esaurimento sono abbastanza regolari e simi¬ li tra loro: a titolo di esempio si riporta quella relativa al 1960 nella fig. 13, ove l’idrogramma di magra è, come sempre, riportato per punti rappresentativi in diagramma semilogaritmico. La retta rappresentativa deH'esaurimento di tale anno interseca, come si vede, l'asse delle ordinate dando un valore di Q0 pari a 3,03 mc/sec, mentre il valore del tempo intercorso tra il verificarsi della Q„ e la portata di 1 me/ — 160 — Fig. 13. — Retta rappresentativa della curva d'esaurimento del gruppo Rio Freddo per l'anno 1960. sec. letto sulle ascisse, risulta essere pari a 195 giorni. L’equazione della retta, eseguiti i cal¬ coli col metodo già esposto in precedenza, è: Qt = 303 g-".0056»3 1 in mc/sec Integrando tale espressione si ottiene un va¬ lore delle riserve pari a 46 • IO6 me. Nella Tabella VI si possono leggere i dati re¬ lativi agli altri anni del periodo 1954-1962. TABELLA VI. Gruppo sorgivo Rio Freddo. Dati idrologici fondamentali. Anno o * . *7 - (Z— C)2 = 1 r n /3400 202 ~ (469,40 — 520)'J = 76,3 pi (0,076 mm.) Intervallo fiduciario della media. È necessario ricavarsi prima l’errore stan¬ dard della media (qui la media viene indicata con m per evitare confusione di simboli! s m a- smy ax _ 76,3 v/N-1 v/ 161 6,0 pi (0,006 mm) v = 2,89 pi (0,0028 mm.) v/N-1 e smz = - °z = 2,78 pi (0,0027 mm.) v/n— 1 Intervallo fiduciario per X Con un coefficiente di sicurezza del 95%: mx ± 2 sm, = 469,40 ±2-6. Quindi l'intervallo fiduciario risulta compreso tra 457,40 h- 481,40 jx (0,457 h- 0,481 mm.) — 200 — Con un coefficiente di sicurezza del 99%: mx ± 2,6 sm, . Int. fiduciario compreso tra 453,80 ~ 485,00 jx (0,453 ^ 0,485 mm.) Intervallo fiduciario per Y Coeff. di sic. 95% my ± 2 smy . Intervallo fiduciario tra 258,42 4- 269,98 jx (0,258 4- 0,269 mm.) Coeff. di sic. 99% my ± 2,6 sm, . Intervallo fiduciario tra 256,69 -4- 271,71 jx (0,265 4- 0,271 mm.) Intervallo fiduciario per Z Coeff. di sic. 95% mz ± 2 sm* . Intervallo fiduciario tra 254,04 4- 265,16 |x (0,254 4- 0,265 mm.) Coeff. di sic. 99% mz ± 2,6 smz . Intervallo fiduciario tra 252,38 4- 266,82 (0,252 4- 0,266 mm.) L’uso dei coefficienti 2 e 2,6 per determinare l’intervallo fiduciario della media, deriva dal fatto che distribuendosi le frequenze osservate secondo una curva aggiustabile a quella di Gauss, con equazione generale y — a V 2 7t — - _ ove m è la media, a la varianza, e 2 a1 ossia il quadrato dello scarto quadratico me¬ dio, ed e è la base dei logaritmi neperiani, si ottiene una curva simmetrica, ai due lati di un massimo che ha per ascissa x = m e per ordinata y— — Considerando l’area corn¬ ai 2 k presa tra la curva normale e l’asse delle ascisse come eguale a 100, si vedrà che l’area parziale compresa tra i punti di ascissa 1 x = m ± a e di ordinata y = — e 2 o\ 2k sarà di 68; tra i punti di ascissa x = m ± 2 o e ordinata y = — ^ e~2 si avrà un’area par- a\J 2tc ziale eguale a 95 e infine per x = m ± 2,6 a e y — — e-3’38 l’area compresa sarà 99. av/2 7t Covarianza e coefficiente di correlazione. Tra X e Y pxu = LLp s fay (X-A) (Y- B) — (X-A) (Y-B) = 2563,31 [x (2,563 mm.) 2563,31 76,3-36,8 ■== 0,91 Tra X e Z pxz - V fn (X-A) (Z-C) - (X-A) (Z-C) = 2303,4 (x (2,303 mm.) rm = = 0,85 ox oz Tra Y e Z pyz = S fyz (Z-C) (Y-B) - (Z-C) (Y-B) = 1218,64 (1,218 mm) ?■ = = 0,93 Oy az — 201 — I valori della r sono compresi tra ± 1; per r — 0 la correlazione tra i due caratteri è nulla. Man mano che il valore di r si avvicina a j 1 la correlazione tra i caratteri in questione si fa più sensibile, finché per r = | 1 j si dice perfetta e tutti i punti rappresentativi, ripor¬ tati su di diagramma di dispersione, giacciono su una retta. A seconda poi che il valore di r risulti positivo o negativo, la correlazione sarà positiva o negativa. Nel caso in esame, vi è una correlazione abbastanza forte tra i carat¬ teri altezza e larghezza e tra quest’ultima e lo spessore, tali correlazioni sono sempre posi¬ tive, cioè all'aumentare di una dimensione aumenta anche l’altra. di X su Z x — X = bx/z (z — Z ); x = 1,83 z — 5,66; di Z su X z — Z = b~~/x (a — X); z = 0,39 x + 76,54; di Y su Z y — Y = W« (z — Z); y = 0,96 z + 22,78; di Z su Y Equazione di regressione di X su Y z — Z = b*/y (y — Y); Z = 0,89 y + 24,47. x — X = by/y ( y — Y); ove bx/y = r*y x_ 469,40 = 0,91 ^ (y — 264,20); x = 1,88 y — 27,29; di Y su X y — Y = by/x (x — X); ove by/x = rxy y = 0,43 x + 62,36; Dall’esame della retta di regressione (figg. 3, 4, 5) e dei coefficienti di regressione, oltre a un’ulteriore conferma, della correlabilità tra i caratteri, si osserva che per l'altezza e la larghezza (coefficienti di regressione rispetti¬ vamente 1,88 e 0,43) l’accrescimento della pri¬ ma dimensione è più rapido di quello della seconda. Lo stesso può dirsi per l’altezza e lo spessore (coefficienti di regressione 1,83 e 0,39), mentre per la larghezza e lo spessore, Fig. 3. — Diagramma di dispersione e rette di regressione per i valori osservati dell’altezza e della lar¬ ghezza. I puntini si riferiscono a Bulimina etnea Seg., i cerchietti a Bulimina gibba Forn. — 202 — Fig. 4. — Diagramma di dispersione e rette di regressione per i valori osservati dell’altezza e dello spes¬ sore. I puntini si riferiscono a Bulimina etnea SeG., i cerchietti a Bulimina gibba Form. Fig. 5. — Diagramma di dispersione e rette di regressione per i valori osservati della larghezza e dello spessore. I puntini si riferiscono a Bulimina etnea Seg., i cerchietti a Bulimina gibba Forn. — 203 — con coefficienti di 0,96 e 0,89, l'accrescimento può definirsi quasi parallelo e le forme si presentano solo leggermente compresse. Variabilità belle di correlazione e dagli istogrammi rela¬ tivi, di cui, per brevità, si è tracciato solo quello riguardante il rapporto X/Y (figg. 6-7). Gli altri, possedendo l'elenco delle misure, so¬ no facilmente ricavabili. V, -10A^ = l6)2°/# X V„ = 100 °v- = 13,90/0 Y Yz = = 13,6°/0 Z In definitiva si può concludere che la po¬ polazione studiata è omogenea e riferibile alla Fig. 6. — Bulimina etnea Seg.: istogramma relativo al rapporto altezza/larghezza. In ascisse sono ripor¬ tati i valori del rapporto, sulle ordinate il numero di individui. Fig. 7. — Bulimina gihba Form.: istogramma relativo al rapporto altezza/larghezza. In ascisse sono ri¬ portati i valori del rapporto, sulle ordinate il nu¬ mero di individui. 4.2.2. Bulimina gibba Fornasini Per questa specie si è seguito lo stesso pro¬ cedimento che per la precedente, quindi ven¬ gono dati direttamente i risultati numerici tralasciando le formule. Media aritmetica i* = 20 |i A" = 340 ti iy* = 20 fi B* - 190 |i i* = 20 li C* - 190 ;ì X* = 327,40 (i (0,327 mm) Y* - 197,67 p (0,197 mm) Z* = 187,54 ri (0,187 mm) Scarto quadratico medio medesima specie, come viene dimostrato dalla correlabilità fra i caratteri e dalla distribu¬ zione di questi caratteri, rilevabile dalle ta- o* = 47,9 [i 0,047 mm CTy* = 28,8 ;ì (0,028 mm) soinpis 4 4 10 IN NI AN I i i + IO Q OVdlSO 4* isiidV - i d v i o i o V tì + +1 4 4* 4 44444444 44 4 4 4 4 4 *ds v wooo V s 4 4 ■a iv 313VHQ OSO 10 4 4 4 4 4 4 4 4 4 2 O a. E < o Lutitc calcarea tipo maiolica Calcare a grana fine .litografico — Calcare silicif ero grigio-verdastro Calcare silicifero grigio verdastro Calcare silicifero a liste diasprigne Calcare bianco a grana fine debolmente silicifero Calcare silicifero, lastrif orme bianco verdastro Calcare silicifero verdastro I campioni costituendi la serie con trassegnata con la lettera V sono tutti di calcari detritici bianchi privi di microfauna. Calcari rossi nodulari”Rosso ammoni- T1CO+ r- vo r 0 OMO h VO in m INJ T- loin ^ m cnj *->>>>>>>>>>> TABELLA I. — 221 — 2.2. Descrizioni paleontologiche. 2. 2. 1. Genere LAEVAPTYCHUS Trauth 1927 Osservazioni sul genere Specie tipo: Aptychus meneghina Zignq 1870 All’aspetto esterno si presenta privo di ornamentazione con guscio abbastanza spesso; superficie interna coperta da sottili linee di accrescimento ed esterna coperta da sottili pori. In sezione presenta 3 strati. — Quello esterno è mal consertato o man¬ cante. Quando si stacca l’aptico dalla roccia rimane aderente alla roccia stessa, non pre¬ senta alcuna struttura. — Quello medio è costituito da celle di dia¬ metro 0,11-0,2 mm. con pareti sottili più o meno ondulate. Spesso a causa del riassorbi¬ mento parziale delle pareti le celle sono comu¬ nicanti. Si hanno biforcazioni delle celle verso la regione distale. Tra le celle si possono avere delle lamine calcaree che ispessiscono la pa¬ rete. Il maggiore ispessimento si ha al margine sinfisale. — Lo strato interno è formato da lamine calcaree che nella regione sinfisale chiudono le celle dello strato medio. Si hanno granulazioni nelle celle. Appartengono agli Aspidoceratinae e si tro¬ vano dal Calloviano al Neocomiano. Trauth, nel 1931, ha distinto gli aptici di questo genere con una chiave numerica che rende molto semplice il riconoscimento delle specie; li divide in 4 gruppi a secondo del valore del parametro delTindice di allunga¬ mento B/L e nell’ambito di ciascuno di questi gruppi distingue le specie tenendo conto in primo luogo del valore degli altri parametri e poi delle caratteristiche della ornamentazione. Il valore dei diversi parametri permette di distinguere le specie, mentre le caratteristiche di ornamentazione distinguono la sottospecie (Trauth, 1931). Vi sono poi nell'ambito delle distinzioni sottospecifiche, divisioni in base al¬ l'ornamentazione della superficie esterna (var uhlandi e meyrati) e alla disposizione dei pori (var. seriopora, taxopora, rimosa e vermipora). Le forme che presentano ornamentazione della superficie e pori disposti secondo linee ordi nate, sono chiamate con nomi dei due tipi (p. e. uhlandi seriopora . . .). Queste distinzioni sottospecifiche sono, a parer mio, troppo sottili e non completamente valide. Il gruppo degli aptici è già per se stesso un gruppo fittizio. I generi di questo gruppo raccolgono spesso individui che appar¬ tengono a specie di ammoniti diverse. Delle di¬ stinzioni così minute in un gruppo così artifi¬ ciale mi sembrano fuori luogo e ritengo più opportuno, in questo lavoro, fermarmi alle specie ampliandone solo i limiti di variabilità. Nella fig. 3 è rappresentata la distribuzione del valore di L. Si può osservare la prevalenza 15 10 5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 Fig. 3 - Istogramma mostrante la distribuzione del valore di L nel genere Laevaptychus. delle forme di dimensioni ridotte su quelle più grandi. LAEVAPTHYCHUS LATUS (Parkinson) (Tav. II, figg. 1, 5, 6, 8; Tav. IV fig. 3) 1829 - Aptychus laevis, Meyer, pp. 127, 128, 169, tav. 58, figg. 1-5, tav. 59, fig. 8. 1830 - Aptychus laevis latus, Zieten, p. 49, tav. 37, fig. 6, tav. 37, fig. 7. 1837 - Aptychus latus, Voltz, p. 436. 1841 - Aptychus laevis, Coquand, p. 391, tav. 9, fig. 3. 1846-49 - Aptychus latus, Quenstedt, p. 311, tav. 22, figg. 8-10-11-16-17. 1850-51 - Aptychus latus, Bronn, p. 378, tav. 15, fig. 15. 1852 - Aptychus laevis, Quenstedt, p. 381, tav. 30, 1854 - Aptychus latus, Pictet, pp. 556, 558, tav. 47, figg. 9-11-12-14. 1857 - Aptychus sublaevis, Stoppani, PP- 220, 331. 1858 - Aptychus laevis latus, Quenstedt, pp. 596, 608, 621, tav. 77, figg. 4-8. 1863 - Aptychus latus, Oppel, pp. 256-57, tav. 72, figg. 1-2. 1867 - Aptychus laevis, Quenstedt, p. 458, tav. 39, fig- 12. 1867-81 - Aptychus sublaevis, Meneghini, p. 118, tavv. 211, 235, 236, tav. 23, fig. 2. 1872 - Aptychus flamandi, Loriol. Royer & Tombeck, pp. 69-70, tav. 5, figg. 5-6. 1875 - Aptychus latus, Favre, p. 47, tav. 7, fig. 3. — 222 — 1875 - Aptychus latus, Pictet & Fromentel, pp. 28, 51, tav. 3, fig. 7. 1876 - Aptychus latus, Favre, p. 62, tav. 6, figg. 9-10. 1876-78 - Aptychus sp., Loriol, pp. 109-110, tax. 8, fig. 1. 1877 - Aptychus cfr. latus, Toula, p. 56, tav. 6, fig. 3. 1877 - Aptychus bulgaricus, Toula, p. 56, tav. 6, fig. 4. 1880 - Aptychus latus, Favre, p, 45, tav. 3, fig. 11. 1885 - Aptychus laevis latus, Quenstedt, p. 509, tav. 46, fig. 15. 1885 - Aptychus laevis, Zittel, p. 401, fig. 544. 1886 - Aptychus latus, Nicolis & Parona, p. 81. 1889 - Aptychus laevis, Quenstedt, pp. 1033-35, tav. 118, fig. 7. 1889 - Aptychus latus, Kilian, p. 677, tav. 27, fig. 2. 1904 - Aptychus latus, Del Campana, p. 264. 1905 - Aptychus laevis, Del Campana, p. 126. 1905 - Aptychus latus, Del Campana, p. 126. 1905 - Aptychus cellulosus, Schmidt, p. 208, tav. 10, fig. 9. 1907 - Aptychus latus, Pervinquière, p. 35, tav. 2, fig. 7. 1908 - Aptychus latus, Enegel, pp. 362-377-382-398-401- 414-426-432-458-470. 1910 - Aptychus latus, Furlani, p. 84. 1910 - Aptychus latus, Fraas, p. 180, tav. 54, figg. 9-10. 1921 - Aptychus laevis, Zittel & Broili, p. 528, figg. 1126a-b. 1925 - Aptychus latus, Stefanini, p. 150, tav. 28, fig. 3. 1925 - Aptychus latus, Spath, p. 33. 1929 - Aptychus laevis var. lata, Trauth, pp. 76-79. 1931 - Laevaptychus latus, Trauth, p. 66, figg. C 1-4, tav. 1, fig. 3. 1939 - Laevaptychus latus, Ramaccioni, p. 203, tav. 5, fig. 9. 1935 - Laevaptychus latus, Scatizzi, p. 298, tav. 15, fig. 16. 1952 - Laevaptychus latus, Valduga, p. 31, tav. 8, figg. 6-11. 1958 - Laevaptychus latus, Schindewolf, tav. 9, figg. 1-4. 1963 - Laevaptychus latus, Bachmayer, p. 132, tav. 4, figg. 8a-b. Esemplari esaminati : 16 esemplari di cui 10 sinistre e 6 destre. Descrizione. — Gli esemplari da me esami¬ nati sono in generale in ottime condizioni di fossilizzazione, anche se talvolta sono inglo¬ bati da un lato, generalmente quello interno. Lo strato più esterno è in genere assente e la superficie esterna è più o meno erosa. In ogni caso sono molto ben visibili le caratteristiche specifiche. La specie è compresa nel gruppo dei Lae- vapthycus in cui B/L varia tra 0,67 e 0,80; si distingue dagli aptici dello stesso gruppo gli altri parametri. All’interno si notano delle serie di striature concentriche che in alcuni miei esemplari sono messe in evidenza dalla erosione. La specie è stata particolarmente descritta da Trauth (1931) e lo stesso A. vi riconosce le seguenti varietà: uhlandi, meyrati, seriopora, taxopora, rimosa, vermipora, uhlan¬ di taxopora, u. seriopora, meyrati seriopora. La sua struttura non appare particolar¬ mente diversa dalle altre dello stesso genere. Sezioni sottili fatte negli esemplari apparte¬ nenti alle diverse varietà non hanno mostrato differenze notevoli. Agli studi strutturali di Meneghini (1867-81-83) sono seguiti quelli di Trauth (1931), Scatizzi (1935), Schindewolf (1958). Osservazioni sulla struttura. — Sezione tra¬ sversale condotta circa alla metà della sinfisi: nello strato medio presenta sottili celle stret¬ tamente addossate le une alle altre in nu¬ mero di circa 9 per mm. Le loro pareti hanno andamento flessuoso. Il loro lume aumenta verso la parte esterna della sezione ed il loro numero è di circa 5 per mm. Nella regione prossimale non si ha alcun riassorbimento, mentre questo è notevole nello strato esterno; in questo, infatti, sono presenti numerosi straterelli concentrici tra le varie celle che presentano pareti alquanto spesse, e il cui lume è notevole. Si hanno diversi strati di calcite spatica disposti a tratti regolari e nettamente sepa¬ rati tra loro. Lo strato più esterno è fatto da tre raggruppamenti di strati a ventaglio ri¬ curvo. Nella regione distale il riassorbimento è meno marcato che in quella mediana. Sezione longitudinale : questo tipo di se¬ zione mostra molto evidenti i vari strati co¬ stituenti il guscio e il loro accrescimento re¬ golarmente concentrico. Sezione trasversale. — In questo tipo di sezione sono molto evidenti celle allungate con pareti che si ingrossano verso la parte esterna. Verso la regione sinfisale si ha, a cau¬ sa del forte ispessimento delle cellule, una scomparsa dello strato intermedio. Sono par¬ ticolarmente evidenti in questo tipo di se¬ zioni lamine concentriche con pochi vuoti cel¬ lulari. — 223 — Dimensioni: ;. n.: 110 115 44 28 63a 63b 173 al3 al32 8 L 3 2 10 53 75 16 18 55 60 — B 3 2 7 40 48 12 16 37 47 33 S 3 _ 9 48 60 15 13 45 55 — Da _ _ 8 45 59 14 15 45 50 — Dt _ — 11 56 79 18 21 57 60 — B/L — — 0,70 0,75 0,64 0,75 0,88 0,67 0,78 — Osservazioni: non distinguo dalla specie le sottospecie perché ritengo che i caratteri di¬ stintivi riconosciuti da Trauth siano troppo minuti e validi unicamente a livello indivi¬ duale. Considero quindi la variabilità specifica più ampia di quella fin qui ritenuta. Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La distribuzione stratigrafica di que¬ sta specie corrisponde a quella di tutti i Lae- vaptychus ed in particolare va dallo Oxfordia- no al Titonico e la loro distribuzione geografica è limitata per lo più all'Europa. In particolare esso si rinviene nel Kimeridigiano dell 'Hamp¬ shire, Oxfordiano-Titonico di tutta la Francia ed in particolare della Saòne, Alta Marna, Ar- denne; nella zona a tenuilobatum del Giura Svizzero e nel Malm di Sciaffusa. Si rinviene inoltre nelle zone ££ primo e £ del Giura bian¬ co nel Giura franco svevo. Si trova nel Ki- meridgiano superiore della Germania setten¬ trionale e nella zona a tenuilobatum e nel Malm bianco del Portogallo e Andalusia; nell’Oxfordiano e Titonico delle Alpi occi¬ dentali friburghesi e in quelle settentrionali si rinviene nel Malm rosso bavarese ed austriaco. Nelle Alpi meridionali ed in particolare presso Como, nelle Prealpi lombarde, si rinviene nel complesso delle radiolariti, e inoltre nel Ti¬ tonico del Trentino, nell’ Appennino centrale, in Dalmazia, nei Carpazi, in Galizia, in Bulga¬ ria, in Sud-Arabia, in Somalia, Africa occiden¬ tale tedesca, Tunisia, Messico... È stato trovato al passaggio con il Berriasiano nell’Appennino centrale ed in Somalia meridionale. La var. uhlandi è stata trovata a Sciaffusa nel Giura sup. nel Giura bianco y del Wurttem- berg, nell'Oxfordiano superiore e nel Titonico di Grenoble, nella montagna di Voirons, nelle Alpi friburghesi ed in Somalia. La var. meyrati è caratteristica dei calcari rossi dell'Oxf or diano ed in particolare delle zone a cordatum ed a transversarium. La var. seriopora è stata trovata nel Giura bianco del Wurttemberg in quello £ di Sole- nofen e nel Titonico delle Alpi friburghesi. La var. taxopora è stata trovata nel calcare a brachiopodi del Giura superiore della zona a bimammatum e quella a tenuilobatum corri¬ spondenti al Giura bianco (3, y, 5 della Boemia settentrionale; nel Giura bianco y del Wurttem¬ berg, nel Giura superiore di Sciaffusa e delle Prealpi lombarde. È stata rinvenuta inoltre negli strati a tenuilobatum di Crussol. La var. rimosa è stata trovata nel Giura superiore svevo e nel Giura bianco p di Gei- slingen e nel Malm delle Alpi friburghesi. La var. vermipora, quella uhlandi seriopora e la uhlandi taxopora si rinvengono nel Giura bianco £ di Solenhofen. La var. uhlandi taxopora è invece del Giu¬ ra bianco y del Wurttemberg. Provenienza degli esemplari studiati. — Gli esemplari n. 8, 28, 44, 63, provengono dalla località B2 quelli n. 110, 115, 173, 179 dalla località S2 , quelli n. al4 ed a!5 dalla loca¬ lità S3 . Gli esemplari di cui alle lettere a b c da un lavato della serie fatta a Villa da Piedi (Bolognola). LAEVAPTYCHUS LONGUS (Meyer) (Tav. Ili, figg. 34, Tav. IV, fig. I) 1829 - Aptychus laevis longus Meyer, pp. 127-31; tav. 59, figg. 6-7. 1831 - Aptychus laevis longus, Meyer, pp. 397-398. 1831 - Aptychus longus, Voltz, p. 436. 184649 - Aptychus longus, Quenstedt, p. 322, tav. 22, figg. 13a-b. 1846-49 - Aptychus latus, Quenstedt, p. 311, tav. 22, fig. 12. 1854 - Aptychus latus, Pictet, pp. 556, 558, tav. 48, fig. 10. 1858 - Aptychus laevis longus, Quenstedt, pp. 621, 622, 626, tav. 77, fig. 7. 1867-81 - Aptychus longus, Meneghini, p. 212, tav. 31, fig. 7. 1868 - Aptychus latus, Pictet, p. 283, tav. 43, figg. 2a-b4. 1875 - Aptychus latus, Pictet & Fromentel, pp. 27, 51, tav. 3, fig. 9. — 224 — 1887-88 - Aptychus laevis, Questedt, p. 1033, tav. 118, fig. 6. 1907 - Aptychus latus, Simionescu, p. 182, fig. te¬ sto 42. 1931 - Laevaptychus latus, Trauth, p. 40, figg B4-7. 1939 - Laepatychus latus, Ramacciqni, p. 204. Esemplari esaminati : 13 esemplari di cui 7 valve destre e 6 sinistre. Descrizione. — Gli esemplari in mio pos¬ sesso sono alquanto ben conservati e sono molto tipici e caratteristici. Alcuni sono per¬ fettamente isolati ma a causa della presenza di prismi di calcite spatica sono frammentari al margine sinfisale. L’esemplare n. 7 presen¬ ta prismi di pirite cubici e l’alone di trasfor¬ mazione della calcite a gesso per cui si pre¬ senta molto eroso. Il Laevaptychus longus si differenzia dagli altri dello stesso tipo per avere il rapporto B/L compreso tra 0,50 e 0,67. Esso si pre¬ senta inoltre con un rapporto S/L abba¬ stanza elevato a causa del suo allungamento. In sezione sottile esso non differisce dal latus e presenta tutte le caratteristiche più tipiche degli aptici di questo gruppo. Dimensioni: es. n. L B S Da Dt B/L 7 62 32 55 56 59 0,51 33 6,5 2,5 6 3,5 5,5 0,38 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — In generale questa specie è carat¬ teristica dell’Oxfordiano-Titonico alpino. Essa è stata trovata neil'Oxfordiano della Francia meridionale e nel Giura bianco £ di Crussol (Ardeche) nel Giura bianco £ delle Alpi fri- burghesi e del Wurttemberg, nella zona a tenuilobatum della Svizzera. Nel Giura alpino e mediterraneo è stato trovata nel Kimmeridgiano e Titonico della Francia meridionale, Alpi friburghesi, bava¬ resi, nel Malm rosso di Kufenstein, nei cal¬ cari rossi ad acanthicum presso Molding, nei calcari rossi titonici di Gastadt, nel Titonico dei Carpazi, nell’Appennino centrale, nell’Ox- fordiano della Romania ed in Somalia. La var. pernoides proviene dall'Alpe Turati, dal Catria, essa è stata inoltre ritrovata in Somalia. La var. meyrati è di Rodi, delle Alpi fribur¬ ghesi (Oxfordiano e zona ad acanthicum), del Giura bianco di Solenhofen e dei calcari rossi titonici di Gastadt. La var. uhlandi è stata ritrovata nel Giura bianco delle Alpi sveve ed in quello £ di Solenhofen, inoltre neil'Oxfordiano a bimam- matum e nel Kimeridgiano-Titonico inferiore delle Alpi francesi e friburghesi. La var. seriopora è del Giura bianco £ di Solenhofen; nello stesso livello è stata tro¬ vata la var. uhlandi seriopora. La var. uhlandi taxopora proveniene dalle Alpi Turati. Provenienza degli esemplari studiati. — L’esemplare n. 33 da me esaminato appar¬ tiene al livello 18-19 del complesso di radio- lari e calcari rossi di Villa da Piedi (B2) (Bo- lognola). Gli esemplari n. 7, 154, 179 provengono dalla località S2 mentre quelli 198, 201, 210 dalla località Sj . Gli altri esemplari le cui dimensioni sono minori di 2 mm provengono da un lavato effettuato nel livello 13 della se¬ rie stratigrafica di Bolognola. LAEVAPTYCHUS MENEGHINII (Zigno) (Tav. 3, fig. 9, Tav. IV, fig. 6) 1870 - Aptychus meneghina Zigno, p. 11, tav. 8, figg. 1, 2, 3. 1876 - Aptychus meneghina, Meneghini & Bornem- mann, pp. 93, 95, 98, tav. 4, fig. 1. 1876 - Aptychus meneghina, Meneghini, pp. 117-118. 1890 - Aptychus sp., Steinmann & Doderlein, p. 397, fig. 467. 1904 - Aptychus meneghina, Del Campana, p. 263. 1905 - Aptychus meneghina, Del Campana, p. 126. 1907 - Aptychus laevis, Steinmann, p. 319, fig. 541. 1907 - Aptychus latus var. thuburbensis, Pervinquiè- re, p. 35, tav. 2, figg. 4-5. 1927 - Laevaptychus meneghina, Trauth, p. 205. 1931 - Laevaptychus meneghina, Trauth, p. 83, figg. C. 5-6. 1935 - Laevaptychus meneghina, Scatizzi, p. 300, tav. 16, fig. 3. 1942 - Laevaptychus meneghina, Erni, fig. 1. 1952 - Laevaptychus meneghina, Valduga, tav. 16, fig. 3, p. 300. — 225 — Esemplari esaminati : un esemplare costi¬ tuito da due valve. Un secondo esemplare co¬ stituito da una sola valva destra che è stato sezionato. Descrizione. — I due esemplari in mio pos¬ sesso, ambedue di notevoli dimensioni, mo¬ strano ben evidenti le caratteristiche della specie. Il primo a causa del suo stato di fos¬ silizzazione, silicizzato e inglobato per la sua superficie esterna in un nodulo di selce del complesso diasprigno, mostra libera solo la sua superficie interna che si presenta per¬ corsa da sottili e finissime strie concentriche. Il secondo esemplare è, invece, inglobato per la sua superficie interna e mostra la parte esterna decorticata sì da mettere in evidenza le celle dello strato mediano. Da questo apti- co sono state effettuate delle sezioni longitu¬ dinali e trasversali per poterne studiare la struttura. Questa specie che appartiene allo stesso gruppo delle precedenti, se ne differenzia per 10 spessore maggiore e per D/B minore. Inol¬ tre tutti gli altri rapporti sono eguali a quelle di L. latus. Le dimensioni degli individui di questa specie sono sempre notevoli. La sua struttura è molto caratteristica. S. trasversale : verso la parte distale pre¬ domina lo strato intermedio con lunghe cel¬ lule e sottili tuboli, pareti sottili e ondulate, (8 cellule per mm). Verso il margine sinfisale predomina lo strato esterno inspessito da strati concen¬ trici traversati da canali a contorno irregolare che sboccano in fori. Lo strato esterno va assottigliandosi verso 11 margine, ma mantiene l’ingrossamento con¬ centrico. S. longitudinale : tubuli molto sottili, stra¬ to esterno spesso circa la metà di quello me¬ diano margine sinfiale. Dimensioni: s. n. L B S Da Dt DI B/L D/S S/L 12 S destra 73 59 65 64 77 6 0,80 0,1 1,31 12 S sinistra 78 59 65 62 80 8 0,75 0,1 1,03 Osservazioni : Le tre varietà descritte da Trauth 1931 a queste specie: rugosa, taxopora, gigantis, mostrano delle differenze che sono a parer mio da considerarsi più individuali che di valore specifico. Preferisco per questa ragione riunirle alla specie. Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — Essa è caratteristica dell'Oxfordiano superiore a bimammatum (Giura bianco (3) del Wurttemberg, del Kimeridgiano di Le Havre, della zona ad acanthicum e del Titonico di Ku- festein nelle Alpi settentrionali, del Titonico delle Alpi meridionali (Val d’Assa, Sette Co¬ muni, Rovereto, Agordo, Feltre, Asiago, Bas- sano) deH'Appennino centrale (Catria), del Titonico inferiore della Tunisia e della So¬ malia. La var. rugosa è del Giura bianco del Wurttemberg e del Giura bianco s della Fran¬ cia orientale, e delle marne a Virgula del ber¬ nese. La var. taxopora è del Giura j3 del Wurttemberg. La var. gigantis è del Giura superiore delle Alpi lombarde, Erba, Clivio e Mendrisio, del Coralliano e Portlandiano della Somalia. Provenienza degli esemplari studiati. — L’e¬ semplare n. 12 S proviene dalla località fossili¬ fera Si della carta del testo. Quello con l'indicazione a proviene dalla lo¬ calità B2 . Il primo è di età titonica, il secondo Oxfor- diana. LAEVAPTYCHUS SUBLAEVIS (Mgh) em Trauth 1857 - Aptychus sublaevis, Stoppani, pp. 220, 231, no- men nudum. 1867-81 - Aptychus sublaevis, Meneghini, pp. 11, 211, 235, 236, tav. 23 figg. 2-3, tav. 24 figg. 2-6. 1876 - Aptychus sublaevis Meneghini Bornemann, p. 98, tav. 4 fig. 2. 1931 - Laevaptychus sublaevis, Trauth, p. 95 tavv. C. 10-11. 1935 - Laevaptychus sublaevis, Scatizzi, p. 300, tav. 16 fig. 4. 15 — 226 — Esemplari esaminati : n. 1 valva destra. Descrizione. — L’esemplare attribuito a que¬ sta specie mostra ben evidente tutte le sue ca¬ ratteristiche essendo in discrete condizioni di fossilizzazione. Si riconosce agevolmente per¬ ché ha B/L inferiore a 0,80 e H/B (indice di spessore misurato al centro della valva) uguale a 0,42. Gli altri parametri che distinguono que¬ sta specie dalle altre sono: B/L = 0,76; S/L - 0,80; H/B = 0,45; D/B - 0,23. L’angolo apicale è anche un elemento im¬ portante ed è di circa 110°-120°. La struttura dell'esemplare in esame si pre¬ senta con cellule allungate molto sottili a pa¬ rete ondulata. Si hanno fino a 9 celle per mm. Le celle aumentano di lume e sono poste in serie concentriche. Si hanno forti irregolarità nello strato esterno, inspessimento a strati concentrici. Dimensioni : es. n. al6 L B S Da Dt D H B/L H/L D/L H/B 53 40 45 53 51 6 10 0,75 0,35 0,11 0,47 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è caratteristica della re¬ gione alpina meridionale. È stata trovata nel Giura superiore delle Prealpi lombarde nella zona ad acanthicum delle Dolomiti engadinesi. Provenienza degli esemplari studiati. — L’e¬ semplare riferito a questa specie proviene dalla località fossilifera S3 . Appartiene probabil¬ mente alla zona a bimammatum. LAEVAPTYCHUS sp (Tav. IV fig. 6, Tav. Vili figg. 1-2) Esemplari esaminati : n. 20 di cui 9 valve sinistre eli destre. Due sole appartengono allo stesso individuo. Osservazioni. — Mi è stato impossibile effet¬ tuare una determinazione specifica di questi esemplari in quanto alcuni si presentavano frammentari, mentre altri fortemente erosi. Il n. 11 probabilmente si può ascrivere a L. longus in cui si ha B = 24. La sua lunghez¬ za doveva essere notevole. Il n. 44 probabilmente è un L. latus e pre¬ senta: L = 7, B = 5, S = 5,5, Da = 5, Dt = 6,5, B/L = 0,71. ma è troppo eroso e quasi totalmente privo dello strato esterno. Il n. 14 mostra 2 valve dello stesso esem¬ plare fortemente erose per cui non si può dare alcuna misura. Una valva mostra la punteggiatura, l’altra i tuboli in numero di 8 per mm. Provenienza degli esemplari esaminati. — Gli esemplari n. 10, 11, 21, 25, 33, 35, 38, 40, 44, 53 provengono dalla località B2 , quelli n. 114, 122, 147, 172 dalla località Si. Infine quelli 202, 203 dalla località S3 . L’esemplare a2 proviene dalla località S3 . LAMELLAPTYCHUS, Trauth, 1927 2. 2. 2. Genere Osservazioni sul genere. Specie tipo: Trigonellites lamellosus, Parkinson 1811 Questo genere, che ha moltissime specie, ed è abbondantemente rappresentato nei terreni del Giura superiore e del Neocomiano, ne presenta altre anche nei terreni del Dog- ger, ma non in terreni di età anteriore. Si dif¬ ferenzia dagli altri, che presentano caratteri¬ stiche a lui simili, per avere il guscio costituito da tre strati che in genere sono tutti comple¬ tamente conservati. Gli strati, interno ed esterno, sono costituiti da una serie di lamellae lisce di calcite e rap¬ presentano la parte più abbondante dello spes¬ sore del guscio. Lo strato medio è costituito da una robusta struttura tubulosa, il cui orientamento contri- — 227 buisce a formare la struttura lamellosa delle coste della parte convessa. La parte concava è ricoperta da sottili strie di accrescimento ed il suo spessore si riduce notevolmente nella re¬ gione adsinfisale. In realtà il genere Lamellaptychus è diffìcil¬ mente distinguibile da Punctaptychus, quando in questo è eroso lo strato esterno. Trauth (1938) distingue le diverse specie di Lamellaptychus in diversi gruppi: 1) con bordo anteriore esterno diritto e coste spianate; 2) con bordo anteriore esterno curvo e bordo sinfìsale continuo interrotto solo verso la parte terminale, coste ad angolo acuto; 3) con bordo laterale ed esterno parallelo all'andamento delle coste; 4) con apparato apicale che si avvicina al bordo sinfìsale e alle coste; 5) gruppo comprendente forme incomple¬ tamente descritte o descritte come « nomina nuda ». I gruppi 1 e 2 si dividono ciascuno in due sottogruppi differenziati dalla presenza o me¬ no di una depressione nei fianchi. II 4° gruppo si divide in due sottogruppi di cui il 1° presenta un movimento retrogrado delle coste nello sviluppo ontogenetico di esse, per cui risultano incurvate all’indietro; il 2° gruppo si caratterizza per un movimento re¬ trogrado differenziato dalle coste. Queste sono in parte incurvate in una direzione rispetto alle valve, in parte in senso contrario. Nella struttura si presenta costituito da tre strati che a uno studio microscopico ap¬ paiono formati da uno esterno con sottili lamelle calcitiche strettamente addossate le une alle altre, oblique rispetto alla superfi¬ cie interna con inclinazione da 30° a 15°, gene¬ ralmente decrescente dall’apice al margine esterno di ciascuna valva, e disposte in ma¬ niera embriciata. L’inclinazione verso l'apice concorda con quella della parte convessa delle coste. Spessore da 0,25 a 0,1 mm. Passaggio allo strato intermedio attraverso una superficie ir¬ regolare che corrisponde all’andamento delle pareti delle celle basali di quest’ultimo. Lo strato intermedio, sottile, delinea un contorno poligonale o curvilineo; sezioni delle celle 0,2 a 0,05 mm. Lunghezza di esse 0,7 mm. Le celle sono tubolari, allungate trasversal¬ mente rispetto alla superficie della valva. Nella zona apicale si ha una struttura alveo¬ lare costituita da celle prismatiche tozze che si allungano allontanandosi dall’apice. Si ha così uno strato costituito da celle tubolari addossate che si sviluppano notevolmente. I tubuli sono suddivisi da « tabulae » rara¬ mente conservate. Le file di tubuli sono ar¬ cuate e hanno concavità rivolta verso l'apice. Superficie dello strato caratterizzata da sporgenze e rientranze che corrispondono alle coste. La prominenza dello strato intermedio si accentua dall’apice verso la parte distale. Contemporaneamente le ondulazioni diventa¬ no più rare. A distanze crescenti dall'apice le coste sono tra loro più distanti, acute, asim¬ metriche. Lo strato interno ha lamine calcaree con¬ cordanti con le precedenti lamelle, oblique ri¬ spetto alla superficie e variamente inclinate su questa. Spessore 0,1 a 0,07 mm. Quest’ul¬ timo strato è continuo nel genere Lamellapty¬ chus mentre è interrotto nel Punctaptychus. Fig. 4 - Istogramma mostrante la distribuzione del valore di L nel genere Lamellaptychus. — 228 — Nella fig. 4 è rappresentata la distribuzione del valore di L in tutti gli individui di questo genere. Prevalgono le forme di dimensioni ridotte. LAMELLAPTYCHUS BEYRICHI (Oppel) em. Trauth (Tav. IV figg. 4-5, Tav. V, figg. 2-3, 5, 8, Tav. VI fig. 3) 1855 - Aptychus beyrichi, Favre, p. 52, tav. 7, figg. 10-11. 1880 - Aptychus beyrichi, Favre, p. 42, tav. 3, figg. 17-19. 1886 - Aptychus beyrichi, De Gregorio, p. 4. 1886 - Aptychus beyrichi, Nicolis & Parona, p. 82. 1904 - Aptychus beyrichi, Del Campana, p. 264. 1905 - Aptychus beyrichi, Del Campana, pag. 128. 1906 - Aptychus beyrichi, Toula, tav. 17, fig. 2. 1927 - Lamellaptychus beyrichi, Trauth, pp. 173-181- 216-226-234-238-240. 1929 - Lamellaptychus beyrichi, Trauth, pp. 76-78. 1934 - Lamellaptychus beyrichi, Dacqué, p. 386, tav. 26, fig. 4. 1935 - Lamellaptychus beyrichi, Scatizzi, p. 307. 1938 - Lamellaptychus beyrichi, Trauth, p. 134, tav. 9, fig. 5, tav. 10, figg. 5-9. 1939 - Lamellaptychus beyrichi, Ramaccioni, p. 204. 1956 - Lamellaptychus beyrichi, Cuzzi, p. 26, tav. 1, fig 2. 1958 - Lamellaptychus beyrichi, Cuzzi, p. 265, tav. 1, figg. 3-4-5-5a. 1959 - Lamellaptychus beyrichi, Gasiorowski, tav. 2, fig. 2. 1963 - Lamellaptychus beyrichi, Bachmayer, p. 126, tav. 1, fig. 4. 1965 - Lamellaptychus beyrichi, Pozzi, p. 864, tav. 86, figg- 1-2. 1968 - Lamellaptychus beyrichi, Canuti, p. 198, fig. 3 (1, 2, 3 7). Esemplari esaminati : n. 90 di cui il 65% valve destre ed il 351% valve sinistre. Descrizione. — La specie viene caratteriz¬ zata da una convessità pronunciata. Margi¬ ne armonico (sinfisi) lungo circa il 93% del¬ la lunghezza totale. Margine anarmonico ar¬ cuato. La superficie esterna presenta strie di accrescimento parallele al margine laterale. Coste ben rilevate con angolo di circa 90" con il margine interno, riavvicinate ad esso e sub- parallele al margine laterale. Esse sono sig¬ moidali. La struttura non mostra particolarità no¬ tevoli. si ha un maggior numero di celle nella parte sinfisale. Nell’ultimo strato rara struttura a celle. B/L è minore di 0,67 in tutte le specie e nella var. subalpina, solo nella varietà longa è minore di 0,40. In tutte le varietà, ad eccezione di quella undocosta e fractocosta, l’ornamentazione è quella tipica. Le due varietà conservano B/L nella media della specie. Nelle varietà subalpina e moravica B/L è rispettivamente maggiore e minore della me¬ dia, mentre l’ornamentazione è quella tipica. Dimensioni : n. es. L B S Da Dt c B/L 115 2,5 1,5 2 2 3 0,60 139 3 2 2,5 — — 0,66 137 6 4 6,5 4 7 21 0,66 110 7 3 5 5 6 18 0,42 122 5 3 6 5 7 18 0,60 141 8 4 7 6 3 — 0,50 134 5 3 4 4 7 19 0,60 198 14 7 13 12 15 21 0,50 197 30 15 — — — 0,50 202 30 17 25 — — 0,56 228 7 3,5 5 4 7 12 0,50 105a 6 4 5 4 6 18 0,66 105b 8 5 6 5 8 18 0,62 174a 16 8 14 13 17 0,50 174b 16 9 14 13 16 0,56 206 40 21 30 40 41 24 0,52 201 60 32 49 40 55 24 0,53 194 40 30 36 21 35 21 0,75 193 32 17 — — 21 0,53 178 19 7 13 11 15 — 0,36 18-19/1 52 24 38 41 35 24 0,46 18-19/2 30 20 36 35 30 25 0,66 18 - 19/3 30 20 31 32 30 17 0,66 1 45 23,7 41,5 36,8 45 19 0,52 2 45 23,5 39,8 29 49,3 20 0,52 3a 40 20 33 32 46 21 0,50 3c 8 — — — 12 3 3b 8 5 6 5 7 10 0,62 13 7,5 5,5 4,5 6 9 — 0,60 15 18 15 9,5 13 18 — 0,54 arri 16 18 8 12 13 19 21 0,44 45 6 4 7,5 6 7 13 0,66 4 44 24 40 37 47 21 0,54 — 229 — Osservazioni. — Anche in questa specie ho ritenuto opportuno riunire alla forma tipica le sottospecie in quanto, trattandosi di oper¬ coli mi sembra logico ampliare la variabilità di questi raggruppamenti fittizi che sono con¬ siderati simili alle specie. Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — Essa è tipica dell’Oxfordiano-Ki- meridgiano, talvolta si trova nel basso Neoco- miano. Nelle Alpi sveve è del Malm superiore, qui è stata trovata nel Giura bianco £ zona a P. saliens e P. ulmensis e del Titonico dell’An- dalusia e di Maiorca, della Francia del sud e delle Alpi francesi, ivi si rinviene negli strati ad acanthicum. Sporadicamente si ritrova nel Titonico e Neocomiano delle Alpi friburghesi; nell'Engadina, nel Kimeridgiano e Titonico del Tirolo, nel Neocomiano della Baviera, nel Malm austriaco, nel Neocomiano dei Klippen dei Carpazi. Nel Kimeridgiano-Titonico della Lombardia, Veronese, Sette comuni, Appennino centrale, Sicilia, dalla regione dei Klippen dei Carpazi nord-orientali, in Bulgaria, Grecia orientale, Tunisia, Marocco, isole Capo verde. La var. fractocosta è caratteristica del Malm, Kimeridgiano, Titonico e Neocomiano inferiore della provincia alpina e mediterranea; si rin¬ viene in particolar modo nel Kimeridgiano e Titonico delle Alpi friburghesi, nei calcari neri titonici delle Dolomiti, nel calcare rosso del Kimeridgiano e Titonico delle Alpi settentrio¬ nali e meridionali, Appennino centrale. È del Titonico e Neocomiano della regione dei Klip¬ pen dei Carpazi e delle marne berriasiane e Titoniche di Stramberg. La var. undocosta è del calcare bianco tito¬ nico delle Alpi bavaresi. La var. moravica è del Titonico di Stram¬ berg. La var. longa è del Malm del nord Tirolo. La var. subalpina è del Malm (Kimeridgiano e Titonico) delle Alpi friburghesi, Giura supe¬ riore rosso e marne neocomiane delle Alpi ba¬ varesi settentrionali. Provenienza degli esemplari studiati. — 19 esemplari provengono dai livelli dei calcari nodulari rossi (B2), 50 provengono dalla loca¬ lità (SO e la rimanente parte della fauna dalla località (S2). LAMELLAPTYCHUS LAMELLOSUS (Park.) em. Trauth (Tav. V, fig. 10, Tav. VI, figg. 2, 6, Tav. VII, fig. 4) 1846 - Aptychus lamellosus, Quenstedt, p. 312, tav 22, figg. 20, 23. 1854 - Aptychus lamellosus, Pictet, p. 30, tav. 47, fig. 16. 1858 - Aptychus lamellosus, Quenstedt, p. 596, tav. 74, figg. 12-13. 1887-88 - Aptychus lamellosus, Quenstedt, p. 917, tav. 99, fig. 20. 1927 - Lamellaptychus lamellosus, Trauth, pp. 197-199, 223-227. 1929 - Lamellaptychus lamellosus, Trauth, pp. 76-19. 1938 - Lamellaptychus lamellosus, Trauth, p. 149, tav. 91, figg. 1-5. 1956 - Lamellaptychus lamellosus, Cozzi, p. 28, tav. 1, fig. 3. 1959 - Lamellaptychus lamellosus, Gasiorowski, tav. 2, fig. 3. 1965 - Lamellaptychus lamellosus, Pozzi, p. 869, tav. 86, fig. 7. Esemplari esaminati: n. 15 esemplari di cui 8 valve destre e 7 sinistre. Descrizione. — Questa specie presenta una faccetta laterale esterna poco sviluppata. Coste sottili con leggera inflessione nella parte me¬ diana. Le coste poi, sono subparallele alla sin¬ fisi. Le coste variano da 7 a 30. Il rapporto S/L è alto e quello B/L è compreso tra 0,40 e 0,67. Angolo apicale di circa 60°. Lo spessore è massimo nella regione esterna, (D/B) è compreso tra 0,12 e 0,25. La var. euglypta mostra le coste ad anda¬ mento sigmoidale e convergenti al margine, B/L tra 0,40 e 0,67. La var. gracilicosta mostra un maggior nu¬ mero di coste da 11 a 17 e ad una larghezza tra 5 e 10 mm. mostra 10 coste contro le 7 di lamellosus tipico. La var. verrucosa ha B/L di circa 0,48 e no- dulosità alle coste che hanno lo stesso anda¬ mento che in lamellosus. La var. laevadsynphisalis presenta B/L circa eguale a 0,43 e coste embriciate nella regione della sinfisi e lisce in quella adsinfisale. La var. solenoides ha B/L tra 0,30 e 0,40 e ha l’ornamentazione con caratteri intermedi Lo spessore è massimo nella regione esterna, La var. cincta ha B/L tra 0,50 e 0,60 e coste parallele al margine esterno. — 230 — Dimensioni : n. es. L B S Da Dt c B/L 19 6 3,6 4,5 5,5 6,5 22 0,60 20 25 19 21 19 26 28 0,76 24 5 3 4,5 5,5 6 21 0,60 26 5 3 3,5 4,5 5 14 0,60 31 11,5 6 9,5 8 11 — 0,52 78/19/2 34 20 28 25 31 29 0,58 Osservazioni. — Anche per questa specie mi limito alla determinazione specifica tralascian¬ do quelle sottospecifiche. Distribuzione stratigrafica e geografica delle specie. — Essa si rinviene nel Giura bianco £ inglese, nel Giura bianco a - £ della Germania sud-occidentale, nel Malm francese e delle Alpi friburghesi, nel Titonico e Neocomiano delle Alpi calcaree, della regione dei Klippen car¬ patici, nel calcare bianco e rosso titonico e in quello grigio del Neocomiano austriaco e dei Carpazi, nel Malm della Grecia occiden¬ tale, del Portogallo e della Persia. La var. euglypta è del Giura bianco £ di Solenhofen del calcare rosso del Malm (Kime- ridgiano Titonico), dell’Austria e delle marne Titoniane di Grosau, del Berriasiano e Neoco¬ miano del Tirolo. Si rinviene inoltre nel Titonico bulgaro, nel Giurassico superiore del Kenia e dell’Africa orientale, della costa settentrionale atlantica e Cuchh (Himalaia). La var. gracilicostata è del Giura bianco £ e y della Turingia e del Wurttemberg, del Malm (Kimeridgiano e Titonico) delle Alpi calcaree settentrionali delle brecce titoniche del Tito¬ nico inferiore e del calcare rosso dell'Austria meridionale, del calcare bianco titoniano di Linz, e della zona dei Klippen, del calcare di Trento. Si trova infine anche nel Cretacico in¬ feriore. La var. laevadsynphysalis è del Giura bian¬ co p del Wurttemberg. La var. verrucosa è del Giura bianco y del Wuttemberg. La var. solenoides è del Giura bianco £ della Germania sud-occidentale (Solenhofen) e si trova nel Giura bianco 5 con Oppelia flexuosa e nel Malm y del Wuttemberg. Nella regione mediterranea è del Titonico della Bulgaria e Carpazi. La var. cincta si ritrova nel Giura bianco y del Wurttemberg e nei calcari rossi titonici delle Alpi austriache settentrionali. Provenienza degli esemplari studiati. — 10 esemplari provengono dalla località B2 ed il rimanente da Sx . LAMELLAPTYCHUS STUDERI (Ooster) (Tav. 8, fig. 5) 1938 - Lamellaptychus studeri, Trauth, p. 144, tav. 10, fig. 19. Esemplari esaminati : n. 21 di cui 4 valve destre e 17 sinistre. Descrizione. — Si differenzia dalle altre spe¬ cie per aver l’ornamentazione con caratteri in¬ termedi tra quelle di L. rectecostatus e L. bey- richi. Gli indici di allungamento della specie (B/L) sono compresi tra 0,48 e 0,57 mentre quello delle due specie precedenti è compreso tra 0,40 e 0,67. La specie presenta una caratte¬ ristica depressione sulla valva che la differen¬ zia da quelle del gruppo precedente. La var. longa presenta rispetto alla specie l’indice di allungamento più basso ( = 0,39). Dimensioni : es. n. L B S Da Dt C B/L 184 13 5 11 10 15 19 0,38 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è caratteristica del Tito¬ nico della Savoia e della Francia, del Neoco¬ miano delle Alpi friburghesi e del Titonico neocomiano delle Alpi settentrionali. Si trova inoltre nelle marne della regione del Klippen carpatici. La var. longa è del Titonico di Chambery. Provenienza degli esemplari studiati. — Gli esemplari contrassegnati dai numeri 53 e 90 provengono dalla località B2, quelli con i nu¬ meri 109, 110, 111, 115, 125, 167 dalla loca¬ lità Sx, l'esemplare 184 da S2 . — 231 — LAMELLAPTYCHUS SUBM0RT1LLETI Trauth (Tav. 5, fìg. 4) 1938 - Lamellaptychus submor diteti, Trauth, p. 123, tav. 10, figg. 23-25. 1961 - Lamellaptychus submortilleti, Stefanqv, p. 219, tav. 3, fìg. à. Esemplari esaminati : n. 13 di cui 4 valve destre. Descrizione. — La specie presenta coste em¬ briciate e piegate all'indietro. Questa caratteri¬ stica è accentuata nella varietà retroflexa, nella varietà longa l’indice di allungamento è più alto. La specie si differenzia da L. mortilieti per avere una carena che dall’apice raggiunge il margine sinfisale opposto. Nelle forme neocomiane la retroflessione delle coste è più accentuata. Nella specie B/L < 0,40 mentre nella varietà longa è > 0,40 ( = 0,34); la varietà conserva le stesse caratte¬ ristiche di ornamentazione. La varietà gracili- costata subcincta che da Trauth è riferita al secondo gruppo di Lamellaptychus presenta caratteri tra L. submortilleti e L. lamellosus gracilico status. Le varietà retroflexa e retro¬ flexa longa differiscono dalla forma tipica per avere le coste fortemente retroflesse e sigmoi¬ dali nella regione terminale. La prima varietà differisce dalla seconda perché B/L < 0,40. Ambedue le varietà hanno le coste nella regio¬ ne terminale subparallele alla sinfisi. Come si può vedere le caratteristiche che differenziano le sottospecie sono molto minute per cui, dato lo stato di fossilizzazione del materiale, ritengo opportuno fermarmi alla determinazione spe¬ cifica. Dimensioni : L B S D Dt C B/L n. es. 4,5 3,3 3 4 4,5 18 0,70 40a 7 5 6 4 7 16 0,71 170 5 3 5 4 6 12 0,60 148 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è del Giura superiore al¬ pino e mediterraneo. Essa è stata ritrovata nei calcari rossi titoniani della Baviera, nelle ra- diolariti bianco-grigiastre e nei calcari rossi delle Alpi calcaree settentrionali austriache; nella regione dei Klippen dei Carpazi. Si trova inoltre nel Titonico Neocomiano e Barremiano delle basse Alpi francesi, nel Friburghese, Ti- rolo, Ungheria. La var. longa è del Neoco- miano-Barremiano; la gracilicostata-subcincta del Kimeridgiano friburghese; quella retroflexa del Neocomiano austriaco e la retroflexa longa dei calcari rossi titonici delle Alpi austriache. Provenienza degli esemplari studiati. — Gli esemplari n. 22, 54, 61, 14a, 46 e 56 proven¬ gono dalla località B2, quelli n. 105, 148, 168, 170 dalla località Sx , quello n. 214 dalla loca¬ lità S2 . LAMELLAPTYCHUS SPARSILAMELLOSUS (Gumbel) (Tav. IV, fìg. 11, Tav. V, fìg. 13) 1875 - Aptychus sparsilamellosus, Favre, p. 50, tav. 7, figg- 6-9. 1904 - Aptychus sparsilamellosus, Del Campana, p. 264. 1904 - Aptychus sparsilamellosus, Del Campana, p. 264. 1905 - Aptychus sparsilamellosus, Del Campana, p. 127. 1929 - Lamellaptychus sparsilamellosus, Trauth, p. 165, tav. 9, figg. 23-27. 1935 - Lamellaptychus sparsilamellosus, Scatxzzi, p. 307, tav. 16, fìg. 8, tav. 17, fìg. 4. 1938 - Lamellaptychus sparsilamellosus , Trauth, p. 165, tav. 9, figg. 23-27. Esemplari esaminati : n. 5 valve sinistre. Descrizione. — La specie è caratterizzata dalla presenza di coste rade e sparse sulla su¬ perficie esterna. Si ha inoltre una notevole convessità all’esterno e la superficie interna è ricoperta da strie molto spaziate. B/L nella specie è compreso tra 0,40 e 0,60. La var. cla- smopleura ha invece B/L = 0,50 pur conser¬ vando la stessa ornamentazione. La var. longa ha B/L < 0,40 ed in genere = 0,39. La var. exculpta presenta coste parallele al margine interno. Anche per questa specie come per le prece¬ denti le differenze esistenti tra la forma tipica e le sottospecie sono molto minute. La strut¬ tura di questa specie presenta uno strato in¬ termedio sottile con prismi disposti al bordo sinfisale con un angolo ottuso. Lo strato in¬ terno si presenta raramente. Nello strato intermedio che è il meglio sviluppato si hanno fenomeni di riassorbimento. Le celle ed i tu¬ buli penetrano aH'interno delle coste. Talvolta — 232 — nella parte più esterna di questo strato si hanno tracce di concamerazioni. Dato il pessi¬ mo stato di fossilizzazione non posso dare alcuna dimensione. Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è ampiamente diffusa nel Giura medio superiore (Oxfordiano-Titonico mediterraneo e nel Titonico nordamericano. Essa inoltre è molto comune nel Giura bianco del Wurtemberg ((3-5) e del Kimeridgiano (Giura bianco (3 - 5) francese. Si rinviene inoltre nella zona a tenuilobatum del Giura svizzero, nell'Oxfordiano di Crussol e nel Titonico di Voirons e di Grenoble. È comune alle zone a transversarium, bimamma- tum ed acanthicum delle Alpi friburghesi, si trova nel Kimeridgiano e Titonico delle Alpi calcaree settentrionali e dei Klippen dei Car¬ pazi; qui si rinviene anche nelle marne rosse giurassiche. È frequente nel Titonico delle Alpi meridionali, Appennino centrale, Sicilia, Cordigliera argentina. La var. clasmopleura è del Giura bianco delle Alpi sveve, quella longa è delle marne ad aptici titonico-kimeridgiane della Bulgaria occidentale; la var. exculpta è dei calcari scistosi kimeridgiani delle Alpi fri¬ burghesi e dei Sette comuni. Provenienza degli esemplari studiati. — Gli esemplari n. 118, 119, 140 provengono dalla località Sj mentre quelli 213 dalla località S 2, n. 22 da B2 . LAMELLAPTYCHUS Sp. (Tav. IV figg. 10-11, Tav. V, figg. 12-14, Tav. VII, fig. 3, Tav. Vili, figg. 3-4, Tav. IX, figg. 2, 3, 5, 6, Tav. X C.) Esemplari esaminati: 250 di cui il 70% di valve sinistre. Osservazioni. — A prima vista gli esemplari rimasti come specie indeterminata sono un numero enorme rispetto alla quantità della fauna totale; l’80|%, di essi sono aptici di lun¬ ghezza minore di 2 mm., e data l'esiguità delle dimensioni, è stato possibile identificare solo i caratteri generici e non precisare ulterior¬ mente la specie. Talvolta quando le dimensioni erano maggiori le condizioni di fossilizzazione hanno impedito l’identificazione ulteriore. Provenienza degli esemplari studiati. — La maggior parte degli esemplari provengono dai campioni della località B2 ; essi rappresentano il 60% della fauna. Per il rimanente il 15% viene da Sj ed il 25i% dalla località S2 . Gli esemplari della località B2 provengono dai livelli sottilmente stratificati immediatamente sotto i calcari nodulari (campioni 16-20) della serie stratigrafica. 2. 2. 3. Genere PUNCTAPTYCHUS Trauth 1927 Osservazioni sul genere: Sp. tipo Aptychus punctatus Voltz Il genere Punctaptychus Trauth è stato am¬ piamente descritto dall’A. nel 1935. La sua struttura corrisponde a quella di Lamellapty- chus con cui era stato a lungo confuso. Anche l'ornamentazione è dello stesso tipo. La carat¬ teristica che lo differenzia è la presenza sopra le coste di una lamina liscia molto sottile. Nei solchi, quindi, appaiono una serie sottile di fori puntiformi. Nello studio microscopico i due strati, inferiore e medio, non si distinguo¬ no da quelli di Lamellaptychus. Lo strato infe¬ riore presenta una disposizione delle celle più irregolare, questa struttura nello strato inter¬ medio è molto più sviluppata che in Lamel¬ laptychus ed in corrispondenza dei tubuli sulla superficie esterna appaiono le aperture punti¬ formi. Lo strato superiore che secondo Trauth (1935) dovrebbe essere una parte inspessita dello strato intermedio si presenta in genere più o meno eroso. Quando esso è compieta- mente eroso l’attribuzione generica è dubbia. L’ornamentazione è identica a quella di Lamel¬ laptychus e Guzzi (1961) ha notato un’identica evoluzione nell’andamento delle coste a quella che si verifica in Lamellaptychus. Si va in¬ fatti da coste rettilinee a coste sigmoidali ed infine a coste che si piegano dando origine ad un vero e proprio angolo. Sono state distinte da quest’ultimo A. le specie P. rectecostatus con ornamentazione analoga a L. rectecostatus e P. punctatus con ornamentazione analoga a L. beyrichi. Un altro individuo per cui non è stata effettuata una sicura determinazione spe¬ cifica corrisponde a L. inflexicosta. La specie P. lombardus rappresenterebbe un ulteriore segno di questo tipo di evoluzione delle coste — 233 — si ha infatti un'ornamentazione identica a L. seranonis ed a L. angulocostatus fractocosta. Il genere è caratteristico del Dogger e Malm ma si ritrova rappresentato fino al Berriasiano scarsamente. La distribuzione del valore di L non è stata analizzata dato lo scarso effettivo del cam¬ pione. PUNCTAPTYCHUS PUNCTATUS (Voltz) (Tav. IV, figg. 7-8, Tav. V, figg. 6-7, Tav. VI figg. 1, 7, Tav. X B) 1837 - Aptychus punctatus, Voltz, p. 435. 1867-81 Aptychus profundus, Meneghini, pp. 122, 212, tav. 25, figg. 5a-c, 7a-b, 9. 1876 - Aptychus punctatus, Meneghini & Bernemann, p. 98, tav. 4, figg. 4a-b. 1886 - Aptychus punctatus, Nicolis & Parona, p. 81. 1904 - Aptychus punctatus, Del Campana, p. 264. 1905 - Aptychus punctatus, Del Campana, p. 127. 1927 - Punctaptychus punctatus, Trauth, pp. 173, 200, 205, 225, 240. 1929 - Punctaptychus punctatus, Trauth, p. 377. 1935 - Lamellaptychus punctatus, Scatizzi, p. 305, tav. 17, figg. 1-2, 7. 1939 - Punctaptychus punctatus, Ramaccioni, p. 210. 1935 - Punctaptychus punctatus, Trauth, p. 315, tav. 12, figg. 2,2,4. 1960 - Punctaptychus punctatus, Cuzzi, pp. 10-11. 1961 - Punctaptychus punctatus, Guzzi, p. 48, tav. 17, figg. 1-3. 1963 - Punctaptychus punctatus, Bachmayer, p. 130, tav. 4, figg. 7a-b. 1965 - Punctaptychus punctatus, Pozzi, p. 861, tav. 86, figg. 9-11-13. Esemplari esaminati : n. 4 di cui due ancora uniti assieme. Descrizione. — La specie presenta le coste con la flessione sigmoidale tipica di L. beyri- chi. Esse sono nella parte adapicale parallele alla sinfisi. Nell’insieme l’aptico si presenta allungato con l'apice rivolto in avanti. Le coste sono nettamente separate da solchi netti. Lo spessore delle coste aumenta dall’apice alla periferia. La struttura microscopica è molto tipica. Lo strato superficiale è poroso, ha una struttura cellulare e si desquama facilmente. Lo strato intermedio presenta celle perpendicolari o leg¬ germente inclinate rispetto allo strato superio¬ re. Le celle si infittiscono al margine sinfisale. I fenomeni di riassorbimento sono rari. Lo strato inferiore presenta concamerazione irre¬ golare dovuta ai riassorbimenti ed ispessimenti delle celle ed è costituito da lamelle concen¬ triche con rare e brevi celle ovali. L'inspessi- mento diminuisce nella parte esterna, si ha inoltre una facile desquamazione anche dello strato interno. L'indice di allungamento B/L è compreso tra 0,40 e 0,67. La var. longa è del Malm e ha la faccetta laterale ben sviluppata, si presenta molto più slanciata e con angolo apicale di 27°, ha 18 coste rade e B/L = 0,39; la var. lata ha B/L = 0,70; quella fractocosta pur avendo B/L nei limiti consentiti dalla specie si differenzia per l’ornamentazione così pure la var. diver- gens. Dimensioni: L B S Da Dt c B/L 29 13 24 34 31 23 0,44 33 18 28 29 32 25 0,54 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è comune dal Dogger al Neocomiano mediterraneo. Si rinviene nel Ba- toniano delle Alpi bernesi, Calloviano delle Alpi friburghesi, Oxfordiano della Svizzera e Francia, Kimeridgiano-Titonico Svizzero, Giu¬ ra superiore delle Ardeche, Andalusia, Greno¬ ble, Chambery, Voirons, Alpi friburghesi, Alpi bernesi, Klippen dei Carpazi, Alpi calcaree set¬ tentrionali e bavaresi. Dolomiti engadinesi, Alpi meridionali, Lombardia, Sud Tirolo, Bel¬ lunese; è comune nei Klippen titonici dei Car¬ pazi (Stramberg, Arva), nel Titonico dei Bal¬ cani in Bulgaria, nell 'Appennino centrale, in Sicilia, Algeria e Tunisia. Si rinviene inoltre nel Neocomiano della Francia meridionale, Alpi friburghesi e bava¬ resi, Tirolo, Alpi calcaree interne settentrio¬ nali. La var. longa è del Kimeridgiano della Sa¬ voia e degli strati ad acanthicum di Voirons; la var. lata è del Titonico austriaco, quella fractocosta è del Titonico francese e della re¬ gione dei Klipppen dell'Austria orientale; la var. divergens è del Kimeridgiano e Titonico delle Alpi lombarde ed Alpi austriache cal¬ caree. Provenienza degli esemplari studiati. — Tutti gli esemplari provengono dalla località B; . — 234 — PUNCTAPTYCHUS LOMBARDUS Trauth (Tav. VI, figg. 8-10, Tav. IX, fig. 1) 1935 - Punctaptychus lombardus, Trauth, pp. 327-328. 1927 - Punctaptychus lombardus, Cassinis, p. 238, tav. 12, figg. 2a-c. Esemplari esaminati : n. 3 valve destre. Descrizione. — La specie è caratterizzata dal¬ l'andamento delle coste che tagliano perpendi¬ colarmente il margine superiore adapicale. La regione adsinfisale è tagliata dalle coste con un angolo di circa 68° e l’angolo apicale è com¬ preso tra 110° e 115°. Il rapporto B/L, indice di allungamento, è compreso tra 0,50 e 0,60. La sinfisi è rettilinea e la faccetta sinfisale è alquanto sviluppata. Le coste sottili si ingros¬ sano nella parte terminale e terminano con una specie di spina. Dimensioni: es. n. L B S Da Dt c B/L 5 41,5 21,5 35,5 33,5 42,5 22 0,51 18/19 2a 36 21 42 36 40 29 0,58 Osservazioni microscopiche. — In sezione longitudinale si ha uno strato inferiore con irregolari concamerazioni e numerosi inspessi- menti; lo strato intermedio ha la solita strut¬ tura a celle ed a tubi. In sezione tangenziale mostra la struttura a mosaico. Esso inoltre ha celle e tubi perpendicolari al terzo strato e presenta rari riassorbimenti. Il terzo strato ha maglie allungate a causa del riassorbi¬ mento delle pareti. In sezione trasversale si ha lo strato su¬ periore inspessito notevolmente in prossimità della sinfisi. Alla struttura delle coste parte¬ cipano anche le celle dello strato intermedio. La sezione tangenziale mostra le aperture dei tubuli diffuse tra i prismi calcarei. Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è stata trovata nelle mar¬ ne e calcarei marnosi rossi del Giura supe¬ riore e Titonico. Essa è particolarmente ab¬ bondante nelle Alpi calcaree meridionali e nelle Alpi bavaresi. Provenienza degli esemplari studiati. — I due esemplari presi in esame provengono dai calcari rossi sottilmente stratificati delle lo¬ calità B2 . Uno di essi è stato raccolto in uno strato compreso tra quelli di cui ai campioni 18 e 19. Un terzo esemplare, sezionato, pro¬ viene dal campione n. 32 della stessa serie. PUNTAPTYCHUS RECTECOSTATUS (Cuzzi) (Tav. V, figg. 1, 9, 11, Tav. VI, fig. 4) 1961 - Punctaptychus rectecostatus, Cozzi, p. 46, tav. 17, figg. 4-6. Esemplari esaminati : n. 19 valve di cui 10 sinistre e 9 destre. Descrizione. — La specie, istituita da Cuzzi (1961) è stata distinta da P. punctatus per avere le coste diritte a partire dalla regione mediana e subparallele alla sinfisi. L’orna¬ mentazione corrisponde a quella di L. recte¬ costatus e come in questa specie le coste ta¬ gliano il margine esterno medio inferiore ed il margine sinfisale senza piegarsi. Il rappor¬ to B/L (indice di allungamento) è compreso tra 0,45 e 0,65. Dimensioni: es. n. L B S Da Dt c B/L 2a 42 22 36 32 48 21 0,52 18 30 17 20,5 25 30 20 0,56 72 5,5 2,7 5 4 5,5 22 0,49 69 4,7 2,3 4,5 3 4,5 20 0,48 31/3 5,5 3 4 4,5 5 20 0,54 61 8 3,5 7,5 6 8 22 0,43 66 3,5 2 3 2,5 3,5 26 0,57 84/31-32 17 10 15 — — 18 0,58 198a 35 17 30 30 40 20 0,48 198b 40 20 30 2,5 40 20 0,50 200 35 25 30 20 35 15 0,71 104 15 6 12 7 9 15 0,40 118a 15 7 12 7 9 15 0,46 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è caratteristica dei terreni del Giura superiore ed in particolare dell'Ox- fordiano, Calloviano, Kimeridgiano e Titonico delle Prealpi lombarde, Alpi friburghesi ed Ap¬ pennino centrale. Provenienza degli esemplari studiati. — 14 degli esemplari provengono dalla località — 235 — indicata come B2; 1 viene dal campione indicato come 31/31 della serie; 3 dalla loca¬ lità S2 ; 2 dalla località indicata come Sj . 2. 2. 4. Genere LAEVILAMELLAPH Y CHUS Trauth 1930 Osservazioni sul genere : Specie tipo: Trigonellites ceratoides Ooster. Sono riferiti a questo genere aptici che presentano l’ornamentazione di tipo Lae- vaptychus e struttura interna di tipo Lamel- laptychus. Alcune specie hanno la superficie delle valve completamente lisce mentre al¬ tre percorse da sottili solchi. La struttura interna presenta tre strati calcarei di cui l’inferiore compatto e non perforato. In al¬ cune specie la fine di pori tendono a dive¬ nire meandriformi nella regione terminale. Il genere è tipico del Bogger e del Malm medio inferiore. LAEVILAMELLAPTYCHUS BERNO-JURENSIS Trauth 1930 - Laevilamellaptychus terno - jurensis, Trauth, p. 370, tav. 3, figg. l-2n, tav. 4, figg. 1-6. Esemplari esaminati : n. 8 valve di cui 4 appartenenti a 2 aptici completi. I. Descrizione . — Questa specie si presenta con valve molto concave all’interno. Esse sono anche molto allungate per cui l'indice di allungamento B/L è alquanto basso. Lo spessore è ridotto. Nei miei esemplari assu¬ me notevole importanza la faccetta sinfisale che è ampia circa 3 mm nella parte apicale e 0,1 mm in quella opposta. Lo strato ester¬ no appare come in Laevaptychus fragilis Trauth ed i pori hanno andamento molto si¬ mile. La superficie interna è coperta da sottili strie di accrescimento. Sulla superficie non vi è assolutamente alcuna traccia di solchi o coste. Dimensioni : es. n. L B S Da Dt B/L 18/19 4a 33 12 29 20 29 0,36 18/19 4b 33 10 29 20 28 0,30 141 5 2 5 4 6 0,40 Distribuzione stratigrafica e geografica della specie. — La specie è stata trovata nel Dog- ger £ (Calloviano) del Wurtemberg, del Giura svizzero francese e in Inghilterra (Oxford clay). Altri ritrovamenti sono stati effettuati a Tubingen (Germania meridionale). Talvolta è stata rinvenuta anche nell’Oxfordiano. Provenienza degli esemplari studiati. — Gli esemplari 18/19 4a-b vengono dalla località B2 , dal livello 18-19; 141 e 139 da S, e 210 da S2 . 3. Analisi chimico-mineralogiche di gusci e parti mineralizzate di cefalopodi viventi e fossili (*). 3. 1. Introduzione. Onde approfondire la natura degli aptici e dei Rhyncholites della fauna esaminata, si è ritenuto opportuno studiare la compo¬ sizione chimico - mineralogica degli stessi unitamente a quella dei gusci di ammoniti e di belemniti della stessa fauna, confrontandoli con gusci e parti mineralizzate dei cefalopodi viventi. A questo scopo si è fatto uso di analisi roentgenografiche ed osservazioni ottiche. 3. 2. Analisi roentgenogrifiche. Tra i metodi di indagini che utilizzano i raggi X si è scelto quello detto « delle polveri » o di Debye-Scherrer. Noto che i metodi che si utilizzano per le indagini ai raggi X sono tutti basati su feno¬ meni di interferenza che si verificano quando un fascio di raggi X incontra un cristallo, i metodi di Laue, Bragg, Polanyi sono utiliz¬ zabili solo se si dispone di cristalli di almeno alcuni decimi di millimetro e che sia possibile orientarli al goniometro. I materiali studiati, specie quelli ottenuti separando i vari strati del guscio, si sono presentati in polvere o co¬ munque non orientabili: inoltre, in alcuni casi, in quantità assai esigue. Il metodo delle pol¬ veri è quindi quello che meglio ha risposto allo scopo. (*) Appendice mineralogica di L. Pingue. — 236 — Il principio su cui si basa tale metodo è il seguente: poiché non è possibile, per le di¬ mensioni estremamente piccole dei cristalli del campione, ruotare questo rispetto al fascio di raggi incidenti, si sfrutta il fatto che in una polvere sottilissima i minutissimi cristalli sono disposti in tutte le possibili orientazioni. Facendo incidere un fascio di raggi X « mo¬ nocromatici » sulla polvere, accade che fra gli innumerevoli cristallini ve ne saranno alcuni incontrati dalla radiazione con un angolo a che soddisfa l'equazione: 2 d sen a = n X e che da luogo a fenomeni di riflessione. La sostanza in esame è stata racchiusa in tubetti trasparenti di circa 0,3-0, 5 mm di dia¬ metro, per cui non occorrono più alcuni mgr. di sostanza. Il tubetto è poi stato disposto, centrato, lungo l'asse di una camera ciindrica, nel cui interno è avvolta una pellicola fotografica di bassa sensibilità. I raggi X, emanati da un apparecchio, si propagano lungo un diametro della camera per poi finire su di uno scher¬ mo, apparendo come un puntino luminoso. Regolando, mediante alcune viti, il puntino al centro dello schermo si ottiene il centrag¬ gio del fascio sul tubetto, che è posto in rota¬ zione da un motorino elettrico. I raggi X, ri¬ flessi dai piani reticolari dei cristalli, danno luogo ad interferenze diverse — riflettendo sotto diversi angoli — ed impressionano così la pellicola secondo archi di curva sim¬ metricamente disposti rispetto alla macchia centrale prodotta dai raggi non deviati. Dato che ogni sostanza presenta uno spet¬ trogramma con interferenze caratteristiche — specie le più forti — è possibile, una volta sviluppata la pellicola, leggere le distanze dal centro degli archi di curva e, eseguiti alcuni calcoli, risalire al tipo di sostanza in esame. Le indagini sono state eseguite con camera di mm 114,8, radiazioni CuKa a Kw 40 e mA 18; tempo di esposizione: 2,30 h. Le distanze reticolari, espresse in A, e le relative intensità, sono state composte in ta¬ belle, dalle quali ben risulta la natura chi¬ mica del campione in questione e, se presen¬ te, della relativa matrice. TABELLA II Ammonili N. Inlensila" d in Minerale i d 4,29 1 Ili re 2 dd 3,86 Calcile 3 m 3,34 mire 4 f 203 Calcile 5 dd 282 Calcile 6 md 2.49 Calcile mire 7 m 228 Calcile lllile 8 m 2,12 mire 9 md 210 Calcile 10 md 1,91 Calcile lllile 11 m 1,87 Calcile 12 md 1,67 lllile 13 dd 1.62 Calcile 14 d 1,60 ii 15 d 1,52 16 dd 1,47 u 17 dd 1,42 18 md 1,37 19 d 1,18 11 Come chiaramente risulta dalle tabelle i minerali principali riscontrati sono stati Ara- gonite e Calcite. La presenza di un terzo componente e pre¬ cisamente l lllite è legata alla matrice mar¬ nosa che inglobba, a volte, vari campioni 3.3. Esami microscopici dei diversi cam¬ pioni. Lo scopo di questa appendice, e cioè cono¬ scenza chimica-mineralogica dei gusci dei ce¬ falopodi viventi e fossili, ha consigliato, per tale esame l’uso di un microscopio per mine¬ ralogia, dotato cioè di polarizzatore ed analiz¬ zatore. È stato utilizzato allo scopo un micro¬ scopio Leitz « ortolux » con ingrandimenti 10 x 3,5 e 10 x 50. È stato così possibile riconoscere oltre che la natura del minerale costituente il campione in esame, natura già resa nota dall’indagine roentgenografica anche le strutture microsco¬ piche dei singoli campioni. Per quanto riguarda i cefalopodi fossili si è potuto osservare come la ricristallizzazione che ha interessato i fossili si sia effettuata con modalità assai varie: come appare infatti dalle successive descrizioni, alcuni campioni si sono presentati ben cristallizzati con tutti — 237 — TABELLA IH TABELLA V Lamellaptychus N. Intens ita d in A° Minerale 1 d 4,29 mite 2 dd 3,86 Calcite 3 f 3,34 mite 4 ff 3,03 Calcite 5 dd 2,83 Calcite 6 md 2,49 Calcite mite 7 m 2,28 Calcite mite 8 m 2,13 mite 9 md 2,10 Calcite 10 m 1,91 Calcite mite 11 m 1,87 Calcite 12 md 167 mite 13 dd 1,62 Calcite 14 md 1,60 ,, 15 d 1,52 >1 16 dd 1,47 M 17 d 1,44 u 18 d 1,42 M 19 md 1,37 " 20 d 1,29 21 dd 1,18 " Conchorhynchus N. Intensità' d in a“ Minerale 1 d 4,29 mite 2 dd 3,86 Calcite 3 f 3,34 mite 4 . ff 3,03 Calcite 5 dd 2,82 Calcite 6 md 249 Calcite-lllite 7 m 2,28 Calcite -mite 8 m 212 mite 9 md 2,10 Calcite 10 m 1,91 Calcite-mite 11 m 1,87 Calcite 12 md 1,67 mite 13 dd 1,62 Calcite 14 md 1,60 15 d 1,52 16 dd 1,47 17 d 1,44 18 dd 1,42 19 md 1,37 20 d 1,29 21 d 1,18 TABELLA IV Punctaptychus punctatus N. Intensità' d in A° Minerale 1 dd 3,86 Calcite 2 f f 303 H 3 dd 2,82 ,, 4 d 2,49 1 1 5 d 2,28 1 1 6 m 2,10 7 dd 1,92 M 8 m 1,91 ,, 9 m 1,87 10 dd 1,62 11 d 1,60 M 12 dd 1,58 13 dd 1,52 14 dd 1,51 ,, 15 dd 1,47 n 16 dd 1,44 ,, 17 dd 1,42 18 dd 135 19 dd 1,33 20 dd 1,29 ■ ■ 21 dd 1.28 ! 1 22 dd 1,18 " i fenomeni ottici propri della fase ditrigo- nale-scalenoedrica del carbonato di calcio; altri solo in parte interessati dalla cristalliz¬ zazione con abbondanti porzioni di materia¬ le amorfo. Per i cefalopodi viventi si sono potuti me¬ glio evidenziare le porzioni chitinose dei gusci ed osservare la natura calcitica di parti ritenute finora cornee. Per i campioni cui è stato possibile si sono esaminate sezioni tangenziali e trasversali: TABELLA VI Rhyncholites N. Intensità d in A° Minerale 1 d 3,86 Calcite 2 ff 303 3 dd 2,83 4 md 2,49 5 m 2,28 6 m 2,09 7 mf 1,91 8 mf 1,87 9 d 1,59 10 dd 1,53 11 dd 1,29 12 dd 1,18 13 dd 1,15 — 238 — TABELLA VII Belemnite- rostro N. Intensità' d in A° Minerale 1 dd 3,87 Calcite 2 ff 3.03 3 dd 2,82 4 d 2,49 5 d 2,27 6 m 2,11 7 dd 1,92 8 m 1,91 9 m 1,87 10 dd 1,62 11 d 1,60 12 dd 1,58 13 dd 1,53 14 dd 1,48 15 dd 1,44 16 d 1,33 17 dd 1,29 18 dd 1,28 19 dd 1,19 20 dd 1,16 TABELLA Vili Sfrato esterno di Naufilus N. Intensità' d in A0 Minerale 1 ff 3,40 Aragonite 2 mf 3,28 3 dd 2,87 4 mf 271 5 mf 2,48 6 dd 2,41 7 mf 2,37 8 mf 2,33 9 dd 2,19 10 md 2,10 11 f 1,97 12 m f 1,87 13 d 1,82 l i 14 d 1,74 1 i 15 d 1,72 l l 16 dd 1,56 17 dd 1,49 18 dd 1,47 19 dd 1,41 20 dd 1,36 21 dd 1,26 22 d 1,24 23 dd 1,22 24 dd 1,20 25 dd 1, 19 26 dd 1,17 27 dd 1,16 TABELLA IX Strabo mediano del Naufilus N. Intensità' d in A0 Minerale 1 ff 3,40 Aragonite 2 mf 3,28 ,, 3 d d 2,87 4 mf 2,71 ,, 5 mf 2,48 6 d d 2,41 7 mf 2,37 ,, 8 mf 2,33 9 dd 2,19 ,, 10 md 2,10 11 f 1,97 12 mf 1,87 13 d 1,82 ,, 14 d 1,82 ,, 15 d 1,72 ,, 16 dd 1,56 ,, 17 dd 1,49 ,, 18 dd 1,47 19 dd 1,41 20 dd 1,36 ,, 21 dd 126 ,, 22 d 1,24 ,, 23 dd 1,22 ,, 24 dd 1,20 ,, 25 dd 1,19 ,, 26 dd 1,17 ,, 27 dd 1,16 - per altri, come per i cefalopodi viventi, si sono scelte quelle sezioni che meglio evi¬ denziavano le strutture e i minerali costi¬ tuenti i gusci in esame. Ammoniti. — Di tali fossili sono stati esa¬ minati un unico tipo di sezione in quanto i campioni esaminati includevano numerosi fos¬ sili variamente orientati per la caoticità del sedimento. Tutti i gusci o frammenti degli stessi sono apparsi ben mineralizzati: si è os¬ servata la loggia iniziale, sferica o ovoidale, ma per la sottigliezza delle pareti non si è potuto osservare alcuna struttura. Dove invece i gusci si sono presentati più spessi si è osservato come gli stessi siano costituiti da due strati: l’uno meglio cristalliz¬ zato, con minuti cristalli limpidi, dai contorni assai netti, l’altro più caotico con numerosi inclusi e rossastro per impurità di idrossido di ferro. Aptici. — Sono stati presi in considerazione i generi principali della classificazione di — 239 — TABELLA X Sfrato inferno di Nautilus N. Intensità" d in A° Minerale 1 ff 3.40 Aragonite 2 m 3,26 3 dd 2,86 4 f 2,70 5 md 2,47 6 m 2,36 7 m 2.33 8 dd 2,18 9 d 2,10 10 f f 1,97 11 m 1,87 12 md 1,80 13 md 1,74 14 d 1,72 15 dd 1,55 16 dd 1,49 17 dd 1,46 18 dd 1,40 19 dd 1,35 20 dd 1,25 21 dd 1,23 22 d 1,20 23 dd 1,18 24 dd 1,16 TABELLA XI Argonauta N. Intensità" d in A° Minerale 1 dd 3,86 Calcite 2 ff 3,03 3 dd 2,82 4 d 2,49 5 d 2 28 6 m 2,10 7 dd 1,92 8 m 1,91 9 m 1,87 10 dd 1,62 11 d 1,60 12 dd 1,58 13 dd 1,52 14 dd 1,51 15 dd 1,47 16 dd 1,44 17 dd 1,42 18 dd 1,35 19 dd 1,33 20 dd 1,29 Trauth e per ciascuno di essi esaminate più sezioni, nelle orientazioni precisate, secondo che la chiarezza della osservazione lo richie¬ desse. Laevaptychus - Sezione trasversale. — Per meglio osservare le strutture cristalline di que¬ sti fossili si sono ottenute sezioni trasversali con un taglio variamente obliquo. In alcuni punti le sezioni sono apparse per¬ fettamente cristallizzate, in altre sono visibili parti amorfe che non mostrano interferenze ottiche. Il contorno del fossile si è presentato intera¬ mente calcificato con struttura granulare. L'e¬ same microscopico mostra come gli aptici esa minati siano costituiti da tre strati ben distinti. L’inferiore amorfo, senza caratteristiche ot¬ tiche; il medio prismatico, si presenta in cri¬ stallini costantemente allungati secondo l’asse della sezione; i prismi sono apparsi circa delle stesse dimensioni, con orientamento costante, come mostra l'uniformità dei colori di interfe¬ renza, con asse ottico verticale. I prismetti sono avvolti da una maglia sottile parzialmente calcificata che attraversa tutto lo strato. In alcuni punti i prismi sono apparsi disor¬ dinati, ma per la presenza di alcune fratture si attribuisce tale disordine a cause mecca¬ niche. Tale strato è sempre apparso separato dallo strato superiore da un sottile straterello amorfo. Lo strato superiore presenta una calcifica¬ zione chiaramente secondaria, granulare con vivacissimi colori di interferenza. Superior¬ mente è ancora presente uno straterello amorfo. Sezione trasversale. — Tale sezione essendo tagliata all'altezza dello strato inferiore, mo¬ stra lo strato prismatico tagliato normal¬ mente all'asse ottico dei singoli prismetti: è evidentissima la maglia calcitica che ingloba i singoli prismi. Lamellaptychus - Sezione trasversale. — Le sezioni sono apparse intimamente calcificate, ma in alcuni tratti i prismi sono apparsi costituiti da materia amorfa (Tav. X, fig. b, c, e, f). Anche questa volta si è notato uno strato — 240 — superiore granulare ed uno medio prismatico che ha mostrato un ridursi della dimensione « c » con l’aumentare della profondità della sezione. Dove le sezioni sono apparse cristallizzate i contorni dei cristalli sono risultati ben defi¬ niti; tutte le caratteristiche ottiche della cal¬ cite sono state osservate. Da notare oltre le tracce di sfaldatura 1011, frequenti lamelle di geminazione secondaria 0112 ad andamento curvilineo come nei cal¬ cari cristallini. Sezione tangenziale — Le sezioni, passanti per ambedue gli strati descritti, hanno mo¬ strato tra la calcite sottilmente granulare dello strato superiore masserelle scure, amorfe. Alcuni dei contorni prismatici delimitati da una maglia calcitica, già incontrata in altri campioni, sono apparsi riempiti da materia completamente amorfa, altri solo parzialmente interessati dalla calcificazione . Punctaptychus - Sezione trasversale. — La calcificazione è apparso poco uniforme. Le coste sono invase dalla matrice e mineraliz¬ zate da calcite secondaria granulare con alti colori di interferenza (Tav. X, fig. a). Anche questa volta le strutture prismatiche sono apparse poco mineralizzate con prismetti interamente di materiale scuro amorfo. Dove invece le sezioni sono apparse più mi¬ neralizzate, con vivaci colori di interferenza e tracce di sfaldature romboedriche, si è potuto notare come la struttura prismatica sia orien¬ tata lungo l’asse della sezione. Sezioni tangenziali. — Tali sezioni, tagliando lo strato prismatico, mostrano meglio che le precedenti, le strutture dei prismi, sono visi¬ bili infatti giunzioni di ricristallizzazione carat¬ teristiche, e la maglia calcitica che li ingloba. Rhyncholites. — Sono state esaminate due sezioni trasversali di tali parti mineralizzate dei cefalopodi. La prima mostra una tipica struttura fibroso-stratificata sulla quale si è impiantata la calcificazione secondaria, com¬ pleta, ma senza tracce visibili di cristallizza¬ zione. I fenomeni ottici, come in ogni altro caso in cui si è constatata una ricristallizzazione impiantata su di una struttura fibrosa prece¬ dente, sono bassissimi sia a solo polarizzatore che a Nicols incrociati. Solo l’iridescenza tipica della calcite mostra la presenza di tale minerale nella struttura fibrosa osservata. Il contorno del fossile in esame è apparso costituito da materia amorfa. La seconda sezione è stata invece interes¬ sata maggiormente dalle soluzioni metatoma- tose che interessarono il sedimento, forse a causa di qualche minuta litoclasi. Infatti, mentre una porzione della sezione in esame conserva la struttura fibrosa stratificata di cui si è detto, sempre con bassi colori di interferenza, relitto evidentemente della primi¬ tiva struttura cornea del fossile, in altre por¬ zioni si osserva una completa ricristallizza¬ zione in piccole ovoidi a struttura raggiata con caratteristiche ottiche molto nette e colori di interferenza iridati. Belemnite. — Essendo il rostro il ritrova¬ mento fossile più comune, le sezioni esaminate hanno interessato queste porzioni della con¬ chiglia. Sezioni normali all’asse longitudinale. — Sono state tagliate all’altezza dell’alveolo in cui penetra il fragmocono, per cui si osserva chiaramente una diversa struttura concentrica ben evidenziata da due diversi tipi di calcifi¬ cazione (Tav. X, fig. d). L'alveolo centrale è riempito da romboedri di calcite con tracce di sfaldature 1011, senza variazioni di rilievo e basso colore di interfe¬ renza per cui si è potuto osservare la figura di interferenza dei minerali uniassici negativi, che si presenta però assi sfumata. Esternamente a tale alveolo, il rostro vero e proprio è apparso calcificato secondo una struttura raggiata, ad anelli, vari per le di¬ mensioni dei cristalli ed il colore. I minuti cristalli che costituiscono tale struttura sono disposti con l’A.O. orientato normalmente alla linea apicale e cioè paralle¬ lamente alla sezione, per cui a polarizzatori incrociati l'estinzione si manifesta con una croce nera simile a quella che appare nei casi di « polarizzazione di aggregato »: anche in questo caso essa è dovuta a normali feno- — 241 — meni di interferenza e niente ha a che vedere con le osservazioni a luce conoscopica. La struttura raggiata della sezione è attra¬ versata da un solco che dall'alveolo interno si spinge fino al bordo esterno. Tale solco è di natura funzionale e non dovuto a fratture od altri fatti traumatici: infatti la variazione di orientazione dei prismetti di calcite che lo costituiscono è graduale, come è possibile os¬ servare dalla continuità della variazione delle proprietà ottiche dai bordi al centro del solco. Sezione parallela all'asse longitudinale. — In questa sezione la struttura concentrica di cui si è fatto cenno appare come un insieme di fibre parallele che verso l’alveolo si diramano. Le fibre vanno assottigliandosi ed infitten¬ dosi verso i bordi. È visibile un altro canale, verticale, nel lato destro della sezione evidenziato da due sottili bordi di calcite spatica. Nautilus. — Sono state esaminate più sezioni dorso- ventrali; tali sezioni sono state, per la fragilità dei gusci in esame, osservate in spes¬ sori via via decrescenti. Si è potuto così eviden¬ ziare sia la struttura di tutto il guscio, sia, nei frammenti rimasti dopo aver raggiunto lo spes¬ sore di IO-2 mm, la struttura dei singoli strati. Come noto dalla letteratura, ed evidenziato dalle indagini roentgenografiche, tutti gli strati costituenti il guscio sono apparsi in Aragonite. Si sono potuti osservare gli strati descritti da Mutvei (1965) e precisamente: il periostraco : scuro, amorfo, spesso aspor¬ tato per i piccoli spessori raggiunti dalla se¬ zione; Strato sferulitico prismatico: mentre lo strato prismatico è apparso chiaramente, quel¬ lo sferulitico è stato distinto per delle irre¬ golarità ottiche, ma non si sono potuti osser¬ vare le singole sferule nè gli accumuli di conchiolina; Strato madreperlaceo: di colore chiaro, spesso, è apparso punteggiato di accumuli scuri di conchiolina; Strato semi-prismatico: più limpido del precedente è sembrato costituito da lamelle prismatiche raggiate frammiste a minuti accu- moli di conchiolina. Argonauta. — Si sono esaminate sezioni verticali del guscio che è apparso costituito da due strati calcitici separati da una sottile pellicola di materiale organico, al centro com¬ pletamente amorfo, lateralmente frammisto a minutissime plaghette di calcite. Gli strati a piccolo ingrandimento si mo¬ strano fibbrosi. A 500 ingrandimenti le sin¬ gole libbre sembrano costituite da una maglia calcitica e da accumuli interstiziali di con¬ chiolina e calcite. Octopus. — Si sono osservate sezioni delle mascelline di tali cefalopodi. Esse sono costi¬ tuite da filamenti raggiati, di vario spessore, mineralizzati nelle parti centrali più spesse, organici verso le estremità. Le parti centrali sono costituite da tre stra¬ ti: l'esterno organico con qualche minuto cristallino di calcite, i due più interni calcitici con numerosi inclusi organici e non. Lo strato centrale è risultato il più spesso dei tre ed il meglio mineralizzato. Ringraziamenti. Il presente lavoro è stato eseguito con il contributo del C.N.R. Ringrazio la Prof. A. M. Maccagno per il costante incoraggiamento e per la lettura critica del testo; il Prof. F. Scarsella per avermi dato ogni possibile informazione sulle località fossilifere ed i suoi assistenti e borsisti per l’aiuto datomi in campagna, in particolare il Dr. G. Cippi- telli. Ringrazio il Prof. A. Scherillo per aver permesso al Dr. Pingue ed a me di por¬ tare a termine le indagini petrografiche presso il suo Istituto. Ringrazio inoltre i Proff. M. Moncharmont Zei, U. Moncharmont e R. Sin- ni per i consigli preziosi. Sono grata ai tecnici del mio Istituto Geom. B. Pastore e sig. A. Danese per l’ese¬ cuzione dei disegni e delle sezioni sottili ed ai laureandi G. Leuci e C. Tripodi per l’aiuto datomi nel preparare la documentazione foto¬ grafica. BIBLIOGRAFIA Abouin J. - 1963 - Essai, sur la paléogeografie post- triassique et la evolution secondane et tertiarie du versant sud des Alpes orientales { Alpes meridionales, Lombardie et Venetie Italie)-, Slovenie occidentale, Jugoslavie. B.S.G.F., s. 1, 5, pp. 730-766, Paris. Abouin J. - 1964 - Reflexion sur les facies « ammoni- tico rosso ». B.S.G.F., s. 7, 6, pp. 475-501, Paris. Arkell W. J. - 1956 - Jurassic geology of thè World. 804 pp. t. Oliver & Boyd Edimbourgh & London ( cum bibl.). Arkell W. 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NDICE Riassunto . pag. 215 Summary . » 215 1. INTRODUZIONE . . » 216 1.. 1. Premessa . . » 216 1.2. Studi precedenti . » 216 1.2.1. Geologia stratigrafica della regione . » 216 1.2.2. Strutture delle conchiglie, aptici ed apparati masticatori dei cefalopodi vi¬ venti e fossili . » 217 Nautilus . » 217 Argonauta . . » 217 Ammoniti . » 217 Belemniti . . » 217 Aptici . » 218 Rhyncholites . » 218 1.2.3. Natura e posizione sistematica degli aptici ........ » 218 1.4. Brevi cenni sulla stratigrafia della regione . » 219 1.5. Esame delle microfacies . » 219 2. PALEONTOLOGIA . » 220 2. 1. Metodo di studio . » 220 2.2. Descrizioni Paleontologiche . » 221 2.2.1. genere Laevaptychus Trautii . . » 221 Laevaptychus latus (Park.) ... » 221 » longus (Mey.) . » 223 » meneghina (Zignq) . » 224 » sublaevis (Mgh.) . » 225 » sp. . » 226 2. 2. 2. genere Lamellaptychus Trauth . » 226 Lamellaptychus beyrichi (Oppel) . » 228 » pamellosus (Park.) . » 229 » studeri (Oost.) . » 230 — 246 — Lamellaptychus submortilleti Trauth . pag. 231 » sparsilamellosus (Gùmb.) . » 231 » sp . » 232 2. 2. 3. genere Punctaptychus Trauth . » 232 Punctaptychus punctatus (Voltz) . » 233 » lombardus Trauth . » 234 » rectecostatus Guzzi . . » 234 2.2.3. genere Laevilamellaptychus Trauth . » 235 Laevilamellaptychus bernojurensis T ........ » 235 3. ANALISI CHIMICO MINERALOGICA DI GUSCI E PARTI MINERALIZZATE DI CEFA- LOPODI VIVENTI E FOSSILI. APPENDICE MINERALOGICA . » 235 3. 1 Introduzione . » 235 3.2. Analisi roetgenografiche . » 235 3. 3. Esame microscopico dei diversi campioni . » 236 Ammoniti . » 238 Aptici . » 238 Laevaptychus . » 239 Lamellaptychus . » 239 Punctaptychus . » 240 Rhyncholites . » 240 Nautilus . » 241 Argonauta . » 241 Octopus . » 241 Ringraziamenti . » 241 » 242 Bibliografia . TAVOLA I Fig. 1. — Strada del Sassonetto: 1 calcari a grosse ammoniti, 2 scisti ad aptici. In alto, verso la cima affiora il calcare massiccio. Fig. 2. — Panorama della valle del Fiastrone: 1 Lias medio, 2 Lias superiore, 3 Dogger, 4 Malm, 5 Neocomiano. Fig. 3. — Filoni sedimentari di Malm nel « Massiccio » (M.te Sassotetto). Fig. 4. — Affioramenti di scisti ad aptici lungo la strada del Sassotetto. Da no¬ tare i livelli nodulari presenti nella serie. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. I. TAVOLA II Fig. 1. — Villa da Piedi (Bolognola): grosso « slumping » nella serie dei calcari nodulari in corrispondenza del prelievo dei campioni 20-25. Fig. 2. — Particolare della figura precedente. Fig. 3. — Strada del Sassotetto: affioramento a grandi ammoniti. Fig. 4 — Villa da Piedi: superfìcie di dissoluzione con « hard grounds » in corri- rispondenza del prelievo del campione n. 37. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. IL TAVOLA III Figg. 1-2. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. 8. Figg. 34. — Laevaptychus longus (Mey.) es. n. 7. Fig. 5. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. 18. Fig. 6. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. 17. Fig. 7. — Laevaptychus sublaevis (MgH.) es. n. 33. Fig. 8. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. 173. Fig. 9. — Laevaptychus meneghina (Zigno) es. n. 12 S. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. III. TAVOLA IV Fig. 1. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. 63. Fig. 2. — Laevaptychus longus (Mey.) es. n. 11. Fig. 3. — Laevaptychus latus (Park.) es. n. a 19. Fig. 4. — Lamellaptychus beyrichi (Qpfel) es. n. Fig. 5. — idem, es. n. 18/19 + 3. Fig. 6. — Laevaptychus meneghina (Zigno) es. r Fig. 7. — Punctaptychus punctatus (Voltz) es. n. Figg. 8-9. — idem, es. n. 5. Fig. 10. — Lamellaptychus sp. es. n. 31/32-84. 3. i. 129. . 18. Fig. 11. — Lemellaptychus sparsilamellosus (Trauth) es. n. 22. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. IV. 11 TAVOLA V Fig. 1. — Punctaptychus rectecosiatus Cuzzi es. n. 61. Fig. 2. — Lamellaptychus beyrichi (Oppel) es. n. 18/18-2. Fig. 3. — idem, es. n. 194. Fig. 4. — Lamellaptychus submortilleti Trauth es. n. 41 a. Fig. 5. — Lamellaptychm beyrichi (Oppel) es. n. 230. Figg. 6-7. — Punctaptychus punctatus (Voltz) es. n. 18/19-1. Fig. 8. — Lamellaptychus beyrichi (Oppel) es. n. 20. Fig. 9. — Punctaptychus rectecostatus Cuzzi es. n. 66. Fig. 10. — Lamellaptychus lamellosus (Park.) es. n. 20. Fig. 11. — Punctaptychus rectecostatus Guzzi es. n. 72. Fig. 12. — Lamellaptychus sp. es. n. 174. Fig. 13. — Lamellaptychus sparsilamellosus (Gumbel) es. n. 32/3. Fig. 14. — Lamellaptychus sp. Saccocoma sp. es. n. 30/1. Mcm. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. V. TAVOLA VI Fig. 1. — Punctaptychus punctatus (Voltz) es. n. 6. Fig. 2. — Lamellaptychus lamellosus (Park.) es. n. 3. Fig. 3. — Lamellaptychus beyrichi (Oppel) es. n. 206. Fig. 4, — Punctaptychus rectecostatus Cuzzi es. n. 69. Fig. 5. — Lamellaptychus studeri (Ooster) es. n. 85. Fig. 6. — Lamellaptychus lamellosus (Park.) es. n. 10 a. Fig. 7. — Punctaptychus punctatus (Voltz) es. n. 9. Fig. 8. — Punctaptychus lombardus Trauth es. n. 32. Sezione tangenziale alio strato mediano x 20. Fig. 9. — idem, sezione trasversale, x 20. Fig. 10. — idem, sezione trasversale, negativo, x 6. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. VI. TAVOLA VII Fig. 1. — Belemnite, polarizzatori incrociati, x 150. Si nota l’alveolo riempito di calcite e gli anelli concentrici del rostro. Preparato n. SZ 16/31 B. Fig. 2. — idem, x 240. Polarizzatori incrociati. Particolare del canale. Fig. 3. — Lamellaptychus sp. sezione obliqua. Polarizzatori incrociati, x 240. Particolare dello strato mediano. Preparato n. SZ 16/54-209. Fig. 4. — Lamellaptychus lamellosus (Park.). Sezione tangenziale, solo polarizzatore x 240. Particolare dello strato mediano. Preparato n. SZ 16/79 A 3. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. VII. TAVOLA Vili Fig. 1. — Laevaptychus sp. Strato mediano. Polarizzatori incrociati x 150. Si nota la presenza di materiale amorfo nella ricristallizzazione. Preparato n. SZ 16-78/88. Fig. 2. — Laevaptychus sp. sezione tangenziale. Solo polarizzatore x 240. Particolare della ricristallizzazione di un prisma dello strato mediano. Preparato n. SZ 16/78-88. Fig. 3. — Lamellaptychus sp. sezione trasversale. Polarizzatori incrociati x 150. Particolare dello strato mediano. Preparato SZ 16/80-209. Fig. 4. — idem ; particolare dello strato inferiore. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. Vili. TAVOLA IX A) Ammonite: Calcite + Illite. Bj Punctaptychus punctatus : Calcite. C) Lamellaptychus : Calcite -+ Illite. D) Ryncholites : Calcite. E; Concorhynchus : Calcite + Illite. F) Rostro di belemnite: Calcite. G) Nautilus : strato esterno: Aragonite. H) Nautilus : strato mediano: Aragonite. I) Nautilus-. strato interno: Aragonite. L) Argonauta : Calcite. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. IX. TAVOLA X a) Punctaptychaus rectecostatus Cuzzi, x 240 polarizzatori incrociati. Prismi ri- cristallizzati dello strato mediano; si nota la maglia subgranulare che li avvolge, preparato n. SZ 2/118-32. b) Lamellaptychus sp., x 240, polarizzatori incrociati, sezione obliqua, particolare dello strato mediano, si nota la maglia che avvolge i prismi, preparato n. SZ 16/54-209. c) Lamellaptychus sp. sezione trasversale, x 150, polarizzatori incrociati, preparato n. SE 16/80 -209. d) Belemnite, sezione normale all’asse, polarizzatori incrociati, x 240, particolari degli strati concentrici del rostro, preparato n. SZ 16/31 B. e) Lamellaptychus sp. sezione trasversale, polarizzatori incrociati, x 240, partico¬ lare dello strato mediano, preparato n. SE 16/79 A3. f) idem, polarizzatori incrociati, x 240, particolare della ricristallizzazione dello strato mediano. Mem. Soc. Natur. in Napoli Barbera Lamagna C. - Stratigrafia e paleontologia della formazione degli scisti ecc. Tav. X. b e f Magmatismo hawaiitico nei paraconglomerati terziari del flysch del Cilento Nota dei soci ENNIO COCCO ('(*) **) e PIO DI GIROLAMO (***) (Tornata del 9 giugno 1969) RIASSUNTO Vengono descritte manifestazioni magmatiche in facies subeffusiva ed effusiva submarina della suc¬ cessione terrigena terziaria del flysch del Cilento (zona di Monte Centaurino). Tale magmatismo, sinorogenico, si è avuto nella fase di riempimento del bacino di eugeo- sinclinale. La facies subeffusiva è rappresentata da rocce a struttura ofitica intersertale, costituenti condot¬ to e apofisi concordanti e discordanti. La facies effusiva submarina è costituita da lave a cuscino sormontate da una « breccia ialocla stitica iniziale » ad andamento stratoide. Vengono illustrate le condizioni di giacitura e i caratteri petrografici di queste rocce. Le caratteristiche della successione stratigrafica ed in particolare la presenza di sedimenti oli- stostromici testimoniano l’instabilità tettonica del bacino, instabilità alla quale potrebbe essere collegata tale attività magmatica. I sedimenti costituenti il letto delle manifestazioni effusive sono dell’Eocene medio-inferiore; non è stato possibile datare il tetto; l’intera formazione comunque è datata Paleocene- Oligocene (Miocene?). La paragenesi di queste rocce che possono essere definite basalti andesitici ad andesina ed olivina (hawaiiti) è: plagioclasio andesinico, titanaugite, olivina. In alcuni campioni di rocce subeffusive, per intensa alterazione, si è osservato il passaggio: pi- rossero, uralite, cloriti. Nei singoli pillows si ha una variazione di struttura dal centro alla periferia dove l’alterazione è più intensa con formazione di nuovi minerali quali cloriti, calcite, montmorillonite, analcime, celado- nite, epidoto. Non si è notata una chiara spilitizzazione in tali rocce la cui genesi è riferibile a differenziazione per cristallizzazione frazionata. ABSTRACT In thè Monte Centaurino area (Cilento, Salerno district) sinorogenic magmatic phaenomena are evidenced by submarine lava flows and subeffusive rocks, in thè tertiary clastic deposits of Cilento Flysch. They belong to thè filling stage of thè eugeosinclinal basin. The subeffusive facies is given by rocks with intersertal ophitic texture, constituting thè magma- tic vent and apophises. The effusive submarine facies is given by pillow lavas covered by bedded initial hyaloclastitic breccias. The petrography and attitude of these rocks are discussed. The stratigraphic sequence characters and its olistostromes point out thè tectonic instability of thè sedimentary basin to be correlated possibly with thè aforesaid magmatic phaenomena. The age of thè sediments underlying thè pillow lavas is middle-lower Eocene; less sure is thè age of thè sediments overlying these rocks (Oligocene-Miocene?). The magmatic rocks show an intersertal ophitic texture. The paragenesis of these rocks, which may be termed andesitic basalts with andesine and olivine, is: andesinic plagioclase, titanaugite, olivine. (*) Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche. (**) Istituto di Geologia dell’Università di Napoli. (***) Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Napoli. — 250 — In some samples of subeffusive rocks a strong alteration has been observed with a transition from pyroxene to uralite and chlorite. In each pillow a structural change takes piace from thè inner toward thè outer zone; thè most intensive alteration is in thè outer zone where thè neoformed minerals are given by chlorite, cal¬ cite, montmorillonite, analcime, celadonite, epidote. No spilitic changes have been observed in thè studied rocks, whose genesis may be referred to a differentiation due to fractioned cristallization. PREMESSA Il rilevamento della tavoletta 210 IV SO Sanza effettuato nell’ambito dell’aggiornamen- to della Carta Geologica d’Italia da uno degli autori (Cocco) aveva consentito il rinvenimen¬ to nel flysch del Cilento, precisamente nella zona di Monte Centaurino ad est dell’abitato di Rofrano (fig. 1), di masse relativamente po¬ tenti di rocce magmatiche allo stato subef¬ fusivo ed effusivo che, nella classificazione co¬ me vulcaniti, possono essere considerate ba¬ salti andesitici ad andesina ed olivina (ha- waiiti). Rocce basiche in giacitura primaria in conglomerati a matrice arenacea prevalen¬ te — paraconglomerati — - di età terziaria, non sono segnalate nell’Appennino meridionale. La singolarità di tale giacitura è abbastanza evidente dal momento che i paraconglomerati rappresentano facies di riempimento di ba¬ cini di eugeosinglinale. La mancanza di precedenti studi sull'argo¬ mento, ha indotto alla prosecuzione di ricer¬ che più approfondite anche dal punto di vi¬ sta petrografico e quindi alla stesura del pre¬ sente lavoro. Il rilevamento e lo studio geologico sono stati effettuali da E. Cocco, lo studio petro¬ grafico e mineralogico da P. Di Girolamo; le conclusioni sono state tratte in collabora¬ zione. Ringraziamo vivamente il prof. F. Ippolito per la lettura critica del manoscritto. Fig. 2. Carta geologica schematica della zona di Monte Centaurino. Legenda: 1. formazione di S. Venere e formazione di Pollica; 2. formazione di S. Mauro; 3. rocce hawaiitiche; 4. detrito; 5. immersione degli strati; 6. profilo geologico (v. fig. 14). PARTE GEOLOGICA (E. Cocco) 1. Inquadramento geologico Il flysch del Cilento è costituito da una po¬ tente serie terrigena nella quale sono state distinte le seguenti formazioni (dall’alto ver¬ so il basso, fig. 2): 1) formazione di S. Mauro, di età com¬ presa tra il Paleocene e l'Oligocene (Miocene?), costituita inferiormente da un'alternanza di arenarie e marne in strati e banchi, superior¬ mente o da arenarie alternate a siltiti argil¬ lose e conglomerati a matrice arenacea preva¬ lente ben stratificati ( sezione tipo « Monte della Stella » Cocco e Pescatore 1968), o da una successione monotona di conglomerati a matrice arenacea prevalente ben stratificati {sezione tipo « Monte Sacro », Cocco e Pesca¬ tore 1968). L’alternanza marnoso arenacea rappresenta fasi distali e prossimali di correnti di torbida, la successione paraconglomeratica fasi prossi¬ mali (direzione di scorrimento da est e da sud ovest). La potenza complessiva è di 1.600- 1.800 m. Le arenarie oscillano petrografica- mente tra grovacche e subgrovacche. 2) formazione di Pollica, di età compresa tra il Cenomaniano ed il Paleocene, costituita da arenarie a cemento prevalentemente siliceo (del tipo petrografico compreso tra grovacche e subgrovacche), alternate a siltiti argillose; nella successione della potenza complessiva di 800 m, prevalgono inferiormente arenarie in straterelli di spessore intorno ai 10 cm, su¬ periormente arenarie in strati e banchi di vario spessore (fino a 1,50 m). I termini inferiori indicano fasi distali di correnti di torbida, i termini superiori fasi prossimali (direzione di scorrimento delle correnti da sud ovest verso nord est). 3) formazione di Santa Venere, di età compresa tra il Neocomiano ed il Cenoma¬ niano, costituita da argilliti talora con aspet¬ to filladico, da calcilutiti marnose spesso sili¬ cifere tipo « pietra paesina », calcari arenacei e quarzoareniti gradate, della potenza di 1.000 - 1.300 m. La formazione è fittamente stratificata, con prevalenza di termini peliti- ci; intensamente tettonizzata, presenta feno¬ meni notevoli di calcitizzazione. Le sequenze sedimentologiche rinvenute in tali depositi indicano fasi distali di correnti di torbida. Nella zona di Monte Centauiino la succes¬ sione stratigrafica presenta marcate variazio¬ ni di facies rispetto a quelle della sezione ti¬ po « Monte della Stella » e « Monte Sacro » (fig. 3). La formazione di Pollica infatti ha qui uno spessore notevolmente ridotto (250 m) rispet¬ to a quello delle sezioni tipo su nominate (800 m) e presenta esclusivamente facies ru- ditiche: si tratta di conglomerati a matrice arenacea prevalente con ciottoli di rocce ignee, sedimentarie e metamorfiche con rare intercalazioni siltose; a volte nei termini in¬ feriori compaiono arenarie straterellate (10- 20 m di spessore) e arenarie grigio scure con intercalazioni di argille e argille siltose ne¬ rastre. La formazione di S. Mauro, nella quale si rinvengono le manifestazioni magmatiche, presenta analogie con la successione conglo- meratica della sezione tipo « Monte Sacro », ma ha spessori notevolmente ridotti; in essa si rinvengono (dall’alto verso il basso): a) conglomerati a matrice arenacea pre¬ valente ben stratificati con ciottoli di rocce ignee, sedimentarie e metamorfiche ■ — para¬ conglomerati — con varie intercalazioni di siltiti e siltiti argillose e, inferiormente, un livello lenticolare di depositi olistostromici della potenza di 10 m circa, spessore 700 m; b) livello marnoso della potenza di 30 m su cui poggiano a luoghi (esclusivamente nel¬ la parte occidentale e sud occidentale di Mon¬ te Centaurino) depositi estranei al bacino di sedimentazione del flysch del Cilento, messi in posto da scivolamenti gravitativi (olisto- stromi). Tali depositi, di età maastrichtiano- paleocenica, sono costituiti da marne e mar¬ ne siltose rossastre con intercalazioni di are¬ narie, calcilutiti silicifere, calcareniti e calci- ruditi ed hanno spessore variabile da 20 a 70 m; c) marne e marne siltose grigiastre, al¬ ternate ad arenarie e siltiti argillose, spesso¬ re 200 m. FORM. DI S. VENERE FORM. DI POLLICA _ FORM, ..QL s c Q < (/ FORM. DI S. VENERE FORM. DI POLLICA FORM. DI S. MAURO SEZIONE M. DELLA STELLA SEZIONE M. SACRO SEZIONE M. CEN TA URINO Fig. 3 — Colonne stratigrafiche del flysch del Cilento (le prime due colonne sono tratte da Cocco e Pescatore 1968). — 253 — Lo spessore totale della formazione di S. Mauro nella zona in studio è di 950- 1.000 m; si fa notare che nelle zone di Monte della Stella e di Monte Sacro lo spessore della for¬ mazione di S. Mauro è di 1.600- 1.800 m. Lo spessore notevolmente ridotto della successione di Monte Centaurino rispetto a quello di Monte della Stella e Monte Sacro si spiega ritenendo che questa successione conglomeratica rappresenti il prodotto della sedimentazione sul bordo occidentale del ba¬ cino del flysch del Ciiento. Le manifestazioni magmatiche rinvenute nella formazione di S. Mauro sono ubicate nelle propaggini meridionali del gruppo di Monte Centaurino e precisamente tra le zone Scanno delle Nocelle, Pantano Grande e Pan¬ tani dei Preti. Le rocce basiche in giacitura subef¬ fusiva ed effusiva sono il prodotto di una fase magmatica costituita da una intrusione discordante rispetto alla stratificazione con conseguente effusione di materiale basaltico andesitico in dominio subacqueo (lave a cu¬ scino). La singolarità di questi fenomeni è nel fat¬ to che rocce basaltiche si rinvengono in giaci¬ tura primaria in paraconglomerati di riem¬ pimento di geosinclinale. 2. Descrizione degli affioramenti Zona a nord di Scanno delle Nocelle A nord di Scanno delle Nocelle, lungo una vecchia mulattiera in disuso, nella zona tra le quote 986 e 1.050, si incontra un affiora¬ mento di rocce effusive rappresentato da la¬ ve a cuscino (pillow lavas), intercalato nei conglomerati a matrice arenacea prevalente della formazione di S. Mauro. L’affioramento è di forma pressoché ellis¬ soidale con asse maggiore intorno ai 60 m e asse minore intorno ai 30 m. I cuscini pre¬ sentano forma subsferica od ellissoidale (Tav. I, fìg. a; Tav. II, fig. a), si addossano l'uno sull'altro deformandosi ed obliterandosi tal¬ volta (Tav. II, fìg. b ); il loro diametro è di norma compreso tra 0, 5 e 1,5 m, non man¬ cano cuscini di dimensioni inferiori (alcuni tra 10 e 20 cm, Tav. Ili, fìg. a). I cuscini sono circondati da una matrice di colore rossastro e verdognolo costituita da minerali cloritici (Tav. I, fìg. a; Tav. Ili, fìg. b)\ presentano la caratteristica fessurazione radiale e una cro¬ sta periferica a struttura variolitica. Le va- riole hanno diametro che si aggira tra 1 e 2 mm e sono rese evidenti dalla interposizione di materiale cloritico più degradabile. Sono anche presenti cuscini brecciati con fratture riempite da calcite ben cristallizzata che a luoghi conferisce alla roccia l'aspetto di un oficalce. Le lave a cuscino passano verso l’alto ad una tufite stratoide di colore marrone ver¬ dognolo che può essere considerata dal pun¬ to di vista genetico una « ialoclastite inizia¬ le ». Essa ha uno spessore da 1 a 3 m ed in¬ globa brandelli di arenarie e marne calcaree evidentemente strappate dal condotto; il con¬ tatto tra la ialoclastite e i paraconglomerati sovrastanti è netto ma ad andamento irre¬ golare (fìg. 4); piccoli pezzi di materiale ve¬ troso nerastro sono stati rinvenuti in uno strato paraconglomeratico immediatamente soprastante la ialoclastite. In un cuscino di lava, non in posto, sono stati osservati « occhi di quarzo » ( quartz eyes, Shrock 1948) cioè cavità originarie pia¬ no convesse riempite da quarzo secondario, (tav. I, fìg. b). Tali strutture secondo Shrock, sono frequenti nelle lave a cuscino e forni¬ scono un utile criterio per determinare la sommità e la base delle correnti laviche: in¬ fatti queste cavità e il loro riempimento, piat¬ te alla base e regolarmente convesse alla sommità, sono ubicate sempre al di sopra di un piano orizzontale mediano condotto at¬ traverso il cuscino di lava. È probabile che tali cavità riempite da quarzo secondario si siano formate originariamente per aggrega¬ zione di bolle gassose rimaste intrappolate nella parte inferiore del cuscino mentre que¬ sto era ancora parzialmente plastico. Zona a sud di Scanno delle Nocelle In questo affioramento si rivengono rocce subeffusive a struttura ofìtica intersertale e rocce effusive costituite da lave a cuscino in giacitura diversa (fìg. 5). Nella zona orientale dell'affioramento in questione si rinvengono cuscini subsferici con diametro fino a 1,20 m, completamente immersi in una matrice arenaceo siltosa in- — 254 — globante talora brandelli di siltiti arenacee metamorfosate: è da supporre che si tratti di cuscini rotolati in una fanghiglia arena¬ ceo siltosa (fìg. 6). Nella parte centrale dell’affioramento, le lave a cuscino sono brecciate; i cuscini han¬ no diametro intorno alme sono circon¬ si osservano cuscini di lava, sormontati da materiale tufitico stratoide («ialoclastite ini¬ ziale»). Le lave a cuscino inglobano bran¬ delli d'arenarie e di marne siltose alternate con rocce basiche. Presenti diffusamente in tutta la zona affio¬ ramenti di lave autoclastiche (fìg. 7). Fig. 4 — « Breccia ialoclastitica iniziale » ad andamento stratoide sottoposta a conglomerati a matrice arenacea prevalente ben stratificati della formazione di S. Mauro. Zona a nord di Scanno delle Nocelle. dati da materiale magmatico verdastro pro¬ fondamente cloritizzato piuttosto compatto; le lave a cuscino poggiano su rocce subef¬ fusive a struttura ofitica. Nella zona occidentale dell’affioramento Alcuni metri al di sopra dei paraconglo¬ merati arenacei, poggianti stratigraficamente sulla « ialoclastite iniziale », si osservano per uno spessore di 10 m circa, depositi estranei al bacino di sedimentazione, messi in posto da — 255 — submarina. In alto, stratificati, i paraconglomerati della formazione di S. Mauro. Fig. 7 — 257 scivolameli! i gravitativi (olistostromi). Su tali depositi, costituiti da arenarie stra- terellate ripiegate e contorte con intercalazioni di diaspri varicolori e quarzoareniti verdogno¬ le, e da marnette siltose rossastre, giacciono conglomerati a matrice arenacea prevalente a tessitura fluidale senza stratificazione ( sand e mud flows ) inglobanti pezzame litoide vario, bacino che condiziona e favorisce le manife¬ stazioni magmatiche. Zona Pantani dei Preti In questa zona affiorano rocce in giaci¬ tura subeffusiva ed effusiva. Le rocce ef- Fig. 8 — Cuscino di lava fortemente schiacciato secondo l’asse orizzontale, con giunti radiali di fessu¬ razione ma senza guaina cloritica ai bordi. Zona Pantani dei Preti brandelli di marne siltose grigiastre e arena¬ rie a grana grossa, e numerosissimi ciottoli di rocce basiche con diametro massimo intorno ai 50 cm, simili alle rocce basiche sottostanti in giacitura primaria. La messa in posto di questi depositi olisto- stromici a diverso livello nella serie testimo¬ nia naturalmente la instabilità tettonica del fusive affioranti tra le quote 944 e 998 sono rappresentate da lave a cuscino; i cuscini hanno diametro massimo intorno ai 50 cm, forma subsferica irregolare e crosta ester¬ na ricchissima di variole; la matrice tra i vari cuscini è data da minerali cloritici verdastri. Sono presenti piccoli cuscini di diametro di 5-10 cm completamente circondati da una Fig. 6 — Cuscino di lava immerso in una matrice arenaceo-siltosa. Zona a sud di Scanno delle Nocelle Fig. 7 — Lave autoclastiche. Zona a sud di Scanno delle Nocelle 17 — 258 — crosta esclusivamente variolitica e cuscini mol¬ to schiacciati secondo l'asse orizzontale con giunti di fessurazione ma senza matrice cìo- ritica ai bordi (fìg. 8). Associati ai cuscini si rinvengono blocchi di brecce con clasti costi¬ tuiti solo da materiale siliceo. Inferiormente alle lave a cuscino si rinven¬ gono rocce subeffusive a struttura ofitica inter¬ secale costituenti il condotto magmatico; superiormente si rinvengono siltoareniti la¬ minate di colore marrone con lamine che mostrano un adattamento plastico nei con¬ fronti dei piccoli cuscini sui quali evidente¬ mente si sono sedimentate. Fanno seguito marne siltose grigiastre e pa¬ raconglomerati arenacei, quindi un banco di tali paraconglomerati con clasti di rocce basiche di dimensioni variabili da 2 a 3 cm; la base di questo banco è costituito da una breccia scarsamente cementata con clasti e matrice rappresentati da materiale mag¬ matico. Zona Rupe di S. Paolo. Si tratta dell'affioramento più vasto di roc¬ ce hawaiitiche: dalle zone poste a quota 700 e 750 denominate Pantano Grande e Cognola Mezzana fino alla quota 1.200 di Rupe S. Pao¬ lo, i terreni sono costituiti da rocce subeffu¬ sive ed effusive per una estensione di 1,7 km2. Tale zona dovrebbe rappresentare il condotto principale attraverso il quale il magma è ri¬ salito alla superficie, in ambiente subacqueo. Nella zona ad est di Pantano Grande tra le quote 700 e 825, nella parte bassa della for¬ mazione di S. Mauro, si rinvengono rocce basiche in giacitura filoniana con filoni che si diramano dalla zona del condotto, dispo¬ nendosi sia trasversalmente che parallelamen¬ te agli strati suborizzontali costituiti da mar¬ ne siltose grigiastre alternate ad arenarie e siltiti argillose. Sono stati osservati materiali basici iniettati in siltoareniti laminate, note¬ volmente ripiegate, (Tav. IV, fìg. a), e ban¬ chi di marne siltose inglobanti laminette di minerali cloritici caratteristicamente orientate al contatto con filoni. Numerose faglie a pic¬ colo rigetto caratterizzano questa zona. Superiormente ad un livello di marne dello spessore di 30 m, si rinviene un'alternanza di arenarie e siltiti arenacee notevolmente tetto- nizzate con conglomerati a matrice arenacea prevalente a tessitura fluidale senza stratifi¬ cazione contenenti ciottoli di rocce sedimen¬ tarie (marne siltose grigiastre, quarzoareniti a cemento siliceo), ignee (porfidi quarzife¬ ri, graniti bianchi e rossi) e metamorfiche (ar¬ desie, filladi quarzifere) per uno spessore di 15 m; questi depositi dovuti a franamenti in- traformazionali con tutta probabilità sono da collegarsi con i depositi olistostromici pre¬ senti al di sotto delle lave a cuscino nella zona a nord di Scanno delle Nocelle. Anche in tali depositi sono osservabili rocce basaltiche in giacitura filoniana. Nella Zona Rupe di S. Paolo a quota 1.170 rocce magmatiche massicce a struttura ofitica intersertale fanno passaggio irregolare verso l’alto a brecce a grossi elementi di rocce basiche e di rocce sedimentarie (fìg. 9; Tav. IV, fìg. b ) nella parte bassa di queste brecce, po¬ tenti circa 30 m, il materiale magmatico è net¬ tamente prevalente rispetto a quello sedimen¬ tario, che superiormente diventa via via più abbondante. Le brecce presentano una tessi¬ tura caotica con elementi cuneiformi (fìgg. 10 e 11). Al contatto tra materiale sedimentario e magmatico si sono osservati fenomeni di me¬ tamorfismo termico con minerali di neoforma¬ zione. Le brecce magmatico sedimentarie hanno andamento lenticolare e verso ovest nella zo¬ na Rupe di S. Leo immergono al di sotto del¬ le lave autoclastiche precedentemente descrit¬ te (v. zona a sud di Scanno delle Nocelle ). Superiormente alle brecce si rinvengono la¬ ve massicce in più colate sovrapposte (fìg. 12) e lave a cuscino per uno spessore di 15 m. Seguono conglomerati a matrice arenacea Fig. 9 — Contatto irregolare tra rocce basaltiche a struttura ofitica intersertale (in basso) e brecce magmatico sedimentarie (in alto). Zona Rupe di S. Paolo Fig. 10 — Brecce magmatico sedimentarie. Notare un « cuneo » (indicato dalla freccia) di materiale magmatico inzeppato in materiali sedimentari. Zona Rupe di S. Paolo Fig. 10 Fig. 11 Fig. 12 — 261 — prevalente ben stratificati, alternati a rari li¬ velli siltoarenitici. A nord della zona Piana della Fossa le rocce subeffusive inglobano completamente un pacco di banchi di paraconglomerati aven¬ te un volume di qualche migliaio di m3. Considerazioni sulle manifestazioni magma¬ tiche. Le manifestazioni magmatiche descritte nella successione del flysch del Cilento, (zo¬ na di Monte Centaurino) sono rappresentate da rocce a facies subeffusiva ed effusiva sub¬ marina di tipo basaltico andesitico ad ande- sina ed olivina (hawaiite). Come già descritto, dalla massa subeffusiva principale affiorante nella zona compresa tra Pantano Grande ed il vallone ad est di Co- gnola Mezzana, (v. rilevamento geologico) rap¬ presentante probabilmente il condotto mag¬ matico, si dipartono apofisi a varie altezze nel¬ la serie: manifestazioni filoniane si rinvengo¬ no tra le quote 750 e 825 della zona situata alle pendici meridionali del Monte Centaurino, nel¬ la parte bassa della formazione di S. Mauro (alternanza di marne ed arenarie); hanno va¬ ria potenza e sono paralleli o trasversali alla stratificazione che è suborizzontale; la presen¬ za in questa zona di faglie a piccolo rigetto po¬ trebbe essere stata condizionata proprio dalle iniezioni filoniane. La risalita in ambiente subacqueo delle roc¬ ce basiche è testimoniata dalla presenza delle lave a cuscino che sono distribuite areal¬ mente nella zona a nord e a sud di Scanno delle Nocelle, nella zona Rupe di S. Paolo, nel¬ la zona Pantani dei Preti; inoltre nella zona Rupe di S. Leo si rinvengono cuscini in forma subsferica circondati da rocce a struttura ofìtica intersertale, molto alterate. Queste facies subeffusive ed effusive subma¬ rine rappresentano il prodotto di una fase magmatica avvenuta durante la sedimentazio¬ ne di conglomerati a matrice arenacea preva¬ lente. Tali prodotti costituiscono un espandi¬ mento sottomarino con un rigonfiamento in corrispondenza del condotto di alimentazione, rigonfiamento che decresce gradualmente ai lati (fig. 13). Nella zona prossima al condotto le rocce basiche a struttura ofìtica intersertale (facies subeffusiva) sono sormontate da un li¬ vello lenticolare di brecce magmatico sedimen¬ tarie; lateralmente e superiormente le rocce sono date da lave autoclastiche e da lave a cuscino (facies effusive submarine). La suc¬ cessione è chiusa da una tufite stratoide con¬ siderata « ialoclastite iniziale ». Le condizioni di giacitura delle lave a cusci¬ no marcano efficacemente l'andamento cupo¬ liforme dell'affioramento: esse infatti si rin¬ vengono a quota più alta nella zona del con¬ dotto (q 1.200 della zona Rupe di S. Paolo) e a quote più basse nelle zone laterali (q 1.000 circa della zona a nord di Scanno delle Nocel¬ le, e della zona Pantani dei Preti); in queste zone le lave a cuscino si rinvengono intercalate nei conglomerati a matrice arenacea preva¬ lente (fìg. 14). La differenza di quota esistente tra le lave a cuscino della zona Rupe S. Paolo e della zona a nord di Scanno delle Nocelle e Pantani dei Preti fornisce un’idea sulla forma e spes¬ sore dell’espandimento sottomarino dato che gli strati hanno andamento suborizzontale. Una esatta datazione dei fenomeni magma¬ tici non è possibile poiché le rocce basiche si rinvengono in depositi a facies detritica grossolana in cui non sono stati finora rin¬ venuti fossili: come elemento di datazione, ci si può riferire a depositi marnosi (livello marnoso b, vedi « inquadramento geologico ») giacenti stratigraficamente 150 m ca. al di sotto delle lave a cuscino, i quali hanno dato faune dell’Eocene medio-inferiore. Lo spessore notevolmente ridotto della se¬ rie stratigrafica nella zona di Monte Centauri- Fig. 11 — Brecce con grossi elementi di rocce magmatiche (di colore scuro) e di rocce sedimentarie (di colore chiaro). Notare la disposizione cuneiforme degli elementi. Zona Rupe di S. Paolo Fig. 12 — Colate sovrapposte di lava a struttura massiccia poggianti irregolarmente sulle brecce mag¬ matico sedimentarie (il limite è indicato dalla linea tratteggiata). Zona Rupe di S. Paolo 262 Fig. 13 — 263 — no fa supporre che tale successione si sia de¬ posta su un bordo del bacino del flysch del Cilento. Nell’Eocene inferiore e medio tale bordo era tettonicamente attivo come testi¬ monia la presenza, in più livelli della serie, di materiali di età maastrichtiano-paleocenica, estranei al bacino stesso messi in posto da scivolamenti gravitativi (olistostromi, Cocco e Pescatore 1968). L’instabilità tettonica del bordo ha favori¬ to senz’altro l’ascesa delle rocce magmatiche. Tali manifestazioni possono essere d’altron¬ de inquadrate in una fase precorritrice del- l’orogenesi appenninica quando l'asse del bacino pressocché riempito migrava verso oriente. La singolarità di queste manifestazioni ri¬ siede nel fatto che esse si sono verificate in fase di riempimento di un bacino di eugeo- cmclinale (conglomerati a matrice arenacea prevalente - paraconglomerati) e non in fase di « vacuità » della fossa. Fig. 13 — Schema teorico della risalita del magma hawaiitico nella zona di Monte Centaurino: a - la massa magmatica hawaiitica risale attraverso fessure nei sedimenti nella formazione di S. Mauro determinando a tetto brecce magmatico-sedimentarie; b - effusione del magma in dominio subacqueo con formazione di cuscini di lava; c - ripresa della sedimentazione normale dei conglomerati a matrice arenacea prevalente ben stratificati che ricoprono le masse laviche (litologia come in figura 3). Profilo geologico illustrante i rapporti di giacitura tra rocce sedimentarie e magmatiche (v. fìg. 2). Litologia come in fig. PARTE PETROGRAFICA (P. Di Girolamo) 1. Introduzione I prodotti magmatici affioranti nei sedi¬ menti paleocenici-oligocenici (miocenici?) del flysch del monte Centaurino (Cilento) hanno un’estensione alquanto notevole. Ai fini delle descrizioni petrografiche essi saranno divisi in due gruppi per le varie caratteristiche petro¬ grafiche e di messa in posto cioè prodotti sub- effusivi-fìloniani, che comprendono la massa principale discordante con la stratificazione e le varie apofisi, e le manifestazioni submarine rappresentate da pillows e prodotti ialocla- stici. II rilevamento e le indagini petrografiche eseguite fino ad ora inducono a ritenere che questi vari prodotti rappresentano « facies » di ambiente diverso di un magmatismo a ca¬ ratteri petrochimici piuttosto costanti nelle varie zone. Questi prodotti magmatici affiorano da quo¬ ta 700-750 a 1200 circa ed hanno un andamento grossolanamente a cupola con vertice nella zo¬ na di Rupe S. Paolo in corrispondenza del con¬ dotto di alimentazione. Nella parte più alta tali materiali terminano con una copertura a pillows, dello spessore massimo di 70 metri circa, e con prodotti ialoclastitici. Fra i pillows e le rocce subeffusive a strut¬ tura ofitico-intersertale si rinviene, nella zona di Rupe S. Paolo (m. 1170), un banco costitui¬ to da prodotti sedimentari e magmatici irre¬ golarmente compenetrati. I prodotti magmati¬ ci di questo banco si presentano a volte in forma di filoni, dello spessore massimo di qualche decimetro, suborizzontali o mediamen¬ te inclinati. L’età di queste manifestazioni, che come si vedrà sono di tipo petrografico hawaiitico, è compresa fra l'Eocene e l’Oligocene (Mioce- cene?) perchè i prodotti submarini dei livelli alti sono incassati in paraconglomerati riferi¬ bili a questa età. Quindi tali prodotti magmatici di eugeosin- clinale sono più recenti delle attività ofioliti- che e la loro messa in posto, sinorogenetica, è legata alle prime fasi di ripiegamento dell’ Ap¬ pennino. Le rocce magmatiche dei livelli bassi, a struttura ofitica, hanno, sotto la copertura a pillows, una struttura a grana più minuta ofi¬ tico-intersertale che tende localmente all’inter- sertale-divergente acquistando i caratteri di una facies più francamente subeffusiva. Riguardo la classificazione petrografica, per i vari prodotti magmatici a facies filoniana, subeffusiva ed effusiva submarina si è usato la denominazione come vulcaniti. I campioni dei prodotti magmatici, prelevati a vari livelli, sui quali si sono eseguite le ana¬ lisi petrografiche specifiche sono i seguenti: camp. 1 — Facies filoniana, quota m. 1100 cir¬ ca l/m. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. » 2 — Facies filoniana, quota m. 1000 cir¬ ca. Località Pantani dei Preti. » 3 — Facies filoniana (sills), quota m. 750 circa. Zona sotto Rupe S. Leo. » 4 — Facies effusiva submarina: parte centrale di un grosso pillow, quo¬ ta m. 1000 circa. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle. » 5 — Idem: variole isolate dalla matri¬ ce cloritica nella parte esterna dei pillows. » 6 — Idem: matrice cloritica delle va¬ riole. » 7 — Idem: guaina cloritica dei pillows. 2. Prodotti filoniani (zona del condotto, sills, brecce). 2.1. Descrizione macroscopica. La massa magmatica principale attraversa in discordanza gli strati suborizzontali dei sedi¬ menti rappresentando quindi un grosso am¬ masso di diametro variabile intorno al chilo¬ metro che può essere considerato il condotto della risalita del magma; dai bordi di tale mas¬ sa si dipartono nei sedimenti numerosi sills di potenza che si aggira intorno al metro ma spesso molto variabile. — 266 — Dal rilevamento si deduce che tali prodotti, ili giacitura primaria, non hanno subito alcu¬ na dislocazione, la tessitura è massiccia e in qualche punto nei livelli inferiori ai pillows si notano fratturazioni colonnari in prismoidi larghi pochi centimetri. Il colore è in genere verdastro tendente localmente al colore mat¬ tone per le alterazioni di natura probabilmente idrotermale delle quali si parlerà in seguito. La struttura è granulare più o meno fine e macroscopicamente si riconoscono in genere i cristalli di plagioclasio che a volte superano i 3-4 millimetri; questi sono immersi nella mas¬ sa verdastra formata da pirosseno, olivina e a volte anfibolo verde cloritizzati. Soprattutto nei sills di minore spessore, dove l'alterazione è stata più intensa, si possono riconoscere le li¬ ste piuttosto grosse di abbondante plagiocla¬ sio grigio chiaro-verdastro che racchiudono i femici cloritizzati; si osserva anche qualche ve¬ nula di calcite. Nei livelli più alti dell’affioramento a quota 1170 circa si ha, sotto la copertura a pillows, il banco brecciato prima descritto. In questa breccia magmatico-sedimentaria, dove a volte si rinvengono prodotti ignei disposti in sottili filoni suborizzontali o mediamente inclinati, il materiale magmatico è verdastro e a volte profondamente cloritizzato. Questo livello raggiunge uno spessore di cir¬ ca m. 30 e si trova nella parte più alta dei pro¬ dotti subeffusivi; l’eterogeneità dei materiali ha permesso agli agenti atmosferici una degra¬ dazione a forme irregolari che rende ben visi¬ bili questi banchi anche da lontano. Le arenarie, che per la loro composizione possono essere definite grovacche e subgrovac¬ che, a contatto con i prodotti magmatici risul¬ tano coperte da patine rosate e in sezioni sot¬ tili i clasti di quarzo hanno il contorno frasta¬ gliato, il feldspato potassico e i plagioclasi so¬ no spesso totalmente intorbiditi, alterati in prodotti argillosi e ricchi di inclusioni di clo¬ riti e calcite; fra i clasti si hanno prodotti cloritici, idrossidi di ferro e sericite-illite. In qualche punto tali arenarie hanno subito un’azione termica alquanto evidente diventan¬ do molto tenaci; in sezione sottile mostrano, oltre ai caratteri descritti, la presenza di epi¬ doto ferrifero e di un minerale che sembra po¬ ter essere pectolite per un discreto accordo con l’analisi roentgenografica e per le caratteristi¬ che ottiche cioè: 2V = 63° positivo, rifrazione media>1.60, birifrangenza forte, incolore, due serie di sfaldature facili quasi ortogonali, estin¬ zione quasi retta, allungamento positivo. 2.2. Descrizione in sezione sottile. La struttura ofitica è costantemente presen¬ te nelle rocce della zona del condotto e nei sills, nei variano solo le dimensioni dei costi¬ tuenti mineralogici che in alcuni sills di picco¬ lo spessore sono mediamente piccoli mentre in altri sono alquanto più grossi. Tale struttura diventa a grana più minuta e tende al tipo ofìtico-intersertale e interseca¬ le divergente quando dalle zone più basse del¬ l’affioramento (m. 700-750 l/m) ci si avvicina sotto la « copertura a pillows »; tale zona per la posizione stratigrafica e la struttura può es¬ sere considerata una facies subeffusiva del condotto. La paragenesi dei minerali originari è pla¬ gioclasio, augite, olivina ma l'alterazione ha più o meno intensamente interessato tutte le rocce esaminate con neoformazione di cloriti, anfibolo verde, carbonato di calcio, montmo- rillonite, sericite, epidoto ferrifero. Il campione n. 1 (fig. 15), prelevato nella mas¬ sa principale del condotto nella zona a Sud di Scanno delle Nocelle alla quota di m. 1100 cir¬ ca, è il meno alterato. Il Plagioglasio, piuttosto abbondante, è ge¬ minato Albite a cui si associa la legge Karlsbad e più raramente la Periclino ed è di basicità intermedia; alcune determinazioni al Tavolo di Fedoroff (Bonatti, Franzini, 1961) hanno indi¬ cato termini di alta temperatura andesinici-la- bradoritici (2VY^80°, An. 47-50%). Il pirosseno è Augite tendente alla Tita- naugite di colore violaceo; tale colore varia co¬ munque anche nella stessa plaga diventando di tono molto chiaro o a volte marrone violaceo, presenta pleocroismo tenue dal violaceo al gial¬ lognolo e angolo c:y=44°. L’Olivina si riconosce generalmente solo dal contorno cristallografico perché è molto spesso alterata in cloriti che formano in genere delle pseudomorfosi complete. Comunque in que¬ sto campione (n. 1) l'olivina è poco alterata ai bordi o lungo le fratture e non mostra feno¬ meni di corrosione; si ha 2H^ — 87° (Fo^73°) (POLDERVAART, 1950). Le Cloriti sono di colore verde a volte al- — 267 — quanto tenue o sfumante verso il centro nel tono verde giallastro; sulle sezioni con le trac¬ ce di sfaldatura si nota un pleocroismo lieve dal verde al verde oliva giallognolo. Si è po¬ tuto determinare l’indice di rifrazione solo in qualche caso con valori di circa 1.60 o poco più; la birifrangenza è in genere molto bassa con colori sui toni del grigio o grigio bianca- delie cloriti dall’olivina e dalla titanaugite; in quest'ultimo caso si notano plaghette di clorite che contengono al centro ancora residui del pirosseno spesso diventato quasi incolore men¬ tre a volte tali cloriti si addensano lungo le tracce di sfaldatura. Ma alla neogenesi delle cloriti ha parteci¬ pato probabilmente anche il plagioclasio che Fig. 15 — Le rocce filoniane hawaiitiche (camp. 1) a struttura ofitica del M. Cen¬ taurino costituite da plagioclasio andesinico, olivina, augite titanifera. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. Solo polarizzatore (a sinistra) e polarizzatori incrociati. 50 X. stro e a volte colori anomali violacei o rossa¬ stri. A nicols incrociati si risolvono molto spes¬ so in aggregati squamosi. Non è molto facile determinare il tipo di clorite in questo campione e negli altri, co¬ munque con l’ausilio delle analisi termico-diffe- renziali (fig. 16) e soprattutto con quelle roent- genografiche (tab. I) si può dedurre che vi so¬ no più tipi anche nella stessa roccia; si tratta di talcocloriti magnesiache più o meno ferri¬ fere con prevalenza dei tipi clinocloro-proclo- rite (ripidolite); è presente anche la pennina. Nel campione dei sills (n. 3) le varie indagini e soprattutto quella chimica indicano molto probabilmente la prevalenza di leptocloriti. In alcuni punti le sostanze cloritiche sono patinate da un pigmento giallastro. Nel camp. n. 1 è evidente la neoformazione è sempre più o meno ricco di squamette di queste come si nota nei campioni man mano più alterati del condotto (n. 2) e dei sills (n. 3). Si può pensare che l’alterazione ha portato, nei casi in cui è stata più spinta, ad una me- tasomatosi dei costituenti chimici dei vari mi¬ nerali e in particolare il plagioclasio ha contri¬ buito alla neoformazione delle cloriti citate che sono spesso piuttosto ricche in AL03. Nei campioni dei sills dove l'alterazione è stata più spinta si nota, oltre alla trasforma¬ zione completa di pirosseno e olivina in cloriti, il plagioclasio quasi totalmente alterato in clo¬ riti, calcite, tracce di epidoto e inclusioni ad alta birifrangenza riferibili a montmorillonite; qui si notano pseudomorfosi complete di un carbonato su olivina. È interessante osservare che nel camp. n. 2 — 268 — del condotto le plaghette di femico della strut¬ tura ofitica sono costituite essenzialmente da anfibolo verde pallido (uralite), oltre a non molta clorite; nell’anfibolo, l'angolo c:y è di 20° circa e si ha pleocroismo debole sul tono verde giallastro, è probabile che si tratti di actinolite ferrifera. Le plaghette di tale mine¬ rale hanno una struttura fibrosa formata da sottili cristalli prismatici verde pallido. Si trat- II minerale opaco presente è la magnetite soprattutto abbondante nel sili (camp. 3); si nota inoltre qualche laminetta di biotite. In conclusione le rocce filoniane a strut¬ tura ofitica mostrano la paragenesi originaria di plagioclasio andesinico tendente al labrado- litico, augite titanifera, olivina. Considerando i campioni meno alterati, anche con il con¬ fronto di alcuni campioni dei pillows, si vedrà Fig. 16 — Curve di A.T.D. delle rocce filoniane del M. Centaurino. Camp. 1 - Quota m. 1100 circa l/m. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. » 2 - Quota m. 1000 circa. Località Pantani dei Preti. » 3 - Sills, quota m. 750 circa. Zona sotto rupe S. Leo. c = cloriti, m = montmorillonite, ca = calcite. ta di anfibolo secondario formatosi per azioni probabilmente idrotermali a spese dell'augite come si può notare dal confronto con l’altro campione (n. 1) meno alterato del condotto. In questo campione n. 2 si nota inoltre qual¬ che residuo del pirosseno violaceo, o a volte scolorito, soprattutto al centro delle plaghette di uralite. Inoltre nel campione più alterato dei sills (n. 3) le plaghette di cloriti, sempre nelle stesse posizioni di struttura dell’uralite e pi¬ rosseno dei campioni n. 2 e 1, contengono a volte relitti di anfibolo verde pallido nella par¬ te centrale. Quindi dal camp. n. 1 al n. 2 e in¬ fine al n. 3, disposti secondo l’alterazione cre¬ scente si osserva la successione: augite — uralite — > cloriti. che tali rocce possono essere definite, nella classificazione come vulcaniti, come basalti an- desitici ad andesina ed olivina molto vicine al tipo hawaiitico. Riguardo le alterazioni l’olivina si è trasfor¬ mata in cloriti, così pure l'augite titanifera o direttamente o dopo essersi uralitizzata; alla cloritizzazione sono stati mediamente interes¬ sati anche i plagioclasi. Dalle sezioni sottili il minerale primo ad alterarsi sembra l'olivina, poi l'augite e il plagioclasio; nei campioni più alterati (sills) compare montmorillonite e cal¬ cite non estranea. In questi ultimi casi spesso molti cristalli di plagioclasio sono totalmente trasformati in calcite, cloriti, montmorillonite, epidoto, sericite. — 269 — 2.3. Analisi termo differenziali e roentgeno- grafiche. Riporto in fig. 16 le analisi termico differen¬ ziali dei campioni delle rocce filoniane del Monte Centaurino. In tutti i campioni si ha la presenza delle cloriti con la sequenza caratteristica degli ef- questo segue un lieve effetto esotermico a 880° circa dovuto alla formazione di olivina, spinel¬ lo ecc. Alle curve del gruppo delle cloriti si ag¬ giungono nel campione dei sills (n. 3) due lievi effetti endotermici con massimo a 210° (per¬ dita acqua interlayer) e 720° (disossidrilazione) e un effetto endo-esotermico a 900° circa, tali effetti sono dovuti alla presenza di montmo- T AB ELLA I Risultati relativi ai debyegrammi delle rocce subeffusive-filoniane del Monte Centaurino, (radiazioni Cu K a, filtro: Ni) Camp. 1 2 3 i/r d(À) minerale dd 14.12 c f 8.44 an dd 14.01 c, m dd 7.09 . c dd 7.10 c mf 7.08 c md 6.46 P dd 5.87 P d 6.41 P f 4.04 P dd 4.83 c d 4.49 m m 3.89 P dd 4.52 c, an f 4.04 P mf 3.75 P md 4.04 P dd 3.86 P m 3.65 P d 3.70 P md 3.70 P d 3.48 P dd 3.55 c d 3.53 c d 3.37 P dd 3.38 an, p ff 3.19 P ff 3.21 p,a ff 3.18 P mf 3.03 ca md 2.99 a,p dd 3.09 an dd 2.94 P d 2.94 P d 2.94 p, an dd 2.84 P dd 2.84 P d 2.70 an dd 2.55 c,p f 2.54 a, p, c m 2.57 an dd 2.28 m, c, ca dd 2.30 a dd 2.35 an d 2.10 c, ca dd 2.20 a dd 2.16 an c = cloriti md 2.13 a dd 2.06 an p = plagioclasio md 1.82 a dd 1.69 an a = augite dd 1.65 an an = anfibolo (uralite) dd 1.58 an m = montmorillonite dd 1.56 an ca = calcite Camp. 1 - Facies filoniana, quota m. 1100 circa l/m. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. » 2 - » » » » 1000 » Località Pantani dei Preti. » ■ 3 - » » (sili), quota m. 750 circa. Zona sotto Rupe S. Leo. fetti termici dei minerali di questo gruppo (Mackenzie, 1957). Prescindendo dall’effetto di temperatura più bassa riferibile all'acqua igroscopica si ha: lar¬ go e profondo picco endotermico intorno a 600°C (590-630°) corrispondente alla decompo¬ sizione dei foglietti brucite, secondo picco en¬ dotermico meno profondo a 820-840° corrispon¬ dente alla disidratazione dei foglietti mica, a rillonite; in questo campione si nota anche la presenza della calcite con il picco endotermico inferiore a 1000°. La presenza di anfibolo ura- litico nel camp. 2 non è resa evidente perché l’effetto endotermico principale è superiore a 1000°. Non è possibile stabilire dalle curve di A.T.D. i tipi di cloriti presenti poiché gli effetti ter¬ mici di tali minerali sono piuttosto simili ira — 270 — loro in tutte le rocce analizzate, filoniane e pOìows; in queste rocce le analisi roentgeno- grafiche suggeriscono la presenza contempora¬ nea di talcocloriti magnesiache ferrifere e lep- tocloriti. Comunque si deve segnalare che la compo¬ sizione chimica del campione del sili suggeri- Solo in questo campione (fig. 16) l'effetto en¬ dotermico a 600° è meno profondo di quello superiore a 800° e inoltre inizia un po' prima forse per la ricchezza in ferro (Mackenzie, 1957); inoltre il picco della disidratazione dei foglietti mica si ha ad una temperatura (880°) più alta che negli altri campioni. TABELLA II Composizione chimica delle rocce subeffusive affioranti sul Monte Centaurino. (An. P. Di Girolamo). Analisi chimiche Valori di Niggli e altri parametri Camp. 1 2 3 Camp. 1 2 3 Si02 47.38 47.37 39.62 si 115.4 112.2 98.5 Ti02 1.20 1.15 1.35 al 25.9 24.0 26.1 Zr02 0.03 0.05 0.05 f 16.1 1 42.0 16.9 / 24.4 j ai2o3 18.10 17.19 17.80 m 25.9 fm 34.3 l51-2 22.4 \ 46.8 FeA 3.03 2.09 2.26 c 20.6 ' 14.7 16.3 FeO 5.11 6.58 9.59 natr 9.8 / 11.5 7.5 i 8.1 i 1 MnO 0.13 0.15 0.12 kal 1.7 alk -w ' 10,1 2.6 i f 2.7 10.8 MgO 7.12 9.72 6.03 \ 1 l CaO 8.20 6.03 6.25 k 0.15 0.26 0.25 BaO tr tr 0.03 mg 0.62 0.67 0.48 Na20 4.23 3.33 3.42 Si° 0.79 0.79 0.69 K2Ó 1.05 1.69 1.74 ti 2.2 2.1 2.5 ch 0.05 0.06 0.05 aq 37.4 37.3 71.3 S03 0.04 0.06 0.03 qz — 30.6 — 28.2 — 44.7 PA 0.23 0.24 0.22 | < 7 6.4 5.8 _ h2°- 0.97 0.89 1.78 Z — 0.60 — 0,29 — 0.61 h2o+ 3.65 3.84 6.83 co2 - - 3.01 Magma (camp. 1): gabbrodioritico- natrongabbroide. 100.52 100.44 100.18 Molecola base Q Kp Ne Cai Cs Sp Fs Fa Fo Ru Cp Cc Q L M n y ù a Camp. 1 26.53 4.11 22.93 16.77; 3.76 1 1 3.25 6.22 115.17 0.86 0.40 - 26.53143.81 29.66 0.38 0.13 0,53 -0.27 » 2 26.51 6.16 18.13 16.76 0,34 1 - 2.22 7.98 20.581 1 0.86 1 0.46 - 26.51 41.05 32.44 0.41 0.01 1 0.66 -0.08 » 3 23.27 6.83 19.43 7.01( - 11.33 2.52 12.17 7.79 1.02 0.48 8.15 1 23.27 33.27,43.46 0.21 1 0 1 ! ; 1 0.35 - 0.08 Camp. 1 - Facies filoniana, quota m. 1100 circa l/m. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. » 2 - » » » » 1000 » Locai ità Pantani dei Preti. » 3 - » » (sili), quota m. 750 circa. Zona sotto Rupe S. Leo. sce la presenza preponderante di una clorite Le analisi roentgenografiche (debyegrammi) molto povera in MgO e più ricca di FeO mostrano (tab. I) nel campione n. 1 del con¬ che potrebbe essere un termine delle fer- dotto le linee fondamentali del plagioclasio ro-ferri cloriti (leptocloriti) o ferro-cloriti, che, da qualche interferenza caratteristica, può — 271 — - essere riferito a un tipo medio basico, quelle dell'augite e solo qualcuna delle cloriti. Nel campione n. 2 si hanno le interferenze fonda- mentali del plagioclasio come minerale prima¬ rio, quelle del prodotto dell’augite uralitizzata e qualcuna delle cloriti. Il campione del sili (n. 3) dà le righe del plagioclasio e dei pro¬ dotti dell’alterazione idrotermale: cloriti, cal¬ cite, montmorillonite. 2.4. Analisi chimiche. Alle analisi chimiche (tab. II) ho fatto pre¬ cedere quelle in sezione sottile, termiche e roentgenogrefiche perchè queste possono giu¬ di alcali e di calce, a diminuzione indiretta di Si 02 e Al203 ed aumento di magnesio e H20+. A giudicare dai valori di Si02 e H20+ il cam¬ pione del sili (n. 3) è il più cloritizzato fra le rocce filoniane analizzate; il basso valore di MgO e l’aumento di FeO possono essere spie¬ gati dalla presenza di alcuni termini delle leptocloriti oppure di ferro-cloriti. Il CaO legato a C02 del campione del sili non l'ho considerato estraneo alla roccia co¬ me suggeriscono le osservazioni macroscopi¬ che, quelle in sezione sottile e il confronto chimico con gli altri campioni. Nel passaggio del camp. 2 che contiene uralite al camp. 3 dove questo minerale si è cloritizzato si può Fig. 17 — Variole sul bordo dei pillows viste dall’alto (sinistra) e di taglio. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle. Grandezza naturale. stifìcare, sia nelle rocce filoniane che nei pil¬ lows soprattutto, le variazioni chimiche riscon¬ trate e sono necessarie ai fini dell’interpreta¬ zione del tipo magmatico originario. Il campione n. 1 del condotto è il meno alterato come si nota anche dalle sezioni sot¬ tili; la prevalenza di H20+ su H20~ è dovuta soprattutto alla presenza delle cloriti. L'au¬ mento di MgO nel camp. n. 2 deriva dalla presenza di cloriti e uralite. Come meglio si vedrà nei pillows, la cloritiz- zazione spinta porta essenzialmente a perdita ammettere che l’eccesso di CaO formatosi pos¬ sa essere rimasto in quest’ultimo campione co¬ me parte del carbonato presente. Dalle sezioni sottili si nota che spesso in alcuni vacuoli si ha calcite al centro e cloriti ai bordi ma poiché qualche volta si osserva il contrario si deve pensare che la genesi di questi neominerali sia stata contemporanea. Riguardo la classificazione petrografica essa non può essere molto precisa e potrà essere stimata anche col confronto del campione n. 1 meno alterato con altri pure poco alterati dei — 272 — pillows (camp. 4,5) per cui si rimanda alla discussione sulla classificazione petrografica dei prodotti magmatici del monte Centaurìno. Qui basta accennare che i vari valori chimici del camp. 1 (tabb. II, VI, VII) indicano che nella classificazione come vulcaniti, si tratta di basalti della serie alcalina molto vicini al tipo hawaiitico; il carattere seriale è atlanti¬ co debole. Basandosi però sulla presenza di un pirosseno titanifero e sul fatto che l’alte¬ razione della roccia ha certamente condotto ad una perdita di elementi alcalini, è possibile oscillanti sui 1000 metri si può seguire una copertura a pillows più o meno ben conser¬ vati. Questa facies di effusione sottomarina è molto ben visibile soprattutto nella località a Nord di Scanno delle Nocelle (m. 1000); qui si osserva un ammasso di pillows, intercalato fra le arenarie quarzoso-feldspatiche, che su di una parete affiora per uno spessore di m. 30 e si estende per m. 60 circa. Nelle zone marginali superiori dell 'ammas¬ so di pillows affiora, fra questi pillows e le Fig. 18 — Variazioni di struttura lungo il raggio dei pillows del M. Centaurino. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle. 38 X. A - Parte centrale, struttura « intersecale divergente ». Solo polarizzatore. B - Parte esterna a cm. 5-3 circa dal bordo. Struttura « arborescente sferulitica ». Solo polarizzatore. C - Parte esterna a cm. 3-1 circa dal bordo. Nella massa di fondo a struttura « sferulitica conti¬ nua » si hanno (in alto) vacuoli riempiti da calcite all’interno e cloriti all’esterno. Polarizza¬ tori incrociali. D - Bordo a tessitura « variolitica ». Variole nella matrice cloritica. Solo polarizzatore. che la roccia originaria fosse un basalto ande- sitico più francamente alcalino. 3. Prodotti dell'effusione sottomarina (pil- LOWS E PRODOTTI IALOCLASTITICl). I prodotti magmatici massicci affiorano nel¬ le località Pantani dei Preti - zona a Sud di Scanno delle Nocelle da quota 700-750 a 1170 m.l/m circa compreso le brecce dei livelli alti; essi non possono essere seguiti costantemente soprattutto per la fitta vegetazione. Da quota 1200 circa (Rupe di S. Paolo) fino a quote arenarie, un banco di m. 1-3 formato da ma¬ teriale sottilmente stratoide di colore verda¬ stro costituito essenzialmente dai clasti della arenaria e da prodotti dell’alterazione idroter¬ male dei materiali vulcanici. Quest’ultimo materiale, almeno dal punto di vista genetico, può essere classificato come una « ialoclastite iniziale » (Cucuzza S., 1962) particolare e sarà meglio descritto più oltre; si tratta di una « tufite » stratificata e rap¬ presenta il primo prodotto dell’effusione sot¬ tomarina dopo di che si formarono i pillows che coprono a loro volta i prodotti massicci a struttura ofìtico-intersertale. — 273 — Anche se non si osserva una vera ialoclasti- te, la giacitura di questi materiali di effusione subacquea trova riscontro nella genesi descrit¬ ta per tali prodotti (Rittmann, 1958 - Cucuz- za S., 1962). 3.1. I pillows. a) descrizione macroscopica. I pillows hanno la tessitura caratteristica e fessure di contrazione radiali e concentri¬ che; le dimensioni medie degli sferoidi sono di poco inferiori al metro ma in alcuni si hanno diametri che vanno da 10-20 centimetri a m. 1,5. Negli individui più piccoli è spesso più evidente la fessurazione radiale. Tutti i pillows sono costantemente circon¬ dati da una guaina tenera di un centimetro circa di colore verdastro intimamente frattu¬ rata e sfogliettabile con andamento concentri¬ co al pillow; si tratta dalla guaina inizialmente vetrosa e in seguito quasi totalmente clori- tizzata. Sono spesso evidenti gli adattamenti plasti¬ ci fra i vari pillows; tale ammasso può anche non essere rigorosamente in posto dato che i vari pillows potrebbero aver subito un roto¬ lamento dopo la genesi. Non si notano nello ammasso azioni tettoniche. Soprattutto nei livelli alti alcuni pillows han¬ no una tessitura variolitica lungo il bordo (fig. 17); queste variole, il cui diametro arriva ad un massimo di 2-3 millimetri, sono immer¬ se nella guaina vetrosa cloritizzata. Fra i pillows e nelle fratture di questi si hanno vene bianche e a volte rosate, di car¬ bonato di calcio; in alcuni si rinvengono ca¬ vità subcilindriche riempite di calcedonio (quartz eyes). La struttura è afanitica e solo a volte si distinguono cristalli di feldspato e altri ver¬ dastri col contorno dei feldspati o olivina; la massa di fondo è di colore grigio verdastro e nelle piccole fratture si hanno patine verda¬ stre e rossastre di cloriti e carbonato di calcio. b) osservazione in sezione sottile: le variazioni di strut¬ tura lungo il raggio. La microstruttura nei pillows varia notevol¬ mente man mano che dal centro si va verso la periferia; queste interessanti variazioni so¬ no state, ampiamente descritte da vari autori (Vuagnat, 1946 - Pellizzer, 1955, 1961 - Galli, 1963 - Giammetti, 1968) e si ritrovano nei pillows in oggetto. Sono state eseguite numerose sezioni sottili nelle varie zone dei pillows; in individui di circa 70-100 centimetri si osservano le seguen¬ ti strutture: Al centro: struttura da intersertale, alquan¬ to simile a quella di alcune rocce massicce fi¬ loniane a grana fine, a intersertale divergente (fig. 18 A). Le liste di plagioclasio, geminate Albite o a volte Periclino, racchiudono plaghet- te di pirosseno violaceo titanaugitico; in ge¬ nere in tali plaghette la titanaugite è in pri- smetti allungati. Sugli individui di titanaugite più grossi si misura un angolo c: ✓ di 43° e lieve pleocroismo con schema: oc = giallogno¬ lo, (3 = violaceo, y = violaceo-giallognolo. L’oli¬ vina è in cristalli più grossi, idiomorfi e spesso alterata in cloriti. Zona intermedia : i plagioclasi diventano più sottili e lunghi, spesso sono piumati o fra- stagliati alle estremità; la struttura diventa marcatamente intersertale divergente. Fra le liste di plagioclasio o a volte dentro questi, a forte ingrandimento, si riconosce ancora la titanaugite ricca di inclusioni di magnetite. L'olivina è sempre in cristalli piuttosto grossi, è idiomorfa e alterata in cloriti. Zona esterna: il plagioclasio diventa più sottile e allungato e le varie listerelle sono incurvate e riunite in modo da determinare motivi arborescenti a ventaglio (fig. 18, B) o a covoni. Il pirosseno non è più visibile e fra le liste di plagioclasio si ha una massa mar¬ rone opaca; l'olivina, alterata, è sempre rico¬ noscibile per il contorno cristallografico. Ancora più verso l’esterno la massa di fon¬ do diventa pressocché sferulitica continua (fig. 18, C) e a 1-2 centimetri dal bordo si os¬ servano, in alcuni pillows, sferuliti fibroso- raggiate non addossate fra loro e immerse in una matrice cloritica facendo acquistare a que¬ sta guaina esterna una tessitura variolitica (fig. 18, D). Le variole rappresentano quindi delle sfe¬ ruliti immerse in una matrice dalla quale, in seguito alla degradazione, possono essere i- solate. I cristalli di olivina, sempre totalmente clo- 18 — 274 — ritizzati e di dimensioni relativamente grosse, si trovano nella matrice cloritica fra le va- riole o qualche volta dentro queste; a volte un singolo cristallo è incluso in due variole combacianti fra loro. Nei pillows più piccoli si è notato l'assenza della struttura intersertale nella zona centra¬ le; qui si osservano già le strutture dei pla- gioclasi, a covoni o a ventaglio, caratteristi- singoli cristalli si nota che l’olivina è stato il primo minerale a cristallizzare; fra plagio- clasio e pirosseno l'idiomorfismo del primo è sempre più marcato del secondo e man mano che si va verso la periferia il pirosseno, in prismetti o granuli, diventa sempre più mi¬ nuto mentre le liste di plagioclasio, anche se sottili, sono sempre ben visibili. Tenendo an¬ che presente il potere di cristallizzazione sem- Fig. 19 — Curve di A.T.D. delle varie zone lungo il raggio dei pillows del M. Centaurino. A Nord di Scanno delle Nocelle, quota m. 1000 circa l/m. Camp. 4 - Parte centrale di un grosso pillow. » 5 - Variole isolate dalla matrice cloritica nella zona esterna dei pillows. » 6 - Matrice cloritica delle variole. » 7 - Guaina cloritica dei pillows. c = cloriti, m = montmorillonite, ca che delle zone esterne dei pillows di maggiori dimensioni. Per la presenza di queste variazioni di strut¬ tura e delle variole i pillows descritti si pos¬ sono classificare come « pillows differenziati » (Pellizzer, 1955) « di prima specie » (Vua- gnat, 1946). Dalle dimensioni e strutture generali dei calcite. bra che il plagioclasio sia cristallizzato prima del pirosseno, però bisogna osservare che qual¬ che cristallo più idiomorfo di pirosseno è in¬ cluso nel plagioclasio. Le sferuliti e variole (fig. 18, D) sono costi¬ tuite da plagioclasio estremamente esile fi- broso-raggiato molto ricco, nella parte cen¬ trale e alla periferia, di una polvere marrone — 275 — più o meno opaca in cui si riconoscono gra¬ nuli piccolissimi di pirosseno. Queste variazioni di struttura sono do¬ vute al potere di cristallizzazione dei singoli cristalli e alla velocità di cristallizzazione man mano maggiore verso l’esterno, corrisponden- geminati Albite si sono determinati, con gli angoli di estinzione massima in zona simme¬ trica, termini andesinici con circa il 40% di anortite o poco più. Anche i plagioclasi delle zone più esterne, sempre più alterati, hanno una composizione simile determinata sui ge- T AB ELLA III Risultati relativi ai debyegrammi dei pillows del Monte Centaurino. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle, (radiazioni Cu Ka, filtro: Ni) Camp. 4 5 7 A 1/1 d(À) minerale dd 7.10 c dd 14.15 c d 14.15 c, m dd 14.08 c,m m 6.42 P dd 7.08 c d 10,11 ce d 7.10 c dd 4.68 c,p md 6.42 P md 7.06 c md 5.60 an f 4.04 P f 4.04 P m 4.52 m, ce, c mf 4.52 m, c mf 3.71 P mf 3.72 P dd 3.55 c dd 3.58 m, c dd 3.54 c dd 3.47 P dd 3.21 P d 3.43 an dd 3.37 p dd 3.38 P mf 3.04 ca md 3,21 P ff 3.19 P, a ff 3.21 p, a d 2.72 c f 2.97 m mf 2.99 a, P md 2.99 a, P md 2.59 ce, m, c mf 2.92 an dd 2.64 c,p dd 2.85 P d 2.53 c f 2.55 m, c f 2.54 c, p, a f 2.54 c, a, p dd 2.46 c m 2.50 an, m dd 2.29 a dd 2.29 a d 2.24 c, m dd 2.29 m dd 2.21 a dd 2.21 a dd 2.10 c dd 2.23 an, m d 2.12 a, c d 2.13 a dd 2.01 c, ce d 2.11 c dd 2.04 a md 1.82 a d 1.84 c md 2.02 c, an md 1.70 m dd 1.97 m dd 1.55 c dd 1.82 c d 1.51 m, c, ce dd 1.74 an, c, m c = cloriti dd 1.46 c dd 1.67 m P = plagioclasio dd 1.62 an a = augite md 1.53 c m = = montmorillonite d 1.50 m, an ce = = celadonite d 1.41 an, c ca = = calcite md 1.36 an an = = analcime dd 1.30 m Camp. 4 - Parte centrale di un grosso pillow. » 5 - Variole isolate dalla matrice cloritica nella zona esterna dei pillows. » 7 - Guaina cloritica dei pillows. » A - Guaine bianco-verdastre intorno alla variole. te ad una maggiore velocità di raffreddamen¬ to nell’ambiente submarino. I plagioclasi rappresentano circa il 60% dei minerali presenti nei pillows e non è molto facile determinare il tipo preciso per le al¬ terazioni a cui sono stati soggetti; su alcuni minati Albite e sull allungamento dei micro¬ liti (Wahlstrom, 1955); comunque spesso, so¬ prattutto nelle zone esterne dei plagioclasi al¬ terati in calcite, cloriti, epidoto si ha un pla- gioclasio neogenico alquanto più albitico. Sui plagioclasi fibroso-raggiati delle variole, 276 — per l’esilità delle fibre è stato possibile ap¬ prezzare solo l’indice medio di rifrazione che è superiore a quello del balsamo; inoltre le analisi chimiche e roentgenografiche suggeri¬ scono una composizione medio basica non di¬ versa dei plagioclasi già descritti. Il minerale opaco presente è la magnetite. Le alterazioni idrotermali, successive alla formazione delle strutture particolari, sono spesso piuttosto intense e aumentano verso la periferia. Solo in qualche pillow più grosso, di diametro superiore al metro, la parte cen¬ no le cloriti sono sempre più abbondanti e si osservano dentro il plagioclasio, nelle variole e soprattutto nella matrice fra queste e in pseudomorfosi complete sull’olivina. Quest’ul¬ timo minerale è riconoscibile dal contorno cri¬ stallografico spesso abbastanza netto e vi si può misurare, al microscopio, l'angolo fra le faccie del prisma 5021} che è risultato: (021) A (021) = 98-100° circa. In quest’ultimo caso si tratta di pseudomor¬ fosi di cloriti e non di serpentino come dimo¬ stra il netto colore verde pleocroico sui toni Fig. 20. — Venule bianco-verdastre che rappresentano gli ultimi prodotti (montmorillonite, analcime, clo¬ riti) dell’alterazione dei pillows; tali venule attra¬ versano la guaina vetrosa cloritizzata (in alto) e circondano le variole (in basso). trale era poco alterata; da uno di questi è stato possibile prelevare un campione su cui si è eseguito l’analisi chimica (camp. 4). Nella parte centrale dei pillows il plagio¬ clasio è mediamente alterato in cloriti e cal¬ cite soprattutto che forma a volte delle pseu¬ domorfosi; sono presenti subordinatamente prodotti argillosi e granuli di epidoto. L’olivi¬ na è spesso totalmente sostituita da cloriti in aggregati squamosi a bassi colori di interfe¬ renza o a volte colori anomali. La titanaugite è in genere inalterata o poco alterata in cloriti, per cui questi minerali se¬ condari derivano essenzialmente dall’alterazio¬ ne dell’olivina e plagioclasio. Dai caratteri ottici e roentgenografici (tab. Ili) le leptocloriti risultano prevalenti sulle talcocloriti magnesiaco-ferrifere. Verso Fester- giallini e la presenza in alcuni punti di colori anomali azzurro, rosso, giallo. Verso l’esterno dei pillows si hanno vacuoli riempiti da cloriti nella parte esterna e calcite quasi sempre nella parte centrale (fig. 18, C). c) analisi termodifferenziali e roentgenografiche. Le cloriti, che rappresentano in ogni cam¬ pione il prodotto preponderante dell’alterazio¬ ne, sono messe bene in evidenza dalle curve termodifferenziali (fig. 19) con le sequenze de¬ gli effetti termici già descritte per le rocce intrusive. Nell’ambito di un pillow si sono prese in considerazione la parte centrale (camp. 4) e soprattutto la parte esterna degli ultimi 1-3 — 277 — centimetri dove sono state isolate le variole (camp. 5), la matrice cloritica (camp. 6) in cui queste sono immerse e la guaina vetrosa clori- tizzata (camp. 7). A giudicare dall’area degli effetti termici la quantità di cloriti della parte centrale (fig. 19, camp. 4) non è molto rilevante ed è simile a quella del campione meno alterato delle rocce filoniane (camp. 1) già descritto; nel camp. 4 è presente anche un lieve effetto endotermico a 800° riferibile probabilmente ancora a cloriti e l'effetto endotermico di poca calcite. Il De- bye (tab. Ili, camp. 4), dà le righe fondamen¬ tali del plagioclasio, augite, cloriti; l’augite è stata osservata piuttosto integra nelle sezioni sottili per cui si può pensare che la neofor¬ mazione delle cloriti sia soprattutto dovuta ad olivina e all’alterazione parziale del plagiocla¬ sio che si è comunque alterato anche in cal¬ cite e subordinatamente in prodotti argillosi e poco epidoto. Verso l'esterno la cloritizzazione diventa molto accentuata e l’associazione dei neomi¬ nerali è abbastanza interessante: la guaina verdastra di 1-3 centimetri che circonda i pil- lows (camp. 7) presenta, oltre a molte cloriti, TABELLA IV Composizione chimica dei pillows del monte Centaurino, quota m. 1000 circa l/m. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle. (An. P. Di Girolamo). Analisi chimiche Valori di Niggl i e altri parametri Camp. 4 5 6 7 Camp. 4 5 6 7 Si02 47.76 47.36 37.72 35.39 si 120.5 115.5 82.6 78.7 TiO 1.20 1.20 1.15 1.05 2 al 26.6 25.3 19.3 21.9 ZrO 0.04 tr tr 0.03 f 42.2 2 17.61 15.03 16.1 j 11.9 1 18.6 j ALO, 18.03 16.66 26.1 \ fm 31.6 ( 43.5 63.6 f 57.1 2 3 2.45 6.12 m 46.1 ( 38.5 i Fe O 2.63 7.26 i 2 3 FeO 5.15 3.65 4.10 3.36 c 18.8 1 12.4 20.4 12.8 16.0 0.14 natr 10.3 | 10.1 ì 3.5 J 4.3 » MnO - - — 0.15 kal i alk 10.8 4.3 ( 5.0 6.94 2.1 ( 0.7 0.8 0.7 ( MgO 8.68 14.11 11.60 1 ) } 1 CaO 7.13 8.00 5.70 6.94 k 0.17 0.06 0.19 0.14 BaO tr — — mg 0.62 0.73 0.72 0.67 Na20 4.26 4.28 1.67 2.09 Si° 0.81 0.81 0.70 0.66 K„0 1.32 0.55 0.59 0.51 2.2 2.0 1.9 2 ti 2.3 CI 0.03 _ _ 0.07 aq 45.0 52.9 101.4 94.3 SO 0.11 _ _ - _ 0.08 — 29.1 - 27.7 35.7 3 qz — — 41.8 p2o5 0.20 0.19 0.24 0.15 <7 6.54 5.31 H,0- 1.24 2.22 5.04 4.25 — 0.63 - 0.38 + 0.33 0.13 Z — h2o+ 4.12 4.28 8.87 8.46 co2 0.26 — — 2.20 CaC03 Magma (camp. 4,5): gabbrodioritico-natrongabbroide. 100.56 100.47 100.34 1 10.25 Molecola base Q KP Ne j Cai Cs j Fs Fa 1 F° Ru Cp Cc Q L M TC T P a Camp. 4 27.57 4.82 23.43 16.20 2.07 Sp | 2.76 j 6.38 14.82 0.86 0.40 0.69 27.57 44.45 27.98 1 0.36 0.08 1 0.57 -021 » 5 27.05 1.72 23.78 17.06' 3.56 — I 2.76 4.31 18.61 ' 0.86 0.29 — 27.05 42.56 30.39 0.40 0.12 0.64 -0.13 » 6 20.62 2.26 10.18 1 18.48 — 3.02 7.16 ! 5.41 31.49 0.94 0.44 — 20.62 30.92! 48.46 0.60 1 0 0.71 0.00 » 7 19.43 1.92 12.31 23.28 1- 1.15 8.85 4.74 27.12 0.90 ! 0.30 — 19.43 37.51 43.06 I 0.62 0 0.67 -0.39 Camp. 4 - Parte centrale di un grosso pillow. » 5 - Variole isolate dalla matrice cloritica nella zona esterna dei pillows. » 6 - Matrice cloritica delle variole. » 7 - Guaina cloritica dei pillows. — 278 — gli effetti termici della montmorillonite e cal¬ cite. Il Debye (tab. Ili, camp. 7) dà le righe delle cloriti cioè talcocloriti magnesiache più o meno ferrifere e ferro-ferricloriti (leptoclo- riti), della montmorillonite, celadonite, calcite e qualcuna soltanto del plagioclasio. L’alterazione dei femici è stata pressocché totale non risultando dal Debye lo spettro del- l’augite nè, al solito, quello dell'olivina. Si potrebbe giustificare la presenza delle fer¬ ro-ferricloriti con il contributo del ferro del- l'augite che si somma a quello dell'olivina, pe¬ rò questo non può essere assunto con certez¬ za perché tali cloriti si rinvengono anche in campioni dove l’augite è poco alterata. Anche il plagioclasio si è quasi interamente alterato come dimostra la presenza di montmorillonite e l’assenza quasi totale di interferenze dei pla- gioclasi nel Debye. La celadonite deve essere presente in pic¬ cola quantità per il basso valore del K20 (tab. IV, camp. 7); la presenza di tale minerale nel- l’A.T.D. (fig. 19, camp. 7) potrebbe essere indi¬ cata dall'inversione endo-esotermica intorno a 950° (l’effetto endotermico è anche dovuto a Ca C03), dall’effetto endotermico a 130° e da un effetto simile compreso eventualmente in quello di 600° delle cloriti. Anche la matrice verdastra (camp. 6), in cui sono immerse le variole, è molto cloritizzata e deriva, come la guaina descritta, dalla note¬ vole alterazione (idrotermale o diagenetica) di queste zone periferiche estreme inizialmente vetrose. In alcuni campioni si osserva intorno alle variole una guaina di sostanza bianco-verdastra (fig. 20), tale sostanza, inoltre, attraversa con delle venule la matrice cloritica; data la gia¬ citura questo materiale bianco-verdastro rap¬ presenta un ultimo prodotto dell’alterazione. Di tale sostanza ho potuto eseguire solo il Debye (tab. Ili, A) dal quale risultano le in¬ terferenze della montmorillonite, analcime, cloriti e solo una riga del plagioclasio. A giudicare dall’intensità delle righe si può dedurre che in questo prodotto dell’alterazio¬ ne più spinta e ultimo come neoformazione si ha la preponderanza di montmorillonite, di analcime e subordinatamente di cloriti. Le variole (camp. 5) immerse nella matrice cloritica sono risultate relativamente poco al¬ terate in cloriti, all'incirca come la parte cen¬ trale del pillow (camp. 4) e il campione n. 1 delle rocce filoniane. Il Debye (tab. Ili, camp. 5) dà le righe del plagioclasio, dell'augite e qualcuna delle cloriti; le distanze e le inten¬ sità di alcune interferenze fanno escludere, sia in questo campione che negli altri, ter¬ mini molto acidi dei plagioclasi e si avvici¬ nano al tipo andesinico. d) analisi chimiche. Ho eseguito analisi chimiche in un pillow di circa m. 1 di diametro nelle zone lungo il raggio più significative ai fini di poter fare correlazioni con le rocce filoniane e per stu¬ diarne meglio le alterazioni. I campioni ana¬ lizzati rappresentano, dall’esame delle sezioni sottili, i tipi comuni nei vari pillows. La parte centrale del pillow (camp. 4) ri¬ sulta molto meno alterata della zona esterna verdastra cioè la matrice (camp. 6) che inglo¬ ba le variole, e la guaina (camp. 7). In questi ultimi campioni la cloritizzazione è bene evi¬ dente per la diminuzione di Si02 e l'aumento di MgO e H20+ oltre ad H20 ; anche Al203 subisce una certa diminuzione. Con la clori¬ tizzazione si è avuto anche una perdita in en¬ trambi gli alcali e, in modo lieve, di CaO. Come si è visto dalle indagini termiche e roentgenografiche nelle zone esterne (matri¬ ce, guaine dei pillows e guaine bianco-verda¬ stre che intersecano queste ultime) le altera¬ zioni hanno portato a neoformazione di altri minerali oltre alle cloriti: montmorillonite, calcite, analcime, celadonite. Il CaO legato come carbonato e presente in queste rocce deriva dall’alterazione del pla¬ gioclasio e pirosseno per cui l’ho compreso nel CaO totale della roccia, comunque nel campione delle guaine cloritiche dei pillows (camp. 7) l’ho tenuto separato perché fra i pillows si hanno vene di carbonato di calcio che impregna anche le guaine. È interessante notare che le variole (camp. 5) sono risultate poco alterate e chimicamen¬ te molto simili alla parte centrale del pillow (camp. 4) e quindi al campione n. 1 delle rocce filoniane; per tale ragione anche in base alle indagini prima riportate si può de¬ durre che le variole, dal punto di vista chi¬ mico e mineralogico, sono simili alla parte centrale del pillow e rappresentano solo una particolare struttura dovuta alla maggiore ve¬ locità di cristallizzazione. Bisogna osservare — 279 — che i pillows di altre zone hanno mostrato (Vuagnat, 1946 - Pellizzer, 1955, 1961 - Gal¬ li, 1963 - Giammetti, 1968) un processo di spilitizzazione nel corso della loro genesi e la formazione del plagioclasio albitico diven¬ ta accentuata nelle zone periferiche dei pil¬ lows in corrispondenza delle variole (Vua¬ gnat, 1946, 1951). Si discuterà alla fine sui mostrato, nei prodotti studiati, differenze pe- trografiche apprezzabili fra la facies filoniana- -subeffusiva e i pillows nè nell'ambito di que¬ sti ultimi. Il tipo petrografico dei pillows sarà meglio discusso più oltre; esso può essere valutato sul campione n. 4 della zona centrale e sulle va¬ riole (camp. 5) tenendo sempre conto che si Fig. 21 — « Ialoclastite iniziale stratificata »; le parti nere sono costituite da sostanze bituminose. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle. Solo polariz¬ zatore 50 X. tipi di alterazioni ed eventuale spilitizzazione dei prodotti magmatici del monte Centaurino; qui si può dire che, prescindendo dalle altera¬ zioni secondarie, le varie indagini non hanno tratta di campioni alterati anche se in modo non accentuato rispetto agli altri descritti. Ta¬ li rocce, similmente a quelle filoniane posso¬ no essere considerate appartenenti alla serie TABELLA V Pisultati del debyegramma relativo al materiale ialoclastico soprastante i pillowis del monte Centaurino, (radiazioni Cu Ka, filtro: Ni) I/F d(À) minerale m 10.04 i, s mf d 3.21 2.93 P,s P dd 7.08 c dd 2.77 s dd 6.39 p d 2.57 i, s dd 5.85 p dd 2.54 c dd 5.00 s, i md 2.45 i, S,q dd 4.48 s,i md 2.28 q f 4.27 i, q,s dd 2.24 i,q d 4.04 P md 2.13 S, i, q d 3.75 s,p d 1.98 s, i q dd 3.46 s,p mf 1.82 q ff 3.34 q,is d 1.66 i, s, q i ^ illite, s = sericite, p = plagioclasio, q = quarzo a, c = cloriti. — 280 — dei basalti alcalini e ascrivibili al tipo hawaiiti- co; il carattere seriale è atlantico debole. 3.2. I prodotti ialoclastici. Nella parte superiore dell’ammasso di pil¬ i bordi sfumati e finemente frastagliati; il quarzo ha l’estinzione ondulata, i feldspati so¬ no spesso alterati in sericite-illite e prodotti argillosi, il plagioclasio è oligoclasico-andesini- co. La matrice è formata da un aggregato mi¬ nuto ad alta birifrangenza costituito essenzial- Fig. 22 — Curva di A.T.D. della « ialoclastite iniziale stratificata » soprastante i pil- lows del M. Centaurino e contenente sostanze bituminose. A Nord di Scanno delle Nocelle, quota m. 1000 circa l/m. lows descritto nella zona a Nord di Scanno delle Nocelle, fra questi pillows e i paracon¬ glomerati quarzoso-feldspatici c’è un livello di 1-3 metri costituito da un materiale di colore verdastro a grana fine e sfogliettabile per una tendenza alla stratificazione. Tale livello, per la sua posizione stratigrafica e per i costituen¬ ti mineralogici, può essere considerato il pri¬ mo prodotto dell’effusione sottomarina; nel corso di tale effusione il materiale vulcanico finemente frantumato dal brusco raffredda¬ mento si mescolò ai clasti dell’arenaria e fu interessato dall’alterazione probabilmente idro¬ termale. Data la sottigliezza della struttura e la ten¬ denza alla stratificazione si può pensare che tale materiale rappresenti una facies lontana dei prodotti sospesi nell'acqua e comunque se¬ dimentato in ambiente non turbolento. Anche se la struttura non può essere ravvi¬ cinata a quella delle ialoclastiti tipiche, dal punto di vista genetico tale « tufite » può es¬ sere considerata una « ialoclastite iniziale stra¬ tificata » (Cucuzza S., 1962) con prodotti sedi¬ mentari prevalenti. In sezione sottile (fig. 21) si osservano molti clasti di quarzo e feldspato disposti ad anda¬ mento subparallelo, a volte arrotondati e con mente da sericite-illite e da qualche lamina di muscovite. Sono presenti in modo subordinato le cloriti, lamine di biotite e celadonite. È interessante notare che tale livello è per¬ meato ad una sostanza piuttosto abbondante, opaca (fig. 21) o di colore marrone in sezione sottile e macroscopicamente nera, fragile e a fratture concoidi lucenti; si tratta di sostanze bituminose. Queste sostanze si rinvengono pu¬ re in qualche punto delle arenarie vicino al livello a brecce. Il Debye (tab. V) dà le interferenze della se¬ ricite, illite, plagioclasio, quarzo e qualcuna molto debole delle cloriti. La curva termica dell’A.T.D. (fig. 22) è domi¬ nata fino a poco oltre i 600° dai forti effetti esotermici dovuti alla combustione delle so¬ stane bituminose con massimo a 380 e 590°; il primo effetto può corrispondere alla libera¬ zione della parte volatile dei composti organici ricchi in ossidrili e altri gruppi con ossigeno, gli effetti a temperatura superiore sono in re¬ lazione con la combustione del carbonio fis¬ sato e elementare (Mackenzie, 1957). Si ha inol¬ tre un lieve infossamento con massimo infe¬ riore a 700° e un lieve effetto endo-esotermico intorno a 900°; il primo può essere riferito a sericite, il secondo ad illite. — 28 1 — Le abbondanti sostanze bituminose possono essere messe in relazione con la tanatocenosi verificatasi in seguito all’effusione. I prodotti dell'effusione sottomarina furono poi coperti dai paraconglomerati; a volte que¬ sti ultimi contengono, nei livelli inferiori vicini ai prodotti vulcanici, inclusioni di tali mate- rali submarini cloritizzati. 4. I TIPI DI ALTERAZIONE NELLE ROCCE MAGMA¬ TICHE DEL M. CENTAURINO. Riassumo le osservazioni fatte sulle altera¬ zioni rinvenute nelle varie facies delle manife¬ stazioni magmatiche presenti al Monte Centau¬ rino. L’associazione mineralogica modale delle rocce non alterate è costituita da plagioclasio di tipo andesinico-labradoritico che rappresen¬ ta poco più del 60% dei vari costituenti mi¬ neralogici, da augite titanifere, olivina e ma¬ gnetite. Tali rocce sono state soggette ad alterazione probabilmente idrotermale di temperatura es¬ senzialmente bassa e le cloriti rappresentano i neominerali più abbondanti; l'intensa alte¬ razione, presente ad esempio nei pillows, può essere considerata una vera propilitizzazione. Nei campioni delle rocce subeffusive man mano più alterati (camp. 1-2-3) si è osservato, col progredire dell’alterazione, il passaggio: pirosseno — uralite -» cloriti. L’uralitizzazione del pirosseno è pressocché completa nel campione n. 2. Col progredire dell'alterazione si è osservato che il minerale più facilmente alterabile è l'o¬ livina, poi pirosseno e plagioclasio; quest'ulti¬ mo sembra alterarsi con più lentezza come di¬ mostra la presenza di pirosseno totalmente cloritizzato assieme a plagioclasio ancora me¬ diamente alterato. Le cloriti sono del tipo talcocloriti magne¬ siache più o meno ferrifere e ferro-ferricloriti (leptocloriti) rinvenute quasi sempre insieme nei vari campioni indipendentemente dal gra¬ do di alterazione dei femici. La cloritizzazione si è avuta in seguito a processi di metasomatosi che hanno impe¬ gnato i costituenti chimici dei vari minerali come dimostra la cloritizzazione dei plagioclasi e le pseudomorfosi complete di cloriti (e non serpentino) su olivina. Riguardo sempre le rocce filoniane, i sills risultano i più alterati, nel camp. n. 3 si ha anche neoformazione di calcite e montmoril- lonite. In questo campione il plagioclasio ri¬ sulta quasi totalmente alterato in cloriti, cal¬ cite, montmorillonite e tracce di epidoto fer¬ rifero; dalla composizione chimica si può de¬ durre che la cloritizzazione è stata di tipo par¬ ticolare per la preponderanza di tipi con bassa quantità di MgO e alta di FeO; si può trattare di particolari tipi di ferro-ferricloriti o ferro- cloriti (dafnite). Nei pillows si hanno gli stessi andamenti nell’alterazione che è man mano più spinta proseguendo dal centro alla periferia. Nelle guaine esterne verdastre, inizialmente vetrose, si ha un’intensa cloritizzazione associata a neo- formazione di montmorillonite, calcite e ce- ladonite. Queste guaine alterate sono interse¬ cate da vene bianco-verdastre costituite essen¬ zialmente da montmorillonite, analcime e su¬ bordinatamente da cloriti. Nei Debye (tab. Ili, camp. 7, A) di questi campioni più alterati della zona esterna dei pillows non si notano le righe dell'olivina, e del pirosseno e si ha solo una riga fondamentale debolissima dei plagioclasi. La calcite in genere non è stata considera¬ ta estranea alle rocce perché deriva dall’alte¬ razione della molecola anortitica e dall'ecces¬ so di CaO formatosi nella cloritizzazione del pirosseno e, nel camp. n. 2, dell'uralite. La presenza di montmorillonite in queste rocce cloritizzate è spiegata dall'ambiente chi¬ mico favorevole (Deer e al.); infatti come è noto, tale minerale è un prodotto caratteristi¬ co dell’alterazione di rocce basiche e la sua formazione è favorita da un cattivo drenaggio dove il magnesio non viene allontanato e da ambiente alcalino con povertà di potassio e presenza di calcio. Le ialoclastiti della Val di Noto in Sicilia contengono abbondanti montmorilloniti ferri¬ fere come prodotto dell'alterazione idroterma¬ le; dal vetro di tali rocce si è ottenuto mont¬ morillonite in laboratorio con pressioni e tem¬ perature non eccessivamente elevate (< 200 bars e > 300° C) (Carapezza, Morandi, 1966). La celadonite si rinviene, assieme a lepto¬ cloriti e calcite, nei prodotti di alterazione dei pillows presenti nella zona di Giuliana e Contessa Entellina (Sicilia occidentale) (Sche- rillo, 1935). Come è noto la genesi della glau- — 282 — conite-celadonite è favorita da un ambiente mediamente riducente che in alcuni casi deri¬ va dal disfacimento di organismi (Deer e al.); nel nostro caso la celadonite delle guaine dei pillows potrebbe essere messa in relazione con le sostanze bituminose presenti nella « ialoclastite iniziale » che copre i pillows. Riguardo l’associazione cloriti-montmorillo- nite-calcite-celadonite-analcime sarebbe inte¬ ressante poter stabilire una certa successione nio, non viene ben rappresentata l’intensità della cloritizzazione perchè si trascura la mo¬ lecola Sp. Comunque si separano bene i cam¬ pioni meno alterati (n. 1, 4, 5) in cui la mole¬ cola della base che entra nel pirosseno (Cs) è ancora ben rappresentata (tab. VII) rispetto a quelli più cloritizzati (camp. 7, 6, 3) in cui la molecola Cs non può essere calcolata per¬ ché il calcio (escludendo il carbonato) viene legato solo alla molecola anortitica per l'au- Mg (Fo) Fig. 23 — Diagramma Mg-Fe-Ca. temporale in relazione anche all’intensità del¬ l’alterazione. Dalle osservazioni fatte si può dedurre che le cloriti rappresentano il primo prodotto dell’alterazione (camp. 1,4,5); con la alterazione più spinta del plagioclasio (camp. 3,7) si hanno anche montmorillonite e calcite; infine nelle guaine bianco-verdastre, che at¬ traversano le guaine esterne dei pillows e circondano le variole (fig. 20) rappresentando l’ultimo prodotto dell’alterazione, compare molta montmorillonite e analcime. I caratteri chimici delle varie rocce analiz¬ zate sono stati proiettati nel diagramma mg’/y (fig. 23) soprattutto per compararne i diversi gradi di alterazione più che le quantità degli elementi melanocratici. In questo diagramma, che rappresenta le quantità di Mg, Fe, Ca non legate ad allumi- mento del rapporto al/alk+c in seguito all'al¬ terazione. Il valore di Cs nei camp. n. 1, 4, 5 trova conferma nella presenza del pirosseno in sezione sottile o al Debye. Fra i campioni più cloritizzati si nota an¬ che la particolarità del campione del sili (n. 3) le cui cloriti sono più povere di Mg e più ricche in Fe. L’entità della cloritizzazione credo possa es¬ sere meglio diagrammata (fig. 24) scegliendo dai Valori di Niggli quelli che variano di più in questo processo cioè si, alk (diminuzione), m( aumento); tali variazioni sarebbero comun¬ que presenti anche in un eventuale processo di serpentinizzazione. A titolo indicativo ho inserito nel diagramma di fig. 24 anche un campione (V) proveniente dalla matrice mol¬ to cloritizzata di un pillow di Sudriff (Sviz- — 283 — zera) (Vuagnat, 1946) e una composizione me¬ dia di sole cloriti (C). Tutti i campioni, esclu¬ dendo il camp. n. 3, si allineano quasi su di una retta con verso in direzione di C all'au- mentare della cloritizzazione. Occorre aggiungere che per le neoforma¬ zioni dei minerali descritti si è usato a volte l'espressione « alterazione idrotermale »; co¬ munque alcune di tali trasformazioni sono co- È noto che in rocce basiche a struttura in- tersertale, associate in genere a pillows e pre¬ senti nelle formazioni ofiolitiche si riscontra una spilitizzazione di vario grado (Vuagnat, 1946 - Pellizzer, 1955, 1961 - Galli, 1963 - Giammetti, 1968); tale spilitizzazione si ritie¬ ne formatasi nel corso della genesi di tali roc¬ ce effusive-subeffusive caratteristiche dei de¬ positi di geosinclinale. Queste rocce, che si s i Fig. 24 — Diagramma si-m-alk. - Camp. 1-7: prodotti magmatici del M. Centau¬ rino - V: matrice molto cloritizzata nella zona esterna di un pillow di Siidriff (Svizzera) (Vuagnat, 1946). — C: 100% cloriti, composizione media. muni in ambiente diagenetico alcalino pre¬ sente ad una certa profondità. 5. Classificazione petrografica e assenza di SPILITIZZAZIONE NELLE ROCCE MAGMATICHE DEL M. CENTAURINO. Dalle descrizioni fatte risulta che i prodotti meno alterati sui quali può avere un certo significato la ricerca del tipo petrografie© ori¬ ginario sono il campione n. 1 delle rocce filo¬ niane e i n. 4 e 5 provenienti dai pillows. Prima di parlare del tipo di magma che ha dato origine alle varie manifestazioni presen¬ ti sul Monte Centaurino è bene soffermarsi su un argomento di notevole interesse cioè la spilitizzazione. collegano per chimismo alle rocce basaltiche, contengono un eccesso di soda che ha por¬ tato alla formazione di plagioclasio albitico- oligoclasico. Per alcuni autori la presenza del plagioclasio acido in queste rocce basiche si ricollega alla genesi sottomarina il cui am¬ biente facilitò la formazione degli abbondanti prodotti di alterazione idrotermale e l’arric¬ chimento in sodio; per altri tale arricchimen¬ to può derivare da apporto magmatico alle co¬ late dovuto ad una metasomatosi essenzial¬ mente contemporanea al consolidamento mag¬ matico oppure essere il prodotto di un debole metamorfismo che le avvicina alle prasiniti. Le analisi fino ad ora eseguite sulle varie rocce magmatiche del Monte Centaurino, pre¬ levate a livelli diversi nell'ambito delle rocce — 284 — intrusive e submarine, non suggeriscono una vera spilitizzazione con particolare riguardo alle rocce meno alterate. Il campione delle rocce filoniane (n. 1) che è il meno alterato contiene un plagioclasio primario andesinico-labradoritico (An. 47-50%) e la composizione chimica resta quasi invariata in questo campione e nei prodotti meno al¬ terati dell’effusione submarina cioè parte cen¬ trale di un pillow (camp. 4) e variole (camp. 5). Questi ultimi due campioni indicano, inol¬ tre, l’assenza di « differenziazione in situ », con arricchimento in feldspato sodico dal centro del pillow verso il bordo (variole), ri- II) prelevato ad una quota di circa 100 me¬ tri superiore a quella del n. 1. In tale campio¬ ne in seguito al calcolo troppo alto di Cai ri¬ sulta una quantità di Cs bassissima che in questo caso rappresenta la presenza di anti¬ bolo uralitico; tale minerale è invece abbon¬ dante nella roccia. Tenendo presente queste forti limitazioni si può lo stesso dare un valore indicativo al plagioclasio normativo del camp. 1 (tab. VII) non solo per la minore alterazione ma anche per una buona corrispondenza fra composi¬ zione modale e normativa dei minerali prin¬ cipali; qui, ad esempio, la percentuale del K(KP) Fig. 25 — Diagramma K - Na - Ca. scontrato altrove (Vuagnat, 1946, 1951). In questi ultimi due campioni le osservazioni possibili in sezione sottile e le analisi roent- genografiche indicano la presenza di un pla¬ gioclasio andesinico forse poco più acido di quello presente nel camp. n. 1. Il plagioclasio normativo certamente non può dare indicazioni molto precise perché la alterazione, con conseguente aumento del rap¬ porto al/alk + c, porta a calcolare una quanti¬ tà di molecola anortitica più abbondante del reale. Questo, ad esempio, si può rilevare nell'al¬ tro campione (n. 2) delle rocce intrusive (tab. pirosseno normativo (diopside = 10.4%) non è molto inferiore a quella modale (14%). I- noltre la composizione normativa del plagio¬ clasio resta pressocché invariata e simile a quella- calcolata al microscopio, se si esegue il calcolo normativo sulla base di un piros¬ seno alluminifero chimicamente vicino a quello presente nella roccia (augite); in tal caso il pirosseno sale al 12%. Il calcolo e- ventuale di un’epinorma con la poca clorite presente potrebbe far lievemente diminuire la molecola anortitica. Bisogna comunque aggiungere che soprat¬ tutto nelle zone medio-esterne dei pillows si — 285 — è osservato plagioclasio neogenico acido for¬ matosi per l’alterazione del plagioclasio più basico in cloriti, calcite, prodotti argillosi, sericite e poco epidoto. Il diagramma K-Na-Ca (fig. 25) può rap¬ presentare bene la spilitizzazione progressi¬ va che porta essenzialmente a diminuzione può escludere, soprattuto per i caratteri ri¬ scontrati al microscopio, una spilitizzazione iniziale. Riguardo il tipo petrografico riporto la com¬ posizione chimica e i calcoli petrochimici (tabb. VI-VII) per i campioni n. 1, 4, 5. Nel diagramma tt-k (fig. 25) il valore del TABELLA VI Analisi chimiche e valori di Niggli delle rocce magmatiche del Monte Centaurino meno alterate. Camp. 1 4 5 Valogj; di Niggli e altri parametri Si02 47.38 47.76 47.36 Camp. 1 4 5 Ti02 1.20 1.20 1.20 si 115.4 120.5 115.5 ZrO, 0.03 0.04 tr 2 al 25.9 26.6 25.3 A1203 18.10 18.03 17.61 3.03 f 16.1 , 1 42.0 16.1 . 11.9 F6203 2.63 2.45 i ' 42.2 [ m 25.9 | 1 fm 26.1 i 31.6 FeO 5.11 5.15 3.65 \ 0.13 c 20.6 18.8 20.4 MnO 0.14 _ natr 9.8 . , 11.5 10.3 ( 1 10.1 MgO 7.12 6.94 8.68 kal ! ' 12.4 1.7 ( ! alk 2.1 ( 0.7 CaO 8.20 7.13 8.00 1 BaO tr tr — k 0.15 0.17 0.06 Na20 4.23 4.26 4.28 mg 0.62 0.62 0.73 k2o 1.05 1.32 0.53 Cl, 0.05 0.03 Si ° 0.79 0.81 0.81 so3 0.04 0.11 _ ti 2.2 2.3 2.2 P2Os 0.23 0.20 0.19 aq 37.4 45.0 52.9 h2q- 0.97 1.24 2.22 qz — 30.6 -29.1 — 27.7 H20+ 3.65 4.12 4.28 a 6.36 6.54 5.31 co2 - 0.26 z — 0.60 - 0.63 — 0.38 100.52 100.56 100.45 Magma: gabbrodioritico - natrongabbroide. Camp. 1 - Rocce filoniane della zona del condotto quota m. 1100 circa l/m. Zona a Sud di Scanno delle Nocelle. » 4 - Parte centrale di un grosso pillow, quota m. 1000 circa. Zona a Nord di Scanno delle Nocelle » 5 - Variole isolate dalla matrice cloritica nella zona esterna dei pillows. Stessa zona. di calce, aumento di soda e acqua e ad un valore di k molto basso. Nel diagramma è tratteggiata l'area della spilitizzazione (base con CaC03) di alcune spiliti e pillows della Svizzera (Vuagnat, 1946); i punti di tali roc¬ ce si trovano in vicinanza del lato Na-Ca e convergono verso il vertice Na. Dalle analisi chimiche eseguite si ricava che tale spilitiz¬ zazione non è apprezzabile nelle rocce meno alterate del Monte Centaurino sulle quali si è studiato il tipo petrografico originario. Nei tipi più alterati con cloriti ferrifere non si coefficiente re indica la percentuale di anortite rispetto alla somma, essenzialmente, dei feld¬ spati presenti; il basso valore di k e il valo¬ re tz intorno a 0.38 per i tre campioni indicano una composizione andesinica del plagioclasio. Nel diagramma mg'-y (fig. 23) il valore (>0.60) di mg', che esprime la percentuale di Mg non legata ad Al rispetto a Mg+Fe, può suggerire una percentuale più alta dell’olivina rispetto al pirosseno nei tre campioni dove la magnetite è poca. Nel diagramma Q-L-M (fig. 26) i tre cam- — 286 — pioni si collocano al di sotto della linea di saturazione PF, presso la linea FR del trian¬ golo FRL che esprime una paragenesi di feld¬ spato (plagioclasio), pirosseno, olivina con foidi. Il « coefficiente di saturazione » (a) dei campioni oscilla intorno al valore zero (fig. 26), è quindi al di sotto della linea di satura¬ zione PF (a = + l) e si colloca in vicinanza della linea FM (a = 0); il valore negativo di qz — 29) e quello di Si° (™ 80) indicano essenzialmente la presenza di olivina e subor¬ dinatamente feldspatoidi (nefelina) oltre che del pirosseno alluminifero. In base ai valori di fm (media = 42.6) e di al (25.9) le rocce possono essere classificate « se- mifemiche », « relativamente povere in alcali » (alk (campo B/7) la cui com¬ posizione non è lontana dai basalti ad andesi- tali classificazioni ha un certo limite dovuto al fatto che i tre campioni non sono del tutto indenni dall’alterazione (cloriti soprattutto) in seguito alla quale si può pensare che ci siano state lievi variazioni di Si02, CaO, alcali (diminuzione) e MgO (aumento). TABELLA Vili 1 si al fm ! c alk k mg 1 qz media dei campi n. 1, 4, 5 del M. Centaurino 117.1 25.9 42.6 19.9 11.6 0.13 0.66 — 29.1 media dei magmi hawaiitici (Macdonald, 1960) 122.0 23.3 41.7 21.5 13.5 0.19 — 32.0 na ed olivina (hawaiiti) (Rittmann, 1952). Le percentuali mineralogiche modali del camp. n. 1, che sono in discreto accordo con quelle normative, possono essere proiettate nel tetraedro definito da olivina-mafiti-albite- anortite che delimita i campi delle famiglie Il tipo di plagioclasio e soprattutto l’indice di colore tendono a far classificare tali rocce fra le andesiti basiche. Le varie caratteristiche petrochimiche e mineralogiche possono sugge¬ rire l'espressione « basalti andesitici ad ande- sina ed olivina» essenzialmente di serie sodica ■— 288 — con un buon riscontro nel tipo hawaiitico che, come definito da Macdonald, è di composi¬ zione intermedia fra i basalti alcalini olivinici e le mugeariti; tali rocce del Monte Centauri¬ no anche per l’assenza di orneblenda primaria ed iperstene appartengono alla serie oceanica (Macdonald, 1960). La presenza di pirosseno titanifero e la pro¬ babile diminuzione di alcali per l’alterazione possono indicare che la roccia originaria fosse un basalto audesitico più francamente alca¬ lino. L'età della messa in posto e la giacitura di queste rocce possono suggerire che si tratta di una manifestazione particolare più recente delle attività ofiolitiche e avvenuta negli ulti¬ mi stadi di riempimento della eugeosinclinale nella fase sinorogenetica. Bisogna tener pre¬ sente però che il carattere petrografico, e quindi probabilmente la genesi magmatica, si discostano dalle rocce sinorogenetiche, tipica¬ mente alcali-calciche (andesiti e daciti), colle¬ gate casualmente con questa fase embrionale del ripiegamento dell’Appennino (Marinel¬ li, 1967). Infatti gli studi alquanto recenti sulle trac¬ ce di vulcanismo verificatosi fra l’Eocene me¬ dio e il Miocene medio in vari punti dell’Ap- pennino e in Sicilia indicano che si tratta di prodotti alcali-calcici andesitico-dacitici. Ad esempio marne mioceniche (Elveziano) contenenti vetro vulcanico acido scoriaceo so¬ no state rinvenute nell’Appennino meridionale nella zona di Ariano Irpino (prov. di Avellino e Foggia); prodotti simili si rinvengono nelle Marche e in Sicilia (Dessau, 1952). Intercala¬ zioni cineritiche con vetro a composizione da dacitica a riolitica si rinvengono nei sedimen¬ ti oligocenici e miocenici in facies di flysch dell’Appennino centro-settentrionale (Mezzet- ti, Oliveri, 1964). Nell’Appennino settentrio¬ nale si rinvengono tufiti e conglomerati con ciottoli di lava di età eocenica a chimismo andesitico e dacitico nelle formazioni in fa¬ cies di flysch (Elter, Gratziu, Labasse, 1964 - Gratziu, 1967) e inoltre emeriti mioceniche riodacitiche (Gì ammetti, Mezzadri, Papani, 1968). Riguardo l'età, come si è detto, il magmati¬ smo affiorante al Monte Centaurino nel flysch del Cilento deve essere compreso fra l’Eocene e l’Oligocene (Miocene?). Il tipo petrografico (hawaiitico) di serie al¬ calina è invece piuttosto diverso da quello di serie alcali-calcica prima citato e caratteristi¬ co delle regioni orogenetiche dei continenti; come è noto le hawaiiti fanno parte dei tipi di rocce della serie oceanica, tale serie può essere comunque presente anche nelle regioni continntali (Macdonald, 1960). Può essere interessante notare che nel flysch del Monte Centaurino in corrispondenza dei livelli olistostromici, si rinvengono ciottoli la¬ vici, non collegati con l’affioramento descrit¬ to, a struttura porfirica con fenocristalli di quarzo e feldspato. In sezione sottile questi « fenocristalli », soprattutto il quarzo, presen¬ tano fenomeni di corrosione e sono immersi in una massa di fondo costituita da piccoli granuli della stessa natura a contorno fra- stagliato e semicompenetrati. Tali rocce, pre¬ vedibilmente, si classificano come rioliti-rio- daciti e potrebbero essere di origine ana¬ lettica. Un numero maggiore di campioni possibil¬ mente non alterati potrebbe illustrare meglio la genesi delle rocce hawaiitiche del Monte Centaurino. Anche se tali rocce sono ingloba¬ te in arenarie feldspatiche con plagioclasio medio-acido non si hanno prove petrografiche e geologiche per ipotizzare un’assimilazione di questi sedimenti; piuttosto si deve pen¬ sare che si tratta di magmi leggermente dif¬ ferenziati essenzialmente per cristallizzazione frazionata e risaliti lungo fratture verifica- tesi sul bordo della fossa nel corso delle ul¬ time fasi di riempimento della geosinclinale. Conclusioni (*) Le rocce magmatiche in giacitura primaria affioranti nella successione del flysch del Ci¬ lento (zona di Monte Centaurino), sono costi¬ tuite da facies subeffusive ed effusive subma¬ rine di un magma della serie atlantica che nel¬ la classificazione come vulcanite può essere definito basalto andesitico ad andesina ed oli¬ vina (hawaiite). La facies subeffusiva è rappresentata da una massa principale discordante rispetto alla stratificazione, dalla quale si dipartono apofisi disposte parallelamente o trasversal¬ mente agli strati. La facies effusiva submarina è rappresen¬ tata da lave a cuscino sormontate da un tipo di « ialoclastite iniziale » ad andamento stra- toide ricca di sostanze bituminose. Questi prodotti magmatici rappresentano un espandimento sottomarino con un rigon¬ fiamento in corrispondenza del condotto di alimentazione. Nella zona prossima al con¬ dotto le rocce con struttura ofitica interser- tale sono sormontate da un livello lentico- lare di brecce magmatico sedimentarie; late¬ ralmente e superiormente le rocce sono co¬ stituite da lave a cuscino e da lave autocla¬ stiche (facies effusiva submarina). La successione è chiusa da una tufite stra- toide considerata una « ialoclastite iniziale ». La paragenesi iniziale di tali rocce è plagio- clasio andesinico-labrodoritico, augite tita¬ nifera, olivina. Con l’alterazione di tali mine¬ rali si sono neoformati molte cloriti di va¬ rio tipo, calcite, montmorillonite, analcime, celadonite, epidoto. Nei prodotti subeffusivi, nei pillows e nel¬ le varie zone di quest 'ultimi si è osservato nei materiali poco alterati una costanza del¬ la composizione chimica che fa pensare alla assenza di un chiaro fenomeno di spilitizza- zione. Nell’ambito dei pillows si sono osser¬ vate le caratteristiche variazioni di struttura lungo il raggio. L’età delle manifestazioni dev’essere com¬ presa tra l’Eocene e l’Oligocene (Miocene?). L’instabilità tettonica del bacino di sedi¬ mentazione che ha favorito l'ascesa del mag¬ ma è testimoniata della presenza, a più livelli nella serie di depositi estranei al bacino di sedimentazione (olistostromi) di età maastrich- tiano-paleocenica. La singolarità delle manifestazioni mag¬ matiche del Monte Centaurino risiede nel fat¬ to che esse si sono verificate in fase di riem¬ pimento del bacino di eugeosinclinale e non in fase di « vacuità » della fossa. (*) A cura di entrambi gli autori. 19 BIBLIOGRAFIA Aubouin J., 1958 - Essai sur l’évolution paléogéogra- phique et le développement tecto-orogénique d’un sy stèrne géosynclinal : le secteur grec des Dinari- des. Bull. Soc. Géol. France, 8(6): 731-748. Aubouin J., 1965 - Geosyncline. pp. 335, figg. 67, El- sevier Pubi. Comp. Amsterdam. Beneo E., 1955 - Les résultats des études pour la re- cherche pétrolifére in Sicile. IV World Petrol. Congr., Roma. Bonatti S., Franzini M., 1961 - Metodo per la deter¬ minazione dei plagioclasi di alta e di bassa tem¬ peratura alla piattaforma di Fedoroff. Per Min., 30. Bortolotti V., 1962 - Stratigrafia e tettonica dei ter¬ reni alloctoni ( ofioliti ed alberese) nei dintorni di Pieve S. Stefano (Arezzo). Boll. Soc. Geol. 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Wi- ley and Sons, New York. NDICE Riassunto . pag. 249 Abstract . » 249 PREMESSA . » 250 PARTE GEOLOGICA (E. Cocco) 1. Inquadramento geologico . . . . . » 252 2. Descrizione degli affioramenti . . » 253 3. Considerazioni sulle manifestazioni magmatiche .......... » 261 PARTE PETROGFRAFICA (P. Di Girolamo) 1. Introduzione . . » 265 2. Prodotti filoniani (zona del condotto, sills, brecce) ........ » 265 2.1. Descrizione macroscopica . . . . . » 265 2.2. Descrizione in sezione sottile . » 266 2.3. Analisi termodifferenziali e roentgenografiche . » 269 2.4. Analisi chimiche . » 271 3. Prodotti dell'effusione sottomarina (pjllows e prodotti ialoclastitici) .... » 272 3.1. I pillows . . » 273 a) descrizione macroscopica . . » 273 b) osservazione in sezione sottile: le variazioni di struttura lungo il raggio. . » 273 c) analisi termodifferenziali e roentgenografiche ........ » 276 d) analisi chimiche . . » 278 3.2. I prodotti ialoclastitici . . » 280 4. I tipi di alterazione nelle rocce magmatiche del M. Centaurino . » 281 5. Classificazione petrografica e assenza di spilitizzazione nelle rocce magmatiche del M. Centaurino . » 283 CONCLUSIONI .................. » 289 Bibliografia . . » 290 TAVOLA a — Cuscino di lava di forma pressocchè sferica con giunti radiali di fessura¬ zione e guaina di materiale cloritico. Zona a nord di Scanno delle Nocelle. b — « Occhi di quarzo » ( quarti eyes, Shrock 1948) presenti in un cuscino di lava. Zona a nord di Scanno delle Nocelle. Mem. Soc. Natur. in Napoli Cocco E., Di Girolamo P. - Magmatismo hawaiitico, ecc. - Tav. I. Fig. a Fig. b TAVOLA II a — Cuscino di lava di diametro intorno a 1,5 m, con giunti radiali di fessura¬ zione, circondato da una guaina di materiale cloritico. Zona a nord di Scanno delle Nocelle b — Pillow lavas di vario diametro con adattamento plastico ed interpo¬ sizione di matrice cloritica. Zona a nord di Scanno delle Nocelle Mem. Soc. Natur. in Napoli Cocco E., Di Girolamo P. - Magmatismo hawaiitico, ecc. - Tav. II. Fig. a Fig. b TAVOLA III a — Pillow lavas di vario diametro e forma. Zona a nord di Scanno delle Nocelle b — Particolare di guaine cloritizzate al contatto fra vari pillows. Zona u nord di Scanno delle Nocelle Mem. Soc. Natur. in Napoli Cocco E., Di Girolamo P. - Magmatismo hawaiitico, ecc. - Tav. Ili Fig. a Fig. b TAVOLA IV a — Siltoareniti in lamine con spessore dell’ordine di qualche cm (al di sopra della linea tratteggiata) deformate probabilmente da piccole iniezioni filoniane (al di sotto della linea tratteggiata). Zona Rupe di S. Paolo b — Brecce magmatico sedimentarie. Contatto tra un elemento basico (a si¬ nistra) e un elemento sedimentario (a destra). Zona Rupe di S. Paolo Mem. Soc. Natur. in Napoli Cocco E., Di Girolamo P. - Magmatismo hawaiitico, ecc. - Tav. IV. Fig. a Fig. b La personalità delle piante Nota del Socio GIUSEPPE CATALANO (Tornata del 9 giugno 1969) RIASSUNTO La moltiplicazione vegetativa mette in evidenza nelle piante la « personalità individuale » comune ad ogni Vivente terrestre, e cioè il complesso dei caratteri formali ed astratti per cui ogni individuo afferma ed impone temporaneamente (spesso anche coll'aiuto dell’uomo) la sua presenza nell’ambiente nei confronti cogli altri Viventi della stessa o di diversa specie. La personalità individuale è perciò inutile ai fini dell’evoluzione, poiché non si trasmette colla riproduzione sessuale. Scomparsa la moltiplicazione vegetativa, negli Animali superiori (Vertebrati) ha preso il soprav¬ vento la « personalità » psichica, che nei Vegetali ha il suo equivalente in una personalità che si potrebbe chiamare « specifica », che si afferma e s'impone grazie alla nascita di nuovi individm figli ed alla possibilità della loro selezione naturale. SUMMARY The vegetative multiplication of thè Plants exhibits thè « plant-personality », that is thè whole of thè formai and abstract characters by which thè vegetable Individuum maintains and imposes his presence in thè ambient (often by thè man's aid). The individuai personality of thè plants is the- refore useless for thè evolution, since it isn’t transmittable by thè sexual reproduction. The Animals have likewise thè individuai personality, but in thè Vertebraten thè vegetative moltiplication disappears; in its place thè psichical personality comes about. This has its equivalent in thè plants in thè personality of thè species, that maintains itself by means of thè naturai selec- tion of thè sons. L'idea di « personalità » discende ovviamen¬ te da quella di « persona » che è argomento di competenza della Psicologia; sarà utile, pertanto, in primo luogo, sgombrare il campo in cui si muove l’idea della « personalità » delle Piante da ogni possibile causa di equi¬ voco. Nelle Piante infatti si nega o almeno si considera fortemente discutibile l'esistenza di facoltà psichiche; tuttavia una compara¬ zione fra taluni fatti della vita di relazione propri delle varie categorie di Viventi che popolano il mondo, fra i quali le Piante hanno un posto importante, e il cercare di compren¬ derli alla stregua della stessa grande verità biologica che è l'evoluzione, è cosa sempre lecita e possibile e può riuscire interessante. Cominciamo con l'osservare che fra i due concetti di « persona » e di « personalità » vi è qualche sostanziale differenza. La « perso¬ na » infatti appartiene al Vivente umano ed è, in pratica, la coscienza più o meno aper¬ tamente proclamata che ogni individuo uma¬ no, nei vari momenti delia vita, ha di sè stesso, della sua libertà, delle sue facoltà, della soggezione alle forze dell'ambiente ed ai suoi simili e dei mezzi di cui dispone per reagire adeguatamente. Così intesa, in ultima analisi, essa risulta essere il più nobile pre¬ sidio dell'autoconservazione, che è un prin¬ cipio biologico veramente universale, che governa cioè l'esistenza di tutti gli organismi viventi. La « persona » risulta quindi dal¬ l'equilibrio di tutte le facoltà e di tutti i caratteri di ogni individuo umano; in ogni individuo umano vi è perciò sempre una « persona »; tuttavia esso consegue questa con¬ sapevolezza solo dopo una sufficiente espe¬ rienza dell'ambiente in cui si sviluppa. Tale coscienza è infatti solo latente o potenziale nell’individuo umano giovanissimo; il suo sviluppo armonico ed equilibrato è un inte¬ resse sociale e come tale è vigilato da norme e leggi ispirate dal patrimonio etico e morale di ogni popolo (1). (1) Nella impossibilità di approfondire qui un tale argomento che del resto non ci appartiene, riman¬ diamo il Lettore alla recentissima opera di C. G. Jung: L’Io e l’Inconscio (U. E. Boringieri; Torino 1967), dove si sostiene che la persona è « un seg¬ mento più o meno accidentale o arbitrario della psiche collettiva », di cui, secondo il significato ori¬ ginario della parola, è « solo una maschera, che simula l’individualità ». — 296 — Quanto invece alla « personalità », essa ap¬ partiene pure, per eccellenza, al Vivente uma¬ no; restando per il momento nell’àmbito di questo, occorre rilevare che essa si mette in evidenza grazie ai caratteri ideali e formali dei singoli individui, a cominciare dal sesso e dai suoi attributi secondari. Essa quindi costituisce argomento di natura schietta¬ mente ecologica, che si presta ad uno studio comparativo. È ben difficile od addirittura impossibile che i caratteri ideali e formali che compongono la personalità siano sempre esattamente calibrati secondo un metro uni¬ forme in tutti gl’individui viventi; per la qual cosa in ogni persona emerge sempre qualcuno di essi sugli altri, in modo più o meno rile¬ vante o appena percettibile, tale comunque da fare di quella persona una « personalità ». Così, ad es., quando vediamo che un nostro simile si distingue dagli altri per la sua forza fisica, per la sua destrezza, per la sua abilità o perfino solo per la particolare armonia del¬ le sue fattezze esteriori (specialmente nell’in¬ dividuo di sesso femminile) diciamo che esso è una « personalità ». Lo stesso accade quando un nostro simile emerge per caratteri qualita¬ tivi ossia per qualche attitudine intellettuale, per qualche predilezione, per la sua cultura, per la sua memoria, per il talento artistico o sportivo, per il gusto raffinato e così via. E fi¬ nalmente vi sono anche nostri simili che emer¬ gono, a partire da un dato momento della loro esistenza, per doti spirituali, quali la bontà, l’onestà, la saggezza, l’amore per il prossimo e via di seguito. È facile comprendere come, associandosi fra loro nello stesso indi¬ viduo caratteri morfologici con questi ora detti nelle infinite sfumature e variazioni con¬ cepibili, possano insorgere nei vari individui umani altrettante combinazioni, e cioè altret¬ tante « personalità » individuali tutte diffe¬ renti ed inconfondibili, come differenti ed inconfondibili sono tutti gl’individui della specie umana per le loro fattezze esteriori. Questi individui, adunque, a causa di qual¬ che loro carattere emergente, godono di un certo prestigio sui loro simili, destando sen¬ timenti di ammirazione, di lode, di rispetto. Naturalmente, accanto a quelli sopra indicati occorre considerare, quali fattori di « per¬ sonalità », anche i caratteri eguali e contrari e quindi l'emergere di personalità che invece destano nei loro simili sentimenti meno buo¬ ni, ossia di biasimo o almeno di indifferenza. L'ammirazione, come il biasimo, può raggiun¬ gere talora livelli esageratamente alti, quasi morbosi ed assumere l’aspetto quasi di un « culto » o rispettivamente di una persecu¬ zione, come recenti drammatici esempi ci hanno dimostrato. Lasciando, pertanto, ai competenti lo stu¬ dio della « persona », vediamo, in base a quanto sopra abbiamo considerato se il con¬ cetto pratico di « personalità » può essere esteso, per analogia, agli altri Viventi che popolano la terra e cioè agli Animali ed alle Piante, rivelandosi per tal modo un argomen¬ to di studio che rientra nella competenza dei Biologi. Che negli Animali esista una « persona¬ lità » è un’idea generalmente ammessa, in par- ticolar modo se si considerano gli Animali superiori, ossia i Vertebrati e più specialmen¬ te i Mammiferi. Una tale idea balza evidente se si osservano le abitudini contratte durante la vita di relazione dei singoli individui assai più che i loro istinti ereditari. Scrive in pro¬ posito il Munro Fox (2) che l'insetto e, in minor grado l’uccello, è più stereotipato ed ha meno personalità che non il mammifero, il quale, al contrario, ha meno istinti e perciò più personalità. L’uomo, aggiunge il Munro Fox, è l’animale che ha maggior per¬ sonalità, perché le azioni umane dipendono principalmente da abitudini acquisite indi¬ vidualmente, nonché per l’uso della ragione, per quanto, forse, meno di quanto ci lusin¬ ghiamo. Ciò permette di fare dei raffronti assai istruttivi. È ben noto che l'uomo ha ricono¬ sciuto negli animali coi quali nel corso della sua evoluzione, è venuto a mano a mano in contatto, gli stessi caratteri psichici di cui egli stesso ha esperienza, in quanto contraddistin¬ guono spesso la sua stessa personalità; in al¬ cuni animali, anzi, taluni di questi caratteri sono assai meglio conclamati che nell’uomo stesso. Naturalmente qui entrano in iscena gli attributi psichici buoni o cattivi relativamente all’interesse umano, che sussistono promiscua¬ mente nel fondo della psiche di ogni Vivente; (2) H. Munro Fox, La personalità degli Animali (trad. di M. L. Dionisotti) Feltrinelli 1960. — 237 tali attributi si mettono in evidenza, in ogni specie di animale, per le abitudini contratte durante la vita di relazione dei singoli indivi¬ dui nel particolare ambiente proprio di cia¬ scuno di essi, a causa sopratutto del regime alimentare, della necessità di difendersi dai nemici, della necessità di conquistare il pro¬ prio spazio vitale e così via. Ricordiamo, fra tali attributi psichici, ad es., la mansuetudine o, rispettivamente, la ferocia, la timidezza o l'audacia, la pazienza o l'irascibilità e così via. Essi si trovano tutti, tanto nei mammi¬ feri erbivori che carnivori. Ad esempio, il leo¬ ne, animale feroce per eccellenza, come è noto, può essere ridotto a mansuetudine cambiando le abitudini della sua vita di relazione, pur con grandi differenze da un individuo all’altro. L’istinto, in questo caso, ha certamente una parte importante; infatti la leonessa è più dif¬ ficilmente riducibile a mansuetudine che non il maschio, appunto a causa dell'istinto della difesa della prole, che è immanente nella fem¬ mina. Comunque, quando un carattere astratto, come qualcuno di quelli sopra accennati, emer¬ ge ecclissando gli altri, la specie animale di¬ venta per l’uomo un simbolo del carattere, di cui egli stesso ha esperienza personale. Così i cani, come è noto, simboleggiano la fedeltà e l'amicizia; la volpe è stata presa « ab imme¬ morabili » come simbolo dell'astuzia, l’asino della pazienza e così via. Questi caratteri astrat¬ ti giovano, come si è detto, a definire dal punto di vista psicologico, le singole specie di ani¬ mali; per la qual cosa è bene parlare anzitutto, negli animali, di una « personalità specifica », la cui finalità biologica è sempre l’autoconser- vazione; le reazioni che suscitano nei singoli individui sono sempre reazioni di movimento, spesso accompagnate da manifestazioni vocali, che esprimono sentimenti di ira, di terrore, di dolore, secondo i casi. Così dunque si può ammettere che tutti i caratteri psichici, di cui l’uomo ha esperienza, sono presenti in tut¬ ti gli animali terrestri; solo che il regime ali¬ mentare, il clima, l’ambiente, ecc. determinano il prevalere dell’uno o dell’altro. Per questo non può destare meraviglia il fatto che anche animali abitualmente feroci, come sopra è sta¬ to accennato, cambiando abitudini, possano di¬ ventar mansueti o, per converso, animali man¬ sueti, quali sono tipicamente gli erbivori, pos¬ sono diventare occasionalmente feroci (e que¬ sto accade specialmente coi maschi, come arie¬ ti, tori, alci ecc.)) combattendo fra loro o con¬ tro animali di altra specie o contro l’uomo stesso. Considerato in sé stesso, ogni individuo ani¬ male ci appare come una quantità trascurabile, nel grande giuoco delle forze della Natura; ciò malgrado, presso alcuni popoli di antica civiltà, come ad es. presso gl’indiani, gl'individui di talune specie di animali (scimmie, bovini, ecc.) sono considerati come sacri ed è vietato recar loro offesa od ucciderli. Ciò è invece privilegio della specie umana, nella quale la personalità individuale si confonde con la personalità spe¬ cifica, dato e concesso che la specie umana è unica e cioè non comporta suddivisioni siste¬ matiche; la qual cosa rende preminente l’inte¬ resse della conservazione del singolo individuo, che è oggetto di cure per salvaguardarne la sa¬ lute e prolungarne la vita il più possibile. Uno dei concetti più saldamente acquisiti nella Biologia moderna è che, sia i caratteri formali che quelli ideali o psichici, di cui so¬ pra abbiamo parlato, in ogni Vivente siano materialmente rappresentati da particelle o da particolari sostanze chimiche riunite nella ma¬ teria nucleare e più specialmente nei gameti. Queste particelle o queste particolari materie chimiche responsabili della continuità geneti¬ ca costituiscono il così detto « corredo geneti¬ co » di ogni specie Vivente (3). Pertanto, il fatto che talora un individuo di una determi¬ nata specie animale o vegetale differisce dai suoi simili per qualcuno di questi caratteri somatici o psichici, si presume sia dovuto alla presenza nel suo corredo genetico di una par¬ ticella o di una sostanza più spiccatamente at¬ tiva o addirittura diversa da quelle normali proprie della specie. La qual cosa può accade¬ re, in particolar modo, quando si considera la discendenza di genitori così differenti da potersi assegnare a due distinte entità sistema¬ tiche, quali, per lo meno, la razza nell’ambito di una determinata specie o a due specie nel¬ l'ambito di un determinato genere o ancora, ma più di rado, a due generi diversi della stes¬ sa famiglia. In tali casi la discendenza, come è noto, si dice « ibrida ». Ma anche ogni crea- (3) Il Lettore desideroso di notizie aggiornate sul¬ l’argomento può consultare il volume recentemente pubblicato da Boringhieri: Il codice della Vita, di E. Borek (Torino, 1966). — 298 — tura che nasce per la riproduzione da genitori della stessa razza è sempre diversa dai geni¬ tori stessi. Infatti, come abbiamo già rilevato, non vi sono giammai due individui capaci di riprodursi che si possano dire perfettamente eguali fra loro. È suffìcinte, per la conserva¬ zione e per la evoluzione della specie, che i ge¬ nitori siano semplicemente estranei l’uno al¬ l’altro, cioè, per lo meno, nati e vissuti in am¬ bienti lontani della stessa madre patria. È chiaro però, in tal caso, che entrano in iscena variazioni individuali dipendenti dall’a¬ dattamento alle diverse condizioni di vita ed alle abitudini che per esse vengono contratte. Sorge in tal modo un interesse del tutto indivi¬ duale, spesso in contrasto con quello della specie, sopratutto perché si afferma mediante la «moltiplicazione vegetativa» dell’individuo stesso, la quale, nel mondo dei Viventi, è una funzione del tutto generale. Essa infatti di¬ scende dal processo stesso primordiale dell’ac¬ crescimento del corpo vivente, che come è no¬ to, avviene grazie alla nutrizione, ossia alla as¬ similazione di sostanze organiche od inor¬ ganiche tratte dall’ambiente e trasformate in sostanza organizzata simile a quello dell’indi¬ viduo che si nutre. La nutrizione perciò mette capo all’aumento del volume del corpo vivente e per ultimo alla sua divisione in porzioni si¬ mili, che possono restare legate al corpo, che quindi si accresce, ovvero staccarsene e rico¬ minciare altrove in modo autonomo il mede¬ simo processo. In quest'ultimo caso si ha più propriamente la moltiplicazione vegetativa del¬ l’individuo, ossia una conservazione dell'indivi¬ duo che manifestamente nulla ha che vedere colla riproduzione. La moltiplicazione vegetativa è presente in ogni ordine e grado di Viventi vegetali, nei qua¬ li, come è noto, l'accrescimento è localizzato in cellule determinate (i così detti « apici vegeta¬ tivi »), che possono pertanto dar luogo ad or¬ ganismi, le cui singole parti si ripetono inde¬ finitamente in uno stesso corpo che diventa voluminoso, ovvero se ne possono staccare e condurre vita autonoma. Anche negli Ammali la moltiplicazione vegetativa dovuta all'accre¬ scimento è presente, nei Protozoi e nei Metazoi di più bassa organizzazione (Poriferi, Celen¬ terati) ed anche in alcuni ad organizzazione relativamente più complessa, come i Tunicati. Nei Vertebrati, invece, l’accrescimento dei sin¬ goli organi non può sboccare in una divisione del corpo individuale, a causa della concentra¬ zione delle principali funzioni vitali in alcuni organi fondamentali. Ciò malgrado, non si può dire che la moltiplicazione vegetativa sia to¬ talmente scomparsa nei Vertebrati, potendo¬ sene ancora osservare qualche vestigia, ad es. durante la vita embrionale, quando cioè anco¬ ra non si è del tutto conclamata quella concen¬ trazione delle funzioni fondamentali in pochi organi, cui sopra abbiamo fatto cenno. Così, ad es., nella specie umana i così detti « gemelli monoovulari » possono essere considerati co¬ me il risultato di una moltiplicazione vegetati¬ va che interviene in uno stadio precocissimo della vita dell’individuo. Essi sono dovuti in¬ fatti alla bipartizione di un ovulo appena fe¬ condato; i gemelli monoovulari sono quindi, in sostanza, un solo individuo biologico; infatti i due organismi autonomi che si sviluppano ulteriormente da ciascuna metà dell’ovulo fe¬ condato sono sempre dello stesso sesso e vir¬ tualmente eguali, salvo le differenze che insor¬ gono in conseguenza della loro ulteriore vita di relazione, sia nel dominio dei fatti psichici che in quello dei fatti prettamente fisiologici. Talora, come pure è ben noto, la divisione del¬ l’ovulo fecondato che mette capo ai gemelli monoovulari è incompleta o difettosa; la qual cosa è causa della mostruosità, nota sotto l’espressione « nascita di fratelli siamesi ». Sotto il medesimo profilo di una filosofia biologica, la creazione di Èva, così come ci è raccontata nel Genesi, può essere interpretata come una eccezionale, miracolosa dimostrazio¬ ne della possibilità della moltiplicazione vege¬ tativa di un organismo altamente differenziato quale quello umano, in cui è praticamente scomparsa. Si legge, infatti, testualmente, nel Genesi (2,21 e segg.): ...mentre dormiva (l'Uo¬ mo), Dio prese una delle sue costole e richiuse la carne in luogo di essa, e costruì una donna dalla costola che aveva preso dall’uomo; e dis¬ se l’uomo: « questa volta sì, è osso delle mie ossa e carne della mia carne... per questo si chiamerà virago, poiché fu tratta dall’uomo...». D’altra parte occorre riflettere che la miraco¬ losa moltiplicazione vegetativa, che spiega scientificamente la creazione di Èva, mise bensì capo ad un organismo umano identico a quel¬ lo da cui fu prelevata la parte destinata alla moltiplicazione stessa, salvo che per il sesso. — 299 — Ma il sesso è un carattere esistente virtual¬ mente in ogni organismo vivente (« ermafro¬ ditismo primordiale »); l'uno o l’altro dei ses¬ si si mette in evidenza normalmente sotto la influenza di particolari stimoli biochimici in¬ terni, ovvero sotto quello di particolari azioni ambientali durante lo sviluppo, generalmente ad uno stadio ancora molto giovanile. Che l’uno o l'altro dei sessi si conclami definitiva¬ mente ad uno stadio dello sviluppo piuttosto avanzato è invece un fatto piuttosto raro nel¬ l’organismo umano, ma quando si verifica es¬ so può essere controllato e facilitato mediante opportuni interventi chirurgici, come provano i clamorosi fatti di « cambiamento di sesso » di individui umani pervenuti ad una certa età. Con questi fugaci richiami vogliamo sempli¬ cemente ricordare che nessun essere vivente, neppure lo stesso organismo umano e meno che mai l’organismo vegetale, in cui è rima¬ sta la prerogativa originaria della moltiplica¬ zione vegetativa, è giammai maschio o fem¬ mina al cento per cento; vi è sempre qualche cosa o qualche carattere, visibile od invisibile del sesso rimasto latente a causa della domi¬ nanza dell'altro; ciò valga altresì per quanto riguarda i caratteri psichici astratti comuni ad ogni vivente, qualunque ne sia il sesso e per persuaderci con questo dell’unità fonda- mentale della Natura vivente terrestre, che pur si presenta così varia e multiforme ai nostri occhi. Il Lettore benevolo vorrà concederci venia se abbiamo indugiato alquanto su argomenti apparentemente estranei a quello propostoci; ma ciò è stato necessario per rendere plau¬ sibile l’estensione alle piante dell'idea della « personalità » colle dovute cautele e per te¬ ner conto delle evidenti differenze che distin¬ guono le piante dagli altri Viventi. Va in primo luogo rilevato che, come nella umanità e come nel mondo degli animali, la personalità delle piante presume un campo di azione; ogni soggetto, individuo o specie che sia, può diventare una « personalità » solo relativamente a un mondo di propri simili. E questo perché « personalità » è anzitutto un concetto ecologico. Infatti anche le piante hanno una evidente vita di relazione, sia con i loro simili, sia con le innumerevoli specie di animali e con l’umanità stessa. Espressio¬ ni esteriori di questa vita di relazione delle piante sono sempre i movimenti, che però nelle piante superiori sono sempre parziali, riguardano cioè i singoli organi; ma lo sono anche e sopratutto le infinite modificazioni che intervengono nelle modalità dell’accresci¬ mento e del comportamento delle cellule in cui questo è localizzato e pertanto i cambia¬ menti di direzione, di ritmo, e perciò la for¬ ma stessa degli organi che man mano si svi¬ luppano. Mancano invece nelle piante mani¬ festazioni sonore spontanee e perciò manca la possibilità di una espressione di sentimenti per tal modo. Con particolare evidenza si presenta l’idea della personalità nelle piante nei casi in cui è in giuoco soltanto l’interesse dell’individuo, la qual cosa accade appunto assai sovente nella specie umana. Questi casi nelle piante sono quasi sempre rapportabili ad uno squi¬ librio che interviene, per cause svariate, fra l'accrescimento vegetativo nelle sue svariate modalità e la riproduzione sessuale, che può essere più o meno mortificata o soppressa del tutto. Emergono allora delle personalità « in¬ dividuali », in tutte quelle piante che, in con¬ dizioni edafiche o, in genere, di ambiente par¬ ticolarmente favorevoli, affermano prepoten- lemente la loro individualità per mezzo del- Faccrescimento e della moltiplicazione vege¬ tativa. Illustreremo tutto ciò con alcuni esem¬ pi che ci sembrano più altamente dimostra¬ tivi. Della Flora messicana fanno parte, come è noto, le specie del genere Agave, una Ama- ryllidacea plurienne, a foglie carnose, ricche di fibra, che spesso viene estratta per farne cordami. I fiori sono portati da una grandiosa infiorescenza, che si ramifica a candelabro; sono ricchissimi di miele e vengono impolli¬ nati dai colibrì. Parecchie specie di Agave so¬ no divenute familiari anche del paesaggio me¬ diterraneo, perché introdotte per ornamento o per estrarne la fibra; una di queste è VA. sisalana, la quale, però, non esistendo nel no¬ stro paese i pronubi adatti, è condannata alla sterilità. Gl’individui della predetta specie (e di altre affini) adattatisi al clima mediterra¬ neo mostrano allora un singolare comporta¬ mento: nelle loro infiorescenze dopo la lunga e vana fioritura, le ultime gemme fiorali si trasformano in gemme vegetative, dando luo¬ go ad una grande quantità di bulbilli, cioè di — 300 — piantine in miniatura. Subentra in tal modo un’abbondante moltiplicazione vegetativa al posto della riproduzione sessuale venuta a mancare a causa dell’espatriamento. E difficile non riconoscere in tale compor¬ tamento degl’individui delle specie di Agave sopra menzionate e di altre che si compor¬ tano similmente, qualche cosa di analogo ad una personalità individuale, che li distingue dagli altri che vivono e si riproducono nor¬ malmente in patria. Questa interpretazione è avvalorata dal fatto che la formazione dei bul¬ billi al posto delle capsule (il fenomeno è stato detto, ma molto impropriamente, « vi- viparia ») è un fatto che si osserva anche in altre specie dello stesso genere, anche nella loro patria di origine, ma con una ben pre¬ cisa gradualità; si tratta quindi di un carat¬ tere che può rimanere latente o manifestarsi parzialmente, fino ad esplodere, come abbia¬ mo detto, a causa deH’espatriamento che com¬ porta la sterilità dei fiori per mancanza di pronubi adatti. Le miriadi di bulbilli prodotti dalle infiorescenze costituiscono allora quasi delle colonie di organismi autonomi, ma tut¬ ti appartenenti al medesimo individuo, che ri¬ chiamano quelle formate per « gemmazione » da alcuni animali (ad es. dalle salpe). Altrettanto probante ci sembra l’esempio di un’altra pianta, questa volta di origine afri¬ cana, a fiori che da noi rimangono sterili pure a causa della mancanza di pronubi adat¬ ti: vogliamo dire d eWOxalis cernua. Da noi questa pianta ha trovato condizioni di am¬ biente eccezionalmente favorevoli e perciò si è affermata prepotentemente, in mancanza della riproduzione, per mezzo della moltipli¬ cazione vegetativa, che si attua ad opera di piccoli bulbi, prodotti in gran numero dagli organi sotterranei. La pianta è perciò rappre¬ sentata da noi da una imponente popolazione di singoli organismi autonomi, infestanti, che non sono altro che continuazioni di un mede¬ simo individuo, introdotto in epoca impre¬ cisata. Qualche cosa di sostanzialmente simile può dirsi al riguardo di un’altra pianta pure forte¬ mente infestante, il Cyperus rotundus, che pure si propaga abbondantemente per mezzo di gemme sotterranee e sembra anzi che non abbia perduto del tutto altresì la facoltà di riprodursi per mezzo dei semi. Nessuno potrebbe contestare che gl’indivi¬ dui di Agave, di Oxalis, di Cyperus apparte¬ nenti alle specie sopra citate, espatriati e co¬ stretti alla moltiplicazione vegetativa in sosti¬ tuzione della riproduzione e di tante altre che in analoghe condizioni si comportano egual¬ mente siano ben distinguibili dai loro affini viventi nella rispettiva patria di origine, per una qualsiasi attitudine individuale, in essi la¬ tente, ma messasi in evidenza per le partico¬ lari circostanze in cui son venuti a trovarsi, e che non sapremmo meglio qualificare se non come l'espressione di una « personalità individuale ». Un eccesso di condizioni favo¬ revoli di ambiente ed edafiche può condurre a variazioni che dimostrano chiaramente la esistenza di una personalità egoistica indivi¬ duale anche nelle piante. Ciò è stato osser¬ vato ripetutamente; il favore delle condizio¬ ni dell'ambiente promuove la moltiplicazio¬ ne vegetativa. Individui di una determinata specie, trasferiti altrove, perdono facilmen¬ te la facoltà di riprodursi per semi, laddove in condizioni di povertà si affrettano a fio¬ rire e fruttificare. Ma se la causa di tal com¬ portamento fosse esclusivamente fisiologica o fisico-chimica tutte le piante dovrebbero comportarsi egualmente; viceversa vi sono piante che pur vivendo in condizioni di ecce¬ zionale favore, si riproducono del tutto nor¬ malmente, la qual cosa dimostra che la causa di questo diverso comportamento sta in una attitudine intrinseca degli individui delle va¬ rie specie, analoga ad una personalità, che mal si potrebbe identificare con reazioni fi¬ sico-chimiche o fisiologiche. L’esistenza di una personalità individuale nelle piante può essere analogamente messa in evidenza a causa dell’ibridismo. Qui non sarà inutile ricordare che molti Biologi con¬ siderano l’ibridismo come una delle cause più importanti della formazione di nuove specie, e ciò ad onta che gl'ibridi animali o vegetali, nella maggior parte dei casi, sono almeno parzialmente sterili. Ben più impor¬ tanti sono perciò le cospicue variazioni indi¬ viduali che intervengono nella discendenza di genitori appartenenti ad entità tassonomiche differenti che risultano inutili ai fini dell’e¬ voluzione; e in ogni caso, ben più notevole è l'importanza che esse hanno quali variazio¬ ni che interessano esclusivamente l’individuo — 301 — e sono sufficienti a destare l'idea della « per¬ sonalità » negli Animali e nelle Piante. In queste ultime, specialmente, tali variazioni in¬ dividuali si possono conservare a lungo me¬ diante la moltiplicazione vegetativa, rilevan¬ do in tal modo la loro natura individuale e, si potrebbe anche dire, prettamente egoistica. Un carattere di questo genere, proprio degli ibridi vegetali è il così detto « lussureggiamen- to »; con tale parola si indica, come è noto, uno sfoggio particolare degli organi vegetati¬ vi e fiorali, che assai spesso trapassa nella mostruosità. Non si saprebbe davvero come definire diversamente il lussureggiamento, qualora si voglia respingere a priori l'idea del¬ la personalità dei Vegetali, quando, ad es., si considerano gl'individui ottenuti dai Floricul¬ tori per ibridazione fra specie diversa di Rosa, di Dianthus, di Primula, di Camellia e di tanti altri generi di piante. È sufficiente scorrere un catalogo di floricultura per rendersi conto dell'esistenza di tali creature vegetali, cui so¬ no stati dati spesso nomi di personalità uma¬ ne o sono state dedicate a queste per omaggio o quasi per un istintivo senso di analogia. Si tratta, come è noto, di entità prettamente individuali, che si conservano solo grazie alla moltiplicazione vegetativa fatta dall'uomo, cioè per mezzo di innesti, marcottaggi e si¬ mili procedimenti tecnici. La grandezza, il profumo, il colore dei petali nelle infinite sfu¬ mature ed associazioni, ecc., sono le varia¬ zioni più frequenti che l’uomo cerca di otte¬ nere colla ibridazione e di conservare colla moltiplicazione vegetativa; ma ve ne sono an¬ che di quelle che riguardano gli stessi orga¬ ni non fiorali, quali ad es. la grandezza, la forma, la variegatura, la colorazione abnor¬ me delle foglie e così via, così da ottenere piante altamente ornamentali. L'ibridazione adunque è causa di variazioni individuali inu¬ tili, nella maggior parte dei casi, ai fini della evoluzione, poiché esse non si trasmettono per la riproduzione; epperò sotto questo pun¬ to di vista tali variazioni individuali delle pian¬ te richiamano molto da vicino quelle analoghe che si osservano di frequente in individui del genere umano altrettanto vistose ed eclatanti, ma generalmente prive di alcuna utilità ma¬ teriale o spirituale. Fra gli Animali non mancano esempi di or¬ ganismi ibridi che si distinguono nettamente per caratteri appena latenti nei genitori, ma che non sono di alcuna utilità, almeno appa¬ rente, all’evoluzione della specie. Tali sono, ad es. fra gli uccelli canori, gl'individui che si di¬ stinguono per i pregi della loro ugola e come tali da tempo sono prediletti e favoriti dall’uo¬ mo, che interviene a rinnovarli, ché diversa- mente andrebbero perduti. L'esempio più clas¬ sico di ibrido animale con caratteri utili, ma che non possono trasmettersi per la riprodu¬ zione sessuale è quello del mulo. L'esistenza di questo prezioso animale ibrido è bensì assi¬ curata, fin dai tempi più antichi, dall'interven¬ to dell’uomo che lo rinnova volta per volta. Le variazioni individuali dovute all’ibridazio¬ ne, insomma, rimangono generalmente circo- scritte all’individuo stesso e servono a definir¬ ne la personalità estinguendosi con esso, qua¬ lora non intervenga l’uomo a rinnovarli o a continuarli mediante la moltiplicazione vege¬ tativa, come fa coi Vegetali. Si conoscono, per altro, ed in gran numero, fatti di variazioni abnormi, nella morfologia e nelle funzioni dei vegetali indipendenti dall’i bridismo o almeno non sempre direttamente rapportabili a questa causa; essi sono oggetto di studio della Teratologia. Così la stessa pro¬ duzione dei bulbilli ad opera di gemme fiorali, di cui sopra abbiamo parlato, fu già conside¬ rata come un caso teratologico. Più frequente, come causa di alterazioni teratologiche è però l'intervento dell'uomo nell’andamento delle funzioni fisiologiche di molte specie di piante utili, per mezzo della coltivazione. Questa al¬ tera indubbiamente l’equilibrio naturale origi¬ nario fra caratteri e funzioni della vita vege¬ tale, destando l’idea di una dissociazione fra i caratteri e le funzioni stesse, qualcuno dei quali può andare per suo conto; qualche cosa di analogo, insomma, a qual che avviene talo¬ ra nell'equilibrio psichico dell’individuo uma¬ no (« schizofrenia »). Colla coltivazione, fra l'altro, in molti casi l'uomo favorisce il processo della moltiplica¬ zione vegetativa allo scopo di perpetuare i be¬ ni di ogni genere che egli attinge dai Vegetali che gli stanno a cuore; con ciò favorisce la « longevità » di taluni individui che lo interes¬ sano, naturalmente non in modo indefinito, perché a un dato momento non può fare a meno di rinnovare, a sua volta, le fonti di questo bene e questo egli può fare controllan- — 302 — done la riproduzione. Ciò non di meno, la lon¬ gevità non è prerogativa solo degl’individui che si moltiplicano vegetativamente, da sé stesse o per mano dell’uomo; sono longevi an¬ che gl'individui vegetali il cui organismo è ca¬ pace di accrescimento « secondario ». Per bene intendere questa peculiarità del¬ l’organismo vegetale, del tutto inesistente in quello animale, sarà utile ricordare che la moltiplicazione vegetativa, alle origini, prima cioè che avesse inizio la funzione di riprodu¬ zione sessuale e con questa il grandioso dise¬ gno dell’evoluzione, fu il solo mezzo di con¬ servazione della Vita. Essa è rimasta prero¬ gativa dei Viventi vegetali, non senza lasciare tracce evidenti anche negli stessi organismi animali più altamente differenziati. Così, a- dunque, le Tallofite, che, secondo ogni buon criterio evoluzionistico furono certamente le prime piante che popolarono i mari e le terre emerse bagnate dalle piogge, si conservavano e si diffondevano per ogni dove grazie alla molti¬ plicazione « conidica », cioè grazie a cellule iniziali che si staccavano e continuavano al¬ trove l’accrescimento dello stesso individuo; la riproduzione nella stessa categoria di pian¬ te comparve grazie ad una evoluzione dei co¬ nidi stessi che divennero « gameti », dapprima eguali, poi disuguali, cioè maschili e femmi¬ nili. L’accrescimento del corpo individuale ebbe per effetto immediato la formazione di organismi giganteschi, anche fra le stesse Tal¬ lofite; ma in quelli, fra di essi, che si adatta¬ rono all’ambiente terrestre emerso dalle ac¬ que si svilupparono organi e tessuti adatti alle condizioni più difficili del rifornimento idrico e cioè le radici al posto delle rizine ed il tessuto conduttore. In tali piante per¬ tanto l’accrescimento ad opera delle iniziali apicali si continuò col così detto « accresci¬ mento secondario », dovuto sostanzialmente alle stesse iniziali di accrescimento, che però non si staccavano dal corpo e si differenzia¬ vano solo parzialmente per dar luogo ad un ulteriore tessuto conduttore dell’acqua e per¬ ciò restando in un complesso organizzato unico. La conseguenza di questo adattamento alla vita nella terra emersa dalle acque fu non solo la longevità, di tali organismi che assun¬ sero la caratteristica fisonomia dell'albero, ma altresì le proporzioni gigantesche del cor¬ po stesso. I giganti sono indubbiamente delle personalità individuali; il carattere riguarda esclusivamente il corpo ed è comune anche agli animali. Che i vetusti alberi delle primi¬ tive foreste fossero delle personalità fu certo una istintiva convinzione dell’uomo di ogni razza e sotto ogni latitudine. Le primitive fo¬ reste accolsero infatti gli antenati della spe¬ cie umana durante una certa fase della sua evoluzione, la qual cosa non potè non lasciare nei lontani discendenti un ricordo materiato di rispetto, di venerazione per quelle creatu¬ re vegetali. Presso tutte le Religioni si am¬ mette infatti l’esistenza di alberi sacri, del¬ l’albero della Vita, dell'albero del bene e del male e così via. Un gran numero di specie di alberi particolarmente utili presso i vari po¬ poli della terra, quali l'olivo, la palma da dat¬ teri, la palma da cocco, le varie specie di quer¬ cia, di Conifere, etc. furono già considerate come doni degli Dei. Alcuni di questi alberi sono « personalità anche per il sesso »; infat¬ ti, molto prima che l'uomo si rendesse conto dell’ufficio fisiologico del polline, egli distinse e protesse le piante nelle quali il polline è prodotto da individui distinti, che quindi non gli davano frutto, ma della cui presenza tutta¬ via riconosceva la necessità per la fruttifi¬ cazione degli altri (4). Una intuizione dell’esi¬ stenza di una personalità psichica nelle piante fu per lungo tempo ed è ancora presso certi popoli il considerare delitto, come già per gli animali, uccidere o soltanto ferire senza motivo una pianta. Questi scrupoli vennero in seguito attenuandosi per la convinzione so¬ pravvenuta che l’individuo vegetale non coin¬ cide, come negli Animali, o almeno come nei Vertebrati, con l'organismo, ma può essere spesso un aggregato di molti organismi fisio¬ logicamente autonomi o che tali possono di¬ ventare di fatto, grazie ai centri autonomi di (4) Il dioicismo si può considerare come il caso limite dello sfasamento nella produzione e matura¬ zione dei gameti, o rispettivamente degli organi che li producono, da parte dell’individuo vegetale che si riproduce, sfasamento che si conserva sempre nei vegetali monoici, ed ha per finalità la fecondazione fra gameti estranei ( « allotopica » o « fecondazione incrociata »). Il monoicismo, a sua volta, è una tappa dell’evoluzione nello stesso senso, a partire da or¬ ganismi primigeni ermafroditi. La stessa finalità con lo stesso mezzo è conseguita dai fiori ermafroditi delle Angiosperme. — 303 — accrescimento vegetativo. Per la qual cosa uc¬ cidere o ferire qualcuno di questi organismi non significa uccidere o ferire un individuo e cioè una « personalità ». Insomma, il singolo organismo vegetale, anche se fisiologicamente è capace di vita autonoma, non ha persona¬ lità; questo concetto si applica bensì ad ogni nuovo individuo che nasce per la funzione di riproduzione sessuale, che è capace altresì di frammentare il suo corpo stesso in molti o moltissimi organismi autonomi, detti anche « cloni » vegetativi. Negli Animali superiori e per eccellenza nei Vertebrati, scomparsa que¬ st ultima facoltà, la continuazione degli orga¬ nismi esclusivamente per mezzo della ripro¬ duzione sessuale ha acquistato altresì il signi¬ ficato di una indefinita, dinamica formazione di nuove personalità e quindi della possibi¬ lità di una più rapida evoluzione specifica, contro Fazione rallentatrice della personalità individuale egoistica, consernvatesi mediante la moltiplicazione vegetativa in tutti gli altri Viventi. Queste riflessioni sulla personalità indivi¬ duale delle Piante perderebbero gran parte della loro validità se non fossero integrate da altre che giovano a dimostrare altresì resisten¬ za di una personalità « specifica » in esse, ana¬ loga alla personalità psichica degli Animali, di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti. Essa ha il suo più valido fondamento in talu¬ ni caratteri che, come negli Animali, sono uti¬ li ai fini dell’evoluzione della specie stessa. Qui sarà sufficiente addurre alcuni esempi tratti dalle più importanti funzioni di vita di relazione, quali la difesa contro il morso de¬ gli animali, la disseminazione, l’adattamento alla nutrizione azotata, per mezzo della cat¬ tura di insetti, e così via. In un gran numero di specie di Papiliona- ceae e di Mimosaceae esiste alla base di ogni foglia una coppia di spine, di organi cioè che hanno chiaramente il significato di servire a scoraggiare gli animali fitivori a pascersi di tali piante. Una grande differenza corre tutta¬ via se si considera, caso per caso, l'efficienza nel senso indicato di questa funzione, affidata a tali organi. Vi è, ad es., in Africa, una specie di Acacia, VA. horrida, che è provvista di spi¬ ne lunghe non meno di una decina di cm., assai pungenti e molto robuste, sicché l’inte¬ ra pianta acquista un aspetto davvero orrido ed è praticamente inaccostabile. Ma in altre specie dello stesso genere questo carattere è assai meno esaltato e in altre addirittura man¬ ca; tali differenze ovviamente si possono spie¬ gare considerando le caratteristiche dei nemi¬ ci animali contro i quali ogni specie della pre¬ detta pianta deve difendersi nella sua patria d’origine o addirittura l’inesistenza del pre¬ sunto pericolo. Ne consegue che la specie di animale cui sono adatte le formidabili spine dell 'Acacia horrida deve essere particolarmen¬ te temibile (5). Qualunque possano essere sta¬ te le tappe per le quali è passata l’evoluzione del carattere in parola nell 'A. horrida e le sue cause efficienti, e certo che essa ha rag¬ giunto uno stadio definitivo che la distingue in modo davvero eclatante dalle altre specie; per tale ragione essa può essere presentata co¬ me un chiaro esempio di « personalità speci¬ fica » nel mondo dei Vegetali. Numerosi altri esempi analoghi potrebbero essere addotti, ma preferiamo frugare in un campo diverso, ma pur sempre della vita di relazione delle piante, non meno interessante di quello della difesa. Così, nel campo della funzione di conquista dello spazio, cui tutte le piante sono indistintamente interessate, è sempre la straordinaria varietà dei dettagli particolari ciò che distingue l'efficienza di det¬ ta funzione, da parte delle varie specie, e gio¬ va a destare l'idea di una personalità specifica, utile ai fini dell'evoluzione. Così, ad es., la disseminazione nei papaveri, raggiunge tanto meglio la sua finalità biologica quanto più gli individui delle varie specie in Natura posso¬ no portare in alto le loro capsule ed hanno pertanto la possibilità di lanciare a maggior distanza, con l’aiuto del vento, i semi in esse contenuti. La maggiore altezza dei fusti è quindi una variazione utile alla creazione di una categoria di individui nell’ambito di cia¬ scuna specie capaci di meglio affermarsi nel¬ lo spazio vitale e quindi di una nuova stirpe o razza. Questi individui rappresentano per¬ ciò delle « personalità » nell’ambito delle spe¬ cie. Istintivamente gli uomini hanno simbo¬ leggiato negli « alti papaveri » gl'individui del¬ la loro specie che maggiormente si sono affer¬ ai L’A. horrida è stata introdotta e coltivata con successo sulla sabbie vesuviane; cfr. A. De Helguero, in Boll, del R. Orto botanico e Giardino coloniale di Palermo, VII, N. 1-2-3, 1908. — 304 — mati nelle competizioni coi loro simili, assur¬ gendo nella Società umana a funzioni di par¬ ticolare rilevanza ed acquistando con ciò una personalità eminente. La capsula è appena un esempio di quel meraviglioso strumento della disseminazione, che è il frutto, nelle piante angiosperme; ma tutta la disseminazione è una dimostrazione del « nisus » di conquista dello spazio, che agita quella categoria di piante, per cui vengono messi in opera infi¬ niti accorgimenti e modifiche di quello stru¬ mento fondamentale, fin nei minimi partico¬ lari, a norma, si direbbe, di un inesauribile spirito inventivo. Assai più, quindi, che il tipo morfologico di frutto (capsula, bacca, ache- nio etc., che sono, per così dire, i temi fon¬ damentali) entrano in iscena gl’infiniti detta¬ gli variabili da specie a specie, quali ad es. le modalità della deiscenza, il colore ed il sapore delle bacche, l’aggiunta di organi ac¬ cessori utili alla disseminazione anemofila e così via. Per questa ragione ben di rado i ca¬ ratteri del frutto giovano a definire un grup¬ po sistematico anche nelle minori unità del sistema di classificazione, in quanto i carat¬ teri del frutto sono piuttosto al servizio della affermazione di una lealtà biologica di grado appena superiore all’individuo e quindi emi¬ nentemente variabili. Ranunculus aquatilis, come è noto, è una specie che vive ai margini dei ruscelli e pre¬ senta un caratteristico dimorfismo delle fo¬ glie, a seconda che si tratti delle foglie emerse dall’acqua o galleggianti o di quelle che re¬ stano immerse, la cui lamina allora si divide in minute lacinie. Qui è evidente l'azione mec¬ canica dell'acqua fluente quale causa della forma, naturalmente nel corso di una lunga evoluzione; ma è anche certo che qualsiasi altra specie di Ranunculus costretta a vivere nello stesso ambiente non modificherà mai la forma delle sue lamine fogliari. È chiaro quin¬ di che l'eterofillia di questa specie di Ranun¬ culus è stata possibile grazie ad una intrinse¬ ca attitudine specifica, astratta, propria della specie, che possiamo bene identificare come una sua personalità specifica. Si può qui ag¬ giungere che non sempre le cause efficienti dell’eterofillia sono chiare, come nell'esempio sopra riportato; e pur nondimeno questo ca¬ rattere appare frequentemente fra i Vegetali, senza che se ne possa, dare una ragione im¬ mediata. La povertà di azoto del terreno, si pensa con fondamento che possa essere la causa del- l’insorgere di un originale adattamento degli organi vegetativi, in alcune determinate spe¬ cie di piante, che diventano adatti alla cattu¬ ra di piccoli insetti ed alla utilizzazione del loro corpo come fonte di nutrizione azotata. È una parziale eterotrofia, che dimostra in tali piante l'esistenza di una meravigliosa sen¬ sibilità e di una facoltà inventiva del proto¬ plasma vegetale. Queste piante, come tutti sanno, sono dette « carnivore » e qui le ri¬ cordiamo ancora come un valido esempio di « personalità » specifica nel mondo delle pian¬ te che le distingue da ogni altra. Si tratta sem¬ pre di dettagli, di perfezionamenti, di modi¬ fiche nello svolgimento di alcune funzioni fi¬ siologiche o della stessa vita di relazione dei vari organi e rivelano quindi l’attitudine esi¬ stente in ogni specie di vegetale ad accentua¬ re, secondo i bisogni particolari, l’efficienza delle funzioni stesse o di assumerne una nuova. Queste sono le ragioni per le quali, in con¬ clusione, si può ammettere pacificamente la esistenza di una personalità nelle Piante, co¬ me in ogni Vivente conosciuto. In ogni Vi¬ vente, infatti, vi è almeno la « personalità » elementare, egoistica, individuale, intesa alla tutela biologica dell’organismo fisiologico. Ne¬ gli Animali superiori e specialmente nei Mam¬ miferi, accanto a questa, si sviluppa altresì una personalità « psichica », utile anche alla evoluzione della specie, che nei Vegetali, cui non possono venire riconosciute facoltà psi¬ chiche, ha il suo analogo nella personalità specifica. Luna e l’altra sono strettamente di¬ pendenti dalla vita di relazione; giovano ad esaltarla e cessano con essa e cioè con la Vita stessa. Con altre parole, insomma, nei Vege¬ tali e fino a un certo punto anche negli Ani¬ mali, la personalità si dilata, per così dire, fino a diventare prerogativa di entità tasso¬ nomiche superiori all’unità individuale, la qual cosa rende possibile, fra l'altro, la fu¬ sione e la intima convivenza di organismi fi¬ siologici o di parti di questi appartenenti ad entità sistematiche diverse, come accade colla millenaria pratica delFinnesto. — 305 — In quanto al Vivente umano, sarà sufficien¬ te ricordare che ogni individuo che nasce per la riproduzione sessuale, la sola funzione ri¬ masta nel corso della evoluzione per la con¬ servazione della specie, è un episodio unico ed irripetibile nella storia della specie stessa. Unico cioè come organismo fisiologico, la qual cosa esclude la possibilità di operare stabil¬ mente sul suo corpo trapianti od innesti di organi, come recenti esperienze chirurgiche hanno drammaticamente dimostrato; ed uni¬ co ed irripetibile altresì come personalità « spirituale », che è sua esclusiva prerogativa, che lo distingue da ogni altro Vivente ter¬ restre. 20 . Dissoluzione intersecatale nella scaglia cretacico-paleogenica del M. Bulgheria (Cilento) (*j Nota del socio MARIO TORRE (**) (.Tornata del 9 giugno 1969) RIASSUNTO L’intervallo Maestrichtiano-Oligocene della sene stratigrafica affiorante al M. Bulgheria è costituito da un pacco di calcari marnosi tipo scaglia della potenza complessiva di soli 25 - 30 metri. La « con¬ densazione » di tale serie è stata causata probabilmente da vari fattori, quali ad es. piccole e frequenti lacune di sedimentazione, posizione della zona nell’ambito del bacino di sedimentazione, situazione mor¬ fologica della zona, etc. In questa nota si segnala la presenza nei calcari di piccolissime stiloliti dovute a fenomeni di dissoluzione interstratale che potrebbero aver causato una riduzione di spessore non inferiore al 10-15%. RÉSUMÉ Dans la sèrie stratigraphique du M. Bulgheria, au Sud de Salerno, les sédiments pélagiques com- pris entre le Maestrichtien et l’Oligocène montrent une très faibie épaisseur qu’on ne peut pas expliquer suffisamment avec l'existence, entre autres, de diastèmes ou lacunes de sédimentation. Dans ce travail on remarque la présence dans ces calcaires de phénomènes de dissolution (petites stylolites) qui ont causé probablement une réduction d’epaisseur de 1 0-15% au minimum. Nella successione stratigrafica del M. Bul¬ gheria i termini compresi tra il Maestrichtiano e l’Oligocene (Scandone, Sgrosso e Bruno 1964; Torre 1969) sono rappresentati da un pacco di calcari marnosi tipo scaglia e calca- reniti a grana fine (1), passanti in alto a cal- careniti a luoghi chiaramente gradate con or- bitoidi (Selli 1962). Inizialmente questo orizzonte di scaglia, del¬ la potenza di 25 - 30 metri era ritenuto intera¬ mente maestrichtiano-paleocenico (Cestari 1963); successivamente lo studio biostratigra¬ fie© condotto sulla base delle associazioni di foraminiferi planctonici presenti nelle calcilu- (*) Lavoro eseguito con il contributo del Comi¬ tato per le Scienze Geologiche e Minerarie del Con¬ siglio Nazionale delle Ricerche. (**) Istituto di Geologia dell'Università di Napoli. (1) Il ritmo di sedimentazione di queste rocce è estremamente lento. Esprimendo infatti la velocità di sedimentazione in unità Bubnoff (B), essa sareb¬ be compresa al massimo tra 4 e 40 B, cioè tra 4 e 40 metri/milioni di anni (Fischer 1969). titi hanno permesso di riconoscervi oltre al Maestrichtiano e al Paleocene, l'Eocene infe¬ riore, l’Eocene medio-superiore e l’Oligocene (Torre 1969). In tutte le località questi sedimenti mostra¬ no una potenza veramente esigua, al più una trentina di metri; in essi non si osserva alcu¬ na traccia di lacune di sedimentazione, o hard- grounds, o altro che possa aver causato una riduzione della serie. La « condensazione » di tale pacco di sedimenti può essere stata cau¬ sata sia da pause intraformazionali della sedi¬ mentazione frequenti e di breve durata (dia¬ stemi), sia da pause più prolungate, tali da provocare lacune di sedimentazione di mag¬ giore entità, ma che non hanno lasciato alcu¬ na traccia di sé nella successione litologica che si presenta omogenea e indisturbata. In tal caso un rigoroso studio biostratigrafico do¬ vrebbe evidenziare la mancanza di continuità nella zonazione microfaunistica. È da ricor¬ dare tuttavia che le zonazioni dell'Eocene su- — 308 — periore — Oligocene in base ai foraminiferi planctonici sono state stabilite in località lon¬ tane dallltalia — America centrale ed Africa (Bolli 1957 a, b; Eames, Banner, Blow, Clar¬ ice 1962) — e la loro validità in altre regioni del globo (o più precisamente nell’area medi- terranea) non è ancora sufficientemente con¬ trollata. Pertanto, se nello studio biostratigra- fico di questi terreni non è stata riscontrata la stessa biozonazione nota in letteratura, ciò potrebbe anche essere dovuto alla presenza di associazioni microfaunistiche differenti (per condizioni ambientali o altro) da quelle riscontrate in America o in Africa, e non esclu¬ sivamente a lacune stratigrafiche. In defini¬ tiva lo studio anche approfondito delle asso¬ ciazioni microfaunistiche presenti nelle calci- lutiti e calcareniti, non permette di stabilire con sufficiente sicurezza il numero e l'entità degli « hiatus » della sedimentazione. Fra gli altri (forse molteplici) fattori che hanno causato una riduzione della serie bi¬ sogna considerare la presenza di fenomeni di dissoluzione interstratale, evidenziati da nu¬ merose, microscopiche stiloliti, che si osser¬ vano facilmente in sezione sottile o sulle su- perfici lucide e, più difficilmente, anche sulle vecchie superfìci delle testate degli strati. Tali microstiloliti sono presenti con maggiore o minore frequenza in quasi tutta la successio¬ ne maestrichtiano-paleogenica. Esse si presen¬ tano come esili linee di colore generalmente scuro, ad andamento un po’ irregolare, legger¬ mente ondulato, con ampiezza d’onda molto piccola e senza (o quasi senza) angoli acuti. Lo spessore medio si aggira sui 15-30 micron e non subisce considerevoli variazioni sulle creste o nei ventri delle ondulazioni, non si osserva cioè nessun accumulo del residuo in¬ solubile in questi punti. Nella grande mag¬ gioranza dei casi si tratta di stiloliti orizzon¬ tali, cioè parallele ai piani di stratificazione; raramente si osserva qualche stilolite inclina¬ ta, con angolo d’inclinazione debole o medio, dell’ordine dei 30°-45°, e l'intersezione con al¬ tre stiloliti o con piccole vene di calcite mo¬ stra a volte piccolissimi spostamenti delle parti. Più frequentemente, quando le stiloliti sono numerose e ravvicinate, è possibile os¬ servare come due o più di esse, ad andamento subparallelo, si incontrano in alcuni punti e si fondono insieme per un breve tratto, per poi separarsi di nuovo per un percorso più o meno lungo, dando, luogo ad un intreccio, o ad una sorta di reticolo molto irregolare. I microfossili presenti nella roccia (foraminife¬ ri planctonici essenzialmente) al contatto con le stiloliti si presentano erosi, mancanti di una porzione più o meno grande di guscio, ma l'andamento di queste microstiloliti non ne risulta modificato. In altre parole sembra che i gusci dei foraminiferi (e gli altri clasti cal¬ carei) presenti nella roccia abbiano subito la dissoluzione nello stesso modo in cui l'ha su¬ bita la pasta micritica del sedimento. I gusci di foraminiferi dissoluti, al contatto con le microstiloliti, si trovano indifferentemente dall'una e dall’altra parte di queste strut¬ ture. Il sottile velo di residuo insolubile che evi¬ denzia queste strutture può a volte mancare del tutto. In tal caso, osservando la probabile continuazione di una vena stilolitica che scom¬ pare, è possibile molte volte riconoscere un allineamento di gusci e clasti dissoluti che ne segnano il possibile andamento, mentre la vena scura di residuo insolubile ricompare solo a tratti. Altre volte è una lievissima dif¬ ferenza di colorazione della roccia ai due lati della stilolite che segna chiaramente l’anda¬ mento di questa struttura. L'osservazione di sezioni sottili di roccia eseguite perpendicolarmente alla stratifica¬ zione mostra la presenza pressoché costante di queste microstiloliti. Mediamente se ne pos sono contare una diecina per sezione, ma non è raro osservarne venti o venticinque. A volte esse possono essere talmente numerose e rav¬ vicinate da interessare tutta la sezione sottile. In questa breve nota si è voluto sottolineare la presenza di fenomeni di dissoluzione inter¬ stratale e l’importanza che avrebbero avuto nella riduzione della potenza della serie ter¬ ziaria del M. Bulgheria; il calcolo preciso del¬ lo spessore dei sedimenti mancanti esula dai compiti di questo lavoro. Tuttavia, mediante l'osservazione al microscopio delle sezioni sot¬ tili (normali alla direzione dello strato), è possibile impostare semplicissimi calcoli, i cui risultati ci permettono di constatare la ridu¬ zione di spessore connessa con la presenza delle stiloliti e di valutarne grosso modo la sua entità. In venticinque metri di successio¬ ne sono state effettuate 50 sezioni sottili di circa 2,5 cm di altezza, per un totale di circa 125 cm. In ogni sezione sono presenti media- — 309 — mente una diecina di stiloliti, ognuna delle quali indica la mancanza di un certo spessore di sedimento. Quando a contatto con le stilo- liti è visibile un foraminifero planctonico, es¬ so risulta il più delle volte mancante di al¬ meno la metà del suo guscio, cioè di almeno 200-250 micron. Se si considera tale valore uguale al minimo spessore di sedimento man¬ cante ad opera della stilolite, si può facil¬ mente risalire al valore dello spessore totale di sedimento mancante nell'intera successio¬ ne. Con le limitazioni introdotte, si può asse¬ rire che tale valore non è inferiore al 10-15% della potenza della successione. In conclusione si può affermare che l’esì¬ guo spessore dei sedimenti tipo scaglia del Cretacico superiore e del Terziario del M. Bul- glieria è senz'altro dovuto a diversi fattori che hanno controllato la sedimentazione pela¬ gica in quel lasso di tempo e per ciascuno dei quali quantitativamente non è facile pro¬ vare l’influenza sul risultato finale della serie. Ovviamente tali fattori avrebbero contribuito alcuni in maggiore, altri in minore misura alla riduzione di spessore dei sedimenti; in ogni caso tra essi è da considerare la presenza del¬ le microscopiche stiloliti dovute a fenomeni di dissoluzione interstratale, che hanno pro¬ vocato una riduzione di spessore apprezzabi¬ le, non inferiore al 10-15%. BIBLIOGRAFIA Amstutz G. C. e Bubenicek L., 1967 - Diagenesis in sedimentary minerai deposits. in Larsen G. e Chi- lingar G. 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Tra le frecce sono indicate alcune delle microstiloliti presenti nella sezione. Anche qui si può notare il fenomeno della dissoluzione dei gusci dei foraminiferi al contatto con tali strutture. Camp. CC 14, Eocene inferiore. Ingr. circa 24 X. Mem. Soc. Natur. in Napoli M. Torre - Fenomeni di dissoluzione, ecc. Fig. 1. Fig. 2. Note di litologia applicata su alcune varietà del “Calcare di Fasano», (Brindisi) (“Filetto rosso,, e "Cocciolato,,) Nota del socio BRUNO RADINA (*) (Tornata d«l 9 giugno 1969) RIASSUNTO Sono state rilevate direttamente nelle cave della zona di Fasano (Prov. di Brindisi) alcune se¬ quenze litologiche dei locali calcari cretacei, comprendenti i livelli dai quali provengono le due varietà di maggior interesse economico ai fini del loro impiego come pietre ornamentali: « Filetto rosso » e « Gocciolato ». Dopo alcuni cenni sulle condizioni geologiche della zona di Fasano, e sulle modalità di apertura e di coltivazione delle cave, si dà una sommaria descrizione, sufficientemente indicativa ai fini tecnici, delle principali caratteristiche litologiche delle due varietà. Vengono dati quindi, per le stesse due varietà, i risultati delle determinazioni delle seguenti ca¬ ratteristiche fisiche e meccaniche: peso specifico reale; peso specifico apparente; grado di porosità; grado di compattezza; coefficienti di imbibizione riferiti al peso e al volume; resistenza alla com¬ pressione, alla flessione e all’urto; indice di usura. I risultati ottenuti, confrontati con quelli di analoghe varietà di calcari ( « Pietra di Trani » e « Pietra di Apricena ») della regione pugliese adoperati nelle costruzioni come pietre ornamentali, confermano gli ottimi requisiti tecnici delle varietà « Filetto rosso » e « Gocciolato », finora solo cono¬ sciute sotto l'aspetto qualitativo. SUMMARY A study has been performed on some lithological sequences of thè cretaceous limestones found in thè open quarries near Fasano (Brindisi); these sequences include thè levels from which come two varieties that are particularly interesting from thè economie point of view, as they can be used as ornamentai stones: «Filetto rosso» and «Cocciolato». To a short account of thè geologie conditions of thè area round Fasano and of thè ways of opening and exploiting thè open quarries, follows a brief description, giving sufficient ìnformation for technical purposes, of thè most important lithologic characters of thè two varieties. For these two varieties are given thè results of thè study of thè following physical and mecha- nical characters: reai specific gravity, apparent specific gravity, porosity, compactness, sorption in relation to weight and volume; compressive, tensile and impact strenght; wear index. The results, compared with those of similar limestone varieties («Pietra di Trani» and «Pietra di Apricena ») of Puglia, which are used in building, confimi thè excellent technical requisites of thè « Filetto rosso » and « Gocciolato » varieties, which so far were only known from a qualitative point of view. (*) Bari, Istituto di Geologia e Paleontologia de ll’Università, dicembre 1968. — 312 — 1. PREMESSA Queste note si propongono di illustrare i primi e più importanti risultati di un’inda¬ gine a carattere litologico-applicativo eseguita su alcuni calcari affioranti nel Comune di Fasano (prov. di Brindisi), adoperati come « pietre ornamentali ». Le zone di estrazione di tali calcari sono oggi fra le più importanti sotto il profilo economico, fra quelle aventi la stessa destinazione esistenti nella regione pugliese: sono infatti fonte di cospicuo ap¬ provvigionamento per i mercati nazionali e in parte esteri, di pietre da impiegarsi nelle costruzioni sopratutto ai fini estetici. L’indagine è stata sviluppata tenuta pre¬ sente la mancanza in bibliografia riguardo questi calcari (che hanno come si è ora ac¬ cennato un notevole interesse economico) di qualsiasi documentazione, sia pure sommaria o largamente indicativa (se si esclude qualche scritto divulgativo o pubblicitario ed una brevissima citazione in Penta, 1935) delle loro proprietà tecniche nonché delle condizioni e dei metodi di coltivazione e di lavorazione e delle locali aree di maggior interesse dal punto di vista estrattivo. Il lavoro s’inquadra nel piano delle ricerche che l’Istituto di Geologia e Paleontologia della Università di Bari va da anni compiendo, al fine di una più approfondita conoscenza, spe¬ cialmente sotto il profilo tecnico, di alcune di quelle rocce della regione pugliese e lucana che hanno trovato o trovano un più signifi¬ cativo e importante impiego (sopratutto sotto il profilo dell'interesse economico) nelle co¬ struzioni (Radina, 1956; 1958; 1963; 1964). In relazione alle condizioni geologiche della Puglia, è ben naturale che non esistano, in genere, nella regione stessa particolari pro¬ blemi per la scelta di rocce come materiali da costruzione. I calcari del Cretaceo, che affiorano su circa i 2/3 della Puglia (Servizio Geologico d’Italia, 1961) sono infatti utilmente impiegati nelle murature ordinarie e speciali (pietra grezza e concia), nelle costruzioni stradali e ferroviarie (pavimentazioni, mas¬ sicciate, pietrischi e pietrischetti) nonché in quelle marittime (blocchi per scogliere e moli) e infine, con maggior interesse economico come pietra per rivestimenti esterni o interni (pietra da taglio e da decorazione). Per que- st'ultima destinazione è ovvio che l’impiega- bilità della roccia e quindi la convenienza di aprire delle cave, è legata a numerosi e talora interdipendenti fattori intrinseci ed estrinseci alla roccia stessa, che di contro possono essere poco ó nulla determinanti nel caso degli altri impieghi. A proposito dei quali va osservato che quasi certamente non esiste comune delle Murge baresi o salentine e della regione garganica, che non abbia almeno una cava, aperta nei calcari, più o meno in attività a seconda delle locali richieste del mercato. I calcari della Puglia, adoperati come pietre ornamentali, fino a non molto tempo fa erano comunemente noti, nel campo tecnico-commer¬ ciale, con il nome comprensivo di « Pietra di Trani ». Questo termine era dovuto al fatto che la pietra stessa inizialmente veniva estratta e coltivata in cave generalmente comprese nei limiti geografici ed economici del territorio di Trani, in provincia di Bari (Radina, 1956; Sciotti, 1968). Va osservato che con la deno¬ minazione di « Pietra di Trani », venivano posti in commercio (e in parte lo sono ancora oggi) anche calcari, con le stesse possibilità di impiego e grosso modo con le stesse ca¬ ratteristiche litologiche, ma provenienti da altre località della regione pugliese. Alcune di queste in provincia di Bari sono situate in territori limitrofi a quello di Trani (Bi- sceglie, Corato, Molfetta, ecc.), altre invece si trovano in territori alquanto più lontani, ricadenti nella provincia di Foggia e in quella di Brindisi. Oggi però i calcari provenienti da alcune zone della provincia di Foggia (territori di Apricena e di Poggio Imperiale) incominciano già ad affermarsi come pietre ornamentali con una denominazione loro propria, ossia « Pietra di Apricena » (Moretti A. - Balboni A., 1966) in tal modo differenziandosi sotto il profilo commerciale (e per alcune varietà anche sotto l’aspetto litologico) dalla « Pietra di Trani ». Non altrettanto però può attual¬ mente ancora dirsi per i calcari estratti dalle cave del territorio di Fasano, in provincia di Brindisi; essi vengono in gran parte ancora commerciati come « Pietra di Trani » (o va¬ rietà di essa). Dei calcari cavati nel territorio di Fasano quelli che hanno maggior interesse economico sono le due varietà che prendono la denominazione di « Filetto rosso » e di « Gocciolato ». Tali denominazioni sono le stesse adoperate per due analoghe varietà — 313 — (sotto il profilo litologico e della impiegabi- lità) della « Pietra di Trani » e della « Pietra di Apricena » (1). L'indagine della quale qui si danno i risultati è stata appunto condotta sulle due varietà ora menzionate. 2. CENNI SULLE CONDIZIONI GEOLOGI¬ CHE DEI CALCARI INTERESSATI DALLE COLTIVAZIONI E SULLE CAVE 2.1. LE CONDIZIONI GEOLOGICHE Secondo Campobasso V. e Olivieri C. (1967) il « Calcare di Fasano » presenta caratteri di litofacies e biofacies simili a quelli della parte superiore del « Calcare di Bari » (Servizio Geologico d'Italia, 1966) descritto da Val- duga A. (1965) e àzzaroli A. e Valduga A. (1967) e può essere riferito al Turoniano e, nei livelli più alti, al Senoniano inferiore (2). Si tratta nel complesso di una serie di strati (ben esposta nei dintorni di Fasano, con uno spessore di circa m 200) prevalentemente calcarei detritici, a grana più o meno fine, di colore biancastro, grigiastro o rossastro: gli strati hanno spessori compresi tra qualche centimetro ed i cm 80-90. La parte bassa della serie, entro la quale si apre il maggior numero di cave, affiora ai piedi della scarpata che corre parallelamente alla costa adriatica, a qualche Km da essa e che limita localmente in maniera piuttosto brusca a NE l’altopiano delle Murge (Murge alte, Murge di Locoro¬ tondo). Campobasso e Olivieri (op. cit.) ri¬ feriscono fra l’altro che questa parte bassa della serie è costituita in prevalenza da calcari finemente detritici e da calcari subcristallini e che localmente (Salamina) è caratteristico un livello a diceratidi (Apricardia?) compreso in una bancata di calcare subcristallino legger¬ mente rosato, ricco di frammenti di rudiste. Le condizioni tettoniche locali del « Calcare di Fasano » sono rappresentate da pieghe poco (1) Nel territorio di Apricena e di Poggio Impe¬ riale il « Gocciolato » può prendere anche il nome di « Macchiettato » e « Periato » (Moretti A. - Bol- boni A., 1966). (2) Si rimanda alla nota di Campobasso e Olivieri per le notizie sulla bibliografia geologica dei dintorni di Fasano. estese, assai blande e a fianchi debolmente inclinati, interessate da fratture e da faglie di varia importanza. Di queste è ben difficile riconoscere la immersione dei piani di scor¬ rimento che in genere sono essenzialmente diretti secondo due allineamenti principali: NO - SE (faglie di Fasano, di Campobasso e Olivieri, op. cit.) ed E - O. 2.2. LE CAVE: UBICAZIONE E COLTIVAZIONE Le cave ove si trovano le varietà studiate sono ubicate tutte nel Comune di Fasano (provincia di Brindisi) a pochi Km a SE di questo centro abitato, in destra della S.S. n. 16 Adriatica che porta a Brindisi (fig. 1). Fig. 1: — Il territorio, a SE di Fasano, ove si trova il maggior numero di cave. Più precisamente si trovano distribuite in maggior numero su una lunghezza di Km 4-5 al piede della scarpata, della quale si è ora detto, nelle località (da NO a SE): Sa¬ lamina, Giannecchia e M. Pizzuto (tav. 190 II SE «Locorotondo»). Le coltivazioni di un certo interesse ripresero, nell’ultimo dopoguerra, dapprima a Giannecchia grande ove esisteva — 314 — già una grossa cava sfruttata da tempo quasi esclusivamente però per le necessità locali (basole, macine per frantoi, paracarri, ecc.); quindi, considerata la forte richiesta del mer¬ cato, si intensificarono in tutta la località Giannecchia e si estesero in seguito, a NO in località Salamina e infine a SE, in loca¬ lità M. Pizzuto (3). tività poco più di trenta. In alcuni luoghi, ad es. della località Salamina, alcune cave sono tanto vicine da individuare quasi un unico fronte di abbattimento lungo anche pa¬ recchie centinaia di metri (fig. 2). Delle cave non attive, alcune lo sono a causa del forte onere finanziario (in relazione alle attuali condizioni di mercato) che sarebbe Fig. 2. — Cave in località Salamina: strati a giacitura pressocché orizzontale. Uno dei motivi che ha indubbiamente fa¬ vorito lo sviluppo dell’attività estrattiva della zona, oltre naturalmente alla qualità della « pietra » e alla facilità dell’estrazione, appare dovuto all'esistenza di un’ottima rete di vie di comunicazione. La S.S. 16 dista media¬ mente Km 2 dalla zona delle cave e la linea ferroviaria poco meno di Km 5: esiste inoltre un fitto reticolo di strade provinciali, comu¬ nali e vicinali che consentono di accedere con facilità in ognuna delle zone coltivate. Le cave rilevate sono una cinquantina: di queste, al momento attuale, ne sono in at- (3) Oggi la ricerca delle varietà più commerciabili va estendendosi ai limitrofi territori di Montalbano e di Cisternino, a sud-est di Fasano. richiesto per l’ulteriore ricerca (approfondi¬ mento del piano di cava) e coltivazione di varietà economicamente utili. In altre cave i lavori sono solo momentaneamente sospesi, in attesa della installazione di nuovi e più efficienti mezzi di estrazione e di conseguenza di più favorevoli condizioni di vendita. Alcune cave infine sembrano abbandonate del tutto, per accertato esaurimento delle varietà com¬ merciabili. La maggior parte delle cave sono aperte ad « anfiteatro » (localmente, « a falda ») e sono attaccate in maniera da trarre il massi¬ mo vantaggio, per l'abbattimento, dai piani di stratificazione dei calcari, che rappresentano ovviamente delle facili superfici di distacco della roccia (fig. 2). Per questo motivo, tenuto 315 — conto delle condizioni di giacitura dei calcari stessi, gli orientamenti dei fronti di cava e quindi le direzioni principali di coltivazione possono variare da zona a zona. Alcune cave vengono attaccate anche con scavi a « fossa ». La coltivazione vera e propria viene sempre preceduta dallo « spiazzamento », termine lo- condo i piani di stratificazione dall’alto verso il basso, a gradini (fig. 3). Per l'abbattimento si ricorre all'uso delle mine solo quando si deve liberare il fronte di attacco dal « cappellaccio » e quando si vo¬ glia eliminare alcuni banchi non sfruttabili. I blocchi, quando vengono estratti, hanno grosso modo generalmente la forma di paral- Fig. 3. — Particolare di una cava, in località M. Pizzuto: la coltivazione procede a gradini. cale che sta ad indicare l'operazione con la quale si asportano il terreno vegetale, agrario e gli strati superficiali, generalmente i più fratturati (costituiti da rocce a luoghi in vario grado, alquanto alterate), costituenti il « cap¬ pellaccio » o « fradiciume » o « morto » sotto il quale si trova il « buono ». Si fa quindi lo « scapolo » che costituisce il primo « saggio » o, come altri dicono, la prima « entrata » nel « buono ». Lo « scapolo » consiste in una trincea della larghezza di poco meno di m 1 e profonda tanto da interessare il maggior numero di strati sfruttabili. La col¬ tivazione prende quindi inizio dalle pareti della trincea con l’abbattimento della roccia se- lelepipedi più o meno regolari: le loro facce a maggiore superficie coincidono quasi sempre con quelle dei piani di stratificazione, le altre possono essere o superfici di distacco (fratture) naturali (« murituri ») ovvero artificiali, otte¬ nute con mezzi meccanici (fig. 4). 3. LE SUCCESSIONI LITOSTRATIGRAFICHE RILEVATE NELLE CAVE ED I PRINCI¬ PALI LIVELLI COLTIVATI L'esame di numerosi fronti di cava ha messo in evidenza le differenze che esistono non solo tra le successioni litostratigrafiche — 316 — osservabili nelle tre zone di Salamina, Gian- necchia e M. Pizzuto, ma anche tra quelle esistenti in ognuna di queste zone. Va notato a questo proposito che strati che hanno la stessa denominazione possono avere spessore e caratteri litologici diversi e quindi dare va¬ rietà commerciabili diverse da zona a zona. Da quanto è stato osservato in loco, le suc- è, per alcuni di questi, alquanto incerta; per la maggior parte dei livelli i riferimenti sem¬ brano essere quelli relativi allo spessore (me¬ dio) degli strati. Per quanto riguarda poi le denominazioni commerciali, come per la « Pietra di Trani » (Radina, 1956; Sciotti, 1968) e per la « Pietra di Apricena » (Moretti- Balboni, 1967), anche per i « Calcari di Fa- Fig. 4. — Blocchi del « Calcare di Fasano »: vengono estratti, di forma parallelepipeda, sfruttando le naturali discontinuità degli strati. cessioni schematiche e mediamente indicative degli strati nelle tre località di Salamina (21 cave), Giannecchia (9 cave) e M. Pizzuto (6 cave) appaiono essere quelle rappresentate rispettivamente nella tab. 1, nella tab. 2 e nella tab. 3. La direzione (NO-SE) e l'immersione (SO) degli strati è grosso modo concordante in tutte e tre le zone; varia, da luogo a luogo, l’inclinazione che comunque resta compresa tra i 5° ed i 15°-20°. Come si nota dalle denominazioni riportate nelle tab. 1, 2, 3, la terminologia locale che tende a differenziare tra di loro i vari strati sano » la terminologia che distingue tra di loro le varietà in commercio è quella che fa riferimento ora alle caratteristiche litologiche e tessiturali più salienti della roccia, ora alle variazioni di tonalità di colore e di grana delle rocce stesse quando sono tagliate paral¬ lelamente alla stratificazione, ossia « al verso » (o a falda) o normalmente alla stratificazione, ossia « al contro » (controfalda) e quindi lucidate. Non è nelle finalità di questo lavoro la descrizione delle caratteristiche litologiche di tutte le numerose varietà commerciabili dei calcari di Fasano. La descrizione e lo studio delle caratteristiche tecniche viene fatto solo — 317 — TABELLA 1 Successione mediamente indicativa degli strati nelle cave di Salamina. D e n o m nazione Spessore Commerciabilità Locale In Commercio m Fradiciume 2-9 a volte utilizzato per (Cappellaccio) calce Formichino Nuvolate 0,60-0,70 discreta Gomma «Fiorito»? (Serpeggiante?) 0,20-0,30 discreta Falda 40 (A 40) Filetto rosso 0,50-0,55 buona Falda 90 Filetto rosso 0,85-1,00 buona-ottima Calpesticio? Filettino? (Serpeggiante) 0,30-0,40 discreta (Calpestio?) Falda 70 Filetto rosso 0,70-0,80 buona TABELLA 2 Successione mediamente indicativa degli strati nelle cave di Giannecchia. Denominazione Spessore | Commerciabilità Locale In Commercio m Fradiciume 2-10 Falda 40 (A 40) Filetto rosso 0,40-0,45 buona Falda 70 Filetto rosso 0,80-0,90 buona Falda 70 Filetto rosso 0,70 buona Fisculato (fiscolare) Gocciolato 0,45-0,50 discreta Gocciolato Gocciolato 0,50-0,60 buona Tipo Trani Trani avorio normale? 0,30-0,40 discreta-buona TABELLA 3 Successione mediamente indicativa degli strati nelle cave di M. Pizzuto. Denominazione Spessore Commerciabilità Locale In Commercio m Cappellaccio 2-6 Falda 50 (A 40?) Filetto rosso 0,50-0,55 buona Falda 90 Filetto rosso 0,90-1,00 buona Calpesticio? (Calpestio?) Serpeggiante? 0,30-0,40 buona Falda 70 Filetto rosso 0,70-0,75 ottima Mano fracida 0,70 Fiscolare (fiscolato) Gocciolato 0,50-0,60 discreta Mano fracida 0,30 — 318 — per quelle che trovano oggi maggiori possi¬ bilità di impiego: « Filetto rosso » e « Coc¬ ciolato ». I livelli dai quali si ottengono queste due varietà sono appunto quelli oggi più in¬ tensamente sfruttati. 3.1. « FILETTO ROSSO » Questa varietà viene anche chiamata, in commercio, « Filettato rosso » ovvero sempli¬ cemente « Filettato »; localmente può prendere pure il nome di « Massello rosso ». Si ottiene tagliando « contro falda » i blocchi provenienti Fig. 5. — Fotografia (1/4 della grandezza naturale) di una lastra lucidata della varietà « Filetto rosso ». dagli strati « Falda 40 », « Falda 70 » e « Falda 90 ». Dagli stessi blocchi tagliati invece « a falda », si ha la varietà « Fiorito » (« Rosato di Fasano »). La roccia che costituisce il « Filetto rosso » è un calcare detritico o microdetritico, com¬ patto, a frattura scheggiosa, di colore (su ta¬ glio fresco) che va dal bianco paglierino al bianco rosato; non sono rilevabili di norma ad occhio nudo, tracce di fossili. Nella roccia sono sempre presenti, più o meno ravvicinate, venature o filettature ad andamento assai irre¬ golare (disposte secondo il senso della stra¬ tificazione) anche finemente seghettate (stilo- liti) e a tratti ramificate lateralmente (a guisa quasi di trama dendritica) marcate da un sot¬ tilissimo deposito di materiale rossastro, assai verosimilmente costituito da ossidi di ferro. Il nome della varietà è proprio dovuto alla presenza di queste filettature, che si mettono bene in maggior evidenza quando la roccia è lucidata (fig. 5). Talora il calcare risulta attraversato anche da sottilissime diaclasi cementate da calcite spatica. La polvere della roccia è bianca o appena rosata e con HCl d.f. da viva affervescenza. Il « Filetto rosso » contiene oltre il 96% di carbonato di calcio: delle 6 determinazioni eseguite, una (località Salamina) ha dato il 97,8% di carbonato di calcio; il carbonato di magnesio non supera mai il 2%. Il residuo insolubile è molto scarso: ha un colore grigio giallastro ed appare essere assai verosimil¬ mente, dal punto di vista granulometrico, del tipo limoso-argilloso. In sezione sottile, nel complesso, la roccia è costituita da calcite micro e criptocristallina che può essere in parte ricristallizzata, con fossili riempiti di calcite spatica. Fig. 6. — Fotografia (1/4 della grandezza naturale) di una lastra lucidata della varietà « Gocciolato ». 3.2. « GOCCIOLATO » Il nome deriva dalla frequente presenza, in questa varietà, di fossili macroscopici rap¬ presentati da frammenti di Rudiste (Diceratidi, delle dimensioni medie di cm. 2-3) per lo più spatizzati, che si mettono bene in evidenza sopratutto quando la roccia è levigata e luci- data (fig. 6). — 319 — La roccia è un calcare di norma microde- tritico, subcristallino, a frattura subconcoide o scheggiosa, di colore bianco-giallastro ten¬ dente al paglierino, a luoghi leggermente ro¬ sato. Anche in questa varietà sono presenti delle venature rossastre, non però così mar¬ cate ed evidenti (quando la roccia ha preso pulimento) come quelle descritte a proposito del « Filetto rosso ». I provini necessari per le prove sono stati ricavati da più blocchi (di dimensioni oppor¬ tune per la preparazione dei provini stessi) provenienti dalla rottura di un unico blocco (del volume di parecchi metri cubi), di forma grosso modo parallelepipeda, così come la roccia viene infatti separata dal fronte di cava, dal livello desiderato. I provini del « Filetto rosso » provengono TABELLA 4 Principali proprietà fìsiche del « Filetto rosso » e del « Cocciolato » (valori medi di 6 determinazioni). Varietà Denominazione dello strato Peso specifico Grado Coeff. Imbibiz. rif. Reale Apparen. Compat. Porosità Al peso (1) Al volume Filetto rosso Falda 90 (M. Pizzuto) 2,71 2,64 0,974 0,026 0,28 0,74 Filetto rosso Falda 90 (Salamina) 2,70 2,65 0,981 0,019 0,07 0,22 Gocciolato Fiscolare (M. Pizzuto) 2,69 2,63 0,977 0,023 0,31 0,90 Cocciolato Cocciolato (Giannecchia) 2,70 2,64 0,977 0,023 0,12(2) j 0,26 (2) (1) La determinazione del peso dei provini è stata fatta dopo 1-3-7-15 e 35 giorni. (2) Media di 5 determinazioni. A luoghi il calcare presenta dei vacuoli di piccole dimensioni, riempiti di calcite secon¬ daria. La roccia, che da viva effervescenza con HCl d.f. è costituita (n. 4 determinazioni) da oltre il 97% di carbonato di calcio e da circa il 2% di carbonato di magnesio. Il residuo insolubile non appare raggiungere l'l%: ha colore giallo-marrone e sembra del tipo are- naceo-argilloso. In sezione sottile si nota una massa di fondo calcitica micro o criptocristallina comprenden¬ te microfossili, talora costituenti il nucleo di piccolissime ooliti. 4. CARATTERISTICHE FISICHE E MECCA¬ NICHE Come si è già detto vengono studiate solo le varietà « Filetto rosso » e « Cocciolato ». Le determinazioni eseguite su queste due va¬ rietà sono quelle più interessanti ai fini del prevalente impiego (ornamentale) cui le va¬ rietà stesse sono destinate. dalla « Falda 90 » delle cave M. Pizzuto e dalla « Falda 90 » delle cave di Salamina; i provini del « Gocciolato » dalla « mano » del Fiscolare delle cave di M. Pizzuto e del Gocciolato di Giannecchia. 4.1. CARATTERISTICHE FISICHE È stato determinato il peso specifico reale, il peso specifico apparente, il grado di com¬ pattezza e di porosità ed i coefficienti d’im¬ bibizione riferiti al peso e al volume. Le prove sono state eseguite secondo le modalità contenute nelle norme italiane per l’accettazione delle pietre naturali da costru¬ zione (R.D. 16 novembre 1939, n. 2232). I risultati ottenuti sono riportati nel¬ la tab. 4. L’analisi dei risultati (che qui per brevità si tralascia di citare) delle sei determinazioni eseguite per ogni proprietà fisica, mostra che i valori ottenuti in ogni prova sono abbastan¬ za prossimi gli uni agli altri, non molto lontani dai valori medi. Ad esempio i valori minimi — 320 — e massimi per il peso specifico reale e per il peso specifico apparente sono: Falda 90 | Gocciolato S o 3 N 3 C 1 g o 3 N N S o CJ tu c E E c S — 13 co S o - peso specifico reale : minimo 2,68 2,68 2,66 2,67 massimo 2,73 2,72 2,70 2,72 - peso specifico apparente : minimo 2,62 2,62 261 2,60 massimo 2,65 2,66 2,65 2,66 La variazione nel tempo dei valori dei coeffi¬ cienti d’imbibizione riferiti al peso appare abbastanza chiaramente dalle curve della fi¬ gura 7. Va osservato che già dopo poco più di 48 ore, l’imbibizione ha raggiunto circa il 60% del valore finale, a 35 giorni. 4.2. CARATTERISTICHE MECCANICHE Sono state determinate la resistenza alla compressione, alla flessione, all’urto e all’usura. Le prove di resistenza a compressione (tab. 5 e tab. 6) sono state eseguite su provini di forma cubica avanti il lato di cm 7,1 di lato: sono stati tollerati scarti in questo valore, non maggiori in più o in meno al 2%. Per ogni varietà sono stati sottoposti a prova 12 pro¬ vini: 6 allo stato naturale e 6 dopo essere stati 48 ore in acqua. Della varietà « Filetto rosso » è stata fatta anche la prova di geli- TABELLA 5 Filetto Rosso — Resistenza alla compressione Località strato Direzione dello sforzo di compressione Carico di rottura (Kg/cmq) su provini (1) allo stato naturale dopo 48 ore in H.O congelati J_ al piano di posa in cava 1630 1485 1155 1428 1263 873 1035 1395 1335 s ° Media 1364 Media 1381 Media 1109 ’g 3 § 2 13 .j3 (f) Il al piano di posa in cava 1322 875 1038 1055 1410 1415 1210 1398 1094 Media 1195 Media 1228 Media 1182 _L al piano di posa in cava 1455 1268 870 1420 851 1155 o 933 1450 950 ti ° N Media 1269 Media 1189 Media 990 E 1 a Il al piano di posa in cava 762 854 1030 1305 1115 865 1290 1230 715 Media 1119 Media 1066 Media 870 (1) Provini di forma cubica, di cm. 7,1 di lato; sono stati tollerati scarti, in questo valore, del 2%. Giannecchia M. Pizzuto Località — 321 — TABELLA 6 Gocciolato — Resistenza alla compressione Direzione dello sforzo di . compressione Carico di rottura (Kg/cmq) su provini (1) 1 allo stato naturale dopo 48 ore in LLO | X al piano di posa in cava 1704 1616 1462 1435 1451 973 Media 1539 Media 1341 // al piano di posa in cava 1136 1280 1557 1415 1250 1386 Media 1314 Media 1360 X al piano di posa in cava 1118 804 650 742 873 605 Media 880 Media 783 B al piano di posa in cava 923 873 698 928 1232 1046 1 1 Media 951 Media 949 (1) Provini di forma cubica, di era. 7,1 di lato; sono stati tollerati scarti, in questo valore, del 2°ó. 21 — 322 — TABELLA 7 Filetto Rosso — Resistenza alla flessione strato Carico di rottura (Kg/cmq) di provini sollecitati _L al piano di posa in cava Osservazioni allo stato naturale dopo 48 ore in ILO o 32,40 28,10 Provini di forma parallelepipeda, delle ON 24,15 19,45 dimensioni di cm 20 x 5 x 4,5, con scarti 2 26,63 22,80 tollerati nelle dimensioni della sezione £ Media 27,76 Media 23,45 normale al lato maggiore dell’1%. Distanza tra gli appoggi cm 16. o ON 37.15 14.58 31,80 24,37 • 13 li 45,20 18,25 Media 38 Media 19,70 vità (1). Le prove sono state eseguite facendo agire il carico sia normalmente che paralle¬ lamente al piano di posa in cava (piani di stratificazione), e cioè alle direzioni principali di allungamento delle filettature rosse nella roccia. dimensioni dei lati della sezione normale al lato maggiore dell'1%. Le condizioni di vincolo realizzate sono quelle di una trave appoggiata agli estremi. Poiché lo sforzo è stato concen¬ trato in mezzeria, il carico di rottura risulta TABELLA 8 Cocciolato — Resistenza alla flessione Località strato 1 Carico di rottura (Kg/cmq) di provini sollecitati al piano di posa in cava 1 Osservazioni allo stato naturale 1 dopo 48 ore in H,0 M. Pizzuto Fiscolare 43,15 18,18 24,50 Media 28,61 7,15 30,20 16,75 Media 18,03 Provini di forma parallelepipeda delle di¬ mensioni di cm 20 x 5 x 4,5, con scarti tollerati nelle dimensioni della sezione normale al lato maggiore delll%. Distanza tra gli appoggi cm 16. Giannecchia Cocciolato 20,47 32,15 10,12 Media 20,90 31,63 18,26 11,30 Media 20,39 Per le prove di resistenza a flessione (tab. 7 e tab. 8) sono stati impiegati provini a forma parallelepipeda rettangolare, delle dimensioni medie di cm 20 x 5 x 4,5 con tolleranza nelle (1) Difficoltà operative non hanno permesso di eseguire la prova di gelività anche sulla varietà « Cocciolato ». 3 pi dalla formula ar = , dove P è il carico 2 bh1 2 applicato, b ed h le dimensioni della sezione normale ad /, che rappresenta la distanza tra gli appoggi (cm 16). Anche i valori della resistenza all’urto (tab. 9) e all’usura per attrito radente (tab. 10) sono state determinate secondo le norme ita¬ liane: i primi su lastre a base quadrata, della — 323 — superficie di cmq 400 circa e dello spessore di cm 2,5; i secondi su provini a base quadrata della superficie di cmq 50 e dello spessore di cm 2, 6-2, 8. I risultati riassuntivi dei valori medi di tutte le prove sono riportati nella tab. 11. 5. CONCLUSIONI Dall’indagine condotta risulta che attual¬ mente i livelli dei calcari cretacei coltivati con maggior interesse economico nelle cave della zona di Fasano sono quelli dai quali si TABELLA 9 Filetto Rosso e Gocciolato — Resistenza all’urto (su lastre) Località strato Carico di rottura (Kg.m) i Località strato Filetto rosso Cocciolato M. Pizzuto Falda 90 0,25 0,25 0,25 Media 0,25 0,30 0,20 0,30 Media 0,27 M. Pizzuto Fiscolare Salamina Falda 90 0,35 0,40 0,30 Media 0,35 0,30 0,20 0,40 Media 0,30 Giannecchia Cocciolato Osservazioni Provini delle dimensioni di cm 20x20x2,5, allo stato naturale, sollecitati _L al piano di posa in cava. TABELLA 10 Filetto Rosso e Cocciolato — Resistenza all'usura (per attrito radente) Località strato Indice di usura (a 500 giri) Località strato Osservazioni Filetto rosso Gocciolato M. Pizzuto Falda 90 0,42 0,45 0,39 Media 0,42 0,47 0,58 0,40 Media 0,48 M. Pizzuto Fiscolare Provini di forma parallelepipeda di base quadrata (cmq 50), del¬ la altezza di cm 2, 6-2, 8, allo stato naturale. Salamina Falda 90 0,55 0,61 0,40 Media 0,52 0,30 0,52 0,38 Media 0,40 Giannecchia Gocciolato Le determinazioni meccaniche sono state eseguite nel Laboratorio Prove materiali dello Istituto di Scienza delle Costruzioni dell’Uni¬ versità di Bari, gentilmente messo a disposi¬ zione dal Direttore dell'Istituto stesso Prof. Sollazzo, al quale va il nostro ringraziamento. ottengono le varietà denominate in commer¬ cio: « Filetto rosso » e « Gocciolato ». Non esistono particolari difficoltà nell’ab¬ battimento di tali livelli; va comunque osser¬ vato, ai fini della coltivazione, che in gran parte delle cave della zona esiste un « cap- Filetto Rosso e Gocciolato — Valori medi complessivi della resistenza a Compressione, flessione, urto e usura. — 324 — I 1 Ì3 w II- ■-J 03 _ «3 oo O _ O ( M O Q. •